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domenica 23 marzo 2014

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad




Da Intersezioni

Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad. Traduzione di Serbilla Serpente revisione di feminoska, articolo originale qui.
Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone
L’antropologa Dolores Juliano sostiene che, siccome “il modello di sposa e madre devota è davvero poco attraente, l’unico modo per ottenere che le donne vi si adeguino è assicurarsi che l’altra possibilità sia peggiore”.
Dolores Juliano (Necochea, Argentina, 1932) ha studiato a fondo le strategie culturali e di dominazione di genere contemporanee, così come i saperi e le pratiche delle collettività oppresse che le fronteggiano. El juego de las astucias. Mujer y construcción de mensajes sociales alternativos (1992); La prostitución: el espejo oscuro (2002); o Excluidas y marginales: una aproximación antropológica (2004) ce lo raccontano bene. Questa dottora in Antropologia e professora dell’Università di Barcellona ha fatto parte, fino al suo pensionamento, del progetto ‘Mujeres bajo sospecha. Memoria y sexualidad (1930-1980)’ condotto da Raquel Osborne. In esso, Juliano analizza i modelli di sessualità vigenti durante il franchismo e come l’omosessualità femminile fosse condannata al silenzio e all’invisibilizzazione.
I modelli di sessualità femminile sono cambiati rispetto a quelli dell’epoca della dittatura, oppure è cambiata la forma ma la sostanza è la stessa?
E’ cambiata la società. La chiesa cattolica mantiene i modelli sessuali tradizionali. L’idea di peccato o di devianza è molto presente in essa e nelle religioni monoteiste. Nel protestantesimo ci sono modelli puritani assolutamente fondamentalisti. Il dettato delle leggi religiose sembra ugualitario, ma nella pratica non è mai stato così.
Queste religioni sono più permissive con la sessualità maschile?
Sì, e ciò ha a che vedere con i modelli religiosi e l’organizzazione sociale. Le società patrilineari e patrilocali sono molto restrittive rispetto alla sessualità femminile.
Patrilineari e patrilocali?
Intendo dire che l’eredità, i beni, l’appartenenza al gruppo e il cognome si trasmettono per linea maschile e la patrilocalità, per parte sua, significa che le nuove coppie si stabiliscono, lavorano o convivono con il gruppo dell’uomo e non con quello della donna. E’ il modello che si è imposto attraverso conquiste e colonizzazioni. Lo status sessuale della donna è sempre sospetto, ed è soggetto a controllo. Dalla sua fedeltà dipende, ad esempio, che il titolo nobiliare venga trasmesso al figlio biologico del marito. Attraverso la donna si trasmettono i mezzi e l’appartenenza, ma resta sempre una straniera ambigua, una donna aliena che si è introdotta nella famiglia dell’uomo. Esiste un doppio standard di moralità.

