venerdì 18 febbraio 2011

Pinar Selek: nuovamente accusata

Continua in Turchia la persecuzione giuridico-politica di Pinar Selek

La 12 ° Corte d’Assise di Istanbul il 9 febbraio 2010, dopo aver rivalutato tutte le prove, ha ritenuto, per la terza volta nell’arco di 13 anni (come già nel 2006 e nel 2008 ), Pinar Selek la sociologa militante per i diritti umani turca, innocente per l’attentato al Bazaar delle spezie di Istanbul del 9 luglio 1998.
Residente ormai da alcuni anni a Berlino, in Germania, Pinar non era presente al processo, ma erano lì per lei 30 avvocati e numerosi osservatori internazionali.
Sembrava dunque che la giustizia avesse fatto il suo corso per la fondatrice di Amargi, che il caso si fosse risolto nel migliore dei modi, l’accusa di terrorismo doveva essere cancellata e Pinar avrebbe dovuto ritrovare, dopo lunghi anni trascorsi nell’incertezza sul proprio destino, la tranquillità che le sarebbe spettata di diritto, ma pochi giorni dopo, come apprendiamo dal sito ufficiale della leader femminista, anti-militarista e pacifista (http://pinarselek.fr), il Procuratore della Repubblica, con una manovra degna del più kafkiano dei processi, ha fatto ancora appello contro la decisione di assoluzione generando in questo modo un nuovo procedimento di riesame alla Corte di cassazione turca. Dunque Pinar si ritrova per l’ennesima volta ad essere accusata, senza alcuna prova, dello stesso identico crimine.
Come è stato ribadito in aula da Ayhan Erdogan, uno dei suoi avvocati, tramite una video simulazione, lo scoppio al mercato delle spezie di Istanbul, che fece 7 vittime e 127 feriti, fu causato dall’esplosione accidentale di una bombola del gas, mentre il presunto complice dichiarò successivamente di essere stato costretto, sotto tortura, ad indicare nell’attivista e studiosa l’attentatrice, in più le accuse di terrorismo vennero mosse a Pinar solo dopo l’incarcerazione, motivata dai presunti sospetti di collaborazione con il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), incarcerazione che aveva all’origine come unico scopo l’estorsione, tramite tortura, dei nomi delle persone con le quali aveva parlato per il suo studio sociologico sui processi di pace e sulle condizioni dei belligeranti durante la guerra civile tra Turchia e Kurdistan. Pur essendo quelle accuse rivelatesi, in seguito,fasulle la sociologa militante femminista rimase in carcere per più di due anni.
Già in precedenza la stessa Selek aveva richiesto l’intervento della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, in quanto i processi a suo carico non erano stati equi.
Come si evince dal comunicato ufficiale diramato dal Comitato di sostegno internazionale a Pinar Selek e riportato dall’associazione Amargi, questo nuovo procedimento palesa una volontà persecutoria nei confronti della studiosa, un accanimento che nulla ha più di giuridico, ma ha molto del complotto politico ai fini dell’annientamento personale di una voce libera.

Fonte: http://www.universy.it/2011/02/pinar-selek-nuovamente-accusata/

giovedì 10 febbraio 2011

Assoluzione definitiva per Pinar Selek

Sospettata di terrorismo per 13 anni, la sociologa e attivista turca Pinar Selek è stata definitivamente scagionata il 9 febbraio 2011. Accusata di essere l’artefice di un attentato dinamitardo al mercato, fu processata e condannata

