venerdì 30 dicembre 2011

Storie ai confini dell'umano (dell'intelligenza e della compassione)


Vi invito a scrivere le vostre storie di aborto negato, di contraccezione negata (pillola del giorno dopo) e di disumanità nel trattamento di questi eventi, sul blog di Loredana Lipperini.
Cerchiamo di restituire alla nostra società un po' di rispetto, di umanità e, soprattutto, laicità.

giovedì 29 dicembre 2011

Obiezione di coscienza? Criminale

Riporto qui una storia raccontata da Chiara Lalli tra i commenti a questo post di Gekina, ripresa oggi da Loredana Lipperini, è agghiacciante. E' agghiacciante che delle persone di questa pasta, di così scarsa umanità, possano lavorare nella sanità, addirittura come anestesisti. Questa è coscienza?

“Anestesia di un obiettore?
Nell’estate del 2008 una donna entra nel reparto di Ostetricia e ginecologia del Niguarda di Milano per una interruzione di gravidanza: il feto è affetto da una grave patologia. È spaventata e sofferente, ma il peggio deve ancora arrivare (Paola D’Amico, Aborto, anestesista obiettore rifiuta di ridurre il dolore, Il Corriere della Sera, 17 luglio 2008, p. 23): “Il medico anestesista di turno, dichiarandosi obiettore di coscienza, si rifiuta di alleviare il dolore a una giovane donna ucraina, che ha subito un aborto terapeutico per malformazioni del feto. È accaduto nei giorni scorsi all’ospedale milanese Niguarda. La donna viene ricoverata e l’8 luglio entra in sala parto. È quasi alla 22esima settimana della sua prima gravidanza. Le vengono somministrati i farmaci per indurre il travaglio abortivo. Lei urla per il dolore. Soffre molto, chiede aiuto. Ma l’anestesista si fa da parte: il feto è ancora vivo. «Non posso somministrare analgesia, sono obiettore», si giustifica”.
L’articolo 9 prevede però l’esonero “dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente24 dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. La somministrazione di analgesici non è una procedura “specificamente e necessariamente diretta a determinare l’interruzione della gravidanza”. Se i fatti sono quelli riportati, l’aborto è stato effettuato ricorrendo all’induzione del travaglio (probabilmente per mezzo della somministrazione di prostaglandine), e riesce impossibile considerare l’analgesia come un anello causale del processo di espulsione del feto. La procedura standard per una revisione cavitaria uterina alla 22a settimana gestazionale segue la stessa procedura, sia che il feto sia vivo o che sia già morto. A somministrare i farmaci per indurre il travaglio abortivo è il ginecologo, mentre la somministrazione degli analgesici maggiori e degli anestetici, quando il ginecologo certifica che ve n’è l’indicazione, spetta all’anestesista. L’analgesia non può essere considerata una concausa dell’interruzione di gravidanza: gli analgesici somministrati per un aborto con feto vivo sono gli stessi che si somministrano per un aborto con feto già morto.
Forse l’anestesista ha pensato che l’analgesico potesse danneggiare direttamente il feto, causandone la morte? Non sembra verosimile. Viene in mente piuttosto che l’obiezione di coscienza sia stata usata come scusa per non sedare il dolore. Perché, forse, c’è dolore e dolore: uno legittimo e uno illegittimo che non merita sedazione. Considerando che in Italia il dolore è ancora e troppo spesso vissuto come un sopportabile effetto collaterale e non come un sintomo da trattare, è abbastanza verosimile che se a questo si aggiunge la convinzione che quel dolore te lo sei cercato (abortendo) e te lo meriti (abortendo), la conclusione è che te lo tieni. Tuttavia invocare l’obiezione di coscienza per una azione – sedare il dolore – che è difficile considerare immorale suscita perplessità. Quale valore può essere richiamato a favore della sofferenza? La domanda deve essere formulata in un contesto medico, e non meramente esistenziale e personale: in quest’ultimo ognuno può scegliere se e quanto soffrire, se considerare la sofferenza come un modo necessario per crescere, avvicinarsi a dio, espiare colpe vere o presunte. Ma in un contesto clinico, quale può essere il valore della sofferenza, a parte di quella iniziale che ci permette di capire che “qualcosa non va”?
A 22 settimane una interruzione di gravidanza è abbastanza dolorosa. Non si dimentichi che la decisione di interrompere una gravidanza per gravi malformazioni fetali è molto pesante emotivamente. L’ansia e il dolore della decisione possono esasperare il dolore fisico. Ma l’anestesista è obiettore di coscienza: secondo lui l’aborto è un male e lui non vuole immischiarsi. Ma non gli è stato chiesto di eseguire l’interruzione di gravidanza, ma di fare il suo lavoro: ridurre la sofferenza fisica dei pazienti. E lui si tira indietro. Ognuno può avere una personale considerazione morale della vicenda. Quella legale, però, sembra essere univoca e abbastanza chiara. L’anestesia non è in alcun modo “abortiva”.
La donna intanto urla per il dolore; il marito è infuriato, minaccia di portarla in un altro ospedale. È Maurizio Bini, primario di ostetricia, a intervenire facendo una iniezione di morfina alla donna. Bini chiederà al comitato bioetico dell’ospedale di esprimersi sulla vicenda: obiezione legittima o omissione di un atto dovuto? Nonostante gli sforzi per avere una risposta non mi è stato possibile sapere se e come ha risposto il comitato. Non è chiaro nemmeno se il comitato esiste o è solo un nome da invocare quando tira una brutta aria. “

mercoledì 28 dicembre 2011

Aborto, in ospedale non si può

di Natascia Gargano, FpS Media
Fonte: L'Espresso
«Ormai i medici che scelgono l'obiezione sono il 90 per cento», denuncia la Lega dei ginecologi. Spesso per motivi che con la coscienza non c'entrano niente. Il risultato? «Liste d'attesa infinite, donne che vanno all'estero, altre che si rivolgono di nuovo alle mammane»
(27 dicembre 2011)

Che cosa succederebbe se tutti dicessero "no"? Mettiamo che l'intera categoria dei ginecologi facesse obiezione di coscienza: sarebbe ancora possibile per le donne interrompere la gravidanza in Italia? Non siamo così lontani da questo scenario. Nel nostro Paese, secondo il ministero della Salute, sono obiettori all'aborto sette medici su dieci: dato già abbastanza curioso in un Paese dove solo il 36,8 dei cittadini si dichiara "cattolico praticante" (Eurispes 2006).

«Ma in realtà i numeri veri sono ancora più alti, e di molto: quei dati infatti considerano anche le cliniche convenzionate che ora non sono più autorizzate a eseguire le interruzioni di gravidanza», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, l'associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, la legge a tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza.