venerdì 22 febbraio 2013

Fratellanza, sorellanza e famiglia

L'altro giorno Lisa Marie è tornata da scuola un po' turbata. Lisa ha quasi 10 anni, va a scuola nel paese dove viviamo. Frequenta fin dalla materna lo stesso gruppo di amici e amichette, quel gruppo di 15 bambini circa, nati nel 2003, arrivati ormai in quarta elementare. Probabilmente Lisa continuerà a studiare ancora con loro fino a 13 anni, quando finirà le medie.
E' una nostra scelta. Vogliamo che Lisa cresca con i suoi amici di sempre e che affronti magari quel periodo della pre adolescenza, più difficile dicono, con un gruppo di persone affiatate. E' un modo per proteggerla e per sostenerla nella sua vita di scolara italo-francese che ha due mamme e anche un fratellino.
Sei mesi fa, in effetti, è nato Andrea il nostro secondo figlio. Andrea è stato partorito dalla mia compagna, mentre Lisa è stata messa al mondo da me. Sono i nostri figli e li amiamo appassionatamente e non importa se hanno o non hanno il mio corredo genetico o quello di lei. Sono la nostra gioia, i nostri due amori, i regali della nostra vita, desiderati, voluti, attesi; sono il risultato meraviglioso di un percorso lungo difficile travagliato e anche parecchio costoso.
Hanno due cognomi diversi, Lisa porta il mio e Andrea quello di Raphaelle ma noi, da 10 anni, siamo la famiglia La Delfa-Hoedts, in attesa di una legge che lo scriva nella pietra. Ogni volta che è possibile, scriviamo i loro due cognomi legati con un trattino. Trait d'union si dice in francese: trattino per unire, per fare di due uno...
Quel giorno, a metà pranzo, Lisa ci dice che vorrebbe farci una domanda perché Alessia, la sua amica, le ha detto che Andrea, anche se è come un fratello, in verità suo fratello non è. E lei vorrebbe sapere da noi come stanno le cose. Ha continuato cercando di spiegarci le parole precise di Alessia: che uno è fratello perché è la mamma e il padre, che danno ai figli qualcosa di loro e che lei e il fratello sono veri fratelli perché sono nati dalla stessa madre e dallo stesso padre e si capiva che lei non riusciva bene a spiegare ma che intuiva e che Alessia stessa non capiva bene ma qualcosa sì. Insomma un discorso un po' complesso.
Ho detto a Lisa, dopo averla ascoltata senza interrompere (tanto non è possibile: quando ha un'idea la deve dire tutta) che Alessia ha detto così perché lei e tanti altri conoscono un solo modo di essere fratelli e sorelle, quella della trasmissione genetica, la filiazione del sangue, come si dice di solito.
Perciò dal punto di vista di Alessia, Andrea non era il suo fratello perché non condividono il corredo genetico ma da altri punti di vista, è suo fratello perché si può essere fratelli in almeno due altri modi: per adozione, e dunque per legge, e anche per amore quando hai gli stessi genitori: "tu e Andrea avete due mamme e sono le stesse mamme per entrambi".
E poi le ho detto che se io e Raphaelle volevamo tanto sposarci non era tanto per noi due che abbiamo già i Pacs ma per loro due, per iscrivere loro due sullo stesso libretto di famiglia e avere finalmente lo stesso cognome in tutta la famiglia. Quando ci siamo sposate (in Francia) loro sono diventate non solo fratelli per amore (già lo sono) ma fratelli per la legge.
E la legge è l'unica sicurezza per quanto riguarda la filiazione. Non c'è figlio né genitore se non è scritto dalla legge. E nemmeno i legami di sangue riescono a essere più forti dei legami della legge per le tutele, le responsabilità, i doveri dell'uno verso l'altro.
Ho raccontato a Lisa che la nostra storia letteraria e la nostra storia tout court è piena di figli nati dalle violenze e dai soprusi degli uomini sulle donne, figli nati da uomini che non li hanno voluti. Ho raccontato delle grandi famiglie borghesi dell'ottocento in cui i padri-mariti padroni facevano figli con le cuoche o le sarte in barba alla moglie e cacciavano via madri e figli per evitare scandali. Nel migliore dei casi il figlio finiva in orfanotrofio con una pensione del padrone che mai sarebbe stato un padre. Eppure aveva trasmesso i suoi geni. E tutti lo sapevano, perfino il prete ipocrita che mangiava al suo tavolo e faceva le prediche la domenica.
Ho raccontato che il controllo delle persone e la limitazione della loro libertà si faceva attraverso il racconto ripetuto fino alla nausea delle regole di comportamento corrette e della promozione delle apparenze che sembrano dover dominare sui fatti, ho raccontato che viviamo in un paese ipocrita dove si vieta l'eterologa in nome di una sola filiazione possibile e degna mentre ogni anno nascono in Italia migliaia di figli che non hanno il patrimonio genetico dei loro padri e sempre più spesso neanche delle loro madri. Ma va bene cosi, l'importante è che non si sappia.
