mercoledì 28 dicembre 2011

Aborto, in ospedale non si può

di Natascia Gargano, FpS Media
Fonte: L'Espresso
«Ormai i medici che scelgono l'obiezione sono il 90 per cento», denuncia la Lega dei ginecologi. Spesso per motivi che con la coscienza non c'entrano niente. Il risultato? «Liste d'attesa infinite, donne che vanno all'estero, altre che si rivolgono di nuovo alle mammane»
(27 dicembre 2011)

Che cosa succederebbe se tutti dicessero "no"? Mettiamo che l'intera categoria dei ginecologi facesse obiezione di coscienza: sarebbe ancora possibile per le donne interrompere la gravidanza in Italia? Non siamo così lontani da questo scenario. Nel nostro Paese, secondo il ministero della Salute, sono obiettori all'aborto sette medici su dieci: dato già abbastanza curioso in un Paese dove solo il 36,8 dei cittadini si dichiara "cattolico praticante" (Eurispes 2006).

«Ma in realtà i numeri veri sono ancora più alti, e di molto: quei dati infatti considerano anche le cliniche convenzionate che ora non sono più autorizzate a eseguire le interruzioni di gravidanza», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, l'associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, la legge a tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza.

«Gli obiettori potrebbe essere verosimilmente il 90 per cento del totale». ?Pochi, pochissimi medici in ogni caso. E se per le interruzioni di gravidanza entro il terzo mese gli ospedali possono ricorrere a personale esterno chiamato a "gettone", per le altre servono medici "strutturati", ossia in organico. Sono proprio questi gli interventi che rischiano di diventare sempre più difficili. «Persino nelle grandi città ci sono strutture che hanno solo uno o due ginecologi non obiettori», continua Agatone. A Roma, ad esempio, nei 7 ospedali che eseguono aborti terapeutici, gli "abortisti" sono in media 2. Al Secondo Policlinico di Napoli, appena 3 su 60. «Cosa accadrà quando questi andranno in pensione?». ?

Quello che succederà è tutto da vedere. Fatto sta che già adesso ci sono interi ospedali del Sud privi di reparti di interruzione di gravidanza, perché la totalità di ginecologi, anestesisti e paramedici ha scelto l'obiezione di coscienza. In alcune zone della penisola la percentuale di obiettori tocca l'80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. In Basilicata si raggiunge addirittura l'85,2 per cento. Una corsa all'obiezione che solo negli ultimi anni sembra essersi stabilizzata dopo un'impennata a dir poco vertiginosa: si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009; per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento.

«C'è una parte consistente di medici che obietta per motivi che con la coscienza non hanno nulla a che fare», denuncia da tempo Carlo Flamigni, ginecologo e membro del Comitato nazionale di Bioetica. Non è facile trovarsi da soli a dire "sì" in un reparto di obiettori, malvisti quando non vessati dai colleghi. La parte del Don Chisciotte non si addice a tutti, soprattutto quando i mulini a vento sono il tuo primario o il direttore dell'ospedale. E poi, semplicemente, non si fa carriera, tutto il giorno in trincea a fare aborti. Specie se i vertici dell'ospedale sono di nomina politica e di area cattolica (o addirittura ciellina). E così qualcuno, per non finire al confino, sceglie il "no". Gli altri 1.655, intanto, solo nel 2009 si sono sobbarcati 118.579 interrurzioni di gravidanza ?A farne le spese ovviamente sono le donne, che si ritrovano meno medici a disposizione, liste di attesa più lunghe e interventi non di rado fissati allo scadere del 90° giorno.

