domenica 17 febbraio 2013

Una alleanza infame tra femministe, polizia e conservatori danneggia le donne in nome della difesa dei loro diritti

Riporto qui di seguito l'articolo tradotto da Fas sui danni umani e politici prodotti dalla lotta antiprostituzione.

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Un articolo che abbiamo tradotto a più mani, io, Claudia, con la supervisione di Lafra (ricordate che il gruppo traduzione di FaS è attivo e se volete partecipare iscrivetevi alla mailing list o potete scrivere a traduzioni[@]autistiche.org). Grazie all’autrice dell’articolo, Melissa Gira Grant, che ci ha autorizzate a tradurre e pubblicare il suo pezzo e grazie a tutte per lo splendido lavoro militante e buona lettura!

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Una alleanza infame tra femministe, polizia e conservatori danneggia le donne in nome della difesa dei loro diritti.
E’ un articolo pubblicato in inglese da Melissa Gira Grant. E tradotto in spagnolo qui (link). Nella premessa a questa versione Melissa afferma: “Nonostante si basi sulla situazione negli Stati Uniti, sono coinvolte istituzioni come l’ONU e, cosa più interessante, la situazione in Spagna non è molto diversa, sebbene la prostituzione non sia un reato. Tuttavia in alcune città di fatto lo è dato che si applicano ordinanze cittadine: le prostitute vengono multate con cifre che vanno dai 300 fino ai 3.000 euro. Dal momento che molte sono straniere la discriminazione è tremenda, si esercita una violenza istituzionale. Perseguitate dalla politica. Ciononostante sono permessi e tollerati impunemente i bordelli dove non viene riconosciuto alcun diritto al lavoro e infine la corrente femminista che sostiene l’abolizione della prostituzione, infantilizza le donne non riconoscendo loro la capacità di assumere rischi e di prendere decisioni, vittimizzandole.”
Il 30 agosto, una donna di 19 anni è stata arrestata in Ann Arbor (Michigan) dopo che un potenziale cliente aveva chiamato la polizia per denunciarla. Sosteneva che la donna avesse aumentato il prezzo dei suoi servizi rispetto al primo contatto via internet. La polizia l’ha portata via in manette.
Non c’è niente di particolarmente eccezionale in questa storia, apparsa per la prima volta sul sito AnnArbor.com. Si tratta di uno delle decine di casi tra quelli che si possono trovare ogni giorno nei rapporti di polizia e nei giornali locali di tutto il paese, spesso accompagnati da immagini delle arrestate. Non vi è alcuna organizzazione che difenda i diritti delle donne, che raccolga i dati completi di quante persone vengono arrestate, processate, condannate e incarcerate per accuse relative alla prostituzione. Ma i loro nomi e le loro foto restano perennemente nei vari motori di ricerca, a prescindere dal verdetto dei processi che le riguardano.

Le conseguenze di questi arresti possono distruggere le loro vite. In Louisiana, alcune donne arrestate per prostituzione sono state condannate ai sensi di una legge vecchia di 200 anni fa, che vieta i “crimini contro-natura”. Tra queste persone condannate vi è un numero sproporzionato di donne nere e donne transgender che sono schedate in quello Stato nel Registro Pubblico tra i/le sex offenders. In Texas, il terzo arresto per prostituzione viene automaticamente considerato un crimine. Le prigioni femminili sono così sovraffollate che lo Stato sta prendendo in considerazione di cambiare la legge per ridurre i costi. A Chicago la polizia carica su internet la schedatura di tutte le persone arrestate per adescamento, una campagna della vergogna pubblica che stanno provando ad estendere agli uomini che comprano sesso. Ma i ricercatori della DePaul University hanno scoperto che il 10% delle foto sono di donne transessuali che sono state giudicate erroneamente di sesso maschile e sono state arrestate come clienti. Una condanna per prostituzione perseguiterà per sempre queste donne attraverso tutte le pratiche burocratiche della loro vita: al momento di compilare un modulo per chiedere lavoro, all’iscrivere i figli all’asilo nido, per affittare un appartamento, chiedere un prestito, richiedere un passaporto o un visto.
