Chissà a cosa pensava Andrea ogni notte prima di addormentarsi sopra
il suo cartone davanti alla stazione Termini di Roma. Forse pensava alla
famiglia in Colombia, a sua madre e a suo padre lasciati quattro anni
fa per trovare fortuna in Italia. Forse avrebbe voluto chiamarli, dirgli
che la vita non era esattamente come aveva sognato da bambino, quando
era ancora un maschio, raccontargli delle botte prese, del braccio rimasto paralizzato, della gamba che si muove a fatica. O forse semplicemente sprofondava subito nel sonno. Era troppo stanca e delusa per pensare.
Certo, non immaginava di morire da sola, ammazzata a bastonate e
forse a coltellate nella stazione che era diventata la sua casa. Andrea
aveva solo 28 anni. La mattina del 29 luglio il suo corpo pieno di
lividi e ferite è stato trovato abbandonato al binario 10.
Tra i viaggiatori che ogni giorno correvano a prendere il treno alla stazione pochi facevano caso a lei. Per tutti era la trans di Termini, quella che passava le sue giornate lungo i binari o davanti all’ingresso della stazione
a raccogliere le cicche nei portacenere per racimolare un po’ di
tabacco. Un’altra disperata senza nome e senza storia che andava a
riempire le file del popolo dei senzatetto della stazione.
Non parlava con chiunque Andrea, non dava confidenza facilmente. La
maggior parte del tempo se ne stava seduta a fissare il vuoto. Oppure si
trascinava, un passo alla volta, stando attenta a non perdere
l’equilibrio, verso la pensilina dell’autobus 714 che l’avrebbe portata
alla mensa della Caritas di Colle Oppio a consumare il primo pasto della
giornata.
Quando capiva di potersi fidare, però, cambiava espressione, il suo
volto bruciato dal sole che dimostrava più anni di quelli che aveva, si
illuminava. Così, sei giorni prima di morire ci ha raccontato la sua storia:
“La mia casa è Termini, dormo qui da quattro anni. La notte ho paura
che qualcuno mi metta le mani addosso”, ci aveva confidato. Andrea era
stata aggredita più volte, le avevano rubato il cellulare e il
passaporto. “A Ostia un ragazzo mi ha picchiata. Sono stata sette mesi
in coma”. Sul suo corpo era rimasto indelebile il ricordo di tutte le
botte e i soprusi subiti.
Avrebbe voluto trovare un lavoro ma sapeva che senza documenti, con
un braccio paralizzato e una gamba fuori uso, nessuno l’avrebbe mai
assunta. Forse è stata proprio la disperazione a spingerla in qualche
giro poco raccomandabile di droga o di prostituzione, come ipotizza la
polizia. Forse ha chiesto aiuto alle persone sbagliate.
Mentre sorrideva davanti alla telecamera e domandava ridendo se in video veniva bene, Andrea non pensava alla morte.
Non pensava di morire pochi giorni dopo con addosso la sua gonna rosa e
le sue scarpe da ginnastica. Lei pensava al futuro perché nonostante
tutto non aveva perso la speranza. “Vorrei incontrare un ragazzo con
tanti soldi che mi faccia lasciare la strada perché è troppa brutta”, ci
aveva detto. A ricordare il suo sorriso triste, la sua storia, la sua
vita, oggi ci sono solo due o tre senzatetto della stazione, i suoi
compagni di viaggio e nessun altro. (Maria Gabriella Lanza)
“The Order of Things” è un cortometraggio sulla violenza di genere,
diretto dai fratelli Alenda, interpretato da Manuela Vellés, Mariano
Venancio, Javier Gutiérrez y Biel Durán.
La violenza di genere non è circoscritta a un solo contesto, le donne ne
sono vittime in strada, sul posto di lavoro e in famiglia. In questo
cortometraggio ci si richiama a un contesto famigliare dominato da una
figura maschile che, ricevuto il mandato della violