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lunedì 4 luglio 2011

Distruggendo Ophelia: la presunzione d’innocenza a senso unico nel caso Strauss-Kahn

[Incollo qui un articolo di Gennaro Carotenuto, che racconta molto bene come stanno trattando i media italiani, ma non solo, il caso Strauss-Kahn.
Ogni volta che incrocio il telegiornale ho un conato di vomito.
]

Giovanna Botteri spiattella da ore su tutti i canali Rai che Ophelia, la cameriera africana del caso Strauss-Kahn, abbia denunciato l’ex-direttore dell’FMI per stupro dopo un rapporto mercenario non pagato. E poi giù a sviscerare dettagli su come la puttana africana esercitasse il suo –presunto- secondo lavoro. Non si preoccupa, lei e molti altri mainstream, di citare la fonte di tali rivelazioni trattate come verità processuali.
Eppure non bisogna andare tanto lontano per essere indotti alla prudenza. Maurizio Molinari de La Stampa avverte che: “Lo rivela il N.Y.Post (giornale scandalistico che nulla ha a che vedere col New York Times, ndr) imbeccato dagli avvocati difensori”.
Il pezzo di Molinari è prezioso nel restituirci un contesto:
i tabloid di New York sono inondati da rivelazioni su «Ophelia» provenienti quasi sempre da ambienti vicini alla difesa dell’ex direttore esecutivo del Fmi, che punta a creare un’atmosfera favorevole al completo proscioglimento quando, il 18 luglio, si celebrerà la prossima udienza.
Fortunatamente qualcuno ogni tanto si ricorda di fare il giornalista e di restituire un frammento della complessità del mondo che ci circonda e non solo una semplificazione compiacente. Tutto ciò non significa che Ophelia, che ha un nome, Nafissatou Diallo (e la difesa della privatezza della quale è da tempo un vezzo dei media che fingono di essere politicamente corretti nei suoi confronti), non possa aver mentito in tutto o in parte. Non significa neanche che Dominique Strauss-Kahn non possa essere stato vittima di una falsa denuncia o perfino di un complotto ordito dalla Spectre. La Rete, che come sempre in questi casi dà il meglio e il peggio di sé, ne è già piena, millantando di una regia occulta di Nicolas Sarkozy dall’Eliseo oppure di una presunta trappola liberista dall’interno dell’FMI contro il presunto keynesiano Strauss-Kahn. Un complotto della destra contro il nostro campione di sinistra insomma, magari tendente a mettere il dirigente politico francese sullo stesso piano del re di bunga bunga e tutto si tiene, dalle scie chimiche all’11 settembre.
In Rete, ancor più che nei media tradizionali, dove pure Vittorio Feltri ha offerto pezzi di –invereconda- bravura “adesso uno non è più libero neanche di farsi una scopata”), riemerge l’Italia di sempre, la stessa che negli anni ‘60 avrebbe mandato al rogo Franca Viola e che ancora ieri provava onanistico piacere a bersi che con un jeans attillato non possa esserci stupro. E allora eccoli lì a riprodurre un eterno immaginario maschile da porno-soft anni ‘70 per il quale una cameriera d’albergo è una merce disponibile. Quindi DSK avrebbe potuto avere tutte le donne che voleva (sic) e di conseguenza sarebbe innocente perché non avrebbe potuto desiderare la signora, che si preoccupano di descriverci come non piacente. In alternativa una poveraccia come Ophelia mai avrebbe potuto resistere al fascino (i soldi, il potere, perfino il bianco della pelle) di quell’uomo e quindi non avrebbe potuto non essere consenziente.
E’ a questa Italia (ma anche Francia, Stati Uniti e quant’altro) che, con temeraria pazienza, vanno ricordate alcune cose terra terra:
1) La presunzione d’innocenza esiste anche per le cenerentole africane e non solo per i principi azzurri francesi.
2) Perfino una prostituta può non desiderare un rapporto sessuale e qualora le venga imposto, strano ma vero, è stupro.
3) Una donna stuprata ha il diritto di non essere Santa Maria Goretti. Può avere frequentazioni equivoche, perfino precedenti penali e può perfino pensare di trarre vantaggio dall’accaduto.
4) La straordinaria disparità di mezzi economici, di cultura, di classe, non può non essere parte fondamentale della lettura di una notizia come questa.
Indipendentemente da cosa sia materialmente successo in quella camera d’albergo esistono dei rapporti di forza ben più profondi di quelli del poter mettere in campo avvocati milionari o del potersi permettere strategie mediatiche aventi come obbiettivo la demolizione della controparte. Neanche più le soap opera offrono letture così terra terra come quella che il mainstream sta dando al caso.

martedì 20 ottobre 2009

Violentano sedicenne ad Ascoli, la madre sente tutto al telefono

Il gip ha disposto l'arresto di due diciottenni già nei guai per festini a base di droga
Avrebbero adescato 40 ragazze con Messanger e Facebook. La polizia: chi sa parli
La donna, non vedendo la figlia rientrare, l'aveva chiamata al cellulare
la comunicazione era rimasta aperta mentre i ragazzi abusavano della figlia


ASCOLI PICENO - L'hanno fatta ubriacare e costretta a sottostare ad atti sessuali mentre la madre, che l'aveva chiamata al telefonino, ascoltava impotente quello che stava succedendo. Con questa accusa il gip di Ascoli Piceno, Annalisa Gianfelice, ha disposto l'arresto di Carlo Maria Santini ed Enrico Maria Mazzocchi, due diciottenni ascolani accusati di aver abusato di una sedicenne in un'abitazione nel centro storico.

Un particolare inquietante, è la telefonata con la madre della vittima. Non vedendo la figlia rientrare a casa, la donna l'aveva raggiunta al cellulare. La comunicazione era rimasta aperta mentre i due indagati approfittavano della ragazzina, stordita dall'alcol, senza che la donna potesse far nulla per fermarli.

L'appartamento dove è avvenuto lo stupro è uno di quelli individuati a settembre dagli investigatori della Squadra mobile, diretta da Piefrancesco Muriana, nell'ambito dell'operazione antidroga "Messenger": lì un gruppo di giovani ascolani si ritrovava per festini a base di sesso e droga. In quell'occasione vennero arrestate tredici persone e fu posta sotto sequestro una gioielleria compiacente alla quale i ragazzini, alcuni dei quali minorenni, vendevano oggetti preziosi sottratti in famiglia per poter acquistare la droga.

Carlo Maria Santini, uno dei due indagati arrestati stamani, venne denunciato per aver soggiogato e iniziato al consumo di cocaina un ragazzo ascolano appassionato di cultura "emo", che aveva agganciato attraverso il programma di chat Messenger. Il ragazzino era stato ripetutamente costretto a rubare, in casa propria, denaro e oggetti preziosi, per potersi rifornire di droga. Oltre a Messenger, il diciottenne avrebbe utilizzato anche il social network Facebook per avvicinare diverse ragazze, molte delle quali maggiorenni, e alcune consenzienti a intrattenersi con i ragazzi.