«Gli obiettori potrebbe essere verosimilmente il 90 per cento del totale». ?Pochi, pochissimi medici in ogni caso. E se per le interruzioni di gravidanza entro il terzo mese gli ospedali possono ricorrere a personale esterno chiamato a "gettone", per le altre servono medici "strutturati", ossia in organico. Sono proprio questi gli interventi che rischiano di diventare sempre più difficili. «Persino nelle grandi città ci sono strutture che hanno solo uno o due ginecologi non obiettori», continua Agatone. A Roma, ad esempio, nei 7 ospedali che eseguono aborti terapeutici, gli "abortisti" sono in media 2. Al Secondo Policlinico di Napoli, appena 3 su 60. «Cosa accadrà quando questi andranno in pensione?». ?

Quello che succederà è tutto da vedere. Fatto sta che già adesso ci sono interi ospedali del Sud privi di reparti di interruzione di gravidanza, perché la totalità di ginecologi, anestesisti e paramedici ha scelto l'obiezione di coscienza. In alcune zone della penisola la percentuale di obiettori tocca l'80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. In Basilicata si raggiunge addirittura l'85,2 per cento. Una corsa all'obiezione che solo negli ultimi anni sembra essersi stabilizzata dopo un'impennata a dir poco vertiginosa: si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009; per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento.

«C'è una parte consistente di medici che obietta per motivi che con la coscienza non hanno nulla a che fare», denuncia da tempo Carlo Flamigni, ginecologo e membro del Comitato nazionale di Bioetica. Non è facile trovarsi da soli a dire "sì" in un reparto di obiettori, malvisti quando non vessati dai colleghi. La parte del Don Chisciotte non si addice a tutti, soprattutto quando i mulini a vento sono il tuo primario o il direttore dell'ospedale. E poi, semplicemente, non si fa carriera, tutto il giorno in trincea a fare aborti. Specie se i vertici dell'ospedale sono di nomina politica e di area cattolica (o addirittura ciellina). E così qualcuno, per non finire al confino, sceglie il "no". Gli altri 1.655, intanto, solo nel 2009 si sono sobbarcati 118.579 interrurzioni di gravidanza ?A farne le spese ovviamente sono le donne, che si ritrovano meno medici a disposizione, liste di attesa più lunghe e interventi non di rado fissati allo scadere del 90° giorno.

Che non fili tutto liscio, lo accenna lo stesso ministero nella sua ultima relazione al Parlamento: «Percentuali elevate di tempi di attesa oltre le due settimane vanno valutate con attenzione a livello regionale in quanto possono segnalare presenza di difficoltà nell'applicazione della legge». Ebbene, ad aspettare oltre due settimane è il 40 per cento delle donne. E, in alcuni casi, l'attesa dura anche un mese e più. «Come conseguenza le donne spaventate hanno ricominciato a prendere l'aereo per rivolgersi a strutture estere, mentre qualche obiettore in ospedale ha tirato fuori dai cassetti del suo studio privato gli strumenti per abortire», continua Flamigni. «Per non parlare dell'uso dei farmaci non legali, del fiorire delle pillole abortive sul mercato nero e degli aborti fai da te delle immigrate straniere». Insonna, torna l'incubo delle mammane, quel fantasma combattuto ma mai del tutto sconfitto dalla legge 194. Le ultime stime disponibili, parziali e riferite solo alle italiane, risalgono al 2005: 15 mila aborti clandestini, la maggior nell'Italia meridionale. Da allora non se ne sa più nulla. ?Sul fatto che l'obiezione di coscienza così allargata stia, nei fatti, svuotando di contenuti la 194, non sono però tutti d'accordo: «Non credo proprio che l'aborto sia ostacolato dalla presenza di obiettori. E poi non esiste alcun diritto di aborto, esiste invece un diritto alla vita e un diritto all'obiezione di coscienza. Le tre cose stanno su un piano diverso: prima viene il diritto alla vita, poi all'obiezione, quindi, in ultimo, la possibilità per la donna di abortire», ribatte Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita e deputato europeo.
C'è anche chi fa notare «ben altre mancanze» del servizio pubblico, come la dottoressa Paola Bonzi, dal 1984 alla guida del Centro di aiuto alla vita, il consultorio privato all'interno della Mangiagalli, la più grande "maternità" di Milano: «L'articolo 5 della legge prevede che gli enti pubblici mettano in campo tutti gli aiuti affinché le persone rinuncino ad abortire. Invece le donne si trovano da sole, prima e dopo. L'ospedale, ad esempio, non ce ne invia nessuna, le donne arrivano da noi con il passaparola. C'è una gravissima mancanza del servizio pubblico nell'offrire sostegno alle donne». ?Che sia dunque tempo di modificare la 194? «Di sicuro è necessario organizzare l'assistenza sanitaria in modo da garantire che la legge venga rispettata su tutto il territorio nazionale», dice Ignazio Marino, che è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale: «Chi ha compiti istituzionali, come il direttore generale di un ospedale, ha il dovere di disporre del personale sufficiente per eseguire le interruzioni di gravidanza. E lo deve fare anche programmando le assunzioni».

Qualcuno ci ha provato con un bando per i consultori regionali, in un territorio che conta il 79,4 per cento di medici obiettori. Ma non è andata a finire bene. Quel qualcuno è Nichi Vendola e la delibera della giunta pugliese che prevedeva «il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza» è stata subito impugnata davanti al tribunale amministrativo. Ricorso accolto, il Tar ha giudicato la clausola discriminatoria ed «espulsiva», quindi lesiva dei diritti degli obiettori e del principio di uguaglianza.??

La questione è ingarbugliata, come sottolinea Chiara Lalli nel suo libro "C'è chi dice no" (il Saggiatore), «perché l'articolo 9 della 194 non entra nei dettagli di come gestire sia la possibilità di fare obiezione sia la possibilità per la donna di abortire». Se, infatti, il singolo medico può rifiutarsi di praticare l'aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata a garantire il servizio. Ma in che modo, non è chiaro. «Stiamo studiando i casi per sollevare la questione di legittimità della legge di fronte alla Corte costituzionale», spiega Marilisa D'Amico, docente di Diritto costituzionale all'Università Statale di Milano, «bisogna agire non negando l'obiezione di coscienza, che è un diritto fondamentale, ma modificando l'articolo 9 perché imponga agli ospedali l'onere di dotarsi del personale non obiettore necessario per l'effettiva attuazione della 194». Magari nel rispetto di quella parola che il testo della legge ripete per ben quattro volte: dignità. 

Fonte: L'Espresso

venerdì 23 dicembre 2011

La lotta antifascista, la lotta di classe - il movimento delle donne. Femminismo a sud

Cosa accade. Il sedici dicembre, a seguito della strage di Firenze, compiuta da Gianluca Casseri, aderente a Casapound, razzista e neonazifascista, e nell'ottica di un'analisi della forma con cui è stata mediata e raccontata al grande pubblico l'associazione C.P.I.,  il collettivo Femminismo a sud, realizza una rassegna stampa in un post intitolato Chi ha sdoganato Casapound?.

