domenica 23 marzo 2014

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad




Da Intersezioni

Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad. Traduzione di Serbilla Serpente revisione di feminoska, articolo originale qui.
Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone
L’antropologa Dolores Juliano sostiene che, siccome “il modello di sposa e madre devota è davvero poco attraente, l’unico modo per ottenere che le donne vi si adeguino è assicurarsi che l’altra possibilità sia peggiore”.
Dolores Juliano (Necochea, Argentina, 1932) ha studiato a fondo le strategie culturali e di dominazione di genere contemporanee, così come i saperi e le pratiche delle collettività oppresse che le fronteggiano. El juego de las astucias. Mujer y construcción de mensajes sociales alternativos (1992); La prostitución: el espejo oscuro (2002); o Excluidas y marginales: una aproximación antropológica (2004) ce lo raccontano bene. Questa dottora in Antropologia e professora dell’Università di Barcellona ha fatto parte, fino al suo pensionamento, del progetto ‘Mujeres bajo sospecha. Memoria y sexualidad (1930-1980)’ condotto da Raquel Osborne. In esso, Juliano analizza i modelli di sessualità vigenti durante il franchismo e come l’omosessualità femminile fosse condannata al silenzio e all’invisibilizzazione.
I modelli di sessualità femminile sono cambiati rispetto a quelli dell’epoca della dittatura, oppure è cambiata la forma ma la sostanza è la stessa?
E’ cambiata la società. La chiesa cattolica mantiene i modelli sessuali tradizionali. L’idea di peccato o di devianza è molto presente in essa e nelle religioni monoteiste. Nel protestantesimo ci sono modelli puritani assolutamente fondamentalisti. Il dettato delle leggi religiose sembra ugualitario, ma nella pratica non è mai stato così.
Queste religioni sono più permissive con la sessualità maschile?
Sì, e ciò ha a che vedere con i modelli religiosi e l’organizzazione sociale. Le società patrilineari e patrilocali sono molto restrittive rispetto alla sessualità femminile.
Patrilineari e patrilocali?
Intendo dire che l’eredità, i beni, l’appartenenza al gruppo e il cognome si trasmettono per linea maschile e la patrilocalità, per parte sua, significa che le nuove coppie si stabiliscono, lavorano o convivono con il gruppo dell’uomo e non con quello della donna. E’ il modello che si è imposto attraverso conquiste e colonizzazioni. Lo status sessuale della donna è sempre sospetto, ed è soggetto a controllo. Dalla sua fedeltà dipende, ad esempio, che il titolo nobiliare venga trasmesso al figlio biologico del marito. Attraverso la donna si trasmettono i mezzi e l’appartenenza, ma resta sempre una straniera ambigua, una donna aliena che si è introdotta nella famiglia dell’uomo. Esiste un doppio standard di moralità.

giovedì 20 marzo 2014

Partecipa al crowdfunding Pornoterrorista!

Partecipa al crowdfunding pornoterrorista così da finanziare il tour della performer Diana J. Torres in Italia, in occasione dell’uscita del suo libro in italiano. Qui tutte le info: http://www.verkami.com/locale/it/projects/8362-pornoterrorismo-diana-j-torres-in-italia

L’intervista a Diana tradotta da Intersezioni:

Sesso dell’orrore – Intervista a Diana Pornoterrorista

“Là fuori c’è una guerra”, dichiara il manifesto Pornoterrorista sottoscritto da Diana J. Torres: una guerra contro l’ordine sessuale e l’imposizione di genere, nella quale si vince solamente combattendo il nemico con la stessa violenza. La performer spagnola, oltre a dire questo e molto altro nel suo libro Pornoterrorismo, ci mette il corpo, per chi desidera vederlo e anche per chi non vuole.
di Laura Milano e Nico Hache, (traduzione di feminoska, revisione di Lafra e Serbilla. Articolo originale qui).
La donna nuda con il passamontagna in testa e la granata-dildo in mano non esita ad affermare che “quando dall’altra parte non hai nessuno con cui dialogare, ciò che resta è il terrorismo. Il pornoterrorismo attacca la violenza contro ciò che è fuori dalla norma. Cioè, mette in scena – come tutta la postpornografia – sessualità sovversive. Questo è terrorista”. Lei è Diana Pornoterrorista, un mostro sessuale meraviglioso e inquietante dalla testa ai piedi (o, per meglio dire, dagli anfibi alla cresta). Il suo lavoro come artista di performance iniziò dieci anni fa nella nativa Madrid, con il gruppo di cabaret gore-porno-trash Shock Value e oggi è uno dei punti di riferimento del postporno in Spagna. Attualmente risiede nella città di Barcellona, ​​da dove gestisce la sua centrale operativa postporno e di attivismo queer con un collettivo di artisti locali.
Diana è una guerriera esperta ai margini del genere, una donna che ama pensarsi come costruita alla periferia di quello che è il prototipo di donna (e anche di uomo). E’ un’esibizionista dichiarata, che sale sul palco per recitare le proprie poesie al ritmo di orgasmi terrificanti. Un corpo e una voce determinata a combattere per la liberazione dei corpi, la riappropriazione e il riscatto dei loro desideri più profondi.
Che ruolo ha il corpo nel pornoterrorismo?

domenica 23 febbraio 2014

Costruendo un discorso antimaterno


Señora Milton


Da Intersezioni.
Il femminismo tende a ignorare la natura compulsiva della maternità, l’importanza del suo ruolo nella comprensione della discriminazione strutturale e ideologica delle donne e a perpetuare il tabù verso qualsiasi discorso contrario. 


L’altro giorno, nella penombra di una riunione notturna, parlando di quelle cose che non si suole menzionare alla luce del giorno, finimmo col parlare di maternità tra amiche, con grande sincerità. E dopo le chiacchiere, fummo in molte a concordare che al femminismo resta molto da dire sulla maternità, anche quando si potrebbe pensare che in merito abbia già detto tutto; in fin dei conti, la maternità è uno dei suoi temi da sempre. Possiamo constatare che, a dispetto del fatto che la maternità è stata studiata, analizzata e messa in questione, e che la rivendicazione dei diritti riproduttivi è una costante all’interno del femminismo, non esiste all’interno di esso una discorso chiaramente antimaterno.
Sebbene la maternità apparentemente sembri essere molto cambiata, abbiamo il diritto di domandarci se questo mutamento sia stato qualcosa di più di una semplice modernizzazione per continuare ad essere, nel profondo, un discorso prescrittivo che pretende di continuare a mantenere pienamente operativo il binomio donna-madre, nonostante oggi si tratti di una donna moderna e anche di una madre moderna. Il femminismo, a mio parere, tende a ignorare la natura compulsiva della maternità e a sottovalutare il suo ruolo nella comprensione della discriminazione strutturale e ideologica delle donne. Il tabù che incombe su qualsiasi discorso antimaterno all’interno del femminismo evidenzia il carattere conflittuale di una questione che non riguarda solamente la configurazione dell’identità delle donne, ma il mantenimento stesso dell’ordine sociale nel suo complesso.

giovedì 23 gennaio 2014

La libertà di scelta riguarda tutt@

Dice Mark Ruffalo, più o meno: Non sono sicuro di poterne parlare, perché riguarda le donne, ma dopo le cose che mi ha raccontato mia madre, di quel periodo (quello prima della legge sul diritto a un aborto sicuro), se ne parlo forse questo spingerà altri uomini a farlo. Non possiamo tornare indietro di 30 anni, indietro sul diritto all'aborto. La libertà di scelta riguarda tutt@.

martedì 14 gennaio 2014

Hackeriamo i fondamentalisti misogini contro la maternità obbligatoria



ph eldiario.es

Da Intersezioni.

Ieri, attorno alle 19.30, un hacker parte del movimento #Anonymous, ha avuto l’idea di hackerare il sito dell’Arcivescovo di Granada, inserendo nel sito il video dell’artista e attivista colombiana Nadia Granados, in arte La Fulminante Roja, nella performance Maternidad Obligatoria [Maternità obbligatoria], accompagnandolo all’hashtag #NiDevotaNiSumisa.
Nel video, realizzato nel 2011 e recentemente rimosso da youtube, La Fulminante interpreta un monologo sulla libertà sessuale e di aborto, giocando con un preservativo pieno di sperma.
L’azione di #Anonimous è una risposta diretta alle posizioni antiabortiste e misogine dell’arcivescovo Martínez, diventato famoso, in novembre, per aver promosso la pubblicazione in Spagna del libro di Costanza Miriano “Sposati e sii sottomessa” (in spagnolo “Casate y sé sumisa”) e noto per le sue dichiarazioni su aborto e stupro. Secondo l’arcivescovo Martínez quando abortisci non puoi lamentarti se qualcuno ti stupra: “no podían quejarse si abusaban de ellas”. L’azione è diretta anche al PP di Gallardón, il Partito Popolare spagnolo che ha modificato la legge sull’aborto, rendendola molto più restrittiva e riportando il paese alla condizione degli anni Settanta, cancellando il diritto all’autodeterminazione delle donne. L’anonim@ hacker mette in relazione le alte sfere del PP con la setta cattolica dell’ Opus Dei.
MATERNIDAD OBLIGATORIA di LaFulminanteRoja



MATERNIDAD OBLIGATORIA di LaFulminanteRoja
Maternità Obbligatoria di La Fulminante Roja, traduzione di Serbilla.