E di fatto le coppie eterosessuali sterili non si vantano di essere andate in Belgio o in Spagna a concepire e spesso non lo raccontano ai figli, per paura di perdere il loro amore, in nome dell'unica filiazione ammessa e nobile. Ho spiegato che il problema delle nostre famiglie, per i controllori e i limitatori delle libertà altrui, è che l'eterossesualità viene raccontata e promossa come un nuovo modo degno e bellissimo di fare figli.
Ho raccontato che viviamo in un paese strano che non soltanto riconosce culturalmente una sola filiazione nobile, quella "del sangue", ma a condizione che venga agita all'interno di un matrimonio, possibilmente sacro. Difatti ricordo che soltanto da pochi mesi, nel 2012, si sono finalmente parificati i figli naturali con quelli legittimi, dopo una battaglia parlamentare durata decenni e ostacolata come sempre dalla chiesa. La chiesa onnipresente per impedire di dare più responsabilità agli individui togliendo dignità alle loro scelte ogni volta che non rientrano nel quadro che la chiesa stessa ha stabilito essere l'unico giusto.
Ci siamo liberati dal padre padrone ma abbiamo di fronte un altro padre padrone, mille volte più potente: uno stato succube della curia vaticana che detta legge su tutto ciò che riguarda la libertà delle persone e le loro responsabilità personali. Una società di bambocci irresponsabili ai quali si dice come comportarsi in materia di famiglia, una società in cui viene sanzionata culturalmente ogni scelta che esce fuori dal tracciato.
Viviamo in un paese in cui nella guida alla dichiarazioni dei redditi, ancora oggi (2012), permangono le categorie di genitori e figli e si precisa (perché evidentemente non è ovvio per tutti) che per familiari a carico ci sono tra gli altri:
- figli (compresi i figli naturali riconosciuti, adottivi, affidati o affiliati)
- genitori (compresi i genitori naturali e quelli adottivi);
- nonni e le nonne (compresi quelli naturali).
"Compresi quelli adottivi e naturali"! Questa semplice dicitura che sembra inclusiva in verità marca una discriminazione potente: per il senso comune gli unici familiari a carico per i quali non ci sono dubbi sono i figli avuti da un matrimonio e i genitori regolarmente sposati al momento della nascita. Esiste dunque evidentemente una piramide della filiazione e della genitorialità, dove tutto ciò che non rientra nel quadro è di seconda o terza categoria, come la frutta e le verdure un po' marce.
Onestamente non capisco come i genitori adottivi e naturali non chiedano di sostituire queste diciture con un'altra semplice e davvero inclusiva: figli e genitori legali. Punto. Perché non può esistere una scaletta, per l'amministrazione dello Stato, del Genitore o del Figlio con la maiuscola.
Ho raccontato a Lisa che l'unico e incontestabile modo di essere fratelli è la fratellanza dell'amore e quella della legge. Ho detto che se una madre non accetta suo figlio alla nascita il bimbo non sarà figlio della madre che l'ha partorito e se un padre non riconosce il figlio che sua moglie ha messo al mondo non sarà suo figlio anche se ha dato i suoi geni. E anche se, a volte, la legge lo può obbligare a essere il padre legale di un bambino, se lui non lo vuole col cuore, non sarà mai un padre d'amore. E che un padre o una madre senza amore non servono a nulla. E non sono genitori.
Ho detto ciò che sa già: che i donatori di gameti che hanno aiutato a fare nascere lei e il fratello non sono i loro genitori e non lo saranno mai perché non è quello che hanno voluto e non è quello che noi abbiamo voluto e se loro sono nati, sono nati prima di tutto dal nostro amore e desiderio e anche grazie a dei geni che li hanno fatti nascere belli come il sole, ma non sono stati i geni che li hanno accolti, abbracciati, amati, consolati, nutriti, curati, accarezzati, coccolati, puniti, stretti al cuore, sgridati, controllati e sorvegliati. E non saranno i geni di questi signori così gentili da regalarci la vita, a farli diventare adulti sereni e luminosi ma questo lo potranno fare solo l'amore e la cura dei loro genitori.
Ho detto infine che la legge scrive la filiazione e dà sicurezza ma senza amore non c'è né figlio né padre né madre né figlia. Ho detto che per fare un figlio, per dare un fratello a una bambina, ci vuole l'amore prima di tutto e poi ci vuole anche la legge e quando ci sono i geni a disposizione, è tutto piu semplice, spesso, ma non sempre. E che la fratellanza di sangue è quella che da meno garanzie, in fin dei conti.
E dunque, Lisa e Andrea, figli miei, figli nostri, voi due siete fratelli. Più di tanti altri.
E adesso chi lo racconta a Alessia?