Da questo momento si delinea, attraverso una serie di storture e interpretazioni inverosimili, uno scenario "fanta terroristico",  per cui una delle persone citate in quel post, citata tra gli altri e con tanto di link all'articolo rassegnato, peraltro già preso in esame nel 2009, accusa Femminismo a sud di aver compiuto contro la sua persona un atto ridicolo, irresponsabile e aggressivo, e cerca attenzione sui social network al grido di "vogliono menarmi" è "lista di proscrizione" coagulando attorno a se una clac tale da innescare il noto meccanismo della macchina del fango, per cui un post su un blog collettivo, un dossier informativo sulle responsabilità comunicative di destra e sinistra, riguardo ai fenomeni citati, diviene: "pietre o pallottole" (ma qui), sparate da improbabili ipotetici estremisti di sinistra contro di lei, a pochi giorni di distanza da ben altre pallottole, purtroppo reali, sparate da un vero terrorista, Gianluca Casseri appunto, contro Samb Modou e Diop Mor, deceduti, Moustapha Dieng, Sougu Mor e Mbenghe Cheike, feriti, che poi, come drammaturgia vuole, si suicida.
Avviene così la denigrazione pubblica, da parte di chi nello specifico sembra non aver nemmeno letto la rassegna stampa, di un gruppo di persone, donne e uomini, femministe e disertori del patriarcato, che lavora in difesa della libertà di tutt*, incessantemente e gratis, quale è Femminismo a sud, analizzando fenomeni sessisti, machisti, omofobi, neofascisti, producendo materiali informativi su cyberbullismo, sessualità, immaginario, politica, sanità e movimenti che mettono in pericolo la vita di donne, uomini e bambini, dei e delle migranti. Tutto ciò per evitare di fare autocritica, e scansando accuratamente ogni forma di dialogo con chi da anni lotta contro tutti gli autoritarismi, anche quelli contro gli animali. Denigrazione e volontario tentativo di affossamento di una fetta consistene del femminismo militante italiano, quindi, che lascia intravedere una questione fondamentale: la divisione di classe.
La divisione di classe e lo sdoganamento a sinistra dei movimenti di destra li racconta Loredana Lipperini nei post Occhi aperti, per favore e Punto di rottura, e commenti.
Era necessaria un'uscita personale che ha innescato un gioco al massacro? A che livello di elaborazione siamo e in che direzione si svolge lo scontro?
Sui "metodi interpretativi" e sull'incredibile rovesciamento di fuoco contro Femminsimo a sud è interessante anche la discussione sulla bacheca pubblica di SNOQ.


Altri recenti post interessanti di Fas su neofascismo e antifascismo:
Operazioni di cosmesi e fascinazioni
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Firenze 17 dicembre: report e foto della manifestazione antirazzista
Chi ha sdoganato Casapound?
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Contro il fascismo, con ogni mezzo necessario
La mattanza razzista
Razzisti
Firenze, 14 e 17 iniziative antirazziste
Lo stragista non è un pazzo. E’ un neofascista
Strage razzista a Firenze. Fuori i fascisti da tutte le città!

domenica 18 dicembre 2011

Discriminata a nove mesi

La madre, straniera, perde il lavoro e non le rinnovano la tessera sanitaria

Ha appena nove mesi di vita. La madre l’ha vista nascere con il cuore in gola. Perché il parto è stato problematico. Fu necessario usare il forcipe per farla nascere. E quella manovra le causò un lieve emorragia. Complicanza subito superata fortunatamente. Ma che richiede un periodico controllo per garantire un decorso scevro di pericoli o preoccupazioni.
Purtroppo per lei la piccola è nata in Italia nell’anno 2011. Dove anche se hai 9 mesi di vita ti può venire negata l’assistenza sanitaria gratuita. È successo proprio a Ferrara. Ieri mattina.
La madre della bimba, di nazionalità rumena, si reca in via Cassoli per rinnovare il tesserino sanitario per lei e per la pargola. Le chiedono i documenti. Qualcosa però manca all’appello. La donna, pur avendo lavorato in regola in Italia, un anno fa è stata licenziata. Non può più garantire il sostentamento economico di sé e dei suoi famigliari. Ergo, niente residenza e niente tessera.
Lo sconforto iniziale è nulla però di fronte a quello che sta per apprendere: nemmeno sua figlia, nata in Italia, ne ha diritto.
Con lei c’era Massimo Martinelli, presidente dell’associazione di volontariato “C’è Vita… e Vita” onlus di Ferrara, cui la famiglia si era rivolta per un aiuto. “Se non fossi stato presente – racconta il volontario – non avrei creduto alle parole che erano state dette”. Martinelli chiede spiegazioni. E dal Cup viene dirottato all’Urp. Parla con un’impiegata. Poi con un’altra. Ma la risposta è sempre la stessa. Lo dice la legge 30 del 2007, che disciplina il diritto di soggiorno dei cittadini comunitari: la mancanza di un impiego e la impossibilità di provvedere economicamente a se stessi e ai propri famigliari fa venir meno il diritto di rimanere nel territorio nazionale per più di tre mesi. E senza residenza non ci può essere copertura sanitaria, prevista solo per terapie salvavita o cure indifferibili.
“Ora io non ce l’ho assolutamente con nessuno – afferma incredulo Martinelli -, ma ho alcune domande: ma questa bimba, questa piccolissima bimba di 9 mesi che non ha più nessun diritto a nessuna assistenza sanitaria come deve fare? Come mai la mamma, avendo lavorato in regola in Italia dopo un anno che ha perso il lavoro, ora perde anche l’assistenza sanitaria? Perché i politici di Roma, basta che “lavorino” una legislatura (e nemmeno per intero), e alla fine di quella hanno pensione, assistenza sanitaria e tutto quello che gli tiene dietro? I carcerati, senza nulla togliere loro, hanno l’assistenza sanitaria garantita. Non mi viene in mente una situazione in cui ci sia un essere umano che non abbia diritto all’assistenza sanitaria. La tutela dei diritti sui minori (dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989), è stata firmata anche dall’Italia (art. 24 Legge 27 maggio 1991, n. 176), ma non mi sembra che venga applicata! Non voglio credere che nel 2011 in Italia, in Europa, una bimba di soli 9 mesi abbia perso i diritti di essere visitata, seguita e curata”.

venerdì 16 dicembre 2011

"Padri separati uniti contro le donne: boom di falsi siti, è allarme". La denuncia