La copula ci permette di trascendere i limiti del nostro corpo fisico. Necessario incontro orgasmico e libertario!! Fonte illimitata di forza emancipata!! Ci sono milioni di ragioni per voler copulare, sono personali e intime e tanto diverse per quante persone sono sulla terra. Di solito godiamo senza fine riproduttivo, piacere fine a sé stesso.
Prendere una gravidanza accidentale e trasformarla in maternità è un diritto e non un obbligo, come dovrebbe esserlo interromperla nel caso in cui non la si possa accettare. Quando i moralisti affermano che “La vita inizia con il concepimento” stanno mettendo sullo stesso piano l’ovulo fecondato e una persona con diritti e libertà. Agli spermatozoi con cinque ore di vita dentro questo preservativo non è stato permesso di fecondare ma, se questo cappuccio si fosse rotto, tutto questo seme sarebbe dentro il mio grembo fertile e potrebbe essere un piccolo zigote “Figlio di Dio” e, nel caso volessi tirarlo fuori dal mio corpo, si direbbe che questo è un delitto, perché è mio obbligo trasformarlo in bambino.
La “voce” di questi anziani cattolici e misogini, che mai correranno il rischio di restare incinti senza desiderarlo, incide maggiormente sulle leggi della voce di milioni di donne in età riproduttiva molte volte obbligate a procreare, soprattutto le più povere, le più indifese. Perché, nonostante si dica che è “illegale”, se una donna lo può pagare, può procurarsi un aborto, può prendere del Cytotec. E se vuole abortire ma non ha soldi? Se non ha nemmeno di che mangiare? Allora questa donna, che non ha alcuna garanzia di vita degna, come la si può obbligare a essere madre? A essere madre?
La maternità non può essere considerata un dovere, è una decisione personale.
Mai più crocifissi nei nostri uteri!!
Vogliamo il diritto a decidere sul corso delle nostre vite!!

sabato 11 gennaio 2014

Nel COGNOME della MADRE e del PADRE

Nel COGNOME della MADRE e del PADRE - richiesta di emendamento necessario - NO alla casualità e NO alle DONNE SOTTO TUTELA  firma qui.

Condivido la petizione promossa da Iole Natoli che richiede l'emendamento necessario e urgente al Ddl di modifica delle regole di attribuzione del cognome ai figli.

Il testo della petizione:

All’attenzione di firmatarie e firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli Nel COGNOME della MADRE e del PADRE - richiesta di emendamento necessario NO alla casualità e NO alle DONNE SOTTO TUTELA

Con assoluta serietà d’intenti, chiediamo alle e ai firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli, già esistenti in Parlamento e di cui si calendarizzerà la discussione, di includere nei loro progetti un emendamento che andiamo adesso a specificare. Ci riferiamo alla necessaria modifica di una regola presente in diversi progetti e totalmente priva di credibilità logica e umana, che affida la priorità nella scelta del cognome o nella sequenza dei cognomi a ordini alfabetici e sorteggi, che allo stato attuale appaiono solo per quel che in sostanza sono: la continuazione nascosta della rimozione infinita del ruolo particolare della donna nella generazione dei figli. Questa rimozione volontaria, che ha condotto al sistema patriarcale della patronimia, è la radice del male sociale che induce altre discriminazioni più profonde, fondando occultamente il presunto diritto di sopraffazione dell’essere maschile sul femminile. Noi riteniamo che una riforma debba fare qualcosa di più di garantire il legittimo desiderio di dare ai figli il proprio cognome solo alle donne più forti o fortunate (quelle cioè che hanno un cogenitore immune da vizi ideologici); riteniamo che debba contribuire a modificare un sistema sociale bacato e ciò può accadere solo col riconoscimento di una parità che non neghi la diversità, ovvero di una parità basata su un pari contributo in termini di impegno psicofisico e relazione tra genitori e figli. La registrazione anagrafica di un figlio avviene in concomitanza con la nascita e poiché il cognome sancisce la relazione di appartenenza a un’area familiare e questa è inizialmente configurabile ESCLUSIVAMENTE mediante la relazione psicofisica col genitore gravido che partorisce, chiediamo che PER PROSSIMITÀ NEONATALE il cognome di quel genitore sia il primo dei cognomi del figlio, senza che tale posizione possa incidere sulla futura libertà del figlio di scegliere quale dei suoi cognomi attribuire alla propria discendenza. Ci si dirà: ma quel genitore è sempre e soltanto la donna. Verissimo e ce ne dispiace. Ove pertanto si voglia evitare di sopraffare nuovamente benché tacitamente le donne e al tempo stesso scongiurare il rischio che i padri possano ritenere non equa per loro tale norma, dichiariamo che riterremo per parte nostra accettabile la regola dell’ordine alfabetico o del sorteggio, a condizione che tale sistema sia stato posto in essere anche prima ovvero nell’assegnazione di gravidanze e parti tra i due genitori, ricorrendo a tutte le procedure biologiche del caso. Certe del favorevole accoglimento di quest’ultima richiesta, auguriamo alle e ai parlamentari interessati un sereno e proficuo lavoro.
Milano, 10 gennaio 2014
Iole Natoli e coloro che appresso firmeranno

A: Valeria Fedeli, Vicepresidente del Senato Alessandra Mussolini, Senatrice Riccardo Nencini, Senatore Laura Garavini, Deputata Fabrizia Giuliani, Deputata Enrico Letta, Presidente del Consiglio Michela Marzano, Deputata Marisa Nicchi, Deputata Pia Locatelli, Deputata Barbara Pollastrini, Deputata Donatella Ferranti, Deputata Titti Di Salvo, Deputata Maria Cecilia Guerra, Senatrice Laura Puppato, Senatrice Giuseppe Civati, Deputato Anna Finocchiaro, Senatrice Rosy Bindi, Deputata Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputali Pietro Grasso, Presidente del Senato All’attenzione di firmatarie e firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli Nel COGNOME della MADRE e del PADRE richiesta di emendamento necessario NO alla casualità e NO alle DONNE SOTTO TUTELA Con assoluta serietà d’intenti, chiediamo alle e ai firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli, già esistenti in Parlamento e di cui si calendarizzerà la... 

Firma qui

martedì 7 gennaio 2014

Cognome materno: uno spiraglio

Sono anni che si combatte questa battaglia per l'attribuzione del cognome materno ai figli e per il doppio cognome, i tempi di elaborazione culturale sono stati lunghi, ma qualcosa sta cambiando. La corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo il 7 gennaio ha condannato l'Italia perché non è possibile, nel nostro paese, attribuire ai figli il cognome della madre, dunque bisogna cambiare la legislazione in merito.Si apre, decisamente, uno spiraglio.

Come è chiaro questa condanna e i successivi adeguamenti arriveranno in ritardo rispetto a quello che doveva essere un diritto di base di ogni donna.

Qui e qui due articoli sul lavoro di Iole Natoli sul diritto al cognome materno.

domenica 22 dicembre 2013

Consigli per gli educatori, beh anche per le educatrici

Come vuoi che le cose cambino? Ho pensato quando sono arrivata alla pagina x del libro che sto leggendo. Si tratta di un libro che suggerisce una serie di attività ludiche che dovrebbero tenere impegnate le ragazzine e i ragazzini. Non è importante il titolo o l'autore, è un libro per educatori, anche per educatrici.  Il gioco è quello del palleggio. La scheda ne spiega lo svolgimento, le possibili varianti e poi, alla fine, mi suggerisce, con estrema naturalezza, di escludere le bambine da questo gioco, perché non adatto alle loro caratteristiche fisiche. Certo, lo fa attraverso un altro giro di parole, dice che i maschi 'lo preferiscono', aggiunge che lo preferiscono 'perché più indicato alle loro caratteristiche fisiche'. E pure le caratteristiche fisiche nell'infanzia non sono affatto accentuate in relazione al sesso, ma dipendono dal diverso sviluppo degli individui. Possiamo avere maschi alti e bassi, grossi e mingherlini, così femmine alte e robuste, basse e magroline, ecc. L'idea di fondo è chiaramente sessista. I maschi palleggiano, le femmine stanno fuori a fare il tifo, probabilmente. Forse l'aria stranita della bambina nell'illustrazione è dovuta proprio a quella pallonata che sembra avere avuto in testa, una pallonata che l'ha stordita. Perché se stai in disparte sempre, poi, non sai come pararle. Aggiunge che questo gioco 'favorisce l'aggregazione tra elementi che non si conoscono'. Un consiglio, allora, lo do io: quale migliore occasione per far giocare assieme maschi e femmine?

mercoledì 18 dicembre 2013

Perché, chi è perfetto?

Sulla Bahnhofstrasse di Zurigo il 2 dicembre sono comparsi, nelle vetrine di un negozio di abiti, dei manichini inusuali. Le reazioni dei passanti sono state di stupore, dato che questi manichini rompevano la serialità del modello umano idealizzato, che di norma fa mostra di sé nelle vetrine, e riproducevano corpi affetti da disabilità fisiche.
Si tratta di una campagna promossa dall’associazione ProInfirmis.
Come ripete una delle frasi più condivise di facebook: “Non siamo nati per essere perfetti ma veri.” Nessun corpo vero è seriale. Quindi, avvicinatevi!



