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lunedì 2 luglio 2012

#NOPAS: fermiamo i ddl che introducono la falsa sindrome di alienazione genitoriale

Condivido la petizione promossa da Fiori D'Acciaio Coordinamento Diritti Donne e Minori

Firmate qui

Attualmente sono in discussione al Senato i disegni di legge n. 957 (PDL-UDC), n. 2800 (IDV), n. 2454 (PD e Radicali), n. 3289 (UDC-SVP) sull’affido condiviso e il n. 43 (Sen. Peterlini) sulla doppia residenza.

Queste proposte contengono gravissime violazioni dei diritti fondamentali dei figli minorenni vittime di violenza diretta o assistita. Questa petizione si propone di raccogliere firme per chiedere :

- Che la legge vieti espressamente l’affido condiviso nei casi di acclarata violenza, agita nei confronti del partner e/o sui figli;

- che sia definitivamente proibito l’utilizzo della sindrome di alienazione genitoriale (PAS) in ambito processuale e da assistenti sociali come motivo di mediazione familiare e affido condiviso, perché tale “sindrome” non è presente nell’attuale (DSM) e non ha valide basi scientifiche;

- che il 4° comma dell'art. 316 del codice civile sia abrogato: “Se sussiste un incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti e indifferibili (322)”, poiché è lesivo dei diritti della madre e contrario al concetto di parità genitoriale;

- che non sia imposta per legge la doppia residenza/domicilio, ma sia valutata questa possibilità caso per caso, in base all'età e alle esigenze dei figli minori;

La PAS, o sindrome di alienazione genitoriale, è considerata un disturbo relazionale nelle controversie per la custodia dei figli, in cui un genitore manipola il figlio generando il rifiuto dell’altro genitore per rivalersi. Nella realtà però è strumentalizzata dal genitore che ha agito la violenza per far decadere le accuse e ottenere comunque l’affido condiviso, se non addirittura quello esclusivo. Infatti, sebbene la PAS non abbia valide basi scientifiche e non sia mai stata inclusa nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), tale “sindrome” è spesso erroneamente utilizzata nei tribunali e dai servizi sociali. È bene sottolineare come i bambini e le bambine che hanno un genitore violento e/o abusante si giovano della sua assenza: solo così possono ricostruire un reale futuro sereno assieme all’altro genitore.
Si ritiene quindi di dubbia costituzionalità e lesiva dell’ordinamento giuridico italiano la volontà di introdurre la PAS per legge.

Firmate qui

sabato 18 febbraio 2012

Aggiunta del cognome materno al proprio nome: il doppio cognome

Stabilire una matrilinearità parallela alla patrilinearità è un diritto che dovremmo poter far valere. In attesa di una legge che permetta il doppio cognome alla nascita in Italia, come spiega il sito cognomematerno.it, dal 2000 possiamo fare richiesta al Ministero dell’Interno tramite la Prefettura, per l'aggiunta del cognome materno al nome della bambina o del bambino, dopo la registrazione all'anagrafe o da adulti, attraverso la modulistica per il cambio di cognome pagando un bollo da € 14,62. La modulistica per il cambio di cognome e l'aggiunta del cognome materno va corredata da una lettera in cui si specificano le motivazioni della richiesta, sul blog cognomematernoitalia.blogspot.com ne trovate alcuni esempi.

giovedì 2 febbraio 2012

La penalista: 'La sentenza sullo stupro è un passo indietro''

Sulla sentenza della Cassassione che non ritiene necessario il carcere cautelativo per gli stupratori di gruppo.

Parla l'avvocato del Telefono rosa Eugenia Scognamiglio a Repubblica: "La Corte di Cassazione ha interpretato in modo restrittivo una norma della Corte Costituzionale. Speriamo non passi il messaggio che chi compie questo genere di violenza vada incontro all'impunità''.


Di altro segno qui.

lunedì 24 ottobre 2011

Conosci Laiga?

Laiga è la Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l'applicazione della legge 194/78.
Laiga ha a cuore la difesa delle donne che usufruiscono della legge 194 con particolare riguardo per le donne che chiedono l’aborto terapeutico. Consultate il sito e per ricevere maggiori informazioni non esitare a contattare telefonicamente o per email l'associazione.
Laiga ha come scopo la tutela dei fondamentali diritti degli operatori e delle donne che usufruiscono della legge 194/78
In particolare gli obiettivi di questa associazione sono molteplici:
  • la difesa della legge 194;
  • la difesa degli operatori legge 194;
  • la difesa delle donne che usufruiscono legge 194 con particolare riguardo per le donne che chiedono l’aborto terapeutico;
  • creare una mappa dei luoghi in Italia dove sia possibile sottoporsi ad aborto terapeutico;
  • creare una mappa degli operatori al fine di consultarci, scambiarci notizie e sostenerci;
  • sorveglianza sulle "pari opportunità" in ambito lavorativo tra personale non obiettore e obiettore con denuncia lì ove vi sia discriminazione;
  • sorveglianza affinché la legge 194 venga attuata in tutte le ASL come previsto dalla legge e denuncia ove ciò non accada;
  • ottenere un aumento dei giorni di ferie e della retribuzione a favore degli operatori legge 194 poiché sopportano un carico psicologico maggiore rispetto agli obiettori.
Centri qui

Contatti
info@laiga.it
Cell:349.6489134 - 338.7553490
http://www.laiga.it

Vedi anche: Tu conosci l'AIED?

martedì 12 ottobre 2010

Appello Dalle Donne Calabresi in Rete

"Tenuto conto che, il 30 settembre 2010, in Calabria sono scaduti i tempi di emanazione del bando relativo all’applicazione della legge regionale 20 di agosto 2007 (Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà), le Donne Calabresi in Rete il 9 di ottobre alla fine della riunione, convocata alla Casa della Cultura di Cosenza per l’emergenza ed il sostegno del Centro antiviolenza Roberta Lanzino e più in generale per la programmazione e lo sviluppo delle politiche di genere per la Regione Calabria, hanno deciso come primo punto all’ordine del giorno di indirizzare mail e fax all’attenzione del Presidente della Giunta :

“ Alla cortese attenzione Del Presidente della Regione Calabria, alla sua Giunta,ai Consiglieri tutti, e alla Presidente CRPO

Come cittadina/o calabrese/italian* chiedo:

- che sia al più presto applicata la Legge regionale n. 20 del 21 agosto 2007 a sostegno dei centri antiviolenza, (nonostante la mancata emissione del relativo bando annuale, il cui limite è fissato nella legge al 30 settembre: un’omissione grave che chiama direttamente in causa le istituzioni, uniche responsabili a riguardo).

- che sia altresì convocato un tavolo interistituzionale di confronto e dibattito con Le Donne Calabresi in Rete, riunitesi in pubblica assemblea presso la Casa della Cultura a Cosenza, lo scorso 9 Ottobre sul tema della violenza di genere.

Attendo un riscontro alla presente e invio cordiali saluti.

nome cognome ”

Presidente Giunta Regionale: Via Sensales, 20 88100-Catanzaro , Fax: 0961- 702322, giuseppe.scopelliti@consrc.it

Vice Presidente: Via Massara, 2 88100-Catanzaro,fax: 0961-779790 e-mail: antonella.stasi@regcal.it

Consiglio regionale della Calabria: Cia Cardinale Portanova, 89123 RC, e-mail consiglioregionale@consrc.it , fax0965/880406

Presidente CRPO: Giovanna Cusumano e-mail crpo@consrc.it, fax 0965.880290

CHIEDIAMO A TUTT* I/LE CITTADIN* DI INVIARE FAX O EMAIL ALLE ISTITUZIONI REGIONALI!!!!
PER LE/GLI ISCRITTE/I AD ASSOCIAZIONI, E’ PREFERIBILE SPECIFICARE ANCHE L’APPARTENENZA.