Lo stupro di gruppo risale ad un mese fa circa. Quel pomeriggio la madre ha accompagnato la sedicenne al pronto soccorso, dove i medici hanno diagnosticato uno stato di intossicazione alcolica acuta e confermato la violenza subita, testimoniata anche da vistose tracce di sangue. La ragazzina è rimasta ricoverata in ospedale per due giorni, e poi ha raccontato agli investigatori l'incubo in cui era precipitata, probabilmente come altre giovanissime vittime prima e dopo di lei.

La sedicenne considerava Santini un suo amico, ed era andata in quell'appartamento (che apparteneva ad un parente di Santini e che il ragazzo continuava a frequentare nonostante il divieto che gli era stato imposto a settembre dalla procura dei minori) senza sospettare nulla. Ad aspettarla però c'era anche Carlo Maria Mazzocchi: i due, così ha riferito, l'hanno fatta bere molto, lei si è sentita male e ha chiesto di sdraiarsi sul letto, e qui sarebbe stata violentata da entrambi, mentre la madre ascoltava tutto.

Ad inchiodare i due ci sarebbero anche alcune intercettazioni telefoniche e il tentativo di inquinare le prove, minacciando e insultando ripetutamente madre e figlia perchè ritirassero la denuncia. I ragazzi avrebbero progettato anche una fuga all'estero.

Ci sono poi altri indizi, come le conversazioni di Santini su Facebook, in cui l'indagato dava sfogo alla sua passione, quasi un'ossessione, per le ragazzine più piccole. E i passi falsi mossi nella piazza virtuale, che ora lo accusano. Una madre, insospettita dai comportamenti della figlia, si è finta una giovanissima e si è fatta agganciare in chat, per poi vietare alla ragazzina di frequentare quell'amico conosciuto sul web, ritenuto troppo pericoloso.

Anche un'altra madre, dopo i clamori dell'operazione 'Messenger' attuata qualche mese fa, si è frapposta tra la figlia quattordicenne ed il ragazzo. Le ha vietato di frequentarlo, sottraendole il telefonino e rispondendo al posto suo. Ma il ragazzo, sempre secondo le forze dell'ordine, "imperturbabile nonostante la giovane età", l'ha insultata, arrivando persino a minacciarla. Tutti comportamenti a cui Santini sarebbe stato avvezzo. Difatti lui ed il suo amico Enrico Maria Mazzocchi, sono accusati anche di un grave tentativo di inquinamento delle prove, poiché hanno più volte avvicinato sia la giovane vittima che la madre, facendo pressione affinché ritrattassero le accuse.

Se attraverso Messenger Santini reclutava baby consumatori di droga, navigando su Facebook irretiva ragazze e ragazzine, vantandosi poi delle sue "conquiste". La polizia sta facendo accertamenti su una decina di giovanissime che sono entrate in contatto con lui, e non è escluso che emergano altri episodi di violenza. In un'intercettazione telefonica fra gli indagati si parla di un giro di 40 ragazze.

Squadra mobile e Procura di Ascoli hanno lanciato un appello rivolto alle giovani e alle loro famiglie, perché vincano la vergogna e la paura e dicano quello che sanno.

(20 ottobre 2009)



Fonte:repubblica.it

domenica 9 novembre 2008

Orrore in una "clinica" nigeriana Scoperta la "fabbrica dei bambini"

In una clinica per maternità ragazze schiave e violentate
costrette a portare avanti la gravidanza e cedere il nenonato

ENUGU (Nigeria) - Nati per essere venduti. In Nigeria è stata scoperta una "fabbrica di bambini". Per tutti era una clinica per maternità, in realtà quello che si faceva all'interno, soprattutto di notte, era organizzare un traffico di neonati strappati al madri costrette con la forza alla gravidanza e messi sul mercato.

Questo ha scoperto la polizia quando ha fatto irruzione nell'edificio di due piani di Enugu, nell'est del Paese. Quando gli agenti sono entrati hanno liberato una ventina di donne. Stando alla ricostruzione fornita dalle organizzazioni umanitarie di quella che è stata definita la più vasta operazione di polizia contro una rete di trafficanti di bambini, il medico responsabile della clinica di attirava giovani donne che portavano avanti gravidanze non volute, proponendo loro di aiutarle ad abortire.

Le adolescenti venivano invece rinchiuse fino al giorno del parto, quindi costrette a separarsi dal proprio bambino in cambio di circa 20 mila naira (135 euro).
I bambini veniva poi venduti, generalmente a nigeriani, per una cifra che oscilla tra i 300 e i 450 mila Naira (2.000-3.000 euro).

"Appena entrata, mi hanno fatto un'iniezione e sono svenuta - ha raccontato alla France Presse una delle donne liberate - quando ho ripreso conoscenza, mi sono resa conto che era stata violentata". La ragazza, 18 anni, è stata quindi rinchiusa con le altre donne. Il medico l'ha violentata di nuovo il giorno dopo, una settimana prima dell'intervento della polizia. Secondo la polizia, il medico "invitava" anche altri uomini "per ingravidare le ragazze".

Secondo le organizzazioni locali che si battono contro il traffico di essere umani, le fabbriche di bambini non sono rare in Nigeria, il paese che conta il più alto numero di abitanti del continente africano, 140 milioni. E anche se non esistono dati precisi sul numero di neonati destinati ogni anno alla vendita, gli attivisti sostengono che si tratta di un'attività molto diffusa, gestita da organizzazioni molto strutturate. "Pensiamo siano più grandi di quanto sappiamo", dice Ijeoma Okoronkwo, direttore regionale dell'agenzia nazionale per il bando del traffico di esseri umani. Secondo l'Unicef, sono almeno dieci i bambini che vengono venduti ogni giorno in Nigeria per usarli come manodopera, per farli prostituire o semplicemente per la cultura della sterilità come maledizione che ancora permea molti strati della popolazione del Paese.

Le strutture simili alla clinica di Enugu scoperte finora nel paese sono almeno una decina. "Tutto questo esiste da tempo, ma noi ne siamo al corrente solo dal dicembre 2006, quando un'ong ha lanciato l'allarme e ci ha segnalato che i bambini venivano venduti e che vi erano coinvolti gli ospedali", ha aggiunto.

In alcuni casi, giovani donne molto povere ricorrono di propria volontà a questa pratica per avere denaro. Nella clinica di Enugu, "abbiamo trovato quattro donne che erano lì da tre anni, per fare figli", ha detto il responsabile locale per la sicurezza, Desmond Agu.

Fonte: repubblica.it

venerdì 19 settembre 2008

Donna reclusa e stuprata dal padre in Polonia un nuovo caso Fritzl

La 21enne sarebbe stata segregata per 6 anni e avrebbe avuto 2 figli dal genitore
Il 45enne arrestato dopo un tentativo di fuga verso l'Italia. Rischia 15 anni di carcere

VARSAVIA - Un uomo di 45 anni è stato arrestato nella Polonia orientale, per avere sequestrato e abusato per sei anni di sua figlia, che ha oggi 21 anni, una vicenda che ricorda quella della "casa degli orrori" dell'austriaco Josef Fritzl.