I manichini disabili susciteranno sguardi attoniti sulla Bahnhofstrasse di Zurigo oggi.
Tra i manichini perfetti ci saranno figure scoliotiche o con la malattia delle ossa fragili, come modelli all’ultima moda. Uno avrà gli arti corti, l’altro la spina dorsale malformata. La campagna è stata ideata per la Giornata internazionale delle persone con disabilità da Pro Infirmis, un’organizzazione per disabili. Intitolata “Perché, chi è perfetto? Avvicinati”, è stata progettata per provocare una riflessione sull’accettazione delle persone con disabilità. Il direttore, Alain Gsponer, ha documentato la campagna con un cortometraggio. I manichini sono rappresentazioni tridimensionali, a grandezza naturale, di Miss Handicap 2010, Jasmin Rechsteiner, del conduttore radiofonico e critico cinematografico Alex Oberholzer, dell’atleta Urs Kolly, della blogger Nadja Schmid e dell’attore Erwin Aljukic.
“Inseguiamo spesso degli ideali invece di accettare la vita in tutta la sua diversità. Pro ​​Infirmis si sforza soprattutto di promuovere l’accettazione della disabilità e l’inclusione delle persone con disabilità”, dice Mark Zumbühl, membro di Pro Infirmis Executive Board, descrivendo la campagna.*
*Testo a commento del video su youtube, traduzione di Serbilla.

lunedì 2 dicembre 2013

Morta di parto: Barbara, mamma 32enne, muore di parto in Calabria. Gravissima la sua bambina


Venerdì 1 Novembre 2013
CASTROVILLARI (CS) - E' morta di parto, a 32 anni, dopo aver dato alla luce la sua bambina. Non succede in un villaggio di un paese del terzo mondo. Ma in Italia, in Calabria. Una donna, Barbara Maolomo, è morta stamattina dopo un parto cesareo effettuato nell'ospedale di Castrovillari. La bambina che aveva in grembo è stata salvata e ora si trova ricoverata, in condizioni critiche, nell'ospedale di Cosenza. La Procura della Repubblica di Castrovillari ha aperto un'inchiesta e il pubblico ministero di turno, Maria Sofia Cozza, ha disposto il sequestro della salma e l'esame autoptico.  La trentaduenne, al nono mese di gravidanza, la notte scorsa si è presentata all'ospedale civile di Castrovillari e questa mattina è stata sottoposta al parto cesareo, che ha permesso di far nascere la bambina. Dopo l'intervento la donna ha avuto delle complicazioni e le condizioni sono peggiorate con il passare delle ore fino alla morte. Sull'episodio è stata informata la Procura della Repubblica, che ha avviato l'inchiesta. I carabinieri hanno acquisito la cartella clinica che servirà ad accertare le cure a cui è stata sottoposta la donna e tutti i passaggi sanitari effettuati prima e dopo il parto cesareo.  La Direzione medica del presidio ospedaliero di Castrovillari ha aperto un'indagine interna. «Ad una prima valutazione - è scritto nella nota della direzione sanitaria dell'ospedale - delle informazioni disponibili (essenzialmente gli esami diagnostici e il racconto di ostetrici, ginecologi e familiari) le cause sembrano da ricercare in alcune condizioni predisponenti e nel sopraggiungere (in apparente pieno benessere, riferiscono i parenti) di un'embolia polmonare, che probabilmente causava il distacco di placenta riscontrato dai ginecologi nel corso dell' intervento». 

La donna, si sottolinea nella nota, «è giunta in Pronto soccorso in una condizione comatosa, è stata trasferita subito in sala operatoria e operata immediatamente. La bambina - continua la nota - è risultata in evidente stato di asfissia ed è stata trasferita all'istante presso l'Annunziata, quale presidio Hub di riferimento. La madre, dopo l'intervento è stata presa in carico dall'èquipe dei rianimatori di Castrovillari che diagnosticavano l'embolia polmonare mentre le condizioni generali e gli esami di laboratorio precipitavano velocemente. Malgrado gli sforzi fatti per sostenere la funzione cardiorespiratoria, e preannunciato dal peggioramento dei parametri vitali, verso le sei del mattino subentrava l'exitus».  «I familiari della donna - prosegue la nota - informati minuto per minuto dell'evolversi della situazione e, pur nel dolore, hanno ringraziato il personale e la direzione per gli sforzi profusi dal team che ha preso in carico la loro congiunta. Essendo la morte per parto codificata come un evento sentinella dal Ministero della Salute, la Direzione ospedaliera ha ritenuto opportuno aprire comunque un'inchiesta interna, malgrado non vi sia a tutt'oggi alcun elemento che faccia sospettare responsabilità nella conduzione del caso, poichè sono stati rispettati protocolli e procedure».  La Direzione dell'ospedale e la Direzione dell'Asp esprimono i loro sentimenti di «profondo cordoglio ai familiari e si impegnano a collaborare pienamente con la magistratura nel caso dovesse emergere l'esigenza di approfondire le indagini per determinare l'esatta dinamica di questo evento indesiderato».

Fonte:http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/barbara_mamma_32enne_muore_di_parto_in_calabria._gravissima_la_sua_bambina/notizie/348604.shtml 

domenica 1 dicembre 2013

Giornata mondiale per la lotta all'AIDS 2013

L'AIDS, non solo il 1 dicembre. da Intersezioni

Poche parole, oggi, per dire che l’AIDS esiste, esiste tutto l’anno, non solo il 1 dicembre, e non è l’unica malattia a trasmissione sessuale. Controllare la propria salute permette di tenere al sicuro sé stess@ e chi amiamo o chi semplicemente condivide con noi un momento di intimità.
Tutti gli organismi rischiano di ammalarsi, al di là delle predisposizioni, delle debolezze  e delle costituzioni. Bastano pochi gesti per mettere tra noi e alcune malattie, mortali e no, una barriera pressocché sicura. Questi gesti richiedono pochi secondi, possono essere compiuti con il coinvolgimento de@ partner.
Usate il preservativo, maschile o femminile. Usate una protezione per le dita se entrate in contatto con parti intime sanguinanti. Fate il test periodicamente, se donate il sangue vi verrà fatto anche il test dell’HIV.
Qualche link:

 Il test dell’HIV come funziona? Qui.
Come si indossa il preservativo femminile? Qui.
Come si indossa il preservativo maschile? Qui.
Come si usa il preservativo digitale? Qui.

Fonte http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/12/01/aids-non-solo-il-1-dicembre/

lunedì 21 ottobre 2013

Je connais un violeur [Conosco uno stupratore]

Da Intersezioni
Conosco uno stupratore

Mentre cercavo notizie sullo stupro della sedicenne violentata dagli ‘amici’, durante una festa, ho scoperto il tumblr Je connais un violeur [Conosco uno stupratore].
Un progetto francese, partito ad agosto 2013, che raccoglie già tantissime storie di stupro, al fine di spezzare quella falsa narrazione che ci vuole esposte al pericolo solo quando ci avventuriamo fuori dalle mura domestiche, vittime solo quando ci esponiamo allo sguardo degli estranei o incrociamo un ‘pazzo’, ribadendo chiaramente che la maggior parte delle violenze sessuali avvengono a opera di conoscenti e in famiglia.
Come si legge nell’about del tumblr:
L’immagine dello stupratore psicopatico che vive ai margini della società, è un mito che riguarda solo una piccola minoranza di loro. Nel 67% dei casi, la violenza ha avuto luogo presso la casa della vittima o del carnefice, che è un amico o una persona cara. Nel 80% dei casi, l’autore dello stupro era noto alla vittima. Uno stupro su 3 è commesso dal marito o dal partner abituale.
Quanto alle “false accuse” di cui sentiamo parlare quando si tratta di uno stupro, le statistiche parlano chiaro: sono estremamente rare. Al contrario, solo uno stupro su 10 è riferito alla polizia e il 97% degli stupratori non sconta nemmeno un giorno in carcere.
Erano i nostri amici, i nostri partner, i nostri familiari o membri della nostra cerchia di conoscenti. Conosciamo degli stupratori: permetteteci di mostraveli.
I racconti delle vittime vengono resi in forma anonima da Pauline, 27 anni, attivista femminista, ex studentessa di Scienze Politiche.
Autori degli stupri sono padri, fratelli, amici, amanti, cugini, zii. Uomini appartenenti a tutti i ceti sociali. Solo in pochi casi conoscenti o estranei. Attraverso i racconti si percepisce la vergogna, la paura e il senso di colpa generati dallo stupro nelle vittime. Secondo la psichiatra Muriel Salmona, che figura tra i link del blog stesso, la condivisione di queste storie è terapeutica in sé, perché dà alle vittime la sensazione di non essere sole nella difficoltà di comunicare ciò che è loro accaduto, anche a distanza di anni e nell’incredulità di chi le circonda[1].
Se uscire di casa è ritenuto pericoloso, lo è anche restarci, allora tanto vale andare fuori a reclamare il diritto ad essere in ogni posto, in ogni momento.


[1] Le Point.fr, Je connais un violeur : C’est mon père, mon mari, mon oncle…, «http://www.lepoint.fr», 29/09/2013 ore 09:45.

domenica 13 ottobre 2013

RU846, storie di ordinaria follia!