Che non fili tutto liscio, lo accenna lo stesso ministero nella sua ultima relazione al Parlamento: «Percentuali elevate di tempi di attesa oltre le due settimane vanno valutate con attenzione a livello regionale in quanto possono segnalare presenza di difficoltà nell'applicazione della legge». Ebbene, ad aspettare oltre due settimane è il 40 per cento delle donne. E, in alcuni casi, l'attesa dura anche un mese e più. «Come conseguenza le donne spaventate hanno ricominciato a prendere l'aereo per rivolgersi a strutture estere, mentre qualche obiettore in ospedale ha tirato fuori dai cassetti del suo studio privato gli strumenti per abortire», continua Flamigni. «Per non parlare dell'uso dei farmaci non legali, del fiorire delle pillole abortive sul mercato nero e degli aborti fai da te delle immigrate straniere». Insonna, torna l'incubo delle mammane, quel fantasma combattuto ma mai del tutto sconfitto dalla legge 194. Le ultime stime disponibili, parziali e riferite solo alle italiane, risalgono al 2005: 15 mila aborti clandestini, la maggior nell'Italia meridionale. Da allora non se ne sa più nulla. ?Sul fatto che l'obiezione di coscienza così allargata stia, nei fatti, svuotando di contenuti la 194, non sono però tutti d'accordo: «Non credo proprio che l'aborto sia ostacolato dalla presenza di obiettori. E poi non esiste alcun diritto di aborto, esiste invece un diritto alla vita e un diritto all'obiezione di coscienza. Le tre cose stanno su un piano diverso: prima viene il diritto alla vita, poi all'obiezione, quindi, in ultimo, la possibilità per la donna di abortire», ribatte Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita e deputato europeo.
C'è anche chi fa notare «ben altre mancanze» del servizio pubblico, come la dottoressa Paola Bonzi, dal 1984 alla guida del Centro di aiuto alla vita, il consultorio privato all'interno della Mangiagalli, la più grande "maternità" di Milano: «L'articolo 5 della legge prevede che gli enti pubblici mettano in campo tutti gli aiuti affinché le persone rinuncino ad abortire. Invece le donne si trovano da sole, prima e dopo. L'ospedale, ad esempio, non ce ne invia nessuna, le donne arrivano da noi con il passaparola. C'è una gravissima mancanza del servizio pubblico nell'offrire sostegno alle donne». ?Che sia dunque tempo di modificare la 194? «Di sicuro è necessario organizzare l'assistenza sanitaria in modo da garantire che la legge venga rispettata su tutto il territorio nazionale», dice Ignazio Marino, che è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale: «Chi ha compiti istituzionali, come il direttore generale di un ospedale, ha il dovere di disporre del personale sufficiente per eseguire le interruzioni di gravidanza. E lo deve fare anche programmando le assunzioni».

Qualcuno ci ha provato con un bando per i consultori regionali, in un territorio che conta il 79,4 per cento di medici obiettori. Ma non è andata a finire bene. Quel qualcuno è Nichi Vendola e la delibera della giunta pugliese che prevedeva «il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza» è stata subito impugnata davanti al tribunale amministrativo. Ricorso accolto, il Tar ha giudicato la clausola discriminatoria ed «espulsiva», quindi lesiva dei diritti degli obiettori e del principio di uguaglianza.??

La questione è ingarbugliata, come sottolinea Chiara Lalli nel suo libro "C'è chi dice no" (il Saggiatore), «perché l'articolo 9 della 194 non entra nei dettagli di come gestire sia la possibilità di fare obiezione sia la possibilità per la donna di abortire». Se, infatti, il singolo medico può rifiutarsi di praticare l'aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata a garantire il servizio. Ma in che modo, non è chiaro. «Stiamo studiando i casi per sollevare la questione di legittimità della legge di fronte alla Corte costituzionale», spiega Marilisa D'Amico, docente di Diritto costituzionale all'Università Statale di Milano, «bisogna agire non negando l'obiezione di coscienza, che è un diritto fondamentale, ma modificando l'articolo 9 perché imponga agli ospedali l'onere di dotarsi del personale non obiettore necessario per l'effettiva attuazione della 194». Magari nel rispetto di quella parola che il testo della legge ripete per ben quattro volte: dignità. 

Fonte: L'Espresso

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