Fonte: affaritaliani
Venerdì, 16 dicembre 2011 - 12:06:54

Gentile redazione,
faccio seguito all'articolo "Padri separati/Tre milioni sotto la soglia della povertà" (http://affaritaliani.libero.it/cronache/padri-separati111211.html?refresh_ce).
La pur buona pellicola televisiva di Rai Uno sulla vicenda del "padre separato" non vi induca nell'errore: Caritas ospita prevalentemente "genitori separati dai figli" tra gli extracomunitari o i comunitari soli in Italia per lavoro, quelli di fatto che si sottraggono al racket dell'impiego delle manovalanze in nero, ridotti in stato di povertà. I poveri "padri" sono così effettivamente separati dalle famiglie dai molti chilometri, che li separano fisicamente dal proprio paese di origine. Gli italiani hanno una incidenza minima, a Roma sono praticamente sconosciuti, mentre a Milano ce ne solo 5 o 6 in tutto tra i documentati che frequentino le "mense della carità".
Ciò è confermato inoltre dal dato fornito dalla ricerca Istat di recentissima pubblicazione, dedicata alle "condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio", che rileva come siano le donne a subire una involuzione economica personale e familiare dalla fine di un matrimonio. Altresì dal vostro articolo è scomparso completamente il contenuto del rapporto Eurispes 2011 sulla "condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza", cioè i figli, ad integrale favore di questi padri "certamente adulti" e interessati.

La mistificazione del dato della Caritas è manifattura di un pool di associazioni e di spregiudicati studi legali, interessati ad un obiettivo differenziato solo dall'oggetto statutario molto diverso da quello apparente e che non ha nulla di sociale. Le associazioni dei cd "padri separati" chiedono benefici per se stessi, gli avvocati mirano all'introduzione di una "mediaconciliazione familiare" obbligatoria che, come l'altra ormai in vigore, avrebbe come effetto immediato di far crescere a dismisura i costi di una separazione o di un divorzio per l'introduzione di altre professionalità da retribuire.  

L'intero comparto associativo, invece, è coautore della campagna per l'introduzione della "sindrome di alienazione genitoriale", la P.A.S. (Parental Alienation Syndrome), con il ddl 957 - gemello "cattivo" del ddl 2454 citato dal vostro articolo - per la modifica della L. 54/2006 sull'affidamento condiviso, che ha la presunzione di inserire l'accertamento obbligatorio dell'esistenza di una presunta malattia psichiatrica, per altro priva di alcun avallo medico dalla comunità scientifica internazionale e non inclusa nel DMS IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, la cd bibbia della psichiatria) direttamente nel nostro ordinamento giudiziario.

E' utile ribadire che l'introduzione di un pregiudizio a carattere medico psichiatrico nel nostro ordinamento giudiziario subirebbe un primissimo stop in Aula con la pregiudiziale di costituzionalità, ma anche qualora fosse votata con la fiducia o a colpi di maggioranza perirebbe miseramente di fronte alla Suprema Corte Costituzionale alla prima occasione. La presunta malattia, infatti, è tale fornire uno strumento paramedico giudiziario per definire "alienato" il minore e quindi renderne inefficace la "deposizione in Tribunale". L'effetto dell'introduzione di una presunta malattia nel nostro ordinamento imporrebbe una riduzione immediata del Diritto del Minore, alla stregua di dichiarare inabili alla testimonianza tutti coloro affetti dalla sindrome di Down di ogni ordine e grado (e ve ne sono anche di laureati).

Non è un caso che la PAS sia stata usata con una distruttiva efficacia nei Tribunali americani solo per casi di violenza o abuso di minore nelle dispute di affidamento tra i genitori. Richard Gardner autore della teoria, psichiatra forense tossicodipendente ammalatosi di distrofia simpatica riflessa e morto suicida autoinferendosi numerose coltellate al petto e al collo con una mannaia da macellaio, ebbe dalla esperimentazione solo giudiziaria anche il ritorno di alcuni suicidi tra le vittime strappate al genitore protettivo e collocate dal giudice presso il genitore violento o abusante. Fortunatamente molti dei casi trattati da Gardner furono rivisitati durante lo scandalo e sanate situazioni di inenarrabile violenza ai danni di bambini e bambine. Coloro che negli states sono stati bambini vittime di Gardner oggi sono divenuti associazioni, che combattono strenuamente l'applicazione giudiziaria della teoria criminogena ai casi di pedofilia o di violenza familiare.

Allego le bozze del Rapporto Caritas pubblicato nel 2011 e i link per rivedere l'Indagine Istat sulle "nuove povertà" che conclama la povertà delle "Donne" giovani e con figli, nonché le relazioni redatte ai fini dell'Audizione presso la Commissione Giustizia al Senato sui due ddl scritte dall'Avv. Girolamo Andrea Coffari, presidente del Movimento per l'Infanzia, e dal Dott. Andrea Mazzeo, psichiatra e dirigente medico della Asl di Lecce.

Concludo con il ribadire mestamente che in tempi di grave crisi, quale quello verso il quale si avvia il Paese, la partecipazione mediatica ad una campagna che apre ufficialmente le ostilità tra i "generi" maschile e femminile può, a livello sociale, produrre gravi danni per la popolazione. Istat infatti rileva che il 75% dei genitori maschi non è in regola con il pagamento dell'assegno vitalizio per i figli e, considerando l'ampiezza del dato nazionale prodotto da Istat, è bene sospettare che si celi ben altro oltre alla povertà. Sussiste inoltre il rischio che da questa impietosa campagna nasca inoltre una nuova "affittopoli" di partito.
Pagine come questa che vi mostro sono esclusivo appannaggio mediatico delle organizzazioni descritte sopra e non rappresentano certo l'immagine di una Italia onesta e impegnata a risollevarsi dalla crisi, informo inoltre che i contenuti diffusi dalla pagina sono riprodotti da ben oltre 500 pagine facebook di poco differenti  e un centinaio di siti web commissionati dalle Associazioni e dagli studi legali ad una società di marketing e web hosting fiorentina, la Geobox.IT Srl, il cui titolare è sotto processo il Tribunale di Firenze per gravi maltrattamenti familiari (il reato è stato determinato per effetto di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, a disposizione se occorre).

Inoltre, cosa gravissima fin in violazione della legge e contro la deontologia professionale di avvocati e medici cui è vietata la pubblicità, tutti i professionisti legati al circuito sono di fatto "pubblicizzati" da queste pagine e con ricca esposizione di indirizzi e altri recapiti.