Da Intersezioni

Volentieri condividiamo il resoconto fatto da Guerriera (grazie!) sulla sua esperienza in merito all’accesso alla RU846, sperando che la tenacia con la quale è riuscita a tenere testa ad una situazione allucinante possa infondere coraggio e determinazione a tutte quelle donne che dovessero trovarsi nella stessa situazione… ecco perché è più che mai necessario continuare a lottare! Buona lettura!
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RU846, storie (sur)reali!
Sono nel mondo arabo, ho appena scoperto di essere incinta. Cazzo, potevo fare più attenzione… nel senso, avevo un dubbio prima di partire ma mi sono detta: “Ok, sarà lo stress pre-partenza.. eppoi, ti pare che capita proprio a me e proprio in questo momento?”
Sono dall’altra parte del mondo, ma non facciamoci prendere dal panico. Faccio le analisi, confermato il risultato positivo del test. Mentre cerco di prenotare un volo il più presto possibile, inizio a spulciare i siti sull’argomento e ad avvisare le mie amiche a Roma e Bologna… perché l’obiettivo è uno: RU846!
Panico! Sui siti le informazioni sono tantissime e diversissime. Ognun* pare la pensi a proprio modo. Le informazioni raccolte dalle amiche confermano il delirio di info che non coincidono e si contraddicono.
Contatto Vita di donna, associazione di supporto alle donne, di Roma, sono super disponibili: le ricontatto appena atterrata.
08/10
Devo recarmi al San Camillo alle 6,30 del mattino, all’ambulatorio apposito per la questione, in un sottoscala del reparto di ginecologia. Prendo il treno da Termini per stazione Trastevere, ma sono stanca e super confusa. Sbaglio treno e mi ritrovo a Zagarolo, merda! Arrivo al San Camillo alle 10. Parlo con una infermiera ed una ginecologa, niente da fare, devo tornare il giorno successivo alle 6,30, così da fare l’ecografia e vedere se sono ancora in tempo. Ma non mi fido molto! Il San Camillo è uno dei pochi ospedali a dare la pillola (dubbio rimane su Ostia, dove al telefono sono stati veramente poco disponibili… quando si sono degnati di rispondere, ossia dopo 3 giorni di tentativi). La ginecologa mi dice che comunque prima del 16 non può inserirmi… stiamo parlando della RU846 per la quale il massimo previsto dalla legge è 49 giorni dopo il primo giorno dell’ultimo ciclo, o di un parrucchiere super alla moda? P.s. (non fidatevi di questo conteggio.. 49 giorni dal primo giorno di ultimo ciclo nel caso di ciclo super regolare… la gestazione può infatti cominciare dopo… per cui fate un’ecografia, potete scoprire di essere ancora in tempo nonostante i vostri calcoli sfavorevoli). Chiamo l’ospedale Maggiore di Bologna… al massimo, se dall’ecografia risulterò essere ancora in tempo, prendo il primo treno e me ne vado al Nord. Da Bologna mi avvertono che è necessario il Certificato legale per l’interruzione volontaria (che invece non è necessario a Roma) rilasciato o dal medico di famiglia (il mio è obiettore… ovviamente… strascichi d’infanzia!) o dai consultori familiari. Chiamo il consultorio di Garbatella, domani mattina, dopo l’ecografia al San Camillo, volo da loro per il certificato.
09/10
Arrivo al San Camillo alle 6h30. Scopro che l’ambulatorio apre alle 8. Fanno andare prima le ragazze perché così appena aprono consegnano le carte per chi è lì per la prima volta; se sei assente in questa distribuzione che avviene dalle 8 alle 8h15… sei fuori! Ok, metodo di merda, ma è comunque un metodo. Ma l’ambulatorio è chiuso per davvero… nel senso che siamo 7 ragazze, fuori, sotto la pioggia ad aspettare l’apertura delle porte di vetro oltre le quali si vede già tutta la gente all’interno. E mi sembriamo ree, lì in attesa di estirpare una colpa. Aprono le porte e mi infilo in questa catena di montaggio… stanza 1 consegna primo foglio, stanza 2 consegna altri documenti, stanza per ecografia e la tipa che grida: “Sei fuori!”
Ok, adesso sono in una partita di baseball.
“Scusi, cazzo vuol dire che sono fuori?”
“Che non ce la fai a prendere la pillola”
“Ok, lei però si limiti a dirmi se potenzialmente sarei in tempo”
“Ma le ho detto che non ce la fa, qui abbiamo le liste d’attesa, la infilo nella prassi del chirurgico”
“Senta, mi dia la diagnosi delle settimane di gestazione, che provo altrove”
“Lei è a 6 settimane + 1 giorno, avrebbe 6 giorni ancora, ma qui non è possibile e non pensi di poter trovare una struttura che le riservi un trattamento migliore”
“Mi dia l’ecografia e stia zitta”
“Non si può, è un documento privato”
“La MIA ecografia è un SUO documento privato?”
Finisco nella prassi di “quella che se ne vuole andare” come gridava quella deficiente di infermiera per il corridoio alle sue colleghe. Non tutte sono così idiote, ad alcune spiego le mie intenzioni, capiscono, mi appoggiano e mi fotocopiano in segreto l’ecografia con le settimane di gestazione.
Secondo step: consultorio della Garbatella per il certificato legale e poi Bologna.
“Mi spiace, non c’è la ginecologa oggi”
“Ma come, avevo chiamato ieri, avevo detto per cosa dovevo passare…” Vabbè, si fanno perdonare in fretta… sono due angeli e mi aiutano tantissimo. Le loro informazioni sono completamente scorrette; il San Camillo stesso ha fatto circolare un documento in cui il limite previsto per la RU846 è di 5 settimane + 5 giorni; sto 10 minuti a spiegare alle infermiere che non è così. Chiamano il San Camillo per conferma. Ovviamente, ho ragione io! Chiamano ogni consultorio di Roma per sapere se c’è un ginecologo o una ginecologa disponibili… Nessuno… in tutta Roma, pare che i ginecolog* siano tutt* in aggiornamento/conferenza/vacanza/cazzo ne so! E non solo non ci sono ginecolog* disponibili, ma ovviamente ogni infermiera ha diverse indicazioni sulle procedure per cui ogni volta è un combattere per far valere la nostra versione e non la loro! Trovata una… che a quanto dicono le infermiere è anche la coordinatrice di tutto il settore ginecologico di Roma: ‘sta beneamata sostiene che il certificato fatto a Roma non abbia valore in Emilia Romagna… e meno male che sei la responsabile di ‘sta cippa, ignorante!
[comunque, prima di arrivare al consultorio della Garbatella, da casa, ho chiamato io stessa vari altri consultori; a Roma funziona che in base a dove abiti ti devi rivolgere al consultorio della tua circoscrizione, per cui avevo una serie di indirizzi falsi, (domicilio) da dare in base al consultorio che chiamavo… cacchio me ne frega!... annotazione: uno dei peggiori che ho trovato è il consultorio spenser, della circoscrizione della Prenestina: loro risposta “Possiamo farti venire non prima del 17 per farti parlare con l'assistenza sociale e il 18 con la ginecologa”… e il 19 con quello stronzo di tuo fratello!!! ]
Quando non ci credevo più neanche io, troviamo la dott. Maiocchetti. Fantastica… dice di correre da lei. Si tratta del consultorio di Via Silone 100, 3 ponte (metro Laurentina, bus 776); ho un’ora e mezza di tempo prima che chiuda. CORRO! Arrivo, compilo le carte, mi firma il certificato segnando la postilla urgenza… e non “La invitiamo a pensarci 7 giorni” ; scambiamo due chiacchiere… ci lamentiamo entrambe di questo trattamento riservato alle donne, è uno schifo… nella Asl non sono autorizzate a dare la RU846 ma possono fare l’ IGV chirurgico… incredibile! Dobbiamo lottare, dice lei, sì cara dottora, dobbiamo lottare!
[altro post: all’ospedale di Sant’Andrea, sono stata 15 minuti a spiegare la differenza alla tipa con cui ho parlato tra una 'pillola del giorno dopo' che si dà al Pronto soccorso in codice bianco e la RU846!!!]
L’infermiere della Garbatella aveva anche richiamato l’ospedale di Bologna, per avere conferma del fatto che se fossi stata presente il giorno dopo, mi avrebbe subito inserito nella pratica dell’IVG farmacologica. Dicono di sì, ma che devo assolutamente essere alle 8 del mattino al centro d’analisi in Via Marconi 35 e poi da lì sarei stata trasferita al Maggiore.
Prendo il primo treno… merda quanto costa! Arrivo a Bologna la sera… sono stanchissima!
10/10
Ospedale Maggiore, dai sono al Nord, saranno stereotipi, ma mi sento già più al sicuro. Arrivo a via Marconi… il numero 35 non esiste! Chiamo l’ospedale.
“Senta, io non ho segnato il suo nome, ma lei ieri con chi ha parlato? Perché è al Marconi, che c’entra?”
“Ma come con chi ho parlato? Voi avete il telefono in mezzo alla strada e chiunque passa può rispondere scusi?”
“Io qui sono la responsabile e le dico che non deve far nulla di quello che ‘non so chi’ le ha detto di fare. Ora la segno, venga qui all’ospedale alle 10h30”
Ok, sono in ospedale… aspetto… aspetto… la ginecologa non c’è… le infermiere non la trovano. Ne cercano un’altra… una certa Adelaide. Dopo 4 ore d’attesa, mi fa entrare mi fa un’altra ecografia. 6+4. Ma come 6+4… ieri era 6+1!
“Lo so, ma ogni macchinario ha la sua sensibilità e dato che devo essere io a firmare l’autorizzazione io faccio riferimento ai miei macchinari”
“La sensibilità dei macchinari?? La mia vita è nella mani della sensibilità di un macchinario? Senta, io sono venuta apposta da Roma perché mi era stato garantito che ce l’avrei fatta qui”
“Se fosse stata a 6+1 ce l’avrebbe fatta ma oggi non si può fare, giovedì non le facciamo (????) e poi c’è il week-end (??????) e quindi salta a lunedì e lei non è più in tempo. Vada a prendere l’appuntamento per il chirurgico”
Inizio a sospettare che prendano soldi per ogni chirurgico che fanno! Nel frattempo sento ridere le infermiere di me e del mio esser venuta da Roma. Che faccio, entro e spacco tutto? No, non ti preoccupare, ci penserà il karma, tu continua per la tua strada! Mi prenoto l’appuntamento per il chirurgico, non si sa mai. Nel frattempo però, qualche giorno prima, avevo chiamato Lamezia (unico ospedale della Calabria a fornire il servizio), mi avevano risposto di richiamare oggi. La dottoressa sembra super gentile, mi dice di correre lì, non c’è alcun problema. Vabbè, tutte così hanno detto, poi qualcosa succede sempre. Prenoto un aereo, tanto sono così stanca e poco fiduciosa che male che va, e male andrà, torno a Cosenza, a casa mia a far finta per qualche giorno che sia stato solo un incubo. Arrivo a Lamezia a mezzanotte, vado in albergo, la mattina dopo sono in ospedale.
Finisco subito nel sistema della RU846 senza accorgermene (Fantastica dottora Ermio!)… analisi, nuova ecografia, ordinato ricovero e mi ritrovo con la pillola in mano.
Conclusioni:
1. Il primo che mi dice che gli ospedali funzionano meglio al nord che al sud, lo meno!
2. Dicono che i vari impedimenti siano finalizzati a far riflettere la donna su quello che sta per fare… ma a me è capitato tutto il contrario. Non ho avuto un attimo di pausa e sono arrivata a prendere ‘ste pillole, come l’acqua di un fiume arriva alla foce del mare… senza alcuna consapevolezza. Ma la consapevolezza è tempo e del tempo, noi donne siamo state private!
Qui, in ospedale a Lamezia, ci sono statue di Madonne dappertutto, c’è la cappella… penso non sia proprio legale tutto ciò. Sono circondata da donne incinta ma l’unico mio pensiero è che sono stanca… davvero stanca!
Alcuni consigli per finire : non delegate! Per quanto le vostre amiche e i vostri amici vi vogliano bene, non avranno mai la cura che avrete voi nel raccogliere le info. Ed in più, la colpa non sarà loro, ma di questo mare di informazioni contrastanti sull’argomento (non hanno le idee chiare quelle che lavorano nel campo, figuriamoci le vostre amiche). In mille vi diranno frasi inutili del tipo : “Ma perché non sei andata a Firenze, ma perché non sei andata al Sant’Orsola?” Non date retta… ogni scelta che prendete è un rischio che può costarvi caro, per cui le possibilità sembrano infinite (ed in realtà sono veramente limitate). Fidatevi delle info che voi stesse avete recepito e ovviamente del vostro istinto! Non date retta soprattutto a chi vi dice le solite frasi del cavolo “Dovevi fare attenzione” oppure “Ma scusa, non hai usato precauzioni?” sono persone che forse si accorgeranno di quanto fuori luogo fossero in quel momento, ma voi non avete tempo da perdere, avete cose più importanti a cui pensare!
Non vi arrendete al primo o alla prima che vi dice che non siete in tempo. La legge è 49 giorni (nel senso che entro il 49esimo bisogna prendere la prima pillola), tentate tentate tentate!
Per chi vi ostacolerà non v’è differenza tra il chirurgico e il farmacologico… tanto il corpo è vostro, che gli frega a loro! Invece il vostro corpo è importante e va trattato con riguardo! Penso a chi ha un lavoro o a chi non ha i soldi per affrontare gli spostamenti che ho dovuto affrontare io! Penso a chi non ha la forza d’animo per combattere sola contro questo sistema… o a chi semplicemente avrebbe bisogno di tempo e pace per prendere questa decisione.
Penso a tutte voi e la mia rabbia diviene infinita!