Secondo quanto reso noto dalla polizia locale di Siemiatycze, la giovane, tenuta segregata in casa dal padre, avrebbe anche partorito nel 2005 e 2007 due bambini, lasciati in ospedale per l'adozione. I bambini potrebbero essere frutto della relazione incestuosa col genitore. La donna ha raccontato alla polizia che l'uomo l'aveva costretta ad abbandonarli, dopo averla accompagnata al parto. La figlia si era presentata la settimana scorsa alla polizia di Siematycze insieme alla madre, denunciando che il padre la violentava dall'età di 15 anni e le impediva di lasciare la casa. La giovane aveva lasciato la scuola a 14 anni. Subito dopo per lei era cominciato un inferno famigliare. Il padre aveva cominciato a violentarla, a legarla e a minacciarla con un coltello.

Dopo la denuncia, l'uomo è fuggito e, secondo l'agenzia France Press, voleva raggiungere l'Italia. La polizia tuttavia l'ha arrestato in una altra città polacca, Siedlce, nel centro del paese. Ora rischia una condanna a 15 anni per violenza sessuale e sequestro di persona. Al momento il tribunale gli ha inflitto un fermo di tre mesi. La figlia è ospite di alcuni famigliari e riceve assistenza psicologica.

La vicenda polacca richiama quella venuta alla luce quest'anno in Austria, nella cittadina di Amstetten. Un uomo di 73 anni, Josef Fritzl, aveva tenuto segregata la figlia per 24 anni in una cantina-prigione sotto casa, violentandola e facendole partorire sette figli.

(8 settembre 2008)

Fonte: Repubblica

mercoledì 20 febbraio 2008

Picchiata da fidanzate stupratori

No a costituzione parte civile, imputati sono minorenni

(ANSA)- RIMINI, 19 FEB -Una quindicenne di Rimini che l'estate scorsa ha subito uno stupro di gruppo,sarebbe stata picchiata dalle fidanzatine dei suoi violentatori. Alle quali aveva confessato di aver avuto un rapporto sessuale non voluto con loro. La difesa non potra' nemmeno costituirsi parte civile nel processo: il codice non lo prevede in caso di imputati minorenni. Mentre la famiglia potra' rivalersi contro quelle dei ragazzi solo in sede civile.








Fonte: Ansa

domenica 27 gennaio 2008

I soliti sospetti: storia della legge sullo stupro. Quando c'erano i capi famiglia e lo Ius Corrigendi

Storia della Legge sulla violenza sessuale: uno stupro culturale durato venti anni e più.


Giusto per fare un ripasso su come le sentenze morali (cioè: prima il legislatore decide se il soggetto/oggetto di cui parla la legge è moralmente riconoscibile e poi emette il giudizio sul quale si fonda la legge) siano alla base di molte leggi in Italia, voglio raccontarvi – e la ricordo assieme a voi – un pezzetto di storia recente della giurisprudenza italiana durante la quale si sono fatte grandi battaglie.

Non mi interesso di lunghezza o asprezza delle pene – che ritengo non servano (la questione è molto più complessa e ne parleremo, un po' ne abbiamo già parlato)- ma mi piace capire che valore viene attribuito alle persone sul piano morale e quindi legislativo.

Volente o nolente: la discussione che determina l'approvazione di una legge ha un impatto dal punto di vista culturale che rispetto alle questioni di genere in tanti anni è stata davvero fondamentale. La difficoltà di acquisire diritti - che ci vengono riconosciuti solo attraverso l'applicazione di leggi esistenti - anche sulla carta è una cosa con la quale ci scontriamo molto spesso.

Ricordo, giusto per fare riferimento alla nostra storia recente, le battaglie sulla legge per la Procreazione Medicalmente Assistita, la legge 194 su consultori e aborto perennemente rimessa in discussione, la proposta (quasi utopica) di legge sulle Unioni di Fatto (Pacs o Di.Co). Per ciascuna di queste leggi è stato ed è importante combattere contro moralismi di ogni genere che allontanano sempre di più la discussione dal piano dei diritti per reinserirla sul piano dei pregiudizi o delle ideologie tout court. Perciò, appunto, vi racconto questa storia che non sembra ancora essersi conclusa...

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Prima dell’attuale codice penale c’era (e c’e’ ancora nelle parti non modificate) il Codice Rocco, elaborato e promulgato in pieno regime fascista. La parte più difficile da modificare, a cui i giuristi erano attaccati per tradizione, era (lo è sempre) quella dei diritti individuali.

Tra questi un particolare interesse veniva destinato al mantenimento del sistema familiare patriarcale fascista in cui la donna era (o è?) “sposa e madre esemplare”, creatura soggetta ed obbediente al suo destino biologico, alla funzione riproduttiva esaltata come missione per il bene della Patria, cioè del Regime.

A quell’epoca esisteva la figura del Capo Famiglia che derivava in qualche modo da quella del Pater Familias dell’antica roma.

Per il Codice Penale i reati di violenza sessuale e incesto erano rispettivamente parte “Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” (divisi in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all’onore sessuale”) e “Dei delitti contro la morale familiare” (non mi pare che il secondo sia cambiato). Così mentre si affermava che la violenza sessuale non offendeva principalmente la persona, coartandola nella sua libertà, ma ledeva una generica moralità pubblica si dimostrava che il bene che si voleva proteggere e tutelare non era tanto la persona quanto il buon costume sociale secondo il quale la donna non era libera di disporre di alcuna libertà nel campo sessuale.

Anzi, per convenienza dell’ordine sociale, la sua sessualità era negata, repressa o volta solo alla riproduzione della specie. La donna stessa doveva ignorarla e, per esempio, la “fanciulla per bene” non doveva avere alcuna notizia sul sesso: nessuno le spiegava come nascevano i bambini, spesso non sapeva niente nemmeno del fenomeno che doveva mutare il suo organismo, le mestruazioni. Lei doveva arrivare al fidanzamento o al matrimonio, meta prefissata della sua formazione, del tutto ignara di qualunque cosa, senza avere a che fare con il sesso e naturalmente del tutto “intatta”. Ma c’e’ sicuramente tanta letteratura femminista che ha raccontato, in termini drammatici o ironici, di questa totale ignoranza che tutelava il mai troppo protetto pudore delle ragazze.