Non tutte le persone che svolgono lavoro sessuale sono donne, ma le donne subiscono in modo sproporzionato lo stigma, la discriminazione e la violenza contro le lavoratrici e i lavoratori del sesso. Il risultato è che si tratta di una guerra contro le donne che è quasi impercettibile, a meno che le persone non siano personalmente coinvolte nel mercato del sesso. Questa guerra è guidata e diretta in gran parte da altre donne: una coalizione di femministe, conservatori e anche alcune attiviste per i diritti umani che sottomettono i lavoratori e le lavoratrici del sesso alla povertà, alla violenza e al carcere, il tutto in nome della difesa dei diritti delle donne.
Disattivato Craigslist e nelle piazze
Una donna vestita color cachi da capo a piedi stava cercando di raccogliere la scarsa dozzina di persone che stava facendo un picchetto davanti agli uffici di New York del The Village Voice. Con gli occhi protetti dal sole di giugno da un cappello da safari, Norma Ramos indicava l’ingresso del settimanale alternativo con una mano, mentre con l’altra teneva un cartello scritto a mano. Diceva, in lettere volutamente irregolari: “La VERITA’ dietro backpage.com:. 2 MILIONI DI DOLLARI AL MESE per ospitare annunci di tratta sessuale”.
Ramos è la direttrice esecutiva della Coalizione contro la tratta delle donne (CATW). Secondo il comunicato del portavoce del dipartimento che la rappresenta, Ramos è in prima linea in “una delle questioni di giustizia sociale più ignorate e tragiche tra quelle che interessano il nostro mondo.” Si vanta del merito (con una certa esagerazione) di aver fatto chiudere la lista dei “Servizi Erotici” di Craigslist, dove chiunque con un indirizzo email poteva pubblicare un annuncio di offerta di servizi sessuali per chiunque avesse una connessione internet. Dopo la censura dei Servizi Erotici, che fece seguito ad anni di pressioni da parte delle forze dell’ordine e dell’Associazione Nazionale dei Procuratori Generali, molti/e tra i/le sex workers hanno scelto di fruire dei servizi del principale concorrente di Craigslist, Backpage.com, che ha visto aumentare vertiginosamente gli annunci relativi il sex work. (Il sito, un tempo di proprietà di Media Village Voice, è stato recentemente diviso dal vecchio giornale settimanale anch’esso di proprietà della società, in parte a causa della controversia sul suo contenuto).
La lotta di Ramos contro Craigslist, come la campagna contro Backpage che seguì, ha reso più alti e inaccessibili i costi per alcun* sex workers. Dopo che gli avversari utilizzarono i mezzi di comunicazione e posero il problema alle audizioni del Congresso per legare in modo poco chiaro Craigslist alla violenza e allo sfruttamento nel mercato del sesso, Craigslist ha iniziato a fare pagare 5 dollari per un annuncio di servizi erotici, sostenendo che i numeri delle carte di credito possono aiutare la polizia a individuare gli inserzionisti che vengono riconosciuti in quanto vittime. Per i/le sew workers che non possono permettersi di spendere quella cifra, la scelta migliore da fare diventò quella di correre rischi maggiori (fisici e legali) mentre tentavano di lavorare per le strade. Tutto questo trambusto ha richiamato comunque l’attenzione su entrambi i siti, dando alla polizia la scusa per intraprendere azioni che porterebbero in prigione gli inserzionisti di annunci su Craigslist e Backpage. Ora Ramos si sta agitando per ottenere un bis di provvedimenti.
Due mesi prima della manifestazione all’ingresso del Voice, l’icona femminista Gloria Steinem è stata al centro dell’attenzione per aver preso parte ad un viaggio a scopo umanitario nei bordelli indiani promosso dalla Fondazione NoVo, uno dei più grandi enti di beneficenza privati per le donne degli Stati Uniti. Il denaro di NoVo è il denaro di Warren Buffett: un miliardo di dollari, trasferito dal secondo uomo più ricco d’America al figlio Peter, che presiede l’organizzazione con la moglie, Jennifer. Steinem accompagnò Peter e Jennifer Buffett in un tour nel Sonagachi, il più grande quartiere a luci rosse di Calcutta. Steinem tornò dalla sua visita con una sorprendente proposta: ciò che realmente avrebbe potuto portare beneficio alle donne che vi lavorano, che il Telegraph Calcutta descriveva come “prostitute”, caratterizzate dalla loro condizione di “schiavitù”, sarebbe mettere fine ai servizi per la salute sessuale e ai programmi di educazione di genere nei bordelli, servizi e programmi che erano stati riconosciuti dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale come pratiche migliori tra gli interventi di prevenzione dell’HIV / AIDS. Steinem descrisse le donne che gestiscono questi programmi nel campo della salute e dell’istruzione come “trafficanti” e quelli che le supportano come “la lobby della tratta.”