mercoledì 18 settembre 2013

Su depressione, sperma e sesso orale – la ricerca

Da Intersezioni

Avrei voluto intitolare questo post: “Donne, la depressione si può curare facendo sesso orale: fatevela leccare!”, sarebbe stato di impatto, ma dato che la depressione è un disturbo serio nessun@ è autorizzat@ a scrivere stupidaggini in merito.
Solo un@ specialista (medic@ di medicina generale, psicolog@ o psichiatra) può diagnosticare il disturbo depressivo e aiutarvi a guarire con il metodo a voi più congeniale, metodo che nulla ha a che vedere con l’ingestione di sperma. Non solo fare pompini non fa guarire dalla depressione, ma farli senza protezione ci espone al rischio di contrarre ogni tipo di malattia sessualmente trasmissibile. Oltre a continuare ad essere depresse rischiamo seriamente di contrarre AIDS, HpV, Erpes, epatiti e altre malattie non mortali, ma che ci costringono a lunghe cure mediche (le quali, piuttosto, favoriscono il calo d’umore).
Comunque farvela leccare non vi deprimerà, se vi dovesse deprimere provate a spiegare come vi piace, se proprio non funziona potete sempre cambiare lingua. Un post divertente e intelligente sulle proprietà rallegranti del cunnilinguo è già stato scritto qui.

Questo post nasce per fare chiarezza sulle tesi riguardanti le  proprietà antidepressive del pompino con ingoio – di questo si tratta – portate avanti da questo articolo (opportunisticamente linkato e fatto rimblazare da quanti non riescono ad ottenere questa pratica da mogli e compagne). Il pezzo blatera di depressione e sperma, ossia di me, voi, noi che guariamo dalla depressione spremendo cazzi con la bocca, pura disinformazione medica di stampo goliardo-maschilista.
L’articolo che rimbalza qui e lì, ma vedremo nel prossimo post che si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di articoli che hanno funzionato da telefono senza fili, fa riferimento a una ricerca condotta nell’aprile del 2001 da una ricercatrice e due ricercatori della State University di New York, sita in Albany, N.Y., intitolata “Lo sperma ha proprietà antidepressive?”, recuperabile in pdf qui, pubblicata sulla rivista di sessuologia Archives of Sexual Behavior nel 2002. Ad esso sono giunta tramite questa chiave di ricerca su google: “State university New York+sperm and depressive disorder”, di non difficile combinazione.
La questione della reperibilità è molto importante, perché ci permette di vedere con chiarezza dove finisce la ricerca e dove iniziano maschilismo e disinformazione.
Le parti dall’inglese che seguono sono state tradotte da me.

Un po’ di luce sulla ricerca.

domenica 11 agosto 2013

Da quante cose viene definita una donna?

Gli acquerelli di Jay ci dicono che:
illustrazione di Jay happyblood.tumblr.com
Dal suo blog:
“Le donne sono fantastiche, non sei d’accordo?
Volevo fare una semplice collezione di belle donne in acquerello, così l’ho fatta. Ho deciso di aggiungere del testo di accompagnamento per dargli una voce. Il mio intento non era quello di abolire ogni stereotipo, ma semplicemente di illustrare donne di varie personalità, tipi di corpo, età ed etnie. Ogni donna è bella!”

illustrazione di Jay happyblood.tumblr.com
E’ la semplice idea di Jay, 20 anni, trans e queer, che studia illustrazione al Ringling College of Art and Design a Sarasota, in Florida.
illustrazione di Jay happyblood.tumblr.com
illustrazione di Jay happyblood.tumblr.com

venerdì 9 agosto 2013

Sul Decreto Legge strumentale alla repressione di Stato e al mantenimento del Governo - contro le donne

Metto qui, di seguito, alcuni post che condivido sul Decreto Legge (il cui testo per intero ancora non è in rete) approvato dal Consiglio dei Ministri, che in teoria dovrebbe contrastare la violenza sulle donne (soprattutto se sei moglie e madre), senza porre in atto NESSUNA prevenzione, trattando esclusivamente di inasprimento delle pene (ma le carceri non erano affollate?), aggravanti e ritorno alla minorità delle donne - per le quali si querela d'ufficio e non c'è possibilità di ritirare la denuncia - quindi si denuncerà molto meno. Magicamente tratta anche di cantieri violati - perché serve un decreto contro la violenza sulle donne per fermare la lotta notav - per cui Marta la si può manganellare e palpeggiare tranquillamente e con lei tutte quelle che lottano per i diritti propri e di tutt@.



20130808_214

Da Abbatto i Muri:
Il Decreto Legge approvato dal Consiglio dei Ministri con norme a contrasto della violenza sulle donne, così come lo vediamo pubblicizzato nei media [1] [2] [3] [4], ha un approccio paternalista e autoritario alla questione, non tiene conto delle proposte delle persone, delle stesse donne che da tanto si occupano del fenomeno e, sul piano della propaganda, impone un piano repressivo inefficace, brandisce aggravanti senza senso e spaccia per nuove alcune soluzioni che esistono già.
Non viene finanziato alcun Osservatorio, utile ad analizzare e definire il fenomeno prima di assumere qualunque decisione, è basato sull’impostazione già espressa dai Ministri Alfano e Cancellieri con l’aiuto della consulente Isabella Rauti per la Violenza di Genere, con l’accordo della vice ministro del Lavoro Dottoressa Guerra che ha già chiarito come le donne vanno tutelate in quanto “risorsa”.
Non stupisce perciò la proposta di aggravanti che colpirebbero uomini che fanno violenza su mogli, madri e ancor meno stupisce l’aggravante per chi userebbe violenza su una donna incinta. Quel che si vuole tutelare, evidentemente, non è la persona ma un ruolo di genere preciso. La lotta contro il femminicidio è dunque rivolta contro chi colpisce donne, madri e mogli, inficiandone la possibilità di essere “risorsa” per la propria peculiarità riproduttiva e il proprio ruolo di cura.
Il Decreto, da quel che si legge, nonostante la difficoltà a reperirne il testo integrale, non si esprime in relazione alla violenza di genere nel suo complesso, includendo gay, lesbiche, trans, migranti rinchiuse nei Cie e separa le vittime in sante e puttane, donne sterili e gravide, soggetti comunque deboli, infantili, incapaci di intendere e volere che incorrerebbero in richiami e sanzioni autoritarie nel caso in cui volessero ritirare una querela.
L’idea della “certezza della pena”, mutuata dalle politiche di destra, con proposta di delazione/segnalazione anonima per denunciare il violento, non ha niente a che fare con un piano preventivo che non interessa il governo. Non interessa investire nella cultura, nell’utilizzo delle reti territoriali esistenti, non interessa in assoluto mettere in discussione gli stessi inneschi culturali che producono discriminazione e violenza nei confronti delle donne. Anzi tali inneschi vengono decisamente riprodotti.
In più il Decreto passa da un argomento all’altro e, coerentemente con l’idea che è sulle forze dell’ordine che decidono di investire invece che su altro, da quel che leggiamo si occupa anche di rafforzare le misure repressive contro chi si oppone in Val Susa alla realizzazione della Tav. Si parla di messa in sicurezza dei cantieri che si traduce in una maggiore militarizzazione ed espropriazione di quel territorio. In più sono previste punizioni più severe per chi osa varcare i confini dell’area in cui è realizzato il cantiere.
Il governo ottiene così consenso su una misura repressiva con l’alibi di norme in difesa delle donne. La lotta contro la violenza sulle donne può essere realizzata legittimando autoritarismo e repressione? E’ possibile allearsi con chi autorizza le forze dell’ordine a manganellare ed arrestare gli/le attivist* #NoTav in nome della lotta contro la violenza sulle donne?
Questo governo si occupa così tanto delle donne che le usa per legittimare soluzioni repressive contro quelle che non restano a casa a fare da madri e mogli. Dunque se resti a casa a svolgere il tuo ruolo di cura forse qualcuno ti dedicherà due righe fingendo di tutelarti. Se invece vai in piazza a rivendicare diritti e a difendere la Val Susa sei cattiva e meriti di essere manganellata.
Sarebbe opportuno, adesso, che tutte le donne che hanno chiaro quello che sta succedendo in Italia sulla pelle delle donne, giacché viene strumentalizzato un tema importante per tante tra noi, si esprimessero e prendessero le distanze dalle posizioni del governo.
E’ questo il momento in cui tante e tanti dovremmo fare sentire la nostra voce perché innanzitutto chi decide di varare un decreto legge su un tema che ci riguarda dovrebbe consultarci e non pianificare strategie che servono solo a fare apparire forte, legittimo, un governo che non è riuscito a fare nulla di concreto per i cittadini e le cittadine che dice di rappresentare. Un governo che giudica prioritaria la costruzione di un’opera inutile e dispendiosa (la Tav Torino-Lione) alla realizzazione di piani concreti che parlino di diritto al reddito, alla casa, alla gratuità di servizi, che aiutino uomini, donne, tantissime persone sempre più piene di problemi economici.
Sono una donna vittima di violenza e non mi interessa l’approvazione di un decreto legge che sancisce un principio: se voglio strumenti di difesa devo innanzitutto legittimare i tutori che useranno i manganelli contro compagni, compagne e amiche che lottano in Val Susa.
Ci sono altre persone, donne, uomini, persone, che hanno voglia di dire con me che tutto ciò non può avvenire in nostro nome?
Not in my name!
Grazie!
  