martedì 13 novembre 2012

Liberare le donne, per liberare gli uomini

Racconti di paternità. Sono sempre più frequenti, alcuni sereni, altri meno sereni. Se le esperienze non possono essere tutte uguali, una cosa accomuna spesso questi racconti e cioè la dimensione della scoperta. La scoperta di poter instaurare con figlie e figli relazioni di intimità, complicità e amore che con i propri padri o non ci sono state o sono state lacunose, la voglia di esprimere una maschilità diversa, che vuole viversi appieno l'esperienza della genitorialità, senza l'esclusione del materno, ma nella parità.

Per me è un mondo sconosciuto, che ascolto volentieri, perché sono convinta, come dice il titolo di questo post, il quale riprende la chiusa di uno scritto che più giù andrò a linkare, che liberare le donne dai ruoli imposti significhi liberare anche gli uomini dai loro, e che tutt* ci guadagneremo.

Tra ieri e oggi ho incrociato tre racconti  di paternità, oltre ad altri letti in passato, che hanno quello stupore della scoperta che tanto mi incuriosisce, forse non sono perfetti, forse c'è tanto da fare, soprattutto a livello culturale e sociale, ma sono molto interessanti.
Sono interessanti alla luce, soprattutto, di alcune immaginette che mi sono saltate sotto al naso in occasione delle elezioni americane, dove le donne hanno avuto un ruolo determinante. Sono quelle che vedete nel post, dal meme: Suffragette Madonna, prodotte dal movimento anti-suffragette. Si tratta di cartoline ad alta diffusione dal doppio messaggio: se le donne avranno il diritto di voto, uomini, vi dovrete occupare di cose che non vi competono e che sono inferiori, e donne lascete i vostri lavori per occuparvi di cose che non vi riguardano. Particolarmente esplicativa, in questo senso, è quella che dice: tutti lavorano ma la mamma, lei è una suffragetta, e il marito disperato, per questo mondo che si sta mettendo all'incontrario, aggiunge: io voglio votare, ma mia moglie non me lo lascia fare.
Servivano a spaventare gli uomini e a scoraggiare le donne che chiedevano il diritto al voto (una fondamentale conquista di parità, anche quando per scelta politica decidiamo di non votare), mostrando gli uomini come delle vittime di queste signore che mollavano figli e casa, i lavori di cura, intesi ovviamente come naturalmente femminili, per fare politica.
Rivendicare oggi quei ruoli, rivendicarli appoggiandosi alle conquiste e richieste di parità e libertà del movimento femminista, è un passo in avanti enorme, dal mio punto di vista. Laddove quei messaggi ieri servivano a demotivarci, oggi servono anche a sostenerci.