Il sostegno di tutte e tutti è molto importante.

http://suddegenere.wordpress.com/2010/10/11/un-incontro-storico-lavevamo-detto-e-labbiamo-fatto/

http://suddegenere.wordpress.com/2010/10/11/fax-di-sollecito-per-sostegno-centri-antiviolenza/"

lunedì 11 ottobre 2010

La legge è uguale per tutti

La domanda è: perchè un marocchino si becca 6 anni per tentato stupro, mentre un prete che abusò di una quindicenne continua a dire messa e un ragazzo della Napoli bene è praticamente libero di fare quello che gli pare dopo aver stuprato una ragazza francese?

sabato 22 maggio 2010

Pillola del giorno dopo negata: "Incinta, chiedo i danni"

Parla la donna di Teramo che ha fatto causa all'Asl per una gravidanza non voluta dopo che tre medici hanno rifiutato di prescrivere il contraccettivo d'emergenza. "Amo mio figlio, ma mi batto per le donne che si vedono negare un diritto"
Di Cristina Bassi

Una sera di quattro anni fa Lucia (il nome è di fantasia) ha avuto un incidente di percorso, ha chiesto ai medici, ripetutamente, la pillola del giorno dopo ma loro si sono rifiutati di prescriverla. Ci sono buone probabilità che per questo motivo sia rimasta incinta di un bambino che oggi ha tre anni. La 38enne abruzzese, che fa l’operaia, ha quindi citato in giudizio l’Asl di Teramo, chiedendo un risarcimento di 500 mila euro. È un caso unico nel suo genere. Per lei e il suo avvocato, Felice Franchi, è stato negato un diritto, con danno morale, biologico, patrimoniale e sulla vita di relazione di una giovane donna che ha dovuto affrontare da sola la gravidanza e il parto e che ora sta crescendo suo figlio senza un compagno. Il padre del bambino non l’ha voluto riconoscere.

La pillola del giorno dopo è un contraccettivo d’emergenza, si usa cioè dopo il rapporto non protetto, nel dubbio di poter rimanere incinte. È efficace se presa entro 72 ore dal rapporto a rischio, tuttavia non dà una sicurezza al cento per cento. L’efficacia è più alta, più è tempestiva l’assunzione. In Italia la pillola del giorno dopo può essere venduta dietro prescrizione medica, per poter assumerla è quindi necessario rivolgersi a un consultorio, al proprio medico, a un ginecologo, al pronto soccorso o a un presidio di guardia medica. Il contraccettivo d’emergenza agisce bloccando l’ovulazione, prima che questa si realizzi, non è quindi un farmaco abortivo.

Non va confuso con la cosiddetta pillola abortiva, la Ru486, diversa per principio attivo, effetto, tempi e modi di somministrazione. Sulla possibilità degli operatori sanitari obiettori di coscienza di rifiutarsi di fornire la pillola del giorno dopo il dibattito è aperto. La legge sull’aborto non prevede questa eventualità, visto che il contraccettivo d’emergenza non è abortivo, ma l’ordine dei medici si è espresso a favore. Nel concreto succede spesso che medici, infermieri e farmacisti contrari all’aborto non diano la pillola del giorno dopo e che le donne facciano fatica a procurarsela.

Nel nostro Paese i ginecologi obiettori sono circa il 70 per cento del totale (il dato è del ministero della Salute ed è relativo al 2007. Nel 2005 i ginecologi obiettori erano il 58,7%). In tutte le regioni (tranne la Valle d’Aosta, dove la percentuale è del 16,7%) gli specialisti che non praticano aborti sono più della metà, in Lombardia sono il 65,6 per cento, molti di più in Lazio (85,6%), Molise (82,8%), Campania (83,9%), Basilicata (84,1%) e Sicilia (83,5%). Queste percentuali rendono in molti casi difficilmente applicabile la legge 194.

Lucia, come sono andate le cose la sera del concepimento?
Uscivo con un ragazzo, non era un vero fidanzamento. Mi stavo ancora riprendendo da una lunga relazione finita male e con quest’uomo non avevo una relazione stabile. Dopo una pausa di circa un mese ci siamo rivisti e durante un rapporto si è rotto il preservativo. Nel dubbio di rischiare una gravidanza non voluta, sono andata alla guardia medica e al pronto soccorso di due ospedali, nella mia città e nella città vicina, per avere la pillola del giorno dopo. Si è trattato sempre di strutture pubbliche, ma in tutti i casi il farmaco mi è stato negato.

Perché?
Nessuno dei tre medici che ho consultato mi ha detto espressamente di essere obiettore di coscienza, tutti però si sono tirati indietro. Ero in evidente difficoltà, ma pur avendo bisogno di aiuto qualcuno di loro mi ha trattata male e mi ha guardata come se invece di una donna consapevole fossi stata una ragazzina che non sapeva cosa stesse facendo. In un caso mi è stato detto che avevano finito i moduli per sollevare la struttura dalle responsabilità per gli effetti collaterali. Una dottoressa mi ha invece spiegato che per prescrivermi il farmaco doveva farmi una visita ginecologica. Io ho obiettato che non volevo farmi visitare da un ginecologo che non fosse il mio e lei ha risposto che allora non poteva fare nulla per me (per avere la pillola del giorno dopo non è obbligatorio sottoporsi a visita ginecologica, ndr). Alla fine ho trovato una ginecologa che mi ha dato la pillola, ma a quel punto era troppo tardi.

Ed è rimasta incinta.
Incinta e sola, perché il mio ex partner non voleva che tenessi il bambino. Ho rifiutato di abortire e lui non ha voluto riconoscere il figlio. Il bambino porta il mio cognome, anche se somiglia tutto al padre.

La controparte sostiene che ci sono dubbi sulla paternità e, quindi, sul legame di causa-effetto tra quella pillola negata e la gravidanza.
Sono sicura che il padre sia lui e che il concepimento sia avvenuto in quella occasione. Non uscivo con nessun altro in quel periodo. Non avrei alcun problema in caso di test del dna, a condizione però che quell’uomo non rivendichi in futuro la paternità. Non c’è più posto per lui nella nostra vita, io e mio figlio stiamo bene e ce la caviamo grazie alle nostre forze e al sostegno della mia famiglia.

Perché non ha abortito?
Sono contro l’aborto, non avrei mai potuto farlo. La pillola del giorno dopo è un contraccettivo d’emergenza, che si prende nel dubbio di poter rimanere incinte. Sono due cose molto diverse. Sono felice di non aver interrotto la gravidanza: il mio bambino è la gioia della mia vita.

Ma non ha paura che questa storia possa mettere in dubbio il suo amore per lui?
Nessun timore. Il punto non è che ho avuto un bambino, ma il fatto che mi è stato negato un diritto. Se non avessi voluto mio figlio, avrei potuto abortire. Siccome faccio un lavoro pesante, mi sono messa subito in maternità per non rischiare di perderlo. E l’ho amato dal primo momento. È venuto al mondo nonostante quello che è successo, vuol dire che il mio destino era di diventare mamma.