Come siamo arrivati a questo punto in cui, in nome della “protezione” delle donne o della garanzia dei loro “diritti”, le femministe sono disposte a togliere il lavoro e l’assistenza sanitaria alle donne che dicono di tutelare? Ramos, Steinem ed i/le loro alleati/e hanno volutamente fuso il lavoro sessuale con la tratta a scopo sessuale, per ragioni che convengono a loro e non per promuovere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso. Il risultato è -o dovrebbe essere- uno scandalo internazionale.
Come il lavoro sessuale è diventato “sfruttamento sessuale”
Le lotte femministe contro la prostituzione o la pornografia non sono una novità. Però il femminismo contro il sex-work deriva da un percorso più lungo, dai picchetti contro i giornalai degli anni settanta ai presidi anti-porno nei campus universitari degli anni novanta. “La pornografia è la teoria e lo stupro è la pratica”, scriveva l’autrice e attivista femminista Robin Morgan nel 1980. Lei continua ad essere ascoltata oggi, tramite lo show radiofonico D.C.’s 1580 AM nel Women’s Media Center. “La prostituzione è uno stupro a pagamento”, afferma Melissa Farley, che ha combattuto contro le sex workers a partire dagli anni novanta e ora produce report per le organizzazioni abolizioniste anti-prostituzione come Demand Abolition. Mentre prima queste donne si concentravano sulle lotte per ottenere la fine della oggettificazione sessuale nei media e nei quartieri a luci rosse, oggi, invece, stanno conducendo una guerra globale che contrappone una classe di donne ad un’altra.
Una architetta di questo cambiamento è l’avvocata Jessica Neuwirth, una delle fondatrici dell’organizzazione per i diritti delle donne Equality Now. In una intervista del 2008 con la sociologa del Barnard College Elizabeth Bernstein, Neuwirth descrisse il cambiamento come un allontanamento da “una prima ondata di presa di coscienza dello sfruttamento, che considerava già la pornografia e la prostituzione quasi come una sorta di sfruttamento sessuale e commerciale delle donne.” La riscrittura era necessaria, spiegò Bernstein nella rivista Theory and Society, in quanto il divieto assoluto di pornografia e prostituzione non fu popolare, e le femministe furono in disaccordo con i loro alleati liberali, come l’American Civil Liberties Union (ACLU) .. “Sono state sconfitte dai tipi dell’ACLU“, disse Neuwirth a Bernstein. “Ripensare queste questioni in termini di ‘tratta, traffico di donne’ all’estero come violazione degli impegni internazionali in materia di diritti umani delle donne”, spiegò Bernstein, “significa riuscire a vincere quelle stesse battaglie senza trovare alcuna opposizione”.
Queste battaglie sono combattute ora in nome della lotta allo “sfruttamento sessuale”, al “traffico sessuale” e alla “schiavitù sessuale”. L’attivismo si è spostato nel campo del diritto internazionale. Nel 2000, le femministe contro il sex-work cercarono di presentare e introdurre la loro ridefinizione del sex-work nel “Protocollo delle Nazioni Unite per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini.”