I racconti di paternità sorprese qui:

Essere padre, o la scoperta del sistema maschilista;

Ai padri, alle madri;
Appunti sparsi sulla (mia) paternità.




venerdì 20 aprile 2012

L’ammissibilità dell’adozione di minori da parte di una singola persona

Incollo qui a titolo informativo il comunicato stampa dell'AIPASS


Comunicato stampa approvato dal Direttivo 

 Nella sentenza 3572 del 14 febbraio 2011, la Corte di Cassazione sostiene che i tempi sono maturi perché il legislatore possa "provvedere nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell'ambito di ammissibilità dell'adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell'adozione legittimante". Contestualmente, la Suprema Corte sottolinea che ciò non sarebbe in contraddizione con quanto affermato nella Convenzione sui diritti dei fanciulli siglata nel 1967 a Strasburgo, che contiene le linee guida in materia di adozione. Da una parte, la sentenza è stata accolta da molti come un ampliamento delle possibilità offerte ai bambini di crescere in ambienti positivi. Dall’altra, rappresentanti delle istituzioni politiche, sociali e religiose del nostro paese hanno dichiarato che i bambini per crescere bene hanno bisogno di una madre e di un padre. L’Associazione Italiana di Psicologia ricorda che le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale sul rapporto fra relazioni familiari e sviluppo psico­‐sociale degli individui. Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori-adottivi o no che siano ­a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano. In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali. L’Associazione Italiana di Psicologia invita i responsabili delle istituzioni politiche, sociali e religiose del nostro paese a tenere in considerazione i risultati che la ricerca scientifica ha prodotto sui temi in discussione.

lunedì 27 settembre 2010

Studentessa pestata in aula dal suo ex

Pisa, l'incubo di un'universitaria sarda. In cella il persecutore siciliano. Dopo mesi di botte, minacce e abusi sessuali, è arrivata a pestarla in aula, all'università, di fronte a diversi testimoni. E lei ha trovato il coraggio di denunciarlo soltanto dopo quest'ultimo episodio. Lo stalker l'aveva mandata più volte all'ospedale, ma c'era sempre una scusa pronta
di Candida Virgone

PISA. Insulti, minacce, botte continue, veri e propri pestaggi finiti spesso in ospedale. E poi anche sesso imposto con la violenza, rapporti consumati fra le lacrime e il ribrezzo. È quanto ha dovuto subire una ragazza sarda, studentessa universitaria a Pisa, da un coetaneo siciliano. Lo chiamano amore criminale, amore malato, ma con l'amore non ha nulla a che fare, e, grazie alla introduzione recente di un reato come lo stalking, a volte si riesce a non trasformarlo in tragedia.

La studentessa, 23 anni (di lei non si sa niente di più: per ovvie ragioni la sua privacy è stata protetta dagli inquirenti), ha vissuto un incubo che è finito qualche giorno fa in un'aula studio dell'ateneo toscano dopo l'ennesimo, plateale, pestaggio.

A perseguitarla era il suo ex, un ragazzo di Mazara del Vallo, 23 anni anche lui, che è stato raggiunto a casa sua in Sicilia dopo dieci giorni di indagini e arrestato con una raffica di accuse: atti persecutori, violenza sessuale, violenza privata, violazione di domicilio e lesioni personali.

Un incubo che andava avanti da mesi secondo un cliché fin troppo noto. Lei lo lascia, lui non si rassegna, torna alla carica e poi passa alle maniere forti.

Parolacce, vere e proprie persecuzioni, minacce e botte da orbi, alla prima occasione. La ragazza sarda sarebbe finita in ospedale più volte, con un braccio fratturato o una spalla lussata, ma preferisce non raccontare niente di quanto accade. Sono caduta, ho urtato contro un mobile, sono scivolata: per i medici trova sempre scuse.

Il ragazzo siciliano arriva perfino ad entrare in casa sua, a Pisa, nell'appartamento che la ragazza sarda divide con altre studentesse, in centro, e in quell'occasione non si ferma neanche davanti ad una cara amica della ex: minaccia pure lei. Non accetta di essere stato lasciato.

Sara - il nome è di fantasia - è roba sua, deve stare con lui, per forza. Ma lei ancora non si decide a denunciarlo. Fino all'assalto plateale in un'aula studio, una delle tante dell'università, gremita di giovani che preparano gli esami.