Loredana Morandi, presidente associazione Argon - Rete di artisti contro le guerre, e responsabile della comunicazione del Movimento per l'Infanzia


I link dell’associazione Argon - Rete di artisti contro le guerre

I link del Movimento per l'Infanzia

Il blog per i comunicati alla stampa:

mercoledì 14 dicembre 2011

Lettera

Oggi questa lettera ha fatto il giro dei social net. ed è stata anche ribbloggata più volte. L'ha scritta un uomo, un amico di Arguzia, la ribloggo pure io, si comincia a sentire un po' di rumore finalmente contro l'atteggiamento sessista!
Ciao, sono un uomo. Non so se ho il diritto di esprimere il mio pensiero sul tema della violenza maschile sulle donne, quindi mi limiterò a raccontarvi la mia storia e più che altro la storia delle donne che ho conosciuto. Ho 37 anni e non sono stato uno di quei fortunati che hanno trovato l’amore della loro vita da adolescenti e non si sono mai più separati. Direi che ho avuto almeno 3 storie importanti. Per importanti intendo che tra me e la donna con cui ho condiviso qualche pezzo più o meno lungo della mia vita si era creato un rapporto piuttosto intimo, un rapporto che ha permesso loro di raccontarmi cose che non avevano mai raccontato a nessuno. Delle altre che ho frequentato non so, ma loro 3, le donne che ho amato, ognuna di loro aveva una storia di violenze da raccontare, anzi da nascondere.
Una di loro era stata costretta ad un rapporto orale. Usciva con un ragazzo che le piaceva, forse non ne era innamorata, ma le piaceva. Lui la chiamava quando aveva voglia di scopare. Lei avrebbe voluto qualcosa di più, ma non aveva il coraggio di dirglielo e forse neanche pensava di meritarselo. Fatto sta che una sera, in macchina, mentre lei gli stava facendo un pompino, lui decise di tenerle le mani sulla testa, troppo forte perché a lei potesse piacere, troppo forte perché lei potesse liberarsene. Lo fece finché non le venne in bocca, procurandole il vomito e schernendola con un “che vuoi che sia, sbianca i denti”. La ragazza in questione non è più riuscita a farlo con nessuno, si sentiva una troia, non riusciva neanche più a nuotare con la testa sotto il livello dell’acqua. Dimenticavo gli attacchi di panico. E ovviamente non ha mai pensato di denunciare il fatto. Chi mai le avrebbe potuto dare ragione?
Un’altra invece aveva una lunga storia di abusi familiari. Il padre, gli amici del padre, i cugini. La costringevano anche a guardare porno con loro, a fare cose. Oggi sta meglio. Ma sulle braccia porta i segni degli anni di autolesionismo, ferite infieritesi perché il dolore fisico annientasse i ricordi, molto più dolorosi.
Un’altra ancora in un momento di debolezza si è lasciata baciare da uno dei suoi migliori amici, almeno fino a quel momento. Lei si era lasciata dopo una lunga storia, lui pure. Solo che dopo quel bacio per lei sarebbe stato abbastanza. Per lui invece no. Quando ebbe finito lei se ne torno a casa con i lividi e un senso di colpa che ancora oggi la porta a pensare di esserselo meritato, di essere lei la troia, l’ha portata a chiedermi scusa per quanto fa schifo, l’ha portata a non dire niente a nessuno certa che non sarebbe stata capita, in fondo anche lei pensava di essersela cercata, l’ha portata a continuare a frequentare il suo “amico” come se niente fosse mai successo perché non sarebbe stato socialmente accettabile dire a tutti quanto il tipo in questione facesse schifo e probabilmente non sarebbe servito ad escluderlo dalla cerchia sociale di amici in comune.
Tre donne, un ragazzo conosciuto, un padre, un migliore amico. Nessun rom o estranei di altro tipo.
Ora io non so spiegarmi come mi sento di fronte a ciò. Sono un uomo e forse neppure vi interessa saperlo, però queste donne io le ho guardate negli occhi, le ho amate, ne ho conosciuto aspetti forse nascosti ai più e sinceramente rimango sconvolto di come un altro uomo possa averle prese e usate come dei giocattoli o come delle valvole di sfogo, quando invece c’era tutto quello che ci vedevo io, non comprendo come possano averle prese trascurando tutto il resto e vedendo solo una vagina. Non so se è la parola giusta, ma mi sembra uno spreco incomprensibile, uno spreco di umanità, avere di fronte una persona con tutta la sua complessità, i suoi pensieri, il suo amore, una persona probabilmente disposta a darti molto di più e invece accontentarsi di svuotarsi i coglioni, contro la sua volontà, come un animale, e poi sentirsi anche bene.
Non so spiegarvi la rabbia che provo, che forse non è che una minima parte di quella che provate voi. Io so che ho dovuto trattenermi dall’andare a cercare le persone in questione e ucciderle. Si perché l’istinto è questo. Lo so, è un istinto da uomo, maschile. L’ho represso, prima di tutto per il rispetto che provavo per le donne che si sono fidate raccontandomi il loro segreto e in secondo luogo perché mi avrebbero trasformato in un qualcosa che non voglio essere. Ma la rabbia dentro rimane, e brucia, ed ogni volta che mi è capitato di guardarle negli occhi non sono mai riuscito a comprendere come qualcuno potesse aver fatto loro qualcosa del genere, quando io sarei andato in cielo anche solo con un bacio o una carezza.
Quello che voglio dirvi e che di uomini come me ce ne sono molti altri. So che per voi donne è una difficoltà in più riuscire a distinguere quelli di cui potete fidarvi e quelli di cui no. Io sinceramente non sono ancora riuscito a capire come le donne che ho incontrato abbiano avuto il coraggio di fidarsi di me dopo quello che era stato fatto loro, ho avuto difficoltà ad abbracciarle mentre mi raccontavano le loro storie, perché mi sentivo uomo come uomo era chi le aveva violentate.
Non ho messaggi particolari da lanciare, slogan o altro, solo dirvi che mi stupisco ogni volta della forza che avete dentro, non perché l’abbia mai sottovalutata, ma perché va al di là di ogni ragionevole immaginazione.
Un uomo.