E’ stata assolta ieri, 9 febbraio 2011, dal tribunale di Istanbul, Pinar Selek, la sociologa e attivista turca processata con l’accusa di essere l’artefice di un attentato dinamitardo al mercato della stessa Istanbul 13 anni fa.
Sospettata di terrorismo per 13 anni, Pinar Selek è stata definitivamente scagionata.
Chi è Pinar Selek?
Sociologa, scrittrice, femminista-antimilitarista e attivista per la pace, Pınar Selek è nata ad Istanbul nel 1971. Diplomata al liceo francese Notre Dame di Sion, consegue la laurea in Sociologia all’Università Mimar Sinan. Comincia ad interessarsi molto presto della marginalizzazione all’interno della società turca di transessuali, bambini di strada e prostitute, creando un Laboratorio degli Artisti della Strada che ha permesso l’integrazione di moltissimi soggetti disagiati nella società.
Dal 1996 comincia ad occuparsi di minoranze etniche, Belge Publishing pubblica la sua traduzione-selezione “Ya Basta-Artık Yeter” un lavoro dedicato ai movimenti indigeni del Messico, mentre dal 2001 la sua tesi di master, intitolata “Maschere, Cavalieri, Gacias, via Ülker: un luogo di emarginazione” viene pubblicata in più edizioni. Nello stesso 2001 fonda la Cooperativa di donne Amargi organizzando incontri a Diyarbakır, Istanbul, Batman e Konya, ne dirige ed edita l’omonima rivista. Dal 2008 è co-fondatrice della prima libreria femminista della Turchia, chiamata sempre Amargi, coordinando il gruppo di lettura scrittura “ Quali porte aprono le nostre esperienze ?”.

L’accusa di terrorismo, la persecuzione e l’assoluzione.

La sua ricerca sociologica sugli effetti del conflitto armato tra Turchia e Kurdistan e sulle relative possibilità di conciliazione nel 1998 la rende vittima di un complotto politico-giudiziario. Sospettata di essere parte del PKK, il clandestino Partito dei Lavoratori del Kurdistan, gruppo armato attivo nel sudest della Turchia, viene arrestata e torturata allo scopo di ottenere i nomi di tutti quelli che ha intervistato per il suo studio, successivamente sarà accusata di essere l’artefice dell’attentato dinamitardo del 9 luglio 1998 al Bazaar delle Spezie di Istanbul che causò 7 vittime e 127 feriti, ma durante il processo si scoprirà che la tragedia fu causata dallo scoppio accidentale di una bombola di gas e che la confessione al suo presunto complice era stata estorta con la tortura.
Pinar rimarrà comunque in carcere per due anni e mezzo.
Nel 2000 viene rilasciata e nel 2006 dopo un processo durato cinque anni viene assolta ma nonostante ciò continua a pesare su di lei l’etichetta di terrorista. Negli anni successivi si difende con la scrittura, la sua battaglia, sostenuta dal movimento femminista e dai gruppi pacifisti e antimilitaristi diventa un simbolo di giustizia, resistenza e libertà. Già nel 2004 aveva pubblicato“Barışamadık” (Non siamo riusciti a riconciliarci) un saggio sulle lotte per la pace della Turchia moderna, nel 2008 esce “Sürüne Sürüne Erkeklik” (Una vita da cani: mascolinità) uno scritto sulla virilità nel contesto del servizio militare. Nello stesso anno scrive un libro di racconti intitolato “Su Damlası” (Goccia di acqua). Innumerevoli sono le sue partecipazioni a conferenze, seminari, pubblicazioni su riviste scientifiche e di divulgazione, al centro della sua ricerca e passione sempre gli emarginati, i conflitti e la lotta contro ogni forma di violenza. Nel 2006 la Cassazione riapre il processo e chiede per Pinar l’ergastolo, ma il tribunale nel 2008 la riconosce innocente per la seconda volta. Nel 2009 il 9° Dipartimento Penale della Corte d’Appello di Istanbul riapre il caso, sempre con la stessa accusa, e Pinar si trova per la terza volta a rischiare ben 36 anni di carcere, ma l’Assemblea Penale Generale respinge l’obiezione del procuratore capo e invia la causa alla 12° Corte dei crimini aggravati di Istanbul, che in passato aveva dato l’assoluzione. Finalmente la corte d’Assise di Istanbul il 9 febbraio 2011 ”ha rifiutato di seguire il parere della Corte di Cassazione e ha mantenuto la sua decisione di assolvere la giovane donna”, queste le parole di Bayram Belen, l’avvocato della sociologa.
Numerosi intellettuali e attivisti turchi, tra cui Yasar Kemal e Oram Phamuk, ed internazionali parlamentari europei e tedeschi, nonché dalla Fondazione Heinrich Boell e dal Centro Internazionale Curdo PEN, hanno espresso in questi anni la loro solidarietà verso Pinar Selek, la quale vive ormai in Germania dove lavora attivamente. Negli ultimi tempi attivissima è stata anche la rete, con una petizione e un appello a favore di Pinar, la quale, in una recente intervista radiofonica ha parlato dell’azione costante delle femministe e dei pacifisti turchi contro gli autoritarismi, dell’oppressione molto forte che nel suo paese di origine si esercita sulle donne e dell’altrettanto forte resistenza del Movimento femminista turco che da 25 anni è il secondo movimento più forte e dinamico dopo quello curdo, con un’attività capillare di informazione e protesta che influenza i partiti. Proprio questo militarismo l’ha resa il capro espiatorio del potere spaventato dalla rivoluzione sociale in corso che oppone resistenza alla violenza e alle discriminazioni.