legittimarepressione
Da dumbles
Oggi hanno partorito il mostroide. Con gran clamore di Evviva! Bene! Bravi! Il governo Letta ha mostrato il costrutto giuridico cioè il DL di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.
Tutto il peggio di quello che temevamo, cui avevamo accennato qui: procedimento senza querela di parte, irrevocabilità della querela, delazione, inasprimento delle pene… insomma un dispositivo incardinato  sostanzialmente su due principi: irrilevanza della volontà delle donne (la mancanza di querela di parte corrisponde a questo) e logica “carcerocentrica” come la chiama l’Unione delle camere penali cui pure questo DL non piace perchè demagogico ed inquietante.
…Se è inquietante per loro, figuriamoci per noi…
Ecco, non a caso, nel gioiello di sensibilità verso le donne è ben incastonato un articolo che prevede l’inasprimento delle pene per l’accesso abusivo nei cantieri; quali cantieri? Ma quelli NoTav ovviamente!
Eh già… se “l’assassino ha le chiavi di casa”, può essere che ha anche quelle del cantiere…
D’altra parte è anche vero, visto le violenze e le violazioni sessuali cui è stata sottoposta Marta, militante NoTav.
E qui il picchiatore e molestatore è mandato da chi ti fa il DL a contrasto della violenza di genere.
Il governo delle larghe intese ha trovato il modo di far intendere che difende le donne mentre le considera zero e se ti rompono le scatole (i cantieri) anche le meni. Bene! Bravi! e fess* chi ci crede.
Da Lipperatura:
No, non mi piace. Parlo del decreto legge sul femminicidio così come è stato raccontato. Premetto che non ho avuto modo di studiarlo nei dettagli, e che la sensazione che ho è che la ex ministra Idem avesse un’idea molto diversa (altrimenti, perché convocare le associazioni che si battono contro la violenza, giusto qualche settimana prima di essere messa alla gogna e costretta a farsi da parte?).
Non mi piace perché è un decreto repressivo. E molte di noi hanno detto e ripetuto che nessuna repressione e nessun giro di vite porterà a risultati se non si insiste sulla prevenzione. Scuola. Formazione degli educatori. Libri di testo delle elementari. Educazione al genere, all’affettività, alla sessualità. Da subito. Di questo non si parla.
Non mi piace perché non si parla di centri antiviolenza, e tantomeno della loro moltiplicazione e finanziamento, da quanto è dato almeno capire. Non si  parla di centri di ascolto per uomini abusanti. Non si cerca di capire, formare e prevenire, ma si  pigia sul pedale della guerra fra i sessi, fornendo a chi ancora sputa la parola femminicidio come una caramella mal masticata ottimi argomenti per parlare di espediente securitario.
Non mi piace perché glissa sugli strumenti fondamentali: un osservatorio che monitori i femminicidi, dicendoci quanti sono e come avvengono. Fin qui, le indagini statistiche, come detto centinaia di volte, sono incomplete e generiche.
Non mi piace perché, come ha dichiarato Michela Murgia, la non revocabilità della querela “è una grande responsabilità che lo Stato si assume perché chi impedisce alla vittima di revocare la denuncia deve poter garantire che l’inasprimento degli abusi non ci sarà. O che se ci sarà, la donna verrà protetta. Lo dico perché nella stragrande maggioranza dei casi dal momento della querela le cose per chi ha subito violenze cominciano a peggiorare”. Non solo, aggiunge Michela, “io ho sempre creduto che una donna debba avere la libertà di decidere se vuole o meno denunciare. Per questo non sono molto d’accordo con la procedibilità d’ufficio che prevede anche che possa essere il pronto soccorso a inviare una segnalazione a polizia e carabinieri. Questo vale ancora di più oggi: se una donna, a un certo punto, non se la sente di continuare l’iter processuale, deve poter fare un passo indietro. Non è giusto trasferire questo diritto alle forze dell’ordine. È un’ulteriore sottrazione che si fa a chi di violenze già ne ha subite parecchie”.
Non mi piace perché, come ha scritto Concita De Gregorio, “dire che la pena sarà di un terzo più severa nel caso in cui le vittime siano incinte o mogli o compagne o fidanzate del carnefice è comprensibile, dal punto di vista del legislatore, perché sì che battere una donna che aspetta un bambino o che ha un vincolo di fiducia con chi la aggredisce è più grave. Ma stabilisce anche una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non fanno figli e non hanno legami con un uomo. In che senso uccidere una donna non sposata e non madre è meno grave? Vale forse di meno per la società?”.
Non mi piace, perché come ha scritto Enza Panebianco, inserisce misure repressive nei confronti della lotta NoTav, di punto in bianco: ” il Decreto passa da un argomento all’altro e, coerentemente con l’idea che è sulle forze dell’ordine che decidono di investire invece che su altro, da quel che leggiamo si occupa anche di rafforzare le misure repressive contro chi si oppone in Val Susa alla realizzazione della Tav. Si parla di messa in sicurezza dei cantieri che si traduce in una maggiore militarizzazione ed espropriazione di quel territorio. In più sono previste punizioni più severe per chi osa varcare i confini dell’area in cui è realizzato il cantiere. Il governo ottiene così consenso su una misura repressiva con l’alibi di norme in difesa delle donne. La lotta contro la violenza sulle donne può essere realizzata legittimando autoritarismo e repressione? E’ possibile allearsi con chi autorizza le forze dell’ordine a manganellare ed arrestare gli/le attivist* #NoTav in nome della lotta contro la violenza sulle donne?”
Non mi piace perché, a quanto si legge, ha utilizzato la lotta di chi si oppone ai femminicidi e alla violenza sulle donne in chiave rassicurante, consolatoria, paternalista. Perché ha usato quella lotta come un fiore all’occhiello per legittimare l’operato di un governo che definire criticabile è poco.
E’ un passo, mi dicono amiche e compagne di strada. Per me, è un passo falso, compiuto di fretta e compiuto male. In una parola, servirà a poco. La battaglia è culturale, inclusa quella al cyberstalking.
Mi auguro che esista la possibilità di discuterne ancora, nonostante tutto.

giovedì 1 agosto 2013

Andrea.

Perché non cada nel vuoto, perché non si dimentichi.

Storia di Andrea, “la trans di Termini” massacrata alla stazione
-
 La mattina del 29 luglio il suo corpo pieno di lividi e ferite è stato trovato abbandonato al binario 10. 
Andrea aveva solo 28 anni. Sei giorni prima di morire ci aveva raccontato le sue paure e le sue speranze. 
Nonostante tutto.
31 luglio 2013

Fonte redattoresociale.it

Chissà a cosa pensava Andrea ogni notte prima di addormentarsi sopra il suo cartone davanti alla stazione Termini di Roma. Forse pensava alla famiglia in Colombia, a sua madre e a suo padre lasciati quattro anni fa per trovare fortuna in Italia. Forse avrebbe voluto chiamarli, dirgli che la vita non era esattamente come aveva sognato da bambino, quando era ancora un maschio, raccontargli delle botte prese, del braccio rimasto paralizzato, della gamba che si muove a fatica. O forse semplicemente sprofondava subito nel sonno. Era troppo stanca e delusa per pensare.
Certo, non immaginava di morire da sola, ammazzata a bastonate e forse a coltellate nella stazione che era diventata la sua casa. Andrea aveva solo 28 anni. La mattina del 29 luglio il suo corpo pieno di lividi e ferite è stato trovato abbandonato al binario 10.
Tra i viaggiatori che ogni giorno correvano a prendere il treno alla stazione pochi facevano caso a lei. Per tutti era la trans di Termini, quella che passava le sue giornate lungo i binari o davanti all’ingresso della stazione a raccogliere le cicche nei portacenere per racimolare un po’ di tabacco. Un’altra disperata senza nome e senza storia che andava a riempire le file del popolo dei senzatetto della stazione.
Non parlava con chiunque Andrea, non dava confidenza facilmente. La maggior parte del tempo se ne stava seduta a fissare il vuoto. Oppure si trascinava, un passo alla volta, stando attenta a non perdere l’equilibrio, verso la pensilina dell’autobus 714 che l’avrebbe portata alla mensa della Caritas di Colle Oppio a consumare il primo pasto della giornata.
Quando capiva di potersi fidare, però, cambiava espressione, il suo volto bruciato dal sole che dimostrava più anni di quelli che aveva, si illuminava. Così, sei giorni prima di morire ci ha raccontato la sua storia: “La mia casa è Termini, dormo qui da quattro anni. La notte ho paura che qualcuno mi metta le mani addosso”, ci aveva confidato. Andrea era stata aggredita più volte, le avevano rubato il cellulare e il passaporto. “A Ostia un ragazzo mi ha picchiata. Sono stata sette mesi in coma”. Sul suo corpo era rimasto indelebile il ricordo di tutte le botte e i soprusi subiti.
Avrebbe voluto trovare un lavoro ma sapeva che senza documenti, con un braccio paralizzato e una gamba fuori uso, nessuno l’avrebbe mai assunta. Forse è stata proprio la disperazione a spingerla in qualche giro poco raccomandabile di droga o di prostituzione, come ipotizza la polizia. Forse ha chiesto aiuto alle persone sbagliate.
Mentre sorrideva davanti alla telecamera e domandava ridendo se in video veniva bene, Andrea non pensava alla morte. Non pensava di morire pochi giorni dopo con addosso la sua gonna rosa e le sue scarpe da ginnastica. Lei pensava al futuro perché nonostante tutto non aveva perso la speranza. “Vorrei incontrare un ragazzo con tanti soldi che mi faccia lasciare la strada perché è troppa brutta”, ci aveva detto. A ricordare il suo sorriso triste, la sua storia, la sua vita, oggi ci sono solo due o tre senzatetto della stazione, i suoi compagni di viaggio e nessun altro. (Maria Gabriella Lanza)