Norma Ramos e i suoi alleati pretesero che il protocollo, la cui finalità è definire formalmente la tratta nei programmi della ONU e promuovere la collaborazione tra tutti gli stati membri della ONU col fine di difendere i diritti delle persone che sono vittime di tratta, definisse tutta la prostituzione come “tratta”. Secondo il libro “Sex Slaves and Discourse Masters”, scritto nel 2010 da Jo Doezema, accademica della Paulo Longo Research Initiative, le sex worker furono supportate dal relatore speciale della ONU per la violenza contro le donne, che rifiutò la equivalenza tra prostituzione e tratta. Anche le lavoratrici sessuali si opposero alla proposta sostitutiva della CATW, che descriveva la vendita di sesso come “sfruttamento sessuale”. CATW intraprese una lotta sui media, cercando di screditare i suoi oppositori, arrivando ad arruolare nella loro causa anche il senatore Jesse Helm. La cosa funzionò. Il protocollo fu approvato ed è stato firmato al momento da 117 paesi, definendo il sesso a pagamento come “sfruttamento sessuale”. Il protocollo ha dato alle femministe la copertura legale e morale per attaccare il lavoro sessuale sotto la bandiera della lotta contro la tratta. “Questa gente ha avuto molto successo usando il termine “sfruttamento sessuale” per sviluppare la legge”, afferma Ann Jordan, antica direttrice del Programma di tratta di esseri umani e lavoro forzato del Washington College of Law della American University e avvocata che ha difeso i diritti delle vittime di tratta. “Molte delle persone con cui parlano non le chiedono mai che vogliono dire con questo”. Però, nonostante le oppositrici del lavoro sessuale hanno ottenuto l’approvazione di leggi contro lo “sfruttamento sessuale”, afferma Jordan, “ queste leggi non sono applicabili perché nessuno sa cosa significhi”.
Nel fronte interno, le attiviste anti-prostituzione hanno ottenuto una delle maggiori vittorie con la riautorizzazione nel 2055 della Trafficking Victims Protection Act (TVPRA). La TVPRA ha stanziato 50 milioni di dollari affinché le agenzie che applicano la legge “sviluppino e attivino programmi destinati a ridurre la domanda maschile e a investigare e perseguitare gli acquirenti di servizi sessuali”. Nonostante sia apparentemente destinata ad appoggiare le vittime di tratta, la TVPRA stanzia denaro per le misure destinate a scoraggiare gli uomini dall’acquisto di servizi sessuali, includendo attività legali e paralegali come l’escorting, la pornografia, lo spogliarello e le linee erotiche, e indagando le persone con cui si mettono in contatto.
Anche se quasi tutte le leggi relative alla prostituzione negli Stati Uniti sono fatte a livello statale o municipale, ridefinire la tratta come prostituzione fornisce una argomentazione per l’azione federale contro il mercato del sesso.
Nel mentre, i legislatori di vari stati stanno rispondendo alle domande delle attiviste femministe aumentando le pene rispetto la prostituzione e dando priorità all’applicazione di queste leggi. “Pensaci”, dice Jordan. “Se sei un politico a livello statale o nazionale, e qualcuno viene e ti dice: “ci sono questi uomini orribili che stanno trascinando queste innocenti piccole vergini, e tutto quello che devi fare è dare denaro per applicare la legge’ non potranno negarti nulla”. Intensificare l’applicazione della legge contro il vizio permette ai legislatori di evitare passi troppo complicati che sono necessari per appoggiare le persone che sono state vittime di tratta o affrontare con intelligenza le politiche di immigrazione e lavoro che portano le persone a immigrare illegalmente o accettare dubbiose offerte di lavoro quando ci sono così poche opzioni legali disponibili”.
Fare fronte a problemi come questi, dice Jordan, “non ti permette di andare là a dire che stai salvando schiave sessuali’”. Questo approccio proibizionista significa che “non devi avere a che fare davvero con le persone che stanno ai margini della società”.
Che succede quando le persone coinvolte nel mercato del sesso – le persone per la cui protezione si presume siano state fatte queste leggi- le rifiutano? Le attiviste antitratta spesso rispondono negando la loro esistenza. Nella protesta contro Backpage di giugno, ho visto il gruppo di Norma Ramos distribuire volantini ai passanti mettendoli in guardia contro il termine stesso “sex-work”, una termine che “nasconde completamente la violenza fisica, psicologica e sessuale che si infligge alle persone prostituite”, nonostante debbano riconoscere che “è un termine che le stesse donne usano e preferiscono al posto di prostituzione”.
Se questo dibattito semantico sembrava un po curioso per essere affrontato sui manifesti e i volantini, il suo proposito si comprendeva andando cinque metri più in la nei paraggi, dove membri del Sex Workers Outreach Project New York (SWOP-NYC), un gruppo di volontari che si dedicano a migliorare la vita delle sex worker, facevano una contro protesta silenziosa.