Perché ha deciso di fare causa all’Asl?
Per creare un precedente che garantisca qualche tutela in più alle donne, magari giovanissime, che si troveranno nella mia situazione. Capita troppo spesso che una ragazza, vedendosi rifiutare la pillola del giorno dopo o trovandosi davanti un medico che con un pretesto cerca di dissuaderla, debba poi affrontare il trauma dell’aborto. Il contraccettivo d’emergenza dovrebbe essere prescritto senza alcun problema, le strutture che si rifiutano di farlo violano la legge.

tg24.sky.it

lunedì 29 marzo 2010

Stupro, saltano tre processi perché un giudice collegiale viene trasferito a Sassari

NUORO. Il tourbillon di toghe al Palazzo di giustizia miete tre nuove vittime. Stavolta, a cadere sotto la scure delle carenze di organico o dei giudici che cambiano sede, sono tre processi importanti. Tre presunti casi di violenza sessuale commessi a Nuoro, Siniscola e Torpè, Ieri mattina, in udienza, sono saltati anche perché uno dei magistrati che compone il collegio giudicante, Teresa Castagna, a fine maggio prenderà servizio al Palazzo di giustizia di Sassari. Le tre presunte vittime, insomma, o i tre imputati che respingono ogni accusa, dovranno attendere ancora per ottenere giustizia. Il primo processo che è saltato ed è stato rinviato al 13 aprile ha come sfondo Nuoro città e vede come imputato il pasticcere Antonino Podda. La moglie e una cognata lo accusano di aver tentato di abusare di entrambe. Il pasticcere ha sempre sostenuto di non aver commesso alcun abuso. Il secondo processo che ieri è stato rinviato, anzi, non è stato neanche aperto per l’impossibilità di formare un collegio stabile, è quello che vede un operaio di Siniscola, Luigi Flore, 24 anni, accusato di aver abusato in un’occasione di un’amica di Budoni. Secondo gli inquirenti, il giovane, il 12 gennaio 2009, aveva incontrato l’amica e l’aveva immobilizzata per poi abusarne. La ragazza, che si è costituita parte civile con l’avvocato Tonino Iozza, a suo tempo e dietro consiglio dei carabinieri, aveva registrato una conversazione in auto nella quale il giovane le chiedeva scusa per quanto accaduto. Flore, assistito ieri in udienza dall’avvocato Francesco Pala, ha sempre negato tutto. Il processo si aprirà il 28 settembre. Il terzo e ultimo processo per violenza sessuale che ieri mattina è saltato in tribunale, vede un muratore rumeno sul banco degli imputati. Si tratta di Adrian Costache, 28 anni, da tempo trapiantato a Torpè. È accusato di aver abusato della moglie, anche lei rumena. Secondo alcuni amici e conoscenti del muratore rumeno, invece, Adrian Costache sarebbe solo la vittima di una sorta di ritorsione, da parte della ormai ex consorte. (v.g.)

Fonte:lanuova

sabato 16 gennaio 2010

Sentenza choc: niente più figli, pena il carcere

Laggiù nel Texas, tra vacche, cow boys, petrolieri e Texas rangers, un giudice buontempone e di manica larga ha condannato una giovane donna a non restare incinta per 10 anni se non vuole essere messa in prigione. Non ci sono più i texani di una volta

Giudice e utero Sentenza choc: niente più figli, pena il carcere

Il Texas, la roccaforte del presidente più in gamba della storia degli USA, George W. Bush. Terra di vacche, cow boys, petrolieri, omicidi di presidenti USA e il KKK. Terra famosa in tutto il mondo per la larghezza di vedute dei suoi abitanti, per la loro tolleranza, per la polizia più buona e gentile che ci sia. Uno stato bonaccione, comprensivo, amabile, da sempre in prima fila nel rispetto dei diritti umani, della libertà individuale, dell’integrazione razziale.

Ed è laggiù che opera il Giudice distrettuale Charlie F. Baird, presso il 299 esimo distretto di Austin. Un giudice giusto, buono e comprensivo ma che – come vuole la tradizione della sua gente – sa farsi rispettare e non arretra davanti ai pericolosi criminali che insidiano la pace e la tranquillità della gente della contea di Travis. Un progressista, un democratico di larghe vedute, che ha sempre usato comprensione e rispetto per tutti coloro che ha condannato, soprattutto i 400 che ha mandato a morte nel corso della sua brillante ed onorata carriera.

Ma forse stavolta ha esagerato, mostrandosi troppo comprensivo di fonte ad una terribile criminale, Felicia Salazar, una ispano-americana di 20 anni rea di non aver provveduto alle cure e alla protezione di cui necessitava sua figlia, bambina di appena 19 mesi. La criminale, infatti, non si è opposta come avrebbe dovuto alle violenze e ai maltrattamenti che suo marito Roberto Alavarado ha inflitto alla loro povera bimba, “Baby S.” Per questo ha tolto alla coppia l’affidamento della figlia e condannato l’uomo a 15 anni di carcere.

Ma con lei è stato decisamente troppo buono. Infatti, ha inflitto alla criminale, la madre snaturata, una esemplare condanna a 10 anni di carcere, così la prossima volta impara a farsi massacrare di botte assieme a sua figlia. Ma, forse perché esponente del Partito democratico, forse perché intenerito dall’età avanzata, forse perché troppo immerso di quella cultura liberal che abbiamo tutti appreso vedendo i telefilm di Chuck Norris, il giudice Baird ha fatto alla giovane Felicia una vera e propria proposta scandalosa, anzi indecente: la libertà vigilata.

Precisamente, considerando la giovane età della Salazar, la sua fedina penale pulita, le ha proposto, invece di passare i prossimi 10 anni in galera, la libertà vigilata a condizione che svolgesse almeno 100 ore di lavoro ai servizi sociali, che si sottoponesse a periodiche perizie psichiatriche e soprattutto in cambio della promessa di non far più figli. La giovane Felicia ci ha pensato un paio di nanosecondi e ha infine preferito non passare il resto della sua giovinezza in carcere, accettando l’offerta del giudice.

Il Giudice Charles Baird, vecchio liberal di Austin, dopo una vita passata ad assicurare alla giustizia pericolosi criminali come Felicia e quando necessario a mandarli a morte (ma sempre tra le lacrime e solo per amore di giustizia) non si aspettava di essere accusato di aver violato la Costituzione americana, come invece dicono illustri professori di diritto e celebri giuristi statunitensi. E non gli è stato di conforto l’appoggio di altri giuristi di chiarissima ispirazione progressista, come il cugino di Rambo e il fratello di Rocky.

Negli USA infuriano i dibattiti sull’operato del giudice Baird e la sua decisione di proibire a Felicia di avere altri figli perché non ne sarebbe degna. Ma l’ottimo giudice non ha potuto ovviamente proibirle di avere rapporti sessuali. Ma così potrebbe accadere che la madre indegna , in caso di una nuova gravidanza, sarebbe di fatto costretta ad abortire oppure rischiare di finire in carcere per 10 anni, per la gioia di tutte le associazioni antiabortiste del Texas. Purtroppo si sa, criminali si nasce, e per quanto dei bravi giudici si diano tanto da fare, non si cambia.