Fonte: http://www.universy.it/2011/02/assoluzione-definitiva-per-pinar-selek/

NOI VOGLIAMO TUTTO

Ombrelli rossi per i diritti di tutte le donne

Siamo donne, uomini, femministe, sex workers, disertori del patriarcato.
Viviamo sulla nostra pelle l’assenza di diritti, la precarietà, la mancanza di prospettive.
Vogliamo futuro. Vogliamo respirare. Vogliamo poter scegliere.

Siamo tutt* egualmente consapevoli dell’esistenza di regole economiche che favoriscono i ricchi e massacrano chiunque altr@.
Siamo in vendita.

Sono in vendita le nostre braccia, le nostre vite, la nostra testa, i nostri corpi.
Chi prova ad autodeterminare la propria vita diventa oggetto di repressione. Perché a pochi piace un mondo di soggetti liberi.

Si preferisce invece una società di operai, badanti, schiave, precarie, disoccupati, lavoratrici del sesso, alla mercé del primo manager pronto a cancellare diritti, reddito, casa, lavoro.

Nelle società decadenti, quelle in cui nessuno sa proporre una alternativa, chi ha poca fantasia ottiene potere attraverso iniziative autoritarie.


Perseguitare gli stranieri per fare finta di difendere la sicurezza economica degli italiani.
Perseguitare i gay e le lesbiche per fare finta di difendere il sacro valore della famiglia.
Perseguitare le donne per fare finta di difendere la continuità della specie, per fare finta di difenderne la dignità, il corpo, la vita.
Perseguitare chiunque esprima un libero pensiero per fare finta di difendere i potenti che governano.

Le vittime vengono descritte come carnefici. I carnefici si autodescrivono in quanto vittime.

Le donne lo sanno. Accade ogni giorno. In ogni luogo in cui un uomo uccide una donna mentre i media sono attenti a definirne la nazionalità o a giustificarlo affinché non si sappia che la violenza in famiglia è la prima ragione di morte violenta per tutte le donne.

Accade negli angoli bui in cui sono costrette le sex workers. Relegate nelle periferie fredde e insicure, da ordinanze di sindaci sceriffi armati a salvaguardia del decoro e della moralità. Ed è in quegli angoli che spesso le sex workers perdono la vita, mentre i media ignorano queste morti e nei titoli pronunciano chiara la parola “prostituta” e omettono di specificare che l’assassino è un cliente.

Accade alle straniere, lavoratrici del sesso, badanti, costrette ad obbedire ad un padrone, un uomo o lo Stato, per evitare di essere rinchiuse in un C.I.E.

Noi non ci riconosciamo nelle omissioni, nei moralismi, nelle bugie di chi consegna i nostri corpi autodeterminati allo Stato, alla nazione, in nome di una dignità che nessuno ci riconosce mai quando diciamo che non abbiamo patria, nazione, perché non abbiamo certezze economiche, prospettive di studio, libertà di scelta.

Noi non ci riconosciamo nella chiamata alle armi per una caccia alle streghe animata da misoginia e omertà a protezione dei veri responsabili del disastro italiano.

Non riuscirete a metterci le une contro le altre perché chi usa la guerra tra poveri in qualunque battaglia crea separazione sociale per dare credito a chi su quella separazione specula.

Vale per quelli che istigano la guerra tra stranieri e italiani.
Vale per quelle che istigano la separazione tra donne perbene e donne permale.

Scendiamo in piazza anche per dirvi questo.

Perché noi non vogliamo essere usat*.
Perché noi vogliamo di più.
Perché noi vogliamo tutto.