I membri di SWOP — tra i quali vi sono ex sex worker e altr* ancora in attività — salutavano i newyorkesi a passeggio per Greenwich Village con sorrisi e volantini, invitandoli ad appoggiare le persone che hanno una autentica esperienza dell’industria del sesso. Quel giorno la polizia ordinò ai membri del SWOP di non avvicinarsi di un passo alla gente di Ramos. Non dettero lo stesso ordine a Ramos.
Femministe, poliziotti e conservatori
Un articolo nel numero di agosto di Marie Claire segue Andrea Powell, direttrice esecutivo di Free Aware Inspired Restored (FAIR) Girls, mentre “setaccia” Backpage alla ricerca di annunci con contenuti sessuali pubblicati per o da minori: “Indossando un auricolare e cercando il suo iPhone con la custodia di Kate Spade di colore rosa e nero per chiamare un agente della polizia locale, Powell dice con urgenza, “dobbiamo informarla adesso”. Però quando la polizia iniziò le indagini contro l’inserzionista, il racconto continua, “disse che era una donna adulta, e non volle l’aiuto di nessuno”. Alcune attiviste considerano che chiamare la polizia per “salvare” le persone dal mercato del sesso sia un intervento positivo e a favore dei diritti umani. Non contano le loro vittorie per il numero di persone che aiutano, ma per il numero di persone che sono detenute. Questi metodi sono parte di un movimento che Elizabeth Bernstein chiama “femminismo carcerario”; Janet Halley, professoressa di diritto ad Harvard, lo chiama “femminismo governativo” . In altri tempi, le femministe mossero una potente critica al sistema giudiziario penale, però le loro argomentazioni sono svanite via via che hanno conseguito potere dentro il sistema. Non è un caso che abbiano trovato come alleati in questo percorso i conservatori.
Nel definire il lavoro nel “mondo del sesso” come questione di uomini cattivi che fanno cose cattive a giovani donne schiavizzate, le attiviste antiprostituzione si sono auto-dipinte come liberatrici e non come ammonitrici, mentre hanno reso il loro messaggio più attraente alla fascia conservatrice della società che un tempo non si fidava di loro. La conservatrice Heritage Foundation ha fatto propria la lotta alla “tratta sessuale”, anche se più che altro per attaccare l’amministrazione Obama e le nazioni unite per non avvalersi di una legislazione ancora più severa. La Protect Innocence Initiative, una coalizione dell’organizzazione antiprostituzione Shared Hope International, e la American Center for Law & Justice (la controparte di destra della ACLU), ha fatto una presentazione su Values Voters Summit a Washington lo scorso settembre, promuovendo le 40 leggi che grazie alla sua capacità persuasiva ha fatto approvare ai legislatori dei vari stati a partire del dicembre 2011. Il titolo: “Potete proteggere i vostri bambini dall’industria del sesso?” La direttrice del Shared Hope International, la ex-congresista Linda Smith (rappresentante dello stato di Washington), spiegava al congresso dei Values Voters che dovrebbero “porre questa questione al posto giusto” accanto alla causa antiabortista.
Donna M. Hughes, professoressa di studi sulla donna dell’Università di Rhode Island che lodò George W. Bush per “aver posto la lotta contro il commercio sessuale mondiale alla pari con la campagna per la democrazia in Iraq e la guerra al terrorismo”, è di nuovo vicina ai conservatori con il coro contro il lavoro sessuale. Hughes battè sul suo particolare tema dei “diritti delle donne” in appoggio alle guerre di Iraq ed Afganistan in un op-ed del Washington Post nel 2004, scritto in collaborazione con la femminista della seconda ora Phyllis Chesler, nel quale il duo criticava le femministe per non rendersi conto che i conservatori “potrebbero essere, su certi temi, migliori alleati di quelli che erano stati i membri della sinistra liberale”.