È il 13 settembre, il ragazzo arriva ed aggredisce la ragazza, la pesta a sangue. Chiamano la polizia e arrivano gli agenti di una pattuglia Volante. La studentessa sarda, spaventata e ferita, viene portata in ospedale: i medici decidono di ricoverarla.

Davanti ai camici e alle divise che chiedono spiegazioni e a un referto importante, la verità non si può più nascondere e la studentessa, per la prima volta, trova il coraggio di raccontare quell'incubo durato quasi un anno, mettendo gli investigatori sulle tracce del suo ex ragazzo.
Parte la querela e si apre un'inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Porpora. Il 17 settembre il gip del tribunale di Pisa ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere che è stata eseguita lunedì scorso in Sicilia: gli uomini della squadra mobile di Mazara del Vallo hanno arrestato il giovane persecutore che è finito in carcere a Marsala.
(25 settembre 2010)

http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/studentessa-pestata-in-aula-dal-suo-ex/2414106

mercoledì 24 febbraio 2010

Schio, riduce fidanzata a una larva Botte e stupri, arrestato 24enne

Le accuse per il giovane sono di violenza sessuale e stalking nei confronti dell'ex amica: Daniele Casarotto non si rassegnava alla fine della relazione con continue chiamate, appostamenti sotto casa, percosse e tentativi di strangolamento. La relazione era nata in un ambiente di degrado sociale

Schio. È uno scenario di aggressioni, violenze sessuali ai danni di una giovane, vissute in uno stato di sottomissione fisica e psicologica che l’hanno ridotta quasi a una larva umana, quello ricostruito dai carabinieri di Schio e che ha portato all’arresto per violenza sessuale e stalking di Daniele Casarotto, 24 anni, già noto alle forze dell’ordine. L’arresto ha posto fine a una storia difficile cominciata nel novembre dello scorso anno in un contesto di degrado sociale, all’interno di una struttura di assistenza per persone non abbienti e che vivono ai margini della società. Una relazione amorosa caratterizzata, secondo quanto emerso dalle indagini, da violenze fisiche e sessuali, soprusi, ricatti e minacce, con il giovane che era riuscito a imporre la sua personalità sulla ragazza costretta a vivere in uno stato di prostrazione psico-fisica e di terrore.

La vicenda è emersa dopo che casualmente un carabiniere fuori servizio aveva soccorso alcune settimane fa la ragazza che sanguinante era a terra in una via del centro di Schio. Portata all’ospedale, la giovane non aveva voluto in un primo tempo raccontare nulla dell’aggressione, temendo probabilmente ritorsioni da parte dell’aggressore. La costanza, l’umanità e la disponibilità del carabiniere ad ascoltarla in un qualsiasi momento di bisogno hanno poi fatto breccia nell’animo della ragazza che quindi ha denunciato la triste storia.

Nel gennaio scorso il rapporto con Casarotto si era anche interrotto, ma questi ha continuato a inviare messaggi minatori fino al momento dell’arresto. Quando la ragazza è stata in grado di raccontare tutto, i carabinieri di Schio hanno eseguito degli accertamenti e consegnato il materiale al pubblico ministero Antonella Toniolo che ha ottenuto dal gip Agatella Giuffrida una ordinanza di custodia cautelare in carcere.

fonte:il giornale di vincenza

giovedì 10 gennaio 2008

Scambi di coppie, il parroco denuncia la moglie se ne va, marito indagato

CRONACA

Inchiesta nel Salentino: coinvolti alcuni professionisti
di Lecce. L'accusa è sfruttamento della prostituzione

LECCE - Per il Salento è una storia a luci rosse da prima pagina. Un giovane artigiano abitante in un paese dell'entroterra è indagato dal sostituto procuratore di Lecce Angela Rotondano, per sfruttamento della prostituzione. Il suo computer è già stato messo sotto sequestro. Lo ha denunciato la moglie, giovane come lui e casalinga, dopo un violento litigio seguito alla paternale fatta dal parroco del paese circa sei mesi fa.