In questa triste storia di maltrattamenti e violenza ai danni di una bambina di 19 mesi, mentre la madre snaturata tace si potrebbe chiedere al genio incompreso del giudice Baird di stabilire, nel frattempo, chi sia più o meno degno di fare figli, scegliendo tra un vicino maleducato, un dirimpettaio prepotente, o – perché no? – un tipo alla George Bush o alla Borghezio, Ferrero, Berlusconi, D’Alema e compagnia varia. Nell’attesa che l’ottimo Giudice Baird si decida ad emettere nuove sentenze sul tema, inviamo alla sua mail ufficiale 3 domandine facili facili:

1. Se Felica Salazar si fosse chiamata Hillary Gump, e fosse stata una perfetta WASP bianca, anglosassone e protestante, la condanna sarebbe stata la stessa?

2. Se a maltrattare la bambina fosse stata la madre Felicia, e Roberto fosse stato solo il padre snaturato che si era limitato a non impedirle di fare del male alla piccola, il Giudice avrebbe condannato l’uomo a non fare più figli?

3. In tal caso come avrebbe tecnicamente proibito al padre snaturato di concepire: mettendogli alle costole giorno e notte un Chuck Norris che faceva irruzione e lo bloccava sul più bello?

Buon tutto!

Fonte: giornalettismo

sabato 9 gennaio 2010

Afghanistan: diventa legale lo stupro della moglie

Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha firmato una legge che modifica il diritto di famiglia sciita legalizzando lo stupro della moglie da parte del marito e proibendo alle donne sposate di uscire di casa senza il permesso del coniuge. A denunciarlo fonti delle Nazioni Unite e diverse associazioni per i diritti delle donne che operano in Afghanistan. La riforma riguarda solo gli sciiti, per lo più appartenenti all'etnia hazara, la terza del Paese, il cui voto Karzai ha voluto probabilmente corteggiare in vista delle presidenziali di agosto.
All'articolo 132 la nuova legge stabilisce che le mogli devono assecondare i desideri sessuali dei loro mariti e prevede che un uomo possa aspettarsi di avere rapporti con la moglie «almeno una volta ogni quattro notti», a meno che la consorte non sia indisposta. C'è inoltre un tacito consenso per i matrimoni con bambine e si proibisce alla donna di uscire di casa senza il permesso del marito.
Il progetto di legge giaceva in parlamento da più di un anno e solo a febbraio è stato fatto dibattere da Karzai, in cerca di alleati nel braccio di ferro con l'opposizione sulla sua proroga in vista delle presidenziali.
«Abbiamo detto a Kabul pubblicamente che questa legge deve essere modificata o che comunque ci aspettiamo un segnale chiaro che smentisca la possibilità che una legge del genere possa vedere la luce», ha commentato il ministro degli Esteri, Franco Frattini dall'Aja, dove ha preso parte alla Conferenza internazionle sull'Afghanistan.
Sulla questione femminile in Afghanistan si è espressa in giornata anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton che - nel corso di una conferenza stampa tenutasi all'Aja - ha parlato dei diritti delle donne in quel Paese come di un motivo di «assoluta preoccupazione» per gli Usa. «Non si può sviluppare un paese - ha aggiunto ancora la Clinton - se metà della sua popolazione viene oppresso».

fonte : il sole 24 ore

sabato 20 settembre 2008

Cassazione, condannato marito violento "Colpevole anche se provocato"

L'uomo dovrà pagare alla moglie un risarcimento di 25mila euro
Il giudice: "Le regole della civile convivenza devono essere sempre rispettate"
Cassazione, condannato marito violento
"Colpevole anche se provocato"

ROMA - La violenza ha sempre torto. Anche se a scatenarla è un atteggiamento palesemente provocatorio. Lo ha affermato oggi la Cassazione che ha condannato per maltrattamenti un uomo che aveva alzato le mani contro la moglie, protagonista a sua volta di comportamenti aggressivi nei confronti del marito.

L'uomo, che in prima istanza era stato assolto dal tribunale di Piacenza, è stato però ritenuto colpevole dalla Corte di appello di Bologna che lo ha condannato a versare 25mila euro di risarcimento alla moglie. Contro questo verdetto il marito ha fatto ricorso in Cassazione puntando il dito contro la mancanza di prova dei maltrattamenti. Ma senza successo.

Secondo il giudice, l'atteggiamento aggressivo della propria compagna può portare a un piccolo sconto di pena ma non può evitare la condanna. Nella sentenza si legge infatti che "il reato di maltrattamenti può evidenziarsi anche in un contesto familiare caratterizzato da forti tensioni, ascrivibili ad entrambi i protagonisti della vicenda, tra i quali viene a crearsi un clima di reciproca insofferenza e intollerabilità".

Per la Cassazione, "anche una tale situazione deve essere comunque gestita con equilibrio,nel rispetto delle regole di civile convivenza e della dignità fisica e morale della persona e - conclude - non legittima reazioni che insistono su condotte abitualmente proiettate all'aggressione, alla mortificazione e all'umiliazione della controparte".

(18 settembre 2008)

Fonte:repubblica

mercoledì 27 agosto 2008

60 milioni di spose bambine

Hanno tra gli 8 e i 14 anni

Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.

CLASSIFICA
L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.

POVERTÀ
I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane — dice Jain —. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. "Perché nutrire una mucca che non è tua?", mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».

IL MARITO
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso — aggiunge Jain—anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».

CONSEGUENZE
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti: 2 milioni di donne sono affette da fistole vescico- vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza. «Le ragazze vengono ostracizzate dai loro mariti e dalla comunità — spiega la dottoressa Nawal Nour, direttrice del Centro per la salute delle donne africane di Boston —. L’odore di urina che proviene dalla fistola è così forte che le ragazze sono piene di vergogna. Sono scansate, abbandonate, sole». Nell’Africa sub-sahariana, inoltre, diversi studi mostrano che le ragazze sposate hanno più probabilità di contrarre l’Aids rispetto a ragazze single e sessualmente attive: perdono la verginità con mariti malati e non hanno il potere di negarsi o chiedere loro di usare il preservativo.

LA LEGGE
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino. L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. Spesso vi sono spinte al cambiamento dall’interno, ma anche resistenza. In Yemen, dove la legge non stabilisce con chiarezza un’età minima, alcuni leader religiosi e tribali criticano la pratica delle spose bambine, ma altri la appoggiano e ricordano che anche il Profeta Maometto sposò Aisha quando lei era una bimba. In Etiopia, secondo il Times di Londra, nonostante la Chiesa ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli. «Sposiamo le ragazze così giovani per assicurarci che siano vergini—ha detto uno di loro al giornale —. Se fossero più grandi, qualcuno potrebbe averle stuprate». «La religione in alcuni casi può essere un fattore—spiega Kathleen Selvaggio, ricercatrice dell’Icrw —. Ma i matrimoni di bambine non sono legati a nessuna fede in modo specifico. Sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani ». Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata. La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.
Viviana Mazza

Fonte:corriere.it

domenica 10 agosto 2008

E' estate, vietato abortire donna rimane in corsia

L'intervento terapuetico negato a una paziente ricoverata al San Camillo di Roma
L'unico anestesista non in ferie è obiettore e si è rifiutato di operare

La diagnosi prenatale parla di "feto idrocefalo e displasia renale bilaterale"
di LAURA SERLONI

ROMA - Tutti in ferie gli anestesisti non obiettori del centro per le Interruzioni volontarie di gravidanza dell'ospedale San Camillo-Forlanini. E una donna resta bloccata quattro lunghi giorni in astanteria, aspettando l'aborto terapeutico. Dolori lancinanti e stress, ma nessuno interviene. Tutto rimandato a lunedì. Nella speranza che, nel pieno della settimana ferragostana, si trovi un medico non obiettore disponibile a infilarsi il camice.