Torniamo al reato di stupro. Nella legge così com’era si trovava la distinzione tra violenza carnale e atti di libidine. Spesso molti processi si risolvevano in una ricerca minuziosa del livello di verginità anatomica violata. Questo perché – cosa infida e certamente non comprensibile per noi, adesso - si faceva una distinzione tra “congiunzione corporale” e “atti di libidine”. Ed era la Cassazione che con sentenze strabilianti definiva al centimetro di quanto doveva essere profonda la penetrazione perché fosse riconosciuto il reato di violenza carnale. Se il pene penetrava anche solo un tot sufficiente a consentirgli di riversare lo sperma dentro la vagina allora era considerato un “rapporto completo”. Se invece non c’era versamento spermatico o penetrazione ma “solo” un semplice contatto, anche intimo, offensivo, umiliante, molesto tanto da determinare nel molestatore un piacere equivalente al coito, non veniva considerato “congiunzione”. Se non c’era congiunzione non veniva riconosciuto il reato o cambiava l’entità della pena. Tutto ciò ovviamente senza parlare dell’effetto che un processo di quel tipo poteva avere sulle ragazze stuprate.

Altro reato contro la morale era il “Ratto a fine di matrimonio” e il “Ratto a fine di libidine” (entrambi gli articoli del codice penale abrogati con la legge sullo stupro del 1996, cioè l’altro ieri). Il codice distingueva il ratto a seconda del fine che il rapitore si proponeva e puniva meno gravemente chi rapiva a scopo di matrimonio (Matrimonio riparatore: norma abrogata nel 1981, cioè pochissimi anni fa) e più gravemente chi rapiva a fine di libidine, ritenendo evidentemente che privare della libertà una donna e coartarne la volontà allo scopo di sposarla fosse meno grave. Cioè la donna veniva considerata alla stessa stregua di un oggetto che chiunque poteva rompere purchè poi si assumesse l’onere di raccoglierne i pezzi. E si poteva dire forse che il ratto a scopo di matrimonio era la parte peggiore perché mentre nel ratto a scopo di libidine la donna poi poteva fare la propria vita, in quello a scopo di matrimonio invece doveva restare, in quanto merce avariata e non più proponibile, senza più nessuna possibilità di scelta per tutta la vita.

L’assurdità del matrimonio riparatore fu rivelata per la prima volta nel 1965 dal coraggioso gesto di una ragazza siciliana (alla quale almeno io – ma, credo, non solo - devo una infinita gratitudine), Franca Viola. Rapita ad Alcamo, in provincia di Trapani, Franca, 18 anni, rifiutò le nozze riparatrici e denunciò il suo rapitore, Filippo Melodia, in odor di mafia, e i suoi complici. Il caso sconvolse l’opinione pubblica e in particolare quella siciliana: non si era mai vista una “disonorata” sottrarsi al “matrimonio riparatore” violando una consuetudine che dava per scontata la sottomissione delle donne a questo tipo di violenza. Malgrado le intimidazioni e le difficoltà opposte dall’ambiente sociale, Franca Viola non tornò indietro: il processo contro Filippo Melodia e i suoi dodici complici si concluse nel dicembre 1966 con una condanna ad undici anni per lui, cinque assoluzioni e pene minori per gli altri. (Filippo Melodia finì male: scontata la pena. È stato ucciso nel 1978 in un paesino in provincia di Modena probabilmente per una vendetta di mafia).

Tornando al codice va notato che nel ratto a fine di libidine è prevista una aggravante se il reato era commesso nei confronti di donna legalmente sposata: la tendenza era quella di tutelare l’oggetto moglie, di proprietà del marito e qui ancora diventa evidente come nel codice era rappresentata la concezione dell’inferiorità della donna.

Ancora: fino al 1996 il reato di violenza sessuale era perseguibile solo attraverso una querela della parte offesa. Ciò vuol dire che la donna doveva denunciare lo stupratore altrimenti non veniva perseguito. Dopo la modifica (che sostanzialmente operò un grande cambiamento in termini culturali e giuridici a partire dal fatto che riconobbe lo stupro come reato contro la persona e non più contro la morale) questo punto non è cambiato moltissimo. Varie pressioni e molti strattonamenti (tipo quelli per i Pacs oggi) fecero giungere ad un compromesso che vedeva la possibilità di esigere la denuncia d’ufficio (che avrebbe evitato una sovraesposizione e molte ritorsioni per le vittime) se lo stupro era legato a reati come l’effrazione, la violazione di domicilio con violenza sulle cose o sulle persone: ovvero se chi compie la violazione risultava essere palesemente armato (di quale arma abbia bisogno un uomo incazzato e violentemente desideroso di stuprare una donna, davvero non si capisce).

Ma la storia della legge non finisce qui (e si, una battaglia durata un ventennio merita qualche parola in più). E’ il 1986 e la legge contro la violenza sessuale è di nuovo in attesa di consensi. In parlamento, l’aula del Senato, con una maggioranza di 121 voti contro 105 e 4 astenuti, ha respinto l’articolo – proposto a larga maggioranza dalla commissione giustizia – che garantiva la non punibilità degli atti sessuali consensuali fra minorenni.

La legge aveva già subìto – si scrive nel mensile Donne, Parlamento e Società dell’epoca – due gravi battute di arresto: nel 1983 quando alla Camera il cosiddetto emendamento Casini ottenne la maggioranza in aula e ripristinò la nozione di delitto contro il buon costume; e poi nel 1984, quando sempre alla Camera, l’aula, sia pure di stretta misura, cancellò il testo proposto dalla Commissione giustizia in tre punti fondamentali: la non punibilità degli atti sessuali consensuali fra minorenni; la procedibilità d’ufficio per i reati commessi all’interno del rapporto di coppia; la partecipazione delle associazioni al processo.

La riforma delle norme contro la violenza sessuale era all’ordine del giorno da un decennio (a quella data – 1986 – sarà approvata solo dieci anni più tardi): da quando in occasione del processo per i delitti del Circeo, il movimento delle donne impose la considerazione di questi reati in tutta la loro gravità. La prima (del PCI) tra le proposte di legge fu accolta nel 1977 e assieme alle altre si unì anche una legge di iniziativa popolare con accluse 300.000 firme. Non si capisce quindi come mai non si trovasse uno sbocco. La prima proposta viene approvata alla Camera – senza i tre punti – nel 1984.

La DC non si riconosce nel testo e continua a fare tira e molla rispetto alla questione della procedibilità d’ufficio distinguendo in atti gravi e meno gravi, rispetto alla querela all’interno della coppia e alla questione dei minori cui era vietata ogni forma di effusione anche se consenzienti. In parlamento non esisteva un fronte laico: Pli, Pri e Psdi stavano tutti con la Democrazia Cristiana. La concezione maschilista vincente non voleva innanzitutto che si stravolgessero i rapporti di forza interni della famiglia. Perciò sarà approvato un altro testo monco in Senato nel 1989 e se ne discuterà ancora per tutti i primi anni novanta fino ad arrivare alla approvazione della legge nel 1996. Una gestazione di venti lunghi anni per una legge che pure affermava cose ovvie. Ma in una società sorretta principalmente dalla morale il senso della ovvietà cambia a partire dal punto di vista di chi lo interpreta.

La storia però non finisce qui (giusto per dire che non bisogna mai stare tranquilli e che le leggi vanno e vengono senza che nulla possa mai darsi per scontato). Nel corso degli anni la Cassazione è quella che ha stabilito, laddove il codice penale non era sufficientemente chiaro e consentiva una interpretazione discrezionale del giudice, numerose forme di lettura della legge e del reato di stupro.