Birmania: stupro di guerra asiatico

Fonte: il manifesto
Sumlot Roi Ja è di etnia Kachin, ha 28 anni e una bambina di 14 mesi. È stata prelevata dai soldati birmani il 28 ottobre dal suo villaggio di Hkai Bang, nel distretto di Bhamo, nel nord del Myanmar poco distante dal confine con la Cina, portata nella caserma di Mu Bum e stuprata per giorni dalle truppe, è stata poi lasciata nuda a disposizione dei soldati nuda sulla piattaforma per montare la guardia fino a quando è stata abbandonata sulla linea di confine tra i soldati governativi e la zona controllata dai ribelli del Kachin Indipendence Army (KIA). Il giorno prima del prelievo di Sumlot Roi Ja, tre ragazzine di etnia cinese nello Stato Shan, originarie del distretto di Muse, sono state stuprate e uccise dai soldati governativi. Non se ne parla molto sui giornali italiani, ma in Birmania la guerra, nel Kachin e nello Shan, ha 40 anni e ha alle spalle una lunga storia di morte e di stupri usati come arma di guerra per piegare la popolazione. Zau Raw, del Kachin Refugee Committee, ha parlato di “soldati birmani in abiti civili che derubano e assaltano ininterrottamente in Kachin dal 9 giugno del 2011”. Stupri sistematici da parte delle truppe birmane sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo Shan Women’s Action Network ha pubblicato “Licenza di stupro”, che documenta tra il ‘96 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali; nel 2007 State of Terror, della Karen Women’s Organisation, dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi. Nel 2009 Nay Pay aveva 18 anni, era incinta di 8 mesi, e Naw Wah Lah aveva 17 anni e un bambino di 6 mesi, entrambe venivano dal villaggio di Kwee Law Plo: sono state fermate, violentate e uccise dai soldati birmani. Nell’85% dei casi gli ufficiali violentano le ragazze per poi passare le vittime alle truppe per stupri di gruppo o per essere uccise, soffocate, pugnalate o bruciate, con il corpo spesso esposto come monito. Naang Hla, incinta di 7 mesi, è stata stuprata ed è rimasta sola nella giungla con diarrea e perdite di sangue: dopo 4 giorni ha partorito. Una bambina di 5 anni è stata trovata legata e semicosciente in una pozza di sangue, portata di corsa in ospedale, dove è stata ricucita per le lesioni alla vagina lacerata dallo stupro. Women’s League of Burma (WLB), un’associazione umanitaria con base in Thailandia, ha realizzato un documentario, “Garantire giustizia alle donne”, con una inchiesta su 18 casi di violenze che si sono consumate solo negli ultimi mesi su donne tra i 12 e i 50 anni, tra cui una ragazza al nono mese di gravidanza. Le superstiti a questo scempio non hanno alcun sostegno inBirmania e non possono ottenere giustizia.

di Luisa Betti
pubblicato il 17 novembre 2011

Fonte: il manifesto

lunedì 12 dicembre 2011

La minigonna di internet


Da Internazionale in inglese qui.
Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna
Illustrazione di Chiara Dattola

Finisci per aspettartelo, se sei una giornalista donna e per giunta scrivi di politica. Finisci per aspettarti il vetriolo, gli insulti, le minacce di morte. E dopo un po’ le email, i tweet e i commenti con fantasie molto esplicite su come, dove e con quale utensile da cucina certi pseudonimi vorrebbero stuprarti smettono di farti impressione. Diventano solo una seccatura quotidiana o settimanale, qualcosa di cui parlare al telefono con le amiche, cercando sollievo in una risata forzata.
A quanto pare, un’opinione è la minigonna di internet. Averne una e mostrarla è un po’ come chiedere a una massa amorfa e quasi interamente maschile in che modo vorrebbe stuprarti, ucciderti e pisciarti addosso. Questa settimana, dopo una lunga serie di minacce particolarmente pesanti, ho deciso di rendere pubblici alcuni di quei messaggi su Twitter, e sono stata subissata di risposte. Molti non riuscivano a credere che ricevessi messaggi così pieni di odio, e molti altri hanno cominciato a raccontarmi le loro storie di molestie, intimidazioni e abusi.
Forse dovremmo ritenere consolante il fatto che, per replicare agli argomenti di una donna, non si trovi di meglio che chiamarla “brutta e grassa”. Ma è una triste consolazione, soprattutto quando ti rendi conto, come è successo a me nel corso di quest’anno, che ci sono persone pronte a spendere un sacco di tempo e fatica per punire e zittire una donna che osa essere intraprendente, schietta o semplicemente presente in uno spazio pubblico.
Nessun giornalista che meriti di essere letto si ritiene al di sopra delle critiche, e internet ha reso più facile ai lettori intervenire e dissentire. È una cosa positiva, e da tempo ho l’impressione che le lamentele di tanti famosi giornalisti per i commenti che ricevono nascano in parte dal fatto che l’improvviso diritto di replica dei loro lettori li disturba. Nel mio caso, però, le accuse di stupidità, ipocrisia, stalinismo e scarsa igiene personale – chiaro segno per ogni opinionista di sinistra che per lo meno sta dando fastidio alla gente giusta – arrivano condite da un’abbondante porzione di violenza misogina, non solo da parte dei lettori di estrema destra.
Quei commentatori che si domandano a gran voce dove siano le voci femminili forti, chiudono gli occhi di fronte al fatto che queste intimidazioni sono diventate la norma. Quasi tutte le mattine, quando apro i miei account di posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a passare in rassegna minacce di violenza, congetture pubbliche sul mio orientamento sessuale e sull’odore e le prestazioni dei miei genitali, e tentativi di smontare idee complesse e provocatorie con un unico argomento: io e i miei amici siamo così poco seducenti che tutto quello che abbiamo da dire dev’essere per forza irrilevante.
L’idea che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa sul serio come intellettuale non è nata con internet: è un’accusa che è stata usata per mortificare e liquidare le idee delle donne da molto prima che Mary Wollstonecraft fosse chiamata “iena in gonnella”. Con la rete, però, per alcuni maschi è più facile trasformarsi in bulli nel chiuso delle loro stanzette. Non sono solo giornaliste, blogger e attiviste a essere prese di mira. Imprenditrici, donne che frequentano siti di giochi online e studentesse che postano videodiari su YouTube sono state oggetto di campagne intimidatorie costruite apposta per cacciarle dalla rete, e organizzate da gente che, a quanto pare, pensa che le donne debbano usare le moderne tecnologie solo per mostrare il seno a pagamento.
Ho ricevuto anche minacce più dirette: alcuni uomini si sono messi alla ricerca di mie vecchie foto e hanno minacciato di pubblicarle, anche se non capisco quale rilevanza possano avere per il mio profilo professionale. A meno che qualcuno non sia convinto che un’aspirante giornalista femminista debba per forza rimanere completamente sobria, interamente vestita e assolutamente verticale per tutto il primo anno di università. Qualcuno ha anche cercato di rintracciare e molestare la mia famiglia, comprese le mie due sorelle minorenni. Dopo una serie di minacce di stupro, in cui tra l’altro si diceva che per avere criticato le politiche economiche liberiste avrei dovuto essere costretta a praticare una fellatio a un’intera fila di banchieri, sono stata informata che qualcuno stava cercando il mio indirizzo di casa. E potrei continuare.
Vorrei poter dire che nessuna di queste cose mi ha turbato. Vorrei essere una donna così forte da non farmi intimidire dalla violenza: un consiglio che di solito ti dà chi non crede che sia possibile combattere i prepotenti. A volte, parlare della forza che ci vuole solo per accendere il computer o della paura di uscire di casa mi sembra quasi un’ammissione di debolezza. E naturalmente la paura che sia in qualche modo colpa mia se non sono abbastanza forte consente agli aggressori di continuare l’aggressione. Non è più tempo di tacere.
Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off­line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans­gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.
Traduzione di Diana Corsini.
Internazionale, numero 927, 8 dicembre 2011
Laurie Penny è una giornalista britannica. Questo articolo è uscito sull’Independent con il titolo “A woman’s opinion is the mini-skirt of the internet”. Il suo ultimo libro è Penny Red: notes from the new age of dissent

sabato 3 dicembre 2011

Signora, cosa piange? | Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”

Sull'ultimo numero di D, la Repubblica delle donne, consultabile on line qui, l'articolo "Signora, cosa piange?" di Cinzia Sciuto. Il tema è quell'obiezione di coscienza che per la vita e di coscienzioso non ha praticamente nulla.