Alle sex workers è destinata la parte peggiore dell’attenzione di questa coalizione ad usare la legge per proteggere i diritti delle donne. L’aumento delle pene per “tratta sessuale” appoggiata da gruppi come la National Organization for Women New York (NOW-NYC) e la Chicago Alliance Against Sexual Exploitation (CAASE) ha condotto a grosse operazioni di polizia, ad esempio una retata nel gennaio del 2012 a New York, che portò all’arresto, secondo il rapporto, di “200 clienti” e la confisca di molti loro veicoli prima di contestargli l’accusa. Chiedere alla polizia di proteggere le donne “perseguitando i clienti” non esclude, per le lavoratrici del sesso, di essere detenute. Uno studio del 2012 sui delitti relazionati alla prostituzione a Chicago condotto dal Chicago Reporter scoprì che di 1266 condanne degli ultimi quattro anni, il 97% delle imputazioni erano contro le lavoratrici del sesso, con un incremento del 68% tra il 2008 e il 2011. Durante gli stessi anni CAASE fece cartello per Safe Children Act, legge destinata a finire con gli arresti di coloro che sono descritti come “persone che si prostituiscono” e perseguire “coloro che fanno la tratta” e gli acquirenti, attraverso intercettazioni telefoniche e trappole. Dall’approvazione di questa legge nel 2010, solo tre acquirenti sono stati accusati di questo delitto. Queste manovre appoggiate dalle femministe e dai titolisti dei giornali sottomettono delle giovani donne all’umiliazione del carcere, dei procedimenti legali e delle tracce che rimangono negli archivi della polizia, a volte per il resto della loro vita. “E’ affascinante come donne che si definiscono femministe” abbiano tanta voglia di usare così la Legge”, dice Ann Jordan. Appoggiare l’applicazione delle leggi antiprostituzione richiede il ricorso alla forza di “tutte quelle istituzioni che da sempre hanno oppresso le donne”. Come avvocata nominata nel Sex Workers Project nel Urban Justice Center, Melissa Broudo si occupa delle conseguenze delle retate dello scorso inverno a New York. Broudo è una dei pochi avvocati che lavorano per ritirare le sentenze contro persone vittime della tratta e che sono state condannate per prostituzione. “La cosa più difficile che dobbiamo fare”, dice Broudo, “è provare a rappresentare individui che non si rifanno al modello. Non sono delle bimbe di 12 anni, o qualunque altro stereotipo. Gli uomini possono essere vittime della tratta, e di fatto lo sono. Donne anziane possono essere vittime. Ho clienti che fanno parte di ogni tipo diverso di categoria, che però non rispecchiano la descrizione convenzionale di donne vittime della tratta”. La descrizione troppo semplificata di quello che è la tratta può avere conseguenze devastanti per quelli che ne sono vittima. “Durante l’appello prima della dichiarazione di colpa del sopravvivente”, dice Broudo “vedo un’ostacolo legale se si tratta di qualcuno che non è una donna, una transessuale o un minore di età. E non dovrebbe essere così”. Broudo concede che “è necessario che la gente comprenda che esista la tratta”. Però aggiunge che “saperlo non è sufficiente, e le campagne di sensibilizzazione possono avere conseguenze negative. Quando qualcuno come Nicholas Kristof (giornalista del New York Times) scrive un articolo sostenendo che bisogna chiudere Backpage o applaudendo le operazioni di polizia, crea l’immagine che la risposta sia repressione e castigo, e quindi la gente pensa che sia necessario arrestare più gente, e questo è incredibilmente controproducente. Sfortunatamente la conseguenza è che sempre vengono arrestate le lavoratrici del sesso indipendentemente dal fatto che siano state o meno forzate a svolgere lavoro sessuale”.
Le lavoratrici sessuali attiviste da tempo hanno espresso questa preoccupazione, non per proteggere l’industria del sesso (come dicono le attiviste antiprostituzione) ma per proteggere loro stesse dalla violenza della detenzione e dalla violenza dovuta allo stigma sociale e alla discriminazione in generale. I difensori, sia uomini che donne, dei diritti delle lavoratrici del sesso vogliono porre fine a questi arresti, invece le femministe, che dovrebbero essere loro alleate naturali, premono per averne di più.