Tra le sentenze che hanno fornito una lettura del dettaglio, troviamo:



Aprile 1994. E' "arduo ipotizzare" una violenza sessuale fra coniugi in caso di coito orale in quanto la donna "avrebbe potuto in ogni caso facilmente reagire e sottrarsi al compimento dell'atto da lei non voluto".

Agosto 1997. Se il capufficio dimostra un "sentimento profondo e sincero" nei confronti della segretaria, non può essere accusato di molestie sessuali sul lavoro, anche se la invita a cena e tenta di baciarla.

Gennaio 1998. Le lacrime di una donna violentata possono diventare un elemento che "inchioda" l'uomo che ha abusato di lei e valere come elemento probatorio "idoneo a garantire la sincerità delle dichiarazioni della parte offesa".

Giugno 1998. La guancia di una donna non è una "zona erogena" ma baciarla senza il consenso dell'interessata ha "tutte le caratteristiche dell'atto sessuale".

Febbraio 1999. Impossibile commettere violenza carnale su una ragazza che indossa i jeans. Così la cassazione assolve l’istruttore di scuola guida condannato per stupro in primo e in secondo grado. Secondo la Cassazione la mancanza di segni di colluttazione tra i due sarebbe la ulteriore prova che la ragazza non ha opposto resistenza, tanto più che, dopo il rapporto, si era rimessa alla guida dell’autovettura insieme al suo stupratore.

Aprile 1999. La Corte afferma che violentare una donna incinta al settimo mese non configura una circostanza aggravante del reato di violenza sessuale. E in più si afferma che è anche possibile applicare al violentatore la diminuzione della pena minima per attenuanti generiche perché il caso può anche essere ritenuto tra quelli di "minore gravità".

Ottobre 1999. Sono sufficienti due violentatori per far scattare l'aggravante della violenza sessuale compiuta dal branco.

Dicembre 1999. Non ha diritto a sconti di pena il violentatore che non riesce a congiungersi carnalmente con la vittima per la resistenza che questa gli oppone.
Febbraio 2001. La Cassazione stabilisce che la "palpata" ai seni è violenza sessuale al pari di tutti gli atti connotati da "repentinità" e imprevedibilità posti in essere da chi intende, agendo all'improvviso, "vincere la resistenza delle vittime". La condanna riguarda un impiegato di un istituto tecnico che toccava le allieve.

Novembre 2001. I giudici ribadiscono che la circostanza che una donna indossi i jeans non è da sola sufficiente a escludere il reato di violenza sessuale, specie se la paura della vittima di subire altre violenze da parte dell'assalitore determina la possibilità di sfilare più facilmente i pantaloni.

Dicembre 2002. Il fatto che una donna sia "disinvolta" e "disponibile all' approccio amicale non può costituire motivo per concedere all'uomo che l'ha violentata l'attenuante e la riduzione di pena prevista per i fatti di minore gravità".

Novembre 2005. Nel caso riguardante due uomini la Cassazione sentenziò che la "palpatina" sui pantaloni di una persona configura il reato di violenza sessuale se chi la riceve non è consenziente.

Febbraio 2006. La cassazione decide che una quattordicenne non può aver subito violenza dal proprio patrigno perché non “illibata” e perché – dato che ha avuto delle esperienze – si ritiene in grado di dominare un rapporto del genere.

Aprile 2006. Se l'ambiente nel quale viene commesso è degradato, il reato di stupro, anche se su minore, è considerato meno grave. Così ha deciso la corte d'appello di Roma, che ha concesso le attenuanti generiche, applicando anche uno sconto di pena, a due imputati accusati di aver ripetutamente violentato una ragazzina prima e dopo il compimento del suo quattordicesimo anno d'età.

Aprile 2006. La sentenza della Terza Sezione penale della Cassazione decide che lo stupro di una minorenne è meno grave se la ragazzina ha già avuto rapporti sessuali.

Maggio 2006. La Corte d'Appello di Cagliari riduce la pena ad un uomo condannato di stupro perchè il reato commesso contro la moglie sarebbe "più lieve"."Il danno psicologico di una aggressione subìta dal coniuge minore rispetto a quello provocato da un estraneo"



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Storia breve dello Ius Corrigendi: il potere di correzione e di disciplina dei Capi Famiglia

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Ed eccovi un’altra storia, più breve e meno articolata, riferita allo “ius corrigendi”: ossia il potere di correzione e disciplina, ritenendo necessaria all’unità familiare la gerarchizzazione autoritaria, della massima autorità in seno alla famiglia, il capo-famiglia per l’appunto.

Accanto alla violenza sessuale esiste un altro tipo di violenza meno clamorosa che viene perpetrata soprattutto ai danni di minori e donne. Per il codice penale si tratta di “abuso di correzione o di disciplina” e “maltrattamenti in famiglia..". La questione dell’abuso di correzione dipendeva dal fatto che nel codice civile, parte del diritto di famiglia, fino al 1975 il capofamiglia era uno solo (l’uomo) e aveva potere di picchiare – per fini correttivi e di disciplina - chiunque si trovasse ad abitare presso il suo domicilio (nonnina e cane incluso). Il codice civile fu in effetti, anch’esso, elaborato e promulgato in epoca fascista ed era in contrasto con la costituzione che invece sancisce la parità giuridica e morale dei coniugi.

Nel 1975 (quando fu messo in discussione il reato di adulterio e la giustificazione giuridica del delitto d'onore per gli uomini che dicevano di essere stati traditi: cioè gli uomini ammazzavano le donne e i tribunali li assolvevano o neppure li processavano perchè ritenuti in stato di legittima difesa. Avevano il diritto di ammazzare per difendere il proprio onore. Come ai tempi dei duelli...) fu introdotto il nuovo diritto di famiglia ma tuttavia rimasero in vita gli articoli del codice penale che supportavano quelli cambiati del codice civile. Cioè continuarono ad esistere (e io pensavo fossero stati abrogati o corretti ma dalle risorse consultate pare di no) quei chiari riferimenti agli abusi dei mezzi di correzione e di disciplina legittimando di fatto l’uso degli stessi. La pena stabilita (non perché mi interesso di lunghezza o asprezza delle pene – che ritengo non servano - ma giusto per capire che valore viene attribuito alle persone sul piano morale e quindi legislativo) si misura in anni solo in caso di morte del parente “corretto e disciplinato”.

In caso invece di una lesione dalla quale può derivare anche una malattia del corpo, la pena oscilla tra i sei mesi e l’anno (circa). Cioè: la non chiarezza degli articoli del codice penale di fatto consentono moralmente l’uso di violenza domestica consumata sulle donne a difesa dei valori della famiglia. Anche in questo caso si fa esplicito riferimento alla querela da parte della persona offesa: cioè è la donna picchiata e obbligata a restare nello stesso posto in cui vive il marito a doverlo denunciare – esponendosi a ogni forma di ritorsione – perché sia perseguito. Solo dopo il marzo 2001 con una legge si è fatto esplicito riferimento all'allontanamento da casa del parente dal quale si temono gravi violenze fisiche. Forse le donne però non sempre fanno in tempo a chiedere al giudice l'allontanamento del marito. In genere muoiono prima.