La diagnosi, stilata da un centro di Verona specializzato in analisi prenatale, è chiara. Parla di "feto idrocefalo e displasia renale bilaterale". In altre parole il cervello del piccolo sarebbe pieno di liquido amniotico e proprio per la malformazione ai reni non riuscirebbe a respirare fuori dal grembo materno. La patologia è stata riscontrata solo al quinto mese di gravidanza. E l'unica soluzione prospetta dai sanitari è l'aborto terapeutico, ma i tempi sono strettissimi. Per la legge 194, l'interruzione di gravidanza non può essere eseguita oltre la ventiduesima settimana. Restano quattordici giorni, durante i quali bisogna riuscire a trovare un centro per l'intervento.

L'ospedale più vicino per la donna è quello di Borgo Roma nel veronese. "Nonostante i numerosi referti che indicano la gravissima patologia - racconta il marito - volevano far fare a mia moglie altri accertamenti e protrarre i tempi. Ma le condizioni erano così critiche che rimandare ulteriormente l'intervento mi sembrava una follia. Così ci hanno consigliato di venire al San Camillo, ma qui la nostra via crucis continua".

La paziente martedì arriva a Roma. Non ci sono stanze. O meglio, nel reparto di Ostetricia è disponibile un solo letto per l'interruzione volontaria di gravidanza. Per la carenza di infermieri non c'è posto nel padiglione di Ginecologia. Il giorno dopo la trentenne viene ricoverata con urgenza. Passano le ore. Niente. Le vengono somministrati farmaci per indurre il parto, ma l'utero non si allarga. Nel sangue è alta la concentrazione di medicinali. La pressione arteriosa è flebile. Per i sanitari, l'unica soluzione è l'intervento chirurgico. Occorre l'epidurale per garantire l'effetto sedante. Ma nell'ospedale non si trovano anestesisti, sono in vacanza e sul piano delle presenze la scritta "in ferie" corre sui vari nomi.

L'unico di turno, obiettore di coscienza, si rifiuta di procedere. Quindi, l'operazione è rinviata. A quando non si sa. Gli spasmi sono lancinanti. Gli antidolorifici fanno effetto, ma la donna è costretta a restare sdraiata, immobile nel letto, ancora per giorni. Il fine settimana è off limits. Si ferma anche la somministrazione di farmaci per indurre il parto perché il sangue si depuri. "Se ne riparlerà lunedì", tagliano corto i medici.

"Non mi hanno dato nessuna certezza - si sfoga la paziente - e la cosa assurda è che sono in balia del caso e delle vacanze dei sanitari. Finora mi sono solo sentita ripetere "si vedrà". Non mi hanno dato dei tempi certi e il termine per eseguire l'aborto scade giovedì, poi sarò costretta a tenere il bambino fino al nono mese, ma nascerà comunque morto. Se volessi cambiare ospedale dovrei ricominciare tutto daccapo: altri accertamenti, nuove visite, ancora impegnative e ulteriori affanni. Così molte donne sono costrette ad andare all'estero, dove tutto sembra più semplice". Insomma, gli stessi problemi sono rimandati all'inizio della settimana prossima, sperando che allora scendano in campo anestesisti non obiettori. Altrimenti bisognerà aspettare ancora.

(9 agosto 2008)

Fonte: repubblica.it

giovedì 24 luglio 2008

Cassazione, violenza sessuale anche se la vittima indossa i jeans

Nuova sentenza della Suprema Corte, l'ultima di una serie che va avanti da 10 anni
Quei pantaloni "non sono paragonabili a una specie di cintura di castità"

ROMA - "I jeans non sono paragonabili ad una specie di cintura di castità". Lo stabilisce nuovamente la Cassazione nella sentenza con cui ha confermato la condanna nei confronti di un 37enne che aveva molestato la figlia, ancora adolescente, della sua compagna infilandole le mani sotto i jeans.

La giovane aveva raccontato tutto al padre e al ragazzo. Quindi era scattata la denuncia. A maggio del 2005 il gip del tribunale di Padova aveva condannato l'uomo a un anno di reclusione per violenza sessuale. La corte d'appello di Venezia, a ottobre del 2007, aveva confermato il verdetto. Contro questa decisione l'imputato aveva fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la ragazza era seduta sul divano con i jeans aperti e che quindi questo significava che fosse in qualche modo consenziente.

La Terza Sezione Penale respinge oggi questa tesi sostenendo che "il fatto che la ragazza indossasse pantaloni di tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l'indumento non essendo questo paragonabile ad una specie di cintura di castità".

La Cassazione torna a occuparsi di violenze sessuali su donne in jeans, dopo dieci anni di sentenze controverse e di segno opposto. La pronuncia che fece più scalpore fu quella del febbraio 1999 che stabilì l'impossibilità di parlare di violenza nel caso in cui la vittima portasse i blue-jeans. L'indossare l'indumento significava "essere consenziente" a causa della difficoltà di sfilare i pantaloni "senza la fattiva collaborazione di chi lo porta". Da allora una serie di marce indietro: la prima due anni dopo quella pronuncia, ora l'ultima.

Fonte: repubblica.it

venerdì 22 febbraio 2008

La manager Usa che rischia la vita per un caffè in Arabia

Da Starbucks col collega: arrestata

Ci risiamo: iper-conservatori sauditi (sempre più forti) contro riformatori (ogni giorno più deboli). Ma anche Riad contro Gedda. Ovvero: la dura regione del Najd, terra di Islam wahhabita e codici beduini, contro il dolce e (relativamente) liberale Hijàz, da sempre cosmopolita per commerci e pellegrinaggi. In mezzo — come spesso avviene — una donna, che vive barricata in casa da giorni e ora teme perfino per la propria vita. Yara (il cognome è meglio non diffonderlo), 37 anni, partner di una società finanziaria, madre di tre figli, doppia nazionalità americana (nata in Libia da genitori giordani, è cresciuta in Utah) e saudita (come il marito, di Gedda appunto, dove vive la famiglia). Che il 4 febbraio è stata incarcerata a Riad per khulwa, promiscuità: insieme a un collega siriano era stata «sorpresa » in pieno giorno (ma loro certo non si nascondevano) in un moderno e trendy caffè Starbucks della capitale. Seduti a parlare di lavoro nel «settore famiglie », dove ristoranti e caffè relegano le donne e i gruppi misti, legali se composti da consanguinei o coniugati.

Yara, abituata agli Stati Uniti prima e a Gedda poi, non ci ha pensato molto ad entrare con il collega in quel caffè al pian terreno del loro ufficio, dov’era saltata l’elettricità e non poteva usare il laptop. Portava la regolare abaiya (il soprabitone nero) e lo hijab (il velo in testa). Non aveva intenzioni trasgressive. Ma una telefonata anonima alla «Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio», leggi la polizia religiosa o mutawwa (come è chiamata con un certo disprezzo nel Regno), ha dato il via all’ennesimo dramma saudita. Un uomo con barba e tunica corta (segni di «ascetismo»), che non ha voluto identificarsi, ha intimato al siriano di uscire (poi è stato arrestato), a Yara di firmare l’ammissione del suo peccato-reato. Rifiutatasi (la donna non sa leggere l’arabo, tra l’altro), è stata trascinata in un taxi, privata di borsa e cellulare (per impedirle di avvisare il marito), consegnata alla centrale mutawwa (e non alla polizia normale come avrebbe dovuto per legge).