I ginecologi non obiettori strutturati negli ospedali italiani sono circa 150, e il loro numero diminuisce costantemente. E le interruzioni di gravidanze tornano a essere un incubo. Che aggiunge dolore a dolore.


di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011

È l’alba, le prime luci del nuovo giorno iniziano a penetrare nella stanza dove Francesca nel suo letto piange in silenzio. Tra poco inizierà la procedura per l’induzione di un travaglio simile a quello di un parto. Ma Francesca non deve partorire, deve abortire. La nuova vita che porta in grembo da 23 settimane è affetta da una gravissima malformazione del cervello, la oloprosencefalia. Francesca Pieri, che all’epoca aveva 35 anni, è ricoverata già da due giorni in un grande ospedale romano ma non ha ancora iniziato la procedura di induzione, che consiste nell’introduzione nell’utero di ‘candelette’ di prostaglandina per stimolare le contrazioni del travaglio. Fino alla 12ma settimana l’interruzione di gravidanza avviene tramite raschiamento, ma dopo il feto è troppo grande ed è necessario un vero e proprio travaglio di parto.

«Il giorno del ricovero», racconta, «è servito per il disbrigo di tutte le pratiche burocratiche. Il secondo invece non ho fatto niente, ho semplicemente aspettato». Quel giorno infatti erano di turno solo medici obiettori, che si sono rifiutati di avviare la procedura di induzione. Francesca quindi ha trascorso tutto il giorno in mezzo a donne in travaglio, bambini appena nati, nonni euforici, fiori e regali, in attesa del medico non obiettore che le introducesse la prima candeletta. Era da sola, con quella vita sospesa in pancia e un profondo dolore nel cuore. Non le rimaneva altro che piangere, in silenzio. Ma anche il pianto le è stato negato: «Signora, cosa piange? Si prepari, questo sarà il giorno più lungo della sua vita». La voce è arrivata dal corridoio, proprio alle prime luci dell’alba. È l’ora del cambio turno, finalmente sta per arrivare un medico non obiettore ma il suo collega prima di andarsene ha voluto lasciare il segno. Sono passati molti anni, ma quelle parole fredde come il ghiaccio Francesca ce le ha scolpite nella testa, e non le dimenticherà mai.

E lei è stata persino «fortunata»: una volta che ha iniziato la procedura di induzione, che è durata in totale un giorno e mezzo, non ha più incontrato medici obiettori. Al contrario di Gea Ferraro, che al quarto mese di gravidanza scopre che il suo bambino è affetto da trisomia 18, una patologia talmente grave da essere definita dai medici ‘incompatibile’ con la vita. Gea, che quel figlio l’aveva tanto desiderato, decide di interrompere la gravidanza. Contatta personalmente una ginecologa non obiettrice che lavora in un altro ospedale della capitale (e che preferisce non essere citata: «Facciamo già tanta fatica a lavorare, non voglio crearmi ulteriori inimicizie tra i colleghi»). La dottoressa programma il ricovero in maniera da farlo coincidere con il proprio turno. L’induzione viene avviata, ogni 3 ore viene inserita una candeletta, ma nel frattempo c’è il cambio turno, Gea guarda l’orologio, si accorge che sono passate più di 3 ore dall’ultima somministrazione e chiede perché non le venga inserita la terza candeletta visto che il travaglio non si è ancora avviato: «Io queste cose non le faccio», si è sentita rispondere. Gea ha quindi aspettato, non ricorda neanche quanto, finché qualcuno è venuto a somministrarle la terza dose del farmaco. Il suo travaglio è durato 18 ore.

Quello dell’aborto sta diventando sempre più un percorso a ostacoli, nel quale le donne – già provate da una delle scelte più dolorose della loro vita – devono fare lo slalom tra ostacoli burocratici e medici obiettori. Obiettori che aumentano sempre di più: secondo i dati forniti dal ministero della Salute si è passati, tra i ginecologi, dal 58.7% del 2005 al 70.7 nel 2009. Ma il numero di medici realmente preposti alle interruzioni di gravidanza, soprattutto agli aborti terapeutici, è ancora più basso di quel che sembra: «Gli aborti entro la dodicesima settimana», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, un’associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, «sono fatti in day hospital, si tratta di interventi programmati, la cui durata è nota e per i quali è possibile chiamare medici ‘a gettone’». Cosa che invece non è possibile per gli aborti terapeutici, quelli oltre i 3 mesi, che, come abbiamo visto, possono essere anche molto lunghi e dunque hanno bisogno di essere seguiti da personale strutturato.

«Poiché non esiste un elenco dei medici non obiettori», continua la dott.sa Agatone, «abbiamo fatto una indagine empirica, dalla quale risulta che i ginecologi non obiettori strutturati dentro gli ospedali italiani sono circa 150 e, poiché i giovani non sembrano particolarmente sensibili a questo problema, c’è il rischio concreto che man mano che gli attuali medici non obiettori vanno in pensione non vengano sostituiti». Al Secondo Policlinico di Napoli, per esempio, dallo scorso luglio a effettuare gli aborti è rimasto solo un medico, che è anche il responsabile del Centro per le interruzioni di gravidanza dell’ospedale.
Strano destino quello dell’obiezione di coscienza, che, come scrive Chiara Lalli nel suo recente libro C’è chi dice no (Il Saggiatore), «ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi è spesso usata come un ariete per contrapporsi ai diritti individuali sanciti dalla legge».

L’obiezione di coscienza nasce infatti per opporsi a un obbligo universale che riguardava tutti i cittadini (maschi) e a cui non era possibile sottrarsi: l’obbligo di leva. Chi sollevava l’obiezione di coscienza andava incontro a pesanti conseguenze, persino penali, come raccontano alcuni obiettori della prima ora nel libro di Lalli. Il moderno obiettore, invece, non solo non paga nessuno scotto per la sua scelta, ma, al contrario, ne ottiene indubbi vantaggi, sia in termini di soddisfazione professionale che di carriera. È per questo che il numero degli obiettori è vertiginosamente salito negli ultimi anni: fare aborti non è certamente gratificante e l’obiezione di coscienza – fatti salvi coloro che la sollevano per convinzione – è un’ottima scappatoia offerta dalla legge per sottrarsi a una parte sgradevole del proprio lavoro. Una legge che però è molto chiara: l’obiezione di coscienza può essere sollevata esclusivamente in relazione al «compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza».