Per il resto sappiamo dell’esistenza delle case per le donne maltrattate che in genere agiscono su convenzione e finanziamenti non derivanti da una norma precisa in quella direzione. La loro condizione di dipendenza economica (senza una regola fissa, quindi a discrezione delle amministrazioni che via via si succedono) è tale da determinare situazioni pessime: la Casa delle Donne Maltrattate di Milano è cotretta nel 2007 a limitare i suoi servizi perchè nessun finanziamento è previsto in quella direzione. Al momento si guarda con grande interesse alla soluzione legislativa trovata dal governo Zapatero in Spagna perché è riuscito a trovare un po’ di soldi in bilancio (pare) per istituire strutture che rispondono unicamente a quel bisogno: tribunali, polizie, assistenza. Non so se hanno finanziato anche corsi di autodifesa, magari servirebbero a evitare alle donne di morire ammazzate prima di potere godere della magnifica efficienza delle nuove istituzioni spagnole. In Italia è in esame un disegno di legge (una proposta di legge non discussa ne' approvata) che tenta di regolamentare tutta la questione a partire da una maggiore attenzione per avviare campagne di sensibilizzazione. Nello stesso disegno di legge, che interverrebbe sul codice civile e penale, resta comunque prevista la querela di parte (e non la procedibilità d'ufficio) per il reato derivante dai maltrattamenti. Cioè: a fare la denuncia deve essere sempre la persona maltrattata.

In Italia al momento le sentenze non fanno ben sperare. Ne riporto qualcuna:

Dicembre 2006. La Cassazione assolve in pieno un uomo che picchiava la moglie. La motivazione è che alla base dei litigi sfociati in violenza, ci sia la religione praticata dalla donna e impartita ai figli, oltre al tradimento del marito, che secondo la Cassazione è stato accettato dalla donna. Cioè non esiste più libertà di opinione neppure in seno alla famiglia.

Febbraio 2007. La cassazione non riconosce nessuna aggravante per chi alza le mani sulla propria compagna, perchè "soltanto" convivente ovvero non legato ad essa da vincolo di matrimonio. Così è stata annullata la condanna a due mesi di
reclusione, rideterminandola in mille euro di multa, inflitta a un uomo dalla Corte d'appello di Potenza per lesioni personali lievi ai danni della convivente. Per la Suprema Corte (quinta sezione penale, sentenza n.8121), "il mero rapporto di convivenza more uxorio non e' idoneo ad integrare l'aggravante" prevista all'articolo 577, comma 2, del codice penale, che contempla reati commessi contro il coniuge, ma non tocca la questione delle coppie di fatto.

"Questa Corte - si legge nella sentenza - ha da tempo puntualizzato che la questione di legittimita' costituzionale dell'art.577, comma 2, cp, nella parte in cui prevede come aggravante la commissione del fatto contro il coniuge, sollevata sotto il profilo della disparita' di trattamento rispetto all'ex coniuge e al convivente more uxorio, e' manifestamente infondata in quanto il diverso trattamento normativo nei confronti del coniuge non e' irrazionale, tenuto conto della sussistenza del rapporto di coniugio e del carattere di tendenziale stabilita' e riconoscibilita' del vincolo coniugale". La stessa Corte costituzionale, osservano ancora gli 'ermellini', ha messo in rilievo non soltanto esigenze di tutela delle relazioni affettive individuali, ma anche quella della protezione dell'istituzione familiare, basata sulla stabilita' dei rapporti, di fronte alla quale soltanto si giustifica l'affievolimento della tutela del singolo componente".




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[e.p]

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3 Comments on "I soliti sospetti: storia della legge sullo stupro. Quando c'erano i capi famiglia e lo Ius Corrigendi" »

1.

La Pina said: leggi questo

24/02/2007, at 02:46 [ Replica ]

Protestano femministe e Prc, ma i Ds difendono il provvedimento
La sepoltura dei feti divide la sinistra
Zita Dazzi
È polemica sul regolamento della Regione. Domani riunione di Usciamo dal silenzio: un´offesa per tutte noi
Porcari: "Lo scontro ideologico fa solo il gioco di Formigoni". Mulhbauer: "No, votarlo è stato un grave errore"
Vogliono vederci chiaro sulla sepoltura dei feti, le donne del movimento "Usciamo dal silenzio" nato in difesa della legge 194. Si riuniranno domani sera alle 21 in assemblea alla Camera del lavoro, dopo il discusso nuovo regolamento regionale che destina a sepoltura gli embrioni entro la 20ma settimana «prodotti del concepimento», mentre prima venivano smaltiti come «rifiuti solidi speciali». Quel testo stabilisce che si debba scegliere, su richiesta dell´Asl, al momento dell´interruzione di gravidanza se provvedere personalmente al funerale o se dare il via alla tumulazione in fossa comune. Norme che se da una parte fanno cantare vittoria al governatore Roberto Formigoni («finalmente riconosciuta la dignità del feto») dall´altra scatenano i dubbi delle femministe, che leggono nel provvedimento l´ennesimo attacco al diritto d´aborto e l´evocazione del tema simbolico della sepoltura per colpevolizzare le donne che rinunciano alla gravidanza.
Ne parleranno, le donne di Usciamo dal silenzio, così come affronteranno la questione dei Dico, la legge sulle coppie di fatto. Sui feti, la polemica è scoppiata anche all´interno della sinistra che quella legge l´aveva votata senza dissensi nell´aula del consiglio regionale. Domani alla Camera del lavoro andrà anche Carlo Porcari, responsabile del welfare dei Ds, che cercherà di spiegare perché il suo gruppo rivendica la decisione di votare quel regolamento: «Quelle delle femministe mi sembrano preoccupazioni ingiustificate. Dal 2005 era già prevista la scelta del tipo di smaltimento dopo l´aborto e non risulta che questo abbia creato problemi a nessuno. Questo scontro ideologico fa solo il gioco di Formigoni che mira solo a svuotare la legge 194». Di parere opposto i consiglieri di Rifondazione, fra i quali Luciano Mulhbauer che annuncia battaglia: «Abbiamo votato per errore questo regolamento e faremo di tutto perché venga cambiato». Di questa posizione si complimenta Susanna Camusso, sindacalista, una delle leader del movimento "Usciamo dal silenzio": «La colpevolizzazione e l´intimidazione che questo regolamento porta in sé è un´offesa profonda per tutte noi. Nel nostro Paese c´è una pericolosa deriva che la politica sta prendendo sulle libertà individuali, la laicità dello stato e la dignità della donna».
Una posizione intermedia fra le varie anime del dibattito la prende Alessandra Kustermann, storica ginecologa abortista della clinica Mangiagalli: «È un gran polverone per niente. Questo regolamento chiamando l´embrione "prodotto del concepimento" invece che "rifiuto solido" dice una cosa condivisibile credo per la gran maggioranza delle donne che scelgono di abortire. Seppellire questo prodotto, come si fa già per legge con gli arti e le parti del corpo riconoscibili, mi sembra un buon aiuto per quelle che, e sono tantissime, vivono l´aborto come un lutto da elaborare». Anche la Kustermann domani sera sarà all´assemblea in Camera del lavoro: «Spiegherò che di questo tema, in ospedale, saranno i medici non obiettori a parlare con le donne, medici che non hanno nessun interesse a colpevolizzare chi chiede l´applicazione della 194. Sarà solo una clausola fra i tanti consensi informati che si chiedono prima dell´intervento».
2.