Ha dovuto subire la filippica di uno shaikh («finirai bruciata all’inferno»), firmare la confessione. Con l’impronta digitale, come si addice alle donne secondo i mutawwa. Che non contenti l’hanno spedita al carcere di Malaz: spogliata, perquisita, maltrattata, trattenuta per sei ore e liberata solo per l’intervento del marito Hatim, precipitatosi a Riad per salvarla. «Una storia terribile, uno dei tanti abusi commessi dalla polizia religiosa che è protetta dall’alto e spadroneggia soprattutto a Riad», dice al Corriere Khalid Al Maeena, direttore del quotidiano Arab News di Gedda, l’unico che sta seguendo il caso di Yara giorno per giorno, con relativa libertà di critica anche perché in inglese. I quotidiani arabi ne hanno parlato meno, è vero. Ma questo non ha evitato una denuncia della Commissione contro gli editorialisti Abdullah Al Alami di Al Watan e Abdullah Abou Alsamh di Okaz: il primo per aver definito il caso di Yara un «rapimento»; il secondo per aver messo in dubbio l’interpretazione di khulwa data dai mutawwa.

Dopo le critiche di media, organismi per i diritti umani, Onu e molti intellettuali, la Commissione è infatti passata al contrattacco. Due giorni fa ha smentito la ricostruzione dei fatti pubblicata da Arab News con le parole della protagonista. «È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme è haram, proibito, per donne e uomini non parenti», ha ribadito la polizia «morale», che conta 10 mila effettivi uomini e donne, è guidata da una sorta di ministro e fa capo al Re. E che è stata recentemente implicata in due omicidi, nonché in una serie di casi al di fuori di ogni rispetto dei diritti umani (una povera donna analfabeta, ad esempio, è stata condannata a morte per «stregoneria»). Yara, intanto, ha deciso di tacere. Giura che non rimetterà più piede a Riad. Pensa di tornarsene in America. «Temiamo per le nostre vite, e ulteriori persecuzioni — dice il marito —. Adesso molti sauditi sono furiosi e usano la storia di Yara per dire "basta con questa gente, con i mutawwa". Ma che abbiano ragione o no, noi non vogliamo trovarci nel mezzo».

Cecilia Zecchinelli
21 febbraio 2008(ultima modifica: 22 febbraio 2008)

Fonte: Corriere.it

mercoledì 20 febbraio 2008

FIRENZE: ABORTO CLANDESTINO, GRAVE GIOVANE CINESE

A OSPEDALE CAREGGI SONO INTERVENUTE LE VOLANTI
Firenze, 19 feb. (Adnkronos) - Una ragazza cinese di 20 anni e' ricoverata in prognosi riservata all'ospedale fiorentino di Careggi a seguito di un aborto che le potrebbe essere stato procurato, sembra in maniera clandestina. La giovane si e' presentata ieri sera all'ospedale con una zia, dopo avere accusato dei malori; e' stata sottoposta a un intervento chirurgico e le sue condizioni sono definite gravi.

Fonte: adnkronos.it

lunedì 18 febbraio 2008

Pedofilo recidivo ad Agrigento Il ministro manderà gli ispettori

Dopo l'orribile vicenda dell'uomo condannato e a piede libero che ha violentato
una bimba di 4 anni, cresce l'indignazione. Veltroni: "Ci vuole la mano dura dello Stato"

Scotti chiede il fascicolo, il procuratore generale di Palermo promette chiarezza
Il capo dei gip apre inchiesta interna e si difende: "Al processo era già scarcerato"

Il ministro Luigi Scotti
AGRIGENTO - Sarà interrogato domani mattina dal gip di Agrigento Vincenzo Iacono, il pizzaiolo di 45 anni arrestato venerdì notte dai carabinieri per avere violentato una bambina di 4 anni. E già condannato a 6 anni e 4 mesi, per avere stuprato 3 sorelline di Aragona. La direzione del carcere di Agrigento, temendo rappresaglie da parte degli altri detenuti, ha deciso di metterlo in cella di isolamento. E mentre anche il ministro della Giustizia Luigi Scotti chiede una relazione sull'accaduto, annunciando un più che probabile invio degli ispettori, il procuratore di Palermo Salvatore Celesti - a capo del distretto di corte d'appello che comprende anche gli uffici giudiziari agrigentini - assicura che sarà fatta chiarezza. Intanto, anche il gip ha aperto un'inchiesta interna.

L'iniziativa del ministro. Un "rapporto circostanziato" per sapere quali fossero "le modalità disposte in via cautelare a seguito della scarcerazione" e, soprattutto, "per conoscere i motivi del ritardo per un giudizio da farsi ragionevolmente in tempi brevi, data la gravità dell'imputazione, i precedenti e il pericolo di reiterazione che si è puntualmente realizzato". Questo il ministro Scotti ha intenzione di chiedere al procuratore generale, secondo una nota diffusa da via Arenula. In vista di un invio degli ispettori, per una storia che - sono parole del Guardasigilli - "è ai limiti dell'incredibile".

Le parole del Pg. "Alla procura generale non è ancora arrivata alcuna richiesta da parte del ministro della Giustizia - ha dichiarato oggi Celesti - appena verremo investiti della questione chiederemo al procuratore di Agrigento di inviarci una relazione dettagliata sulla vicenda". In ogni caso, ha aggiunto, "faremo tutte le indagini necessarie, per accertare se ci siano responsabilità disciplinari dei magistrati che si sono occupati della vicenda".

L'inchiesta interna. "Avvierò un'inchiesta interna per capire se ci sono stati ritardi all'interno del mio ufficio, ma con certezza posso dire che l'imputato è arrivato al processo già libero". Lo ha detto il presidente dell'ufficio dei gip di Agrigento, Luigi Patronaggio. "Il problema - ha proseguito - è che le norme fissano termini di custodia cautelare probabilmente troppo brevi".

La dura reazione di Veltroni. "Del tutto inaccettabile": queste le prime parole del candidato premier del Pd. "Non e' possibile - ha proseguito - che chi ha compiuto un reato e lo ha reiterato, soprattutto un reato di questa assoluta disumanità, possa continuare a compierlo. Penso che chi ha avuto una condanna anche al primo grado di giudizio per un reato di questo tipo dovrebbe stare almeno agli arresti domiciliari. Credo che per questo tipo di reati le pene debbano essere inasprite: ci vuole la mano dura dello Stato. Mi auguro che presto in Parlamento possano essere approvate norme più severe contro la pedofilia".

(17 febbraio 2008)

Fonte: repubblica.it

sabato 2 febbraio 2008

Diritto all’aborto, la nuova Europa racconta

La situazione dei diritti riproduttivi nei paesi dell’Europa centrale e orientale

Marta Marsili

La difesa dei diritti alla salute sessuale e riproduttiva, e più in particolare del diritto all’aborto, é occasione di imbarazzanti affermazioni, anche in sede europea. L’audizione pubblica della commissione per i diritti delle donne e la parità di genere del Parlamento europeo del 29 gennaio scorso ne ha offerto una prova concreta.