Fonte redattoresociale.it

Qui l'intervista video.

martedì 30 luglio 2013

Nessuno sa di noi – Simona Sparaco

Da Intersezioni

Nessuno sa di noi
, scritto da Simona Sparaco e candidato al Premio Strega 2013, racconta il dolore di una gravidanza attesa, ma destinata a interrompersi prematuramente.
I personaggi principali del romanzo sono Luce, una giornalista free lance che sembra non aver mai preso realmente in mano la propria vita, Pietro, suo compagno benestante e paziente, al quale lei si affida completamente, e  Lorenzo, figlio desiderato, immaginato, sentito, che la coppia è costretta a seppellire prematuramente. Personaggi che agiscono in funzione del vero protagonista: l’aborto tardivo e il suo significato per chi lo vive dall’interno. Sullo sfondo un mondo opaco, sordo ai bisogni delle persone, feroce.
Siamo tutte qui.
Ognuna con il proprio trofeo, più o meno in evidenza, e la cartella clinica sottobraccio. Tutte ordinatamente sedute, come a scuola per un richiamo dal preside. Qualcuna sfoglia una rivista, con l’espressione vaga e compiaciuta di chi sa che la passerà liscia. Qualcun’altra, invece, se ne sta a testa bassa, con le mani serrate in un intreccio nervoso. Come se dietro quella porta color pastello ci fosse davvero la minaccia di un’espulsione.
Siamo tutte madri nell’attesa di un’ecografia.
Nessuno sa di noi
pag. 7
Displasia scheletrica. Due parole che insieme suonano così infauste. Le digito in un motore di ricerca e non per scrivere un articolo sulla malasanità, ma per la vita di mio figlio.
Nessuno sa di noi
pag. 35
«Non posso suggerirvi un’interruzione di gravidanza» prosegue il dottor Piazza, incrociando le braccia, in un gesto di chiusura definitiva. «Anche se le condizioni del feto potrebbero rivelarsi incompatibili con la vita. In Italia è consentita solo fino alla ventitreesima settimana, non oltre.»
«Che significa?» domanda ancora Pietro, e mi stringe forte la mano.
«Se rientrassimo nei limiti di legge, potrei proporvi di anticipare il parto. Alla ventitreesima settimana e in queste condizioni, il feto non ce la farebbe. Stiamo parlando di un aborto conosciuto come terapeutico o eugenetico. Ma nel vostro caso siamo ben oltre i termini consentiti.»
Parla ancora al plurale. Questa volta di sopravvivenza, di leggi e limiti. Il pronome è sbagliato, però, non c’è un noi in questa stanza. O forse sì; noi siamo io e Lorenzo.
«Mi faccia capire» lo esorta Pietro. E’ pallido, deglutisce a fatica, si muove nervoso sulla sedia, non come la madre, che mantiene la testa alta e la schiena dritta. «Queste malattie così gravi e incompatibili con la vita si possono scoprire solo quando si è arrivati così avanti con la gravidanza che non si può più interrompere?»
«Per interruzione, in questo paese, si intende la possibilità di anticipare il parto. Il limite è stabilito in base all’autonomia del feto rispetto al ventre materno. Un feto di ventitré, anche di ventiquattro settimane, non sopravvive al di fuori dell’utero e può essere quindi abortito.»
Il dottore ci guarda, forse in attesa di una reazione. Ma siamo tutti e tre ammutoliti. «A dire la verità» riprende, come se si sentisse in dovere di precisare «ci sono stati casi in cui feti abortiti sono spravvissuti ugualmente, perché le tecniche di assistenza neonatale progrediscono di anno in anno, e per legge un medico ha il dovere di metterle in pratica qualora ce ne fosse bisogno. Un feto abortito che sopravvive è però un feto con una grave patologia a cui si aggiunge una serie di problematiche legate al fatto che è nato pretermine, per dirvela in parole chiare. Ed è per questo che a livello parlamentare si sta pensando di abbassare ulteriormente il limite consentito a ventidue settimane.»
Sono travolta da flash di bambini microscopici e malati costretti al sacrificio crudele di venire al mondo, solo per esalare il loro primo e ultimo respiro. O che riescono a sopravvivere al parto, e crescono, isolati, malnutriti, dentro un’incubatrice, nient’altro che un ventre di plastica, asettico e rigido, che li accoglie invece di ripudiarli.
«Noi siamo alla ventinovesima settimana» riassume Pietro, stringendo la mia mano ancora più forte. «Abbiamo davanti ancora due mesi abbondanti. Ma lei mi sta dicendo che mio figlio potrebbe non farcela, oppure, da quello che so, andare incontro a una vita breve, dolorosa, con dei ritardi cerebrali, o peggio, un quoziente intellettivo al di sopra della norma?»
«Lo so.»
«E allora?» lo incalza Pietro. Ha gli occhi fissi sul dottore. Il panico si sta trasformando in rabbia e in sfida. Mi lascia andare la mano. Sento la sua presa salda venire meno un dito alla volta. Il bottone del pulsante che s’allenta, l’emicrania che mi spacca in due la scatola cranica. Impazzisco. Mi spengo.
«E allora» ripete il dottor Piazza inarcando le sopracciglia «sarà fatta la volontà di Dio.»
Nessuno sa di noi
pag. 54-55
Numerose sono le critiche piovute su questo libro a causa dello stile non particolarmente brillante, con personaggi abbozzati o troppo stereotipati che agiscono meccanicamente. E pure, spostandoci dal piano della pura critica letteraria a quello del solo contenuto, Nessuno sa di noi, colpisce perché si fa carico di una tematica tabu, l’aborto in fase avanzata, senza sconti emotivi, mettendoci di fronte ai dubbi e al dolore di una donna, e di una coppia, in fin dei conti fortunata rispetto alla media, perché potrà permettersi un viaggio in Inghilterra, dove sarà possibile interrompere la gravidanza oltre il termine stabilito dalla legge italiana, e avrà la possibilità di giungere, in fine, a un nuovo equilibrio di coppia e personale. In questo senso Nessuno sa di noi offre un servizio che si rende ormai urgente, inderogabile, alla nostra società, che stigmatizza e oscura il ricorso all’aborto: parlare di interruzione di gravidanza senza pregiudizi, mettendo in un angolo tutti i “se” e i “ma” con i quali si riempiono la bocca i moralisti con la vita degli altri, i ‘coscienziosi’ detrattori del diritto alla scelta. Non dà risposte, mette in campo la libertà di scelta, in un contesto, quello italiano, in cui da anni il dibattito sull’aborto è inquinato a causa di interessi politici, inciviltà e derive inquisitorie. Ma amore, coscienza e rispetto, possono esprimersi attraverso modalità inaspettate, al di sopra delle tifoserie del ‘pro’ e del ‘contro’.
E’ così che Nessuno sa di noi si trasforma in romanzo commovente e necessario.
Nessuno sa di noi
Simona Sparaco
Isbn 9788809778047
Giunti, 2013
pag. 256
€ 12,00

mercoledì 24 luglio 2013

Alla periferia del maschile. Il lavoro con i "sex offenders" a Regina Coeli

Olivier Malcor, Parteciparte 24 luglio 2013 da zeroviolenzadonne

Lavorare con gli "stupratori occasionali" presenta diverse difficoltà. Una delle principali è la negazione del reato. Si considerano quasi tutti innocenti e vittime di un fraintendimento o di un complotto: "è stato un bacio mal interpretato", "il carabiniere dall'animo poetico ha romanzato la dichiarazione della donna" etc.

Negare il reato per loro ha un costo alto davanti alla legge. Non beneficiano dell’alleggerimento di circa un terzo della pena previsto per chi si riconosce colpevole; invece di fare 4 anni ne fanno 6 per es.
La seconda difficoltà che emerge dal lavoro con loro è la loro forte irritazione per una società che, da un lato promuove e trasmette a tutti i livelli una cultura maschilista e una visione dei ruoli maschili e femminili ben determinata, e dall’altro si stupisce di chi ha concretizzato certi precetti, e li etichetta come i peggiori mostri. Come non pensare all’immagine della donna nella pornografia o alla sua versione chic nella pubblicità, o alla religione che assegna alla donna il ruolo molto limitante di ‘costoletta sussidiaria’ dell’uomo, o ancora ai commentatori delle partite di calcio che invocano la necessità di “penetrare la difesa” o “violare la porta avversaria”, solo per fare qualche esempio.
In questo contesto sarebbe di cattivo gusto andare a dare lezioni ai detenuti su come considerare le donne. E infatti non sono disposti a farsi dare lezioni, anzi, sono loro a “poter aiutare chi sta fuori” e quello che chiamano “lo scontro di opinioni” può anche finire male, visto che scelgono di fare più anni di carcere anziché ammettere il reato.
Per questo motivo il Teatro Dell’Oppresso (TDO) si rivela un metodo privilegiato per affrontare la violenza maschile. Il TDO aiuta le persone a far emergere ed affrontare i disagi e le difficoltà vissute riportandole al sistema più generale che rendono possibili questi disagi. Si parte dal materiale che si manifesta nella spontaneità dei giochi e delle improvvisazioni. Tutto si fa attraverso tecniche ludico teatrali.
Teoricamente il TDO si usa con le persone più oppresse, con chi subisce un sistema oppressivo (maschilismo, razzismo e capitalismo sono i più comuni), ma sarebbe impossibile affrontare, smontare e sormontare il maschilismo evitando il confronto con chi lo veicola.
Si usano tecniche graduali per mettere in scena le situazioni in cui i detenuti si sentono in difficoltà nel gestire le proprie emozioni, pensieri e reazioni. Si parla quindi di disagio più che di oppressione.
Si lavora molto sulle situazioni ‘pericolose’, quelle che potrebbero far tornare in carcere. Si lavora molto sull’approfondire la comprensione delle situazioni difficili vissute.