FikaSicula said:

24/02/2007, at 08:04 [ Replica ]

Grazie La Pina per l'articolo...
a me pare che queste consigliere in realtà non avessero capito niente e abbiano dato un voto a muzzo.
ora da una parte e dall'altra cercano di itirarsi forse fuori dall'impaccio o rivendicandosi il voto dato o dicendo magari più sinceramente che si erano sbagliate. di fatto tutto ciò è molto triste :|
rispetto all'opinione della ginecologa penso che non abbia chiaro il valore simbolico di una cosa di questo genere. potevano definirlo smaltimento di rifiuti solidi derivanti da operazioni chirurgiche ma la distinzione c'e' stata e chi l'ha proposta immagino non si sia posto solo un problema di terminologie ed esattezza descrittiva.
Buono che le donne di usciamo dal silenzio facciano casino. e' una cosa importante sul piano culturale perchè altrimenti negli ospedali dove già ci marciano a sufficienza per far semtire le donne delle assassine poi faranno a gara per portare il fogliolino che autorizza o sceglie i metodi di sepoltura a chi ha voluto interrompere la propria gravidanza.
Se c'e' qualche iniziativa di cui sai/sapete dite che la inseriamo sul blog
3.

FikaSicula said: Da Liberazione sull'articolo 29

28/09/2007, at 01:18 [ Replica ]

L'articolo 29 attraverso
la lente del femminismo

L'art. 29 della Costituzione viene spesso invocato a sostegno di una lettura arretrata della Carta costituzionale in materia di relazioni personali. In particolare, si parla dell'art. 29 come se esso legittimasse l'unicità del modello familiare. E' opportuno richiamarne innanzittutto il contenuto: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Si tratta naturalmente di una norma di compromesso, il cui senso attuale va tuttavia individuato alla luce di una interpretazione evolutiva della carta costituzionale.
Negli anni 70 la legge sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia e la legge sull'aborto mutarono completamente lo scenario dell'ordinamento giuridico in materia familiare. Storicamente il matrimonio indissolubile fu il paradigma fondante del patriarcato in quanto unica forma storica delle relazioni eterosessuali. La famiglia si fondava sull'autorità assoluta del marito-padre, che poteva imporre la sua volontà alla moglie e ai figli e prendere le decisioni più importanti compreso il domicilio familiare. A questa posizione di potere facevano riscontro la trasmissione patrilineare del cognome e la presunzione di paternità, che rendeva possibile la certezza nella trasmissione della ricchezza familiare. L'indispensabile premessa di questo sistema era il possesso del corpo femminile, che assicurava la certezza della filiazione paterna, con il corollario della punizione dell'aborto e dell'adulterio della donna (non dell'uomo), e la non punizione del delitto d'onore. A richiamarlo oggi, questo quadro normativo fa orrore, ma si tratta del diritto in vigore fino a trenta anni fa.
Con le riforme degli anni 70 il paradigma cambia significativamente. Il principio di parità tra i coniugi scardina l'autocrazia maritale-paterna. Erano state già cancellate dalla Corte costituzionale le odiose norme penali contrarie al principio di uguaglianza. L'equiparazione dei figli legittimi e di quelli nati fuori del matrimonio apre la strada al riconoscimento della pluralità delle forme familiari, sia pure sotto il profilo - essenziale ma non esaustivo - dei diritti dei minori. In materia di procreazione, attraverso la giurisprudenza della Corte costituzionale prima, poi con la legge sull'aborto e la vittoria al referendum, sia pure con una formulazione di compromesso viene riconosciuto il principio di autodeterminazione delle donne. Il diritto di famiglia del 1975 opera un altro decisivo passaggio culturale e giuridico: nel vecchio ordinamento il valore essenziale del matrimonio risiedeva nel vincolo formale, fonte di certezza nello sviluppo e nella riproduzione dei rapporti familiari. Nel sistema del nuovo diritto di famiglia il valore del matrimonio non sta più nell'aspetto formale ma nello svolgimento delle relazioni familiari, che non sono più fondate sulla supremazia del capo della famiglia ma sull'interazione continua di tutti i suoi membri, di cui la legge riconosce e garantisce i diritti. Già la Costituzione all'art. 2 riconosce i diritti inviolabili dell'individuo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, compresa la famiglia. Il diritto di famiglia del 75 sviluppa questa indicazione non solo con riferimento ai diritti delle donne ma anche con riferimento ai diritti dei minori. Infatti l'art. 147 del codice civile impone ai coniugi l'obbligo di educare i figli tenendo conto delle loro capacità, inclinazioni e aspirazioni.
Dunque a un'idea di famiglia gerarchica e statica si sostituisce la pratica - già largamente viva nella realtà sociale - delle famiglie come realtà complesse e dinamiche, fondate su relazioni vere, complicate, plurali. Questo nuovo modello di matrimonio apre la strada al riconoscimento di forme diverse di organizzazione delle relazioni, anche se ancora non le legittima. Proprio perché fondato sulla garanzia delle libertà e dei diritti individuali, il matrimonio non può più proporsi come modello unico. Questo è il nuovo orizzonte di senso alla luce del quale anche l'art. 29 della Costituzione va necessariamente riletto. In questa fase storica il matrimonio resterà una delle forme principali delle relazioni personali, e lo Stato continuerà a riconoscerne il valore. Tuttavia il fulcro dell'ordinamento giuridico si è già spostato verso le libertà e i diritti individuali, che comprendono anche il diritto di regolare la propria sfera personale in piena autonomia, e in armonia con la propria personalità. L'assunzione piena di questo orizzonte di senso e la sua traduzione in norme giuridiche coerenti: questo è il passaggio ulteriore da affrontare oggi.
Una pesante ondata reazionaria in atto già da diversi anni vorrebbe riportare la discussione all'anno zero. Ma basta guardare al panorama europeo per rendersi conto di quanto la pretesa di esclusiva legittimazione del modello familiare fondato sul matrimonio sia anacronistica, ingiusta, e contraria ai diritti umani. La Carta europea dei diritti fondamentali dell'Ue adottata a Nizza nel 2000 prevede all'art. 9 il diritto di sposarsi e il diritto di fondare una famiglia. L'espressione, che separa nettamente i due diritti, comporta il riconoscimento della legittimità di forme diverse di famiglia. Inoltre l'eliminazione del riferimento a uomini e donne implica la possibilità di riconoscimento del matrimonio omosessuale. Occorre ricordare che, non essendo stata adottata la Costituzione europea, la Carta non è vincolante nel senso tradizionale del termine. Tuttavia nel caso Goodwin c. Uk del 2002 la Corte europea dei diritti umani ha richiamato la Carta Ue per avvalorare un'interpretazione evolutiva del corrispondente articolo 12 della Convenzione europea dei diritti umani in un caso di matrimonio di una transessuale, sottolineando proprio l'importanza della eliminazione del riferimento a uomini e donne nella Carta e richiamando i grandi cambiamenti intervenuti in materia di matrimonio nella società e nel diritto.
L'art. 29 della Costituzione, pur nella sua formulazione ormai datata, non è mai stato di ostacolo, e certo non lo è tuttora, a una interpretazione evolutiva del diritto di famiglia e al suo adattamento alla mutata realtà sociale. Chi sostiene il contrario vorrebbe trasformare la Costituzione italiana da quello strumento dinamico e aperto al cambiamento che le/i costituenti vollero per il nostro Paese, in una gabbia giuridica, strumento cieco della conservazione. Ora, l'adattamento del diritto alla molteplice realtà delle relazioni personali e familiari è oggi una necessità assoluta e non più rinviabile. L'Italia è uno dei pochissimi Paesi europei a non avere alcuna forma di riconoscimento dei diritti di chi vive in una convivenza omosessuale o eterosessuale.
Un dibattito simile a quello italiano si sta svolgendo in Austria sotto il nuovo cancellierato socialdemocratico, non a caso dopo molti anni di governi conservatori. Non è questa la sede per entrare nel merito dei possibili modelli di regolazione delle convivenze. Ma prima di tutto, se è vero che lo sviluppo della legislazione va nel senso della centralità dei diritti individuali, il vuoto di regolazione sui diritti dei conviventi non è più accettabile. L'insistenza sui diritti individuali non implica l'affermazione di un individualismo gretto e atomistico. Il pensiero e la pratica del femminismo offrono gli strumenti culturali per pensare a un riconoscimento dei diritti e delle libertà che sia non la negazione ma semmai la premessa di relazioni ricche, fondate sulla libertà, sulla responsabilità, sul desiderio, sul prendersi cura, in modo coerente con il proprio approccio alla vita, con il proprio orientamento e la propria identità sessuale, con il proprio modo di amare.