Tra le relatrici e i relatori invitati da Anna Zaborska, presidente della commissione, figuravano alcuni noti militanti del movimento per la vita, come l’americano Douglas de Sylva, dell’Instituto della famiglia cattolica e dei diritti umani di New York e Jana Tutkova, direttrice del Centre for Bioethical Reform di Praga.

La presenza di Wanda Nowicka, presidente della Federazione polacca delle donne e dei consultori familiari (Astra) é stata, nonostante tutto, l’occasione di fare il punto sulla situazione dei diritti riproduttivi nei paesi dell’Europa centrale e orientale.

Sebbene i diritti alla salute sessuale e riproduttiva non rientrino nelle materie di competenza comunitaria, un numero crescente di euro-parlamentari di diversi schieramenti portano avanti una guerra senza quartiere per far sì che essi siano definitivamente svuotati di contenuto.

Una grossa spinta in tal senso arriva da alcuni paesi recentemente entrati nell’Unione, la cui legislazione in materia negli ultimi anni ha fatto enormi passi indietro. «Siamo di fronte ad un vero e proprio gap tra la vecchia e la nuova Europa. - ha detto Wanda Nowicka - Prima della trasformazione politica e ecomomica che é seguita al crollo del Muro, buona parte dei diritti alla salute riproduttiva erano legali e di libero accesso in molti paesi dell’est. A partire dagli anni ’90, sono entrati a far parte delle agende politiche dei conservatori e dei fondamentalisti religiosi. Il sostegno della chiesa cattolica romana ai movimenti per il diritto alla vita, grazie anche all’incredibile appoggio finanziario, concettuale e logistico degli anti-abortisti statunitensi ha fatto il resto».

La legge votata nel 1993 dal parlamento polacco, ad esempio, ha ristretto l’accesso all’interruzione di gravidanza a pochi e gravi casi : rischio per la vita della madre, danni irreversibili all’embrione o quando sia frutto di un atto di violenza. Anche così, tuttavia, essa resta il costante bersaglio di chi spera di ottenere il totale e definitivo divieto. «Negli ultimi due anni la Lega delle famiglie, partito misogino e reazionario, (capeggiato dai fratelli Kaczynskyi ndr.) ha sferrato non pochi attacchi a questo diritto delle donne, culminati nella proposta di modifica costituzionale che iscrivesse la protezione della vita fin dal suo concepimento» ricorda la presidente di Astra. Una battaglia persa, fortunatamente, ma che é stata comunque appoggiata da una vasta maggioranza parlamentare.

«Nella pratica – sottolinea Wanda Nowicka - l’accesso all’aborto viene ostacolato e impedito anche in quei rari casi in cui la legge lo permette». La denuncia non é nuova: già nel 2005 la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite (HRC) aveva espresso la sua inquietudine per quelle «restrizioni legali che costringono le donne a fare ricorso a praticanti disonesti a rischio della loro stessa vita». E la Corte europea per i diritti umani aveva espresso un parere simile condannando la Polonia a risarcire Alicja Tysiac, la cui domanda di IVG, introdotta per gravi ragioni di salute, era stata rifiutata provocandone la quasi cecità in seguito al parto.

«Il più grande ostacolo é costituito dai medici – insiste Wanda Nowicka - che, sempre più numerosi, si avvalgono della clausola di ’obiezione di coscienza’ prevista per legge, paralizzando così ospedali interi. Peccato che poi, nell’ombra, questi stessi non esistino a praticare aborti clandestini in costose strutture private». La Federazione dei consultori di Varsavia, infatti, calcola tra 80.000 e 200.000 gli aborti clandestini praticati ogni anno, contro le poche centinaia di interventi realizzati legalmente negli ospedali pubblici. La recente proposta di estendere il diritto all’obiezione di coscienza ai consultori costituisce, poi, un ulteriore allarme. «Sarebbe come dare il via libera legale alla filiera clandestina, con le conseguenze che conosciamo sulla vita e sulla salute delle donne».

Ma i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, si potrebbe obiettare, non si riducono alla sola IVG. Ebbene, per quel che riguarda il diritto alla contraccezione, le cose vanno anche peggio. «In molti paesi dell’Europa centrale e orientale, un’adeguata contraccezione ha costi improponibili. In Russia e in Armenia, ad esempio, un trattamento anticoncezionale annuale costa più di un intervento di aborto terapeutico. Il risultato di queste scelte é sotto gli occhi di tutti: un incremento di gravidanze non desiderate e, quindi, di aborti clandestini, unico modo di risolvere il problema in uno Stato che non ammette altre possibilità legali».

Educazione sessuale, informazione, profilassi? Neanche a parlarne. «In Polonia, i programmi governativi sono sempre più influenzati dall’insegnamento cattolico che ne distorce i contenuti. Basta ricordare che le adolescenti ricevono informazioni sulla vita sessuale e riproduttiva all’interno di corsi di Educazione alla vita familiare e che le pratiche contraccettive illustrate fanno riferimento solo ai ’metodi naturali’, tacendo l’informazione necessaria a proteggere gli e le adolescenti da gravidanze non desiderate o dal rischio di contagio di malattie sessualmente trasmissibili, come l’hiv/aids».

La strada intrapresa dalla Polonia influenza pesantemente il dibattito politico dei paesi limitrofi. Nel 2007, un gruppo conservatore eletto nel parlamento lituano ha presentato una proposta di legge per restringere le condizioni dell’aborto legale, sull’esempio della legge polacca. Il parlamento ha accolto la proposta: la discussione e il voto sono previsti per la primavera di quest’anno.

La voglia di legiferare sul corpo delle donne ingaggia dunque una battaglia complessa che vede in difficoltà i movimenti femministi, lasciati soli dai partiti di sinistra che temono di perdere ulteriori consensi. «Sotto il comunismo – racconta Wanda Nowicka - il diritto all’aborto non era specificamente menzionato, semplicemente c’era, si faceva e il discorso finiva lì. Forse anche per questo non si era creato un dibattito intorno alla sua rivendicazione. Oggi é più che mai necessario tornare a politicizzare le donne e integrare i nuovi movimenti dell’Europa centrale e orientale a quelli dei paesi occidentali».

E l’Unione europea? Essa riconosce le pari opportunità come un principio fondamentale e come valore essenziale per la realizzazione della coesione sociale, l’eradicazione della povertà, l’obiettivo del pieno impiego e della crescita economica. E riconosce anche che esse non sono realizzabili senza il rispetto dei diritti alla salute sessuale e riproduttiva. Salvo poi incorporare il discorso su questi diritti nel sostegno alle politiche familiari, come si può osservare dalle linee-guida contenute nella recente Comunicazione della Commissione dal titolo Il futuro demografico dell’Europa: trasformare una sfida in un’opportunità.

«Nelle sue linee-guida, la Commissione non fa alcun esplicito riferimento al rispetto dei diritti riproduttivi - conclude Astra nel suo ultimo rapporto - a dispetto degli impegni presi a livello internazionale e di promuovere i diritti delle donne nei singoli Stati membri». Un posizionamento rischioso per il futuro delle pari opportunità in Europa.