Ciascuno mostra la propria scena riguardante un problema che tocca tutti (per es. le separazioni). Come facilitatore pongo solo delle domande per guidare l’analisi del problema rappresentato: “Perché ha perso la pazienza in questa scena di separazione”, “secondo voi cosa lo fa sentire giustificato a usare questa strategia?”, “in quale momento si è azionato il pilota automatico?” etc.
Poi si propone ai partecipanti di mostrare cosa farebbero nei panni dell’uomo in difficoltà. “Come gestiresti questa separazione ?”, A turno entrano in scena per mostrare diversi modi di affrontare la situazione. Questo innanzitutto permette loro di vedere che, per ogni situazione, non c’è una reazione meccanica obbligatoria, un ‘dovere maschile’, un’emozione scontata, e sono loro stessi a dimostrarlo. Infatti  sono orgogliosi di mostrare che sanno trovare alternative e soluzioni. In questo modo allargano il loro orizzonte di possibilità e di ruoli, laddove il carcere potrebbe averlo ristretto, condannandoli all’identità di “stupratori”. Scoprono così che non c’è più un solo modo di rispondere a un disagio.
A volte chiedo anche di invertire i ruoli: chi ha agito violenza deve recitare il ruolo della donna che voleva separarsi. Mettendosi nei panni della donna, si indaga sulle emozioni che si provano in quel ruolo e si lavora sulla nozione di autonomia: “può una donna decidere di separarsi?”, “perché solo a certe condizioni?”, “chi decide in quali condizioni?”. Solo gli Italiani hanno accettato di recitare i ruoli femminili; ma tutti sono rimasti spiazzati da questo cambiamento di prospettiva.
Tutte le scene vengono recitate dopo aver fatto una serie di giochi ed esercizi progressivi che permettono di uscire dalla spirale delle giustificazioni e del controllo di tutto ciò che si esprime. Si sviluppano nuove capacità nella spontaneità  e nelle sfide da sormontare, nelle emozioni da gestire, nelle collaborazioni da creare, si lavora sulla comunicazione e l’ascolto, molto limitati anche dalle condizioni di detenzione. Attraverso questi giochi i detenuti possono rendersi conto, guidati dal facilitatore, delle difficoltà che hanno e delle necessità di lavorarci sopra.
L’obiettivo in particolare è quello di fare emergere nella spontaneità i principali disagi affrontati nelle relazioni tra i sessi. Alcuni disagi emergono in modo costante. Prima di tutto la paura che la donna possa essere o diventare indifferente. Sia l’indifferenza di una donna conosciuta, sia quella di una donna che non si conosce affatto. Non a caso l’approccio è un tema chiave. La paura del rifiuto, il timore di non essere all’altezza, di non “rimorchiare” bene fanno dell’approccio un momento di alta tensione. Nell’approccio si cerca di conquistare il consenso della donna, ma questo implica che siano già determinati i ruoli di chi approccia e chi si fa approcciare. Inoltre non basta un solo consenso: per es. la donna può accettare di dire l’ora ma non di andare a bere una birra. Quindi vanno negoziati diversi consensi.
Durante il laboratorio abbiamo vissuto momenti bellissimi. Un detenuto molto educatamente voleva forzare una donna a sedersi, alla fermata dell’autobus. Un altro la voleva convincere che c’erano degli stupratori in giro da cui lei doveva essere protetta. Insomma ci è voluto poco affinché il più maschilista di tutti, dopo 30 anni a Regina Coeli, riconosca: “non so rimorchiare”. Da lì è iniziato un percorso sulla capacità di entrare in relazione con l’altro sesso molto partecipato. Ogni volta si analizzavano le nuove modalità proposte in scena. Un giorno ha partecipato al laboratorio una delle operatrici della Cooperativa Be Free, all’origine del progetto, che dopo le analisi e le valutazioni dei detenuti, ha dato il suo parere sui diversi approcci; quel parere è stato accolto dai detenuti come la massima verità sul tema.
Anche in questo caso, lavorare sull’approccio “pesante”, che va direttamente a sondare la possibilità di avere una relazione sessuale, ma invertendo i ruoli tra uomo e donna, (tra chi è attivo e chi è passivo nelle relazioni sessuali secondo gli stereotipi) ha dato grandi risultati.
I concetti relativi al consenso e all’autonomia sono fondamentali e il detenuto ha grande voglia di approfondirli, purché non sia fatto in modo infantilizzante, purché possa essere lui il perno dell’evoluzione e del cambiamento.
Probabilmente questo lavoro è stato troppo breve per produrre risultati valutabili e pretendere grandi cambiamenti. Ma ha permesso tuttavia di individuare le piste fertili che consentono di evitare lo scontro improduttivo da un lato e le collusioni rischiose dall’altro. È un lavoro che andrebbe fatto in modo costante con i detenuti. Ma come spiegare e far capire  che i detenuti “stupratori” hanno anche bisogno di imparare a entrare in relazione con persone di sesso diverso? Come argomentare che l’approccio, il momento della prima conoscenza di un'altra persona, è un momento privilegiato e complesso per tutte le dinamiche che ci si manifestano, tutti i pregiudizi e gli stereotipi che ci entrano in gioco, tutte le emozioni che scatena? Il TDO è un metodo privilegiato per affrontare questi temi perché offre una palestra per lavorare su situazioni quotidiane, normalmente poco prese in considerazione, o delicate da affrontare.
Ancora più urgente è convincere i politici e gli amministratori che è necessario affrontare le tematiche delle relazioni fra i sessi  a partire dai ragazzi e dalle ragazze e che bisogna cominciare questo lavoro sulla capacità di entrare in relazione e di gestire la frustrazione delle separazioni laddove non si è ancora consolidato il modello stereotipato al quale si aderirà. Non a caso Parteciparte lavora molto con il TDO sugli stereotipi e sulle situazioni conflittuali che ne scaturiscono nelle scuole.
Miriamo alla partecipazione attiva e numerosa dei ragazzi e delle ragazze. Sono loro a creare le scene, sono loro ad analizzare i problemi di genere, ad insegnarci quali sono le regole del maschilismo. Regole scomode anche per i maschi. Con la distanza che da la messa in scena, questo diventa evidente a tutte/i.
Nei laboratori i ragazzi e le ragazze sono ben contenti di potersi confrontare liberamente su quali sono i problemi legati al genere che vivono nella loro quotidianità, di mettere in discussione e trasformare i modelli, di provare alternative per costruire rapporti creativi e rispettosi e di poter essere i protagonisti di questa ricerca e di questa trasformazione. Spesso vogliono anche vedere come ‘l’adulto’ se la cava nelle situazioni…
Perciò più che ricette e kit metodologici, che mi vengono spesso chiesti, credo che il facilitatore debba essere pronto a mettersi in gioco, ad improvvisare sulle problematiche di genere, a proporre il gioco più appropriato al momento, ma più di tutto deve avere rielaborato anche lui i suoi vissuti rispetto ai problemi di genere. Ho scoperto questo grazie a Maschile Plurale, un’associazione dove si condividono esperienze, si rielaborano vissuti, si parte da se stessi, si fa politica, con un’ottica di genere.
Negli spettacoli, dove il pubblico interviene per provare soluzioni, quando una persona prende posizione contro un modello o per inventarne uno diverso, lo fa in nome di tutti. L’evoluzione è sempre decretata e celebrata dal pubblico e sembra che sia poi difficile tornare indietro e riprodurre modelli contro i quali si è lottato, in scena, davanti a tutti, con tanti.
Dato il duplice lavoro – di rielaborazione del passato e di costruzione del futuro - crediamo che abbia un’enorme rilevanza ed efficacia il lavoro sulla prevenzione, prima di quello sul recupero in carcere con i detenuti. Anche perché aspettare il disastro ha un costo altissimo per tutta la società.
Infatti il fenomeno della violenza maschile sulle donne è tanto commentato, ma ben poco combattuto alle radici. Si parla tanto di donne vittime, ma quando si parla di uomini violenti è  solo per mostrarne uno strano o straniero, uno irregolare insomma.
Ci si potrebbe quasi chiedere se questa comunicazione deleteria che tace i costi del maschilismo fa comodo per ricordare alle donne più emancipate che c’è sempre un uomo pronto a rimetterle in riga. E se i media sono i motori di questa campagna controproducente, sarà una bella sfida per il teatro far capire e scardinare le dinamiche politiche che sottendono il problema. Sfida che a Parteciparte abbiamo deciso di raccogliere con spettacoli come “Da paura”, “Amore Mio” o “Brucio d’amore”.
In pieno centro, il Carcere di Regina Coeli ci offre la visione più completa delle periferie del maschile, ai confini, dove si consolidano le regole più dure, quelle che giustificano poi i reati più violenti in tutta la società. Dalla periferia al centro questo materiale diventa un tesoro che permette di individuare alla radice, i moti, le sentenze, le molle più discrete che potrebbero permettere al peggio di accadere. Il Teatro Dell’Oppresso rende visibile tutto questo, in modo che non si possa più non vedere. Ma ci permette anche di decostruire un maschile misero che non regge più il peso di stereotipi invivibili. Ci dà la voglia e gli strumenti per costruire un maschile aperto, plurale, capace di accogliere l’autonomia femminile e tutto l’arcobaleno di desideri tra i sessi.
 
Fonte: http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=37036

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