La donna ha riferito ai carabinieri che il marito la costringeva a rapporti con persone contattate via Internet per un generico scambio di coppie: lei era costretta a concedersi, mentre lui stava a guardare ed a fotografare, salvo poi mettere le sue foto su Internet.

L'uomo ha invece denunciato la moglie per abbandono del tetto coniugale. Dopo il litigio, infatti, la moglie è andata via da casa. La donna ha raccontato di essere stata costretta a rapporti sessuali con un dentista ed il suo assistente, che avrebbero poi curato i denti a lei ed al marito gratuitamente, con un ingegnere salentino ed alcuni commercianti. Gli incontri avvenivano nell'abitazione della coppia.

(2 gennaio 2008)

Fonte: repubblica.it

domenica 2 settembre 2007

Marito padrone e violento

"Mi ha picchiata perché sono uscita a fare la spesa senza chiedergli il permesso"
di Alessandro Cori
«Ero uscita a far la spesa con i miei bambini senza avergli chiesto il permesso, per questo mi ha picchiato». Agitata e spaventata, dopo essersi chiusa nel bagno del suo appartamento insieme ai figli per paura che il marito continuasse a colpirla, una donna marocchina di 36 anni ha spiegato così il comportamento del suo uomo agli agenti che l´hanno soccorsa dopo averla sentita gridare.

Lui, un tunisino di 40 anni, regolare, come la moglie del resto, era ubriaco e visibilmente su di giri, quindi, non contento, si è scagliato anche sui poliziotti e sul fratello della donna, arrivato con gran foga per farsi giustizia da solo.

La giovane marocchina, dopo aver trovato il coraggio di chiamare il 113, cosa non sempre scontata in questi casi, non ha voluto però denunciare il marito, Hamami Bechir Ben Mohamed, che comunque è stato arrestato dalla polizia per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni finalizzate alla resistenza e minacce aggravate. Stesse accuse che hanno fatto scattare le manette anche per il fratello della donna, San Haji Abdelhafid, di 32 anni.

E´ poco prima delle sette di mercoledì pomeriggio, quando al sesto piano di un palazzo popolare di via Gandusio va in scena la violenta lite familiare. L´edificio, abitato in gran parte da famiglie straniere è imponente ma sporco e degradato. Quando i poliziotti, chiamati con il cellulare dalla donna marocchina, arrivano nell´appartamento, della 36enne non c´è traccia. Gli agenti identificano il marito, chiaramente ubriaco, si trattengono ancora un po´ e solo allora sentono la donna urlare dal bagno. Aprono la porta e la giovane marocchina inizia a raccontare la sua verità. Dopo essere uscita a fare la spesa con i figli, di 1 e 3 anni, al suo rientro aveva trovato il marito già in casa. L´uomo, furioso per non averla vista, ha pensato bene di colpirla con una serie di schiaffi sul collo e sul volto. Il racconto della donna viene però interrotto dall´arrivo del fratello, chiamato anche lui dalla giovane dopo essersi chiusa nel bagno. Alla vista del marocchino, il tunisino ubriaco ha afferrato un coltello e si è scagliato contro il cognato, che per tutta risposta si è difeso con un bastone.


All´arrivo di una seconda volante, però, i due hanno cominciato a menare i poliziotti che poi sono riusciti a dividerli e li hanno portati in questura. Per il tunisino, poi, è scattata anche la denuncia per violenza privata e percosse: su questo in Procura è stato aperto un fascicolo. Gli agenti coinvolti nella lite hanno ricevuto 5 e 7 giorni di prognosi per contusioni alla spalla, polsi e gomito. «Non credevo potesse accadere una cosa del genere - racconta un vicino di casa della famiglia, che abita sullo stesso piano - sono due persone molto tranquille, abitano qui da più di un anno e non avevano mai creato problemi. Lei è una ragazza molto gentile, veste all´europea, senza veli o altro. Parla bene l´italiano e mi sembrava fosse felice».
(31 agosto 2007)
Fonte: repubblica.it

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