Fonte: womenews.net

giovedì 24 gennaio 2008

MORATORIA SULL'ABORTO: MOZIONE PER LA PROCREAZIONE COSCIENTE E RESPONSABILE

Firenze, 23 Gennaio 2008. Intervento dell'on Donatella Poretti parlamentare radicale della Rosa nel Pugno, segretaria della Commissione Affari Sociali.
E' stata depositata oggi a mia prima firma e sottoscritta da altri deputati della Rosa nel Pugno (1), una mozione per la procreazione cosciente e responsabile come risposta all'assurda campagna per la moratoria sull'aborto portata avanti in queste ultime settimane.
Secondo l'ultima relazione annuale (dati 2006) del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194 si e' avuto un calo del 2,1% delle interruzioni volontarie di gravidanza rispetto al 2005 e un decremento del 44,6% rispetto al 1982, anno in cui se ne e' registrato il più alto ricorso. Negli ultimi dieci anni e' invece triplicato il numero degli interventi effettuati da donne con cittadinanza estera, con una crescita del 66%.
Proprio ieri l'Aduc (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) relativamente alla notizia di un giro di prostituzione a Bari, in cui un gruppo di nigeriane faceva in modo di rimanere incinte per poi chiedere fino a 800 euro per abortire, ha ricordato come sia necessario un intervento sulla legge 194, sia nella sua fase di prevenzione che esecutiva (2). Sono, infatti, queste situazioni, insieme a quelle che coinvolgono soprattutto gli adolescenti, che dovrebbero indurre a promuovere e rafforzare le iniziative di informazione sulla contraccezione in consultori, scuole, famiglie e luoghi ove e' più facile reperire la popolazione piu' a rischio.
Ma cosi' non e', anzi sono sempre maggiori i bastoni tra le ruote a chi voglia ricorrere alla igv. Devono fare riflettere le alte percentuali di obiezione di coscienza nel nostro Paese: a fronte di una media nazionale per i ginecologi del 58,7%, la stessa registra picchi massimi in Veneto (76,1%), Marche (78,4%), Lazio (77,7%) o Puglia (76,8%). Situazioni che per la donna significano un calvario e portano nei casi piu' estremi al ricorso all'aborto clandestino.
Per questo nella mozione presentata oggi chiediamo al Governo di impegnarsi a rafforzare le garanzie ed il rispetto dei diritti della donna attraverso:
- maggiore informazioni sulla contraccezione, promuovendo anche campagne ad hoc sulle fasce delle popolazione piu' a rischio, in particolare nei consultori e nelle scuole prevedendo anche l'inserimento dell'informazione sessuale tra le materie d'insegnamento;
- eliminare l'obbligo di ricetta per la pillola del giorno dopo e prevedere la disponibilita' gratuita per le adolescenti;
- consentire l’effettuazione delle ivg in intramoenia a tariffe analoghe ai DRG;
- permettere l'uso di tecniche abortive farmacologiche meno invasive gia' operanti in molti altri Paesi europei, come la pillola RU486 nel pieno rispetto dell'art 15 della legge 194;
- prevedere il rispetto di tempi certi per le strutture che debbono assicurare l'intervento allo scadere dei sette giorni o, in caso di procedura di urgenza, subito come prescrive la legge 194;
- garantire un riequilibrio del personale medico e infermieristico, come per altro previsto all'articolo 9 della legge 194, nell’ambito di livelli minimi e di una programmazione regionale, che preveda almeno il 50% di personale non obiettore.

(1) Marco Beltrandi, Enrico Buemi, Giovanni Crema, Cinzia Dato, Mauro Del Bue, Sergio D'Elia, Lello Di Gioia, Giacomo Mancini, Bruno Mellano, Lanfranco Turci, Maurizio Turco, Roberto Villetti
(2) http://www.aduc.it/dyn/comunicati/comu_mostra.php?id=207549

Il testo della mozione: http://www.aduc.it/dyn/parlamento/docu.php?id=207829

Fonte: ADUC

mercoledì 23 gennaio 2008

Lombardia, cambia la 194. Nuovi limiti

Formigoni: non è una sfida. Critiche da Pd e Radicali

Il pool della Turco: neonati salvabili dopo 22 settimane

MILANO — E ora l'asticella della vita, per la prima volta, ha dei confini che la delineano ufficialmente, almeno dal punto di vista medico: è la 23esima settimana. Da qui viene riconosciuta la possibilità di vita autonoma di un neonato. Dopo mille polemiche sui due temi di bioetica più controversi degli ultimi mesi, doppia svolta ieri su aborto terapeutico e rianimazione dei bambini prematuri. In entrambi i casi sono stati fissati limiti «per aiutare i medici a decidere nelle situazioni più complesse».

Da un lato, la Regione Lombardia ha varato un manuale d'applicazione della legge 194, unico in Italia: come anticipato dal Corriere della Sera a inizio gennaio, il tempo limite per l'interruzione terapeutica della gravidanza viene fissato alla 22esima settimana e 3 giorni (la legge non ne fissa nessuno, anche se normalmente si considera la 24esima settimana). Dall'altro lato, il pool istituito dal ministro della Salute Livia Turco sulle cure ai prematuri ha stilato il suo documento conclusivo (trasmesso al Consiglio superiore di Sanità): sotto la 22esima settimana e 6 giorni la rianimazione è sconsigliata («Al neonato devono essere offerte solo le cure compassionevoli...»).

Due atti d'indirizzo per la soluzione di un unico dilemma. «Il principio è lo stesso — spiega Fabio Mosca, il neonatologo della clinica Mangiagalli tra i relatori di entrambe le linee guida —. Tutto ruota intorno alla 23esima settimana: l'aborto terapeutico può essere praticato fin qui, la rianimazione deve iniziare da qui, perché è proprio alla 23esima settimana che comincia la possibilità di vita autonoma di un neonato. Senza escludere mai l'autonomia del medico sul singolo caso». Il motivo dei tre giorni di differenza tra un regolamento e l'altro sono spiegati nel decreto della Regione Lombardia: «Per far fronte a eventuali margini di errore nella datazione della gravidanza ».

I riflettori sono puntati soprattutto sulla mossa della Lombardia. Le linee guida del Pirellone vincolano, tra l'altro, l'interruzione di gravidanza per motivi di salute della donna anche al via libera di un'équipe di specialisti (tra cui, eventualmente, anche uno psicologo). Il governatore Roberto Formigoni assicura: «Non è una sfida al Governo sulla legge 194. La nostra è un'iniziativa che mette a frutto l'esperienza di due ospedali lombardi all'avanguardia, la Mangiagalli e il San Paolo, dove le linee d'indirizzo sono già state applicate con risultati positivi. A vantaggio delle donne. Con un investimento di 64 milioni di euro, infatti, potenziamo anche le attività di prevenzione soprattutto nei consultori ». Ma le critiche al provvedimento non si fanno attendere. «È una decisione inutile, tutta politica — denuncia Silvio Viale, il ginecologo radicale che ha condotto al Sant'Anna di Torino la sperimentazione sulla Ru486 —. L'unico scopo è intimidire i medici non obiettori». Per il Pd la posizione di Formigoni è contraddittoria.

Perplesso anche Gianpaolo Donzelli, neonatologo al Meyer di Firenze e tra i papà della Carta sulle cure perinatali: «È uno degli effetti perversi della devolution sanitaria — dice —. Un atto inopportuno perché su questi temi è già in atto un dibattito che coinvolge il ministero della Salute, il Consiglio superiore di Sanità e il Comitato nazionale di bioetica». Ma la Lombardia ha preferito fare una fuga in avanti.

Simona Ravizza
23 gennaio 2008

Fonte: Corriere della Sera

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