Sacco di ossa su Gilgo Beach
Tra il 2010 e il 2011 i resti di dieci persone, molte delle quali identificate come sex worker, furono ritrovati a Gilgo Beach a Long Island. Le lavoratrici sessuali di New York, insieme a membri del SWOP, risposero mettendosi in contatto con le famiglie delle vittime, prendendo parte alle veglie e dandosi aiuto reciproco. Reti come queste sono forti tra le lavoratrici sessuali, che non possono fidarsi della polizia, dei tribunali o di altre istituzioni a cui possono far riferimento la maggior parte delle persone nel momento del bisogno.
La risposta di NOW-NYC a questi omicidi, arrivò attraverso una lettere della sua presidenta, Sonia Ossorio, al New York Daily News.
All’interno del contesto della campagna di NOW per aumentare i controlli e le retate contro il lavoro sessuale, Ossorio si lamentava che il giornale stesse agendo in maniera non corretta pubblicando una colonna nella quale si poneva in questione quale fosse il beneficio pubblico nel mantenere nell’illegalità la prostituzione. Concludeva la sua lettera riferendosi alle donne assassinate che “finirono come sacchi di ossa a Gilgo Beach”.
Per Ossorio la morte di queste donne era una giustificazione della proibizione, al posto di un richiamo all’attenzione sui pericoli che la proibizione crea. Non è il lavoro sessuale che espone le sex worker alla violenza; è la nostra predisposizione ad abbandonare le lavoratrici sessuali alla violenza nello sforzo di controllare la loro condotta.
La proibizione rende la prostituzione più pericolosa, spingendola nella clandestinità e spogliando i/le sex worker di protezione legale. La lotta intorno a questa politica è molto più che una tensione tra diverse generazioni del femminismo. Si tratta di un matrimonio infame del femminismo con il potere del conservatorismo e della polizia, quel potere contro cui molte femministe dicono di essere.
I/le difensori dei/delle sex-worker stanno facendo qualche progresso nel chiedere conto di questa allenza. Nel 2011, per la prima volta, sex worker attivist* parteciparono alla Universal Periodic Review of Human Rights (UPR) organizzata dalle Nazioni Unite, una revisione dei dati sui diritti umani di tutti gli stati membri che si realizza ogni quattro anni. Inoltre fu il primo anno che questi dati del governo degli Stati Uniti in materia di diritti umani erano oggetto di revisione da parte delle Nazioni Unite.
L’attivista Darby Hickey, una donna transessuale coinvolta nel commercio del sesso e che attualmente è analista nel Best Practices Policy Project, che difende i diritti dei/delle sex-worker, partecipò alla valutazione delle Nazioni Unite. I suoi risultati rinforzano quello che i/le sex-worker dicono da decenni. Le lavoratrici sessuali degli USA sono soggette alla discriminazione e la violenza non solamente a causa del loro lavoro, ma anche per le forme attraverso cui le istituzioni le escludono e le danneggiano. Gli Stati Uniti firmarono le raccomandazioni della Universal Periodic Review che dicono che “nessuno dovrebbe essere vittima di violenza o discriminazione nell’accesso ai servizi pubblici a causa del suo orientamento sessuale o la sua condizione di persona che pratica la prostituzione”.
“Ora vedremo che faranno con tali raccomandazioni”, dice Hickey, “e che passi faranno per risolvere la violenza che deriva dall’applicazione della legge e la violenza sistemica”. “Quando si tratta di criminalizzazione e sistema carcerario”, afferma Hickey, “esiste il riconoscimento generale che stiamo andando nella direzione sbagliata, con la gente che dice ‘incarcerate più persone, aumentate le pene’”. “Come la guerra contro le droghe è per molti versi una guerra contro la gente di colore”, afferma Hickey, “la guerra contro la prostituzione è una guerra contro le lavoratrici sessuali”.
Se chiamiamo gli attacchi contro i diritti riproduttivi e sessuali una “guerra contro le donne”, parleremo quindi di una guerra contro le donne che fa veri prigionieri e vittime. E’ una guerra contro le donne coinvolte nel lavoro sessuale, portata avanti da donne che non vacilleranno nell’usare i cadaveri dei loro oppositori e delle loro oppositrici come argomento politico ma che si rifiutano di ascoltarle quando sono ancora vive e stanno lottando.
Leggi anche:
Dalla sezione Sex Workers di Abbatto i Muri:

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