Femminismo a Sud
Comitato per i diritti delle prostitute

Per adesioni: femminismoasud@inventati.org oppure ombrellirossi@grrlz.net

martedì 8 febbraio 2011

Il mio 13 febbraio

Il mio 13 febbraio sarà contro la corruzione, contro l'illegalità, contro lo scambio di favori, ci sarò con un ombrellino rosso e un bel vestito. Ci sarò perché l'attenzione che si dà alle donne non è per le donne, ma per rimarcare e confermare ruoli e divisioni sociali, materiali e simboliche, pubbliche e private, mentre dal 1 gennaio ad oggi ci sono state già 19 vittime di femminicidio, e due bambine sparite nel nulla. Ci sarò perchè la mia dignità viene danneggiata da un governo che non risconosco come legittimo, perchè lede i miei diritti di cittadina. Ci sarò contro un potere che dispone dei corpi e delle vite di altre donne a piacimento e senza limiti.

domenica 6 febbraio 2011

DIFFONDIAMO QUESTA LETTERA PER CHIEDERE COERENZA ALLE TESTATE CHE DIFENDONO LA DIGNITA' DELLE DONNE




Lettera per tutti quei quotidiani settimanali e mensili che sposano le battaglie delle e per le donne ma di fatto continuano a sfruttare l'immagine femminile per richimare l'attenzione del pubblico maschile.


La lettera di Giorgia Vezzoli, Francesca Sanzo, Lorenza Garbolino:

Siamo grate/i alla vostra testata per la visibilità data alla reazione di tutti noi e delle donne in particolare. Tuttavia, se davvero vogliamo che questo impegno abbia delle conseguenze reali, occorre avere il coraggio di fare delle scelte editoriali coerenti.

A parte pochissime testate, tutta la galassia mediatica - compresi i giornali femminili - non gioca quasi mai a favore delle donne. Dai contenuti alle pubblicità, alle innumerevoli incongruenze.

Se da una parte si cavalca l'indignazione delle donne facendosi paladini della loro dignità, dall'altra ci si comporta come chi la calpesta, continuando a pubblicare corpi di donne per la svendita, fotogallery inutili, video terrificanti senza informare, riflettere, analizzare. Quale sarebbe la coerenza editoriale?

Gli scandali sessuali sono anche il prodotto di una sottocultura diffusa negli ultimi anni proprio dai media, che hanno basato una parte considerevole dei contenuti usando corpi di donne.

Le conseguenze di questa sottocultura le paghiamo noi, nella nostra vita quotidiana.

ISTRUZIONI:

- Copincollate la lettera
- Pubblicatela come nota fb taggando le pagine de La Repubblica, l'Unità e delle testate che desiderate
(oppure mettetela fra i commenti dei post delle loro pagine Fb)

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Iniziativa della Campagna IO NON CI STO agli stereotipi:
http://vitadastreghe.blogspot.com/2010/05/io-non-ci-sto_10.html

(Foto dell'evento by http://www.valgraphicart.blogspot.com/)


Fonte:http://www.facebook.com/event.php?eid=165696433477984

sabato 5 febbraio 2011

DONNE CULTURE MIGRAZIONI E POTERE

DONNE CULTURE MIGRAZIONI E POTERE
Presentazione e discussione di dati di ricerca sulla condizione di donne migranti in Campania e nel bacino mediterraneo

Introduce :
Caterina Arcidiacono – Dottorato di Studi di Genere, Università Federico II
Il diritto dell'Unione Europea sull'uguaglianza fra uomo e donna
Christine Breuer Ferrari – Università di Lione
Genere e diritti nel Maghreb
Najlaa Mahboubi - Dottorato di Studi di Genere, Università Federico II
Migranti e diritti nella prospettiva della psicologia della liberazione
Garcia Manolo - Università di Sevilla
Subordinazione femminile e strategie di resistenza
Filomena Tuccillo - Dottorato di Studi di Genere, Università Federico II
Infermiere e immigrate: due realtà a confronto
Anna Bocchino – Ospedale Virgin Macarena, Sevilla

Palazzo Isveimer, Università Federico II
Via C. Cortese 9
17 febbraio 2011 ore 15.00

Fonte: http://www.news.unina.it/pdf/9875.pdf

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