Non può essere legittimamente sollevata, per esempio, per rifiutarsi di somministrare un analgesico durante il travaglio abortivo oppure di fare il raschiamento dopo l’espulsione del feto, ad aborto già avvenuto, o ancora di certificare lo stato psicologico della donna. Sono invece tante le testimonianze che le donne affidano soprattutto ai forum in rete e che raccontano di travagli durati molte ore, se non giorni, senza il minimo sostegno farmacologico né psicologico. Donne che portano avanti il travaglio abortivo in stanza, affianco ad altre: Francesca ricorda che la ragazza che era in stanza con lei ha espulso il feto sul suo letto, lì affianco, da sola, mentre lei iniziava ad avere le prime contrazioni. Un’altra donna racconta su un forum: «Mi hanno indotto il parto per 12 ore per poi essere lasciata sola al momento dell’espulsione del feto. Mi hanno lasciato la mia bambina in mezzo alle gambe e in mezzo al sangue per 4 ore e nessuno si è degnato di venire a vedermi». Anche Laura Lauro, napoletana, che ha abortito alla 21ma settimana, ricorda che al momento dell’espulsione è stata lasciata sola: «Ho espulso un feto vitale, nessuno si è preoccupato di tagliare subito il cordone e portarlo via. Quando l’ho sentito che mi sfiorava le cosce ho urlato perché lo portassero via subito».

Tutto questo però ha solo in parte a che fare con l’obiezione di coscienza. Se infatti il singolo medico può rifiutarsi di praticare l’aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata – è sempre la 194 a stabilirlo – a garantire il servizio di interruzione di gravidanza e i «procedimenti abortivi devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna». Dignità che invece è troppo spesso calpestata. Un’altra donna racconta su un forum il suo calvario: dopo essersi sottoposta a vari tentativi di procreazione medicalmente assistita, rimane incinta di due gemelli. Alla ventesima settimana perde uno dei due. Dopo una decina di giorni rifà l’ecografia: «Liquido amniotico inesistente, arti inferiori oramai infilati nel canale», non c'è più niente da fare neanche per il secondo. Ma il battito c’è ancora, chissà per quanto, e quindi per procedere all’aborto terapeutico c’è bisogno del certificato dello psichiatra, ma quello in turno è obiettore e si rifiuta di firmarlo: «La sera un medico con la coscienza e l’umanità che a qualcuno ancora rimane, prende la responsabilità di togliermi dall’incubo, una pasticca, una sola basta per avere un altro travaglio».

Troppo spesso i dibattiti sull’aborto non fanno i conti con le esperienze concrete che le donne vivono sulla propria pelle. Per Francesca – che oggi ha altri due bambini ma che si sente pienamente madre anche di quella figlia mai nata – l’aborto è stato un discrimine nella sua vita, un momento che ha segnato un prima e un dopo. E non riesce proprio a capire l’accanimento dei sedicenti sostenitori della vita: «Come se io fossi per la morte! La verità è che ogni esperienza è a sé. Io stessa, pur non essendo affatto pentita della mia dolorosa scelta, non so dire cosa farei se mi dovessi trovare di nuovo nella stessa situazione. So però che la sola idea di non poter decidere mi atterrisce. È per questo che sarei disposta anche a incatenarmi perché sia garantita a ogni donna la possibilità di scegliere».

(3 dicembre 2011)

Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”


Intervista a Stefano Rodotà di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011
«Oggi, a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, la possibilità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe semplicemente abolita». Non usa mezzi termini Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile all’Università La Sapienza di Roma ed ex presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Professore, ma si può obbligare un medico ad agire contro la propria coscienza?«Quando la legge è stata approvata la clausola dell’obiezione di coscienza era ragionevole e giustificata: i medici avevano iniziato la loro carriera quando l’aborto era addirittura un reato ed era comprensibile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. La legge 194 ha saggiamente raggiunto un difficile equilibrio tra il diritto dei medici a non agire contro la propria coscienza e quello della donna a interrompere la gravidanza. Oggi però chi decide di fare il ginecologo sa che l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito dalla legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole prevedere una clausola per sottrarvisi».

Ma ritiene che una tale modifica sia concretamente fattibile?«Temo di no, in questi anni abbiamo assisitito a una generale stigmatizzazione delle donne che abortiscono e si sono fatti tentativi legislativi – penso alla proposta di legge regionale del Lazio di modifica dei consultori – che vanno nella direzione opposta. Ma per garantire il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza, non è necessario cambiare la legge, basta applicarla.

In che senso?«Già oggi gli ospedali non possono trincerarsi dietro la scusa di non avere medici disponibili a effettuare le interruzioni di gravidanza perché questo è un servizio che deve obbligatoriamente essere fornito, come previsto dall’articolo 9 della legge 194, e le strutture che non lo garantiscono possono essere considerate responsabili sotto il profilo civile e penale».

Può essere sufficiente ricorrere a non obiettori ‘a gettone’, come già fanno alcuni ospedali?«Ritengo di no, per due ragioni: innanzitutto perché per gli aborti terapeutici è necessario avere personale strutturato e in secondo luogo perché non devono crearsi medici di serie A che fanno tutto il resto e medici di serie B che fanno solo aborti, con il rischio di una dequalificazione professionale. Gli ospedali possono, e devono, invece fare dei bandi per l’assunzione di personale strutturato non obiettore».

Ma non si configurerebbe come un trattamento discriminatorio nei confronti degli obiettori?«No, perché si tratterebbe di adempiere a un obbligo normativo a cui gli ospedali non possono sottrarsi. E si tratta di un obbligo della massima importanza. In questione infatti non c’è solo il diritto all’interruzione di gravidanza, ma il diritto alla salute della donna, che è un diritto fondamentale della persona e che non è mera assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale. Se una donna che ha deciso di interrompere la gravidanza vive questa scelta in condizioni di malessere e di angoscia perché non sa se, quando e in che condizioni riuscirà a interromperla, c’è una evidente violazione del suo diritto alla salute, che è un diritto fondamentale della persona che non può essere subordinato a esigenze burocratiche o a mancanza di personale».

Un diritto che in Italia è sempre più difficile vedere rispettato, tanto che sono sempre di più le donne che vanno all’estero.«I due grandi obiettivi della 194 erano l’eliminazione degli aborti clandestini e il contrasto al fenomeno del turismo abortivo, che creava una sorta di ‘cittadinza censitaria’, per cui le donne che avevano i soldi salivano su su charter, andavano ad Amsterdam o a Londra e facevano l’interruzione di gravidanza senza correre il rischio di morire. Oggi purtroppo si stanno ricostruendo i meccanismi censitari e selettivi che con la 194 si volevano combattere».

(3 dicembre 2011)

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