17/06/2007
Fonte: Femminismo a Sud

venerdì 16 novembre 2007

Arabia Saudita

Struprata dal branco: condannata al carcere e a 200 frustate

La ragazza ritenuta colpevole di essersi appartate con un uomo.
Agli aggressori solo pochi anni
ROMA
«Sei mesi di carcere e 200 frustrate». È questa la condanna inflitta in appello da un tribunale saudita a una «ragazza stuprata» da sei uomini che se la sono cavata con pene da 2 a 9 anni di reclusione. La colpa della ragazza? Farsi trovare dagli stupratori «appartata con un uomo». Reato gravissimo in Arabia saudita dove vige la legge islamica della Shariya. Un reato che oltre ad esporre la giovane alla pena carceraria ed alle frustrate in pubblico, "alleggerisce" la colpa dei membri del branco, che evitano cos? la sentenza capitale prevista per questo genere di reati dallo stesso codice islamico.

Succede nei nostri giorni nel Regno wahabita in una piccola città vicino ad al Qatif, ad una ragazza che all’epoca dei fatti aveva 19 anni. La sua storia, che risale a quasi due anni fa, è riportata oggi dal quotidiano palestinese al Quds al Arabi per riferire della sentenza definitiva. Nel marzo scorso, quando in primo grado fu condannata a ’solè 90 frustrate evitando il carcere, il quotidiano panarabo al Sharq al Awsat raccontava cos? come erano andate le cose.

Comincia tutto un anno prima dell’inizio del processo, con le telefonate di un uomo che chiedeva continuamente di incontrare l’allora 19nne. All'inizio la ragazza non gli dà peso, poi "lusingata", per ingenuità, accetta di far avere una sua foto all'ostinato ammiratore. Ma quando si fidanza con il futuro marito scelto dalla famiglia, la ragazza chiede indietro la sua fotografia. Fissa un appuntamento con l'uomo. Mentre è «appartata» con lui in macchina avviene l'assalto.

Sette uomini armati di coltelli la sequestrano puntandole una lama alla gola. La portano in una fattoria fuori città. E a turno, la violentano «due volte ciascuno». Uno del branco scatta anche delle foto usando il cellulare della vittima. «Mi hanno detto di non dire niente dello stupro, che altrimenti avrebbero spedito quelle foto a tutti dal mio telefonino».

Quando torna a casa, è una donna spezzata. Tenta il suicidio ma le pillole che ingoia la fanno solo stare male. Finisce in ospedale. Incapace di reggere il peso decide di parlare; e sorprendentemente il promesso sposo non la ripudia come gli consigliano di fare. Anzi si mette alla ricerca dei colpevoli che riesce a trovare in un mercato di pesci. «Uno di loro quando si era sfilato il cappuccio puzzava di pesce», ricordava la ragazza. Insieme, denunciano tutto alla polizia. E da allora sono cominciati i guai con la giustizia e la società.

Nell'aula del tribunale la giovane, da imputata, viene interrogata tre volte. Tre domande che non hanno nulla a che vedere con quello che ha subito. Per i giudici anche lei è colpevole, e da colpevole la trattano. Lei stessa riconosce di essere stata «stupida» ad incontrarsi con quell`uomo, ma accenna a una debole difesa: «Quello che mi è accaduto quella notte - dice - è peggio di qualsiasi punizione». E invece no, ora le spetta anche la pena decisa dai giudici. Al suo avvocato e attivista per i diritti civili Abdul Rahamn al Laham, che ha portato alla luce il caso, è stata revocata la licenza di esercitare la professione. Non solo ma ora dovrà sottoporsi ad «una commissione educativa», ordinata dal ministro della Giustizia, come racconta oggi ad al Quds al Arabi.

Nemmeno in casa la giovane ha trovato comprensione. Il fratello più giovane l'ha picchiata perché con lo stupro aveva gettato la famiglia nel disonore. I benpensanti sono invece scandalizzati perchè ’il fattò è avvenuto durante il sacro mese di Ramadan quando i rigidi dettami della Shriya proibiscono gli atti sessuali considerati ’impuri per il pio digiunante«, quali avrebbero dovuto essere anche gli stupratori. Le tribù sciite, cui appartiene la ragazza, criticano sì la condanna ma solo per la pena troppo lieve ai violentatori; non una parola per la giovane. L’unica cosa che le resta, forse, è l’amore: quello del suo fidanzato. Lui rimane al suo fianco.

Fonte: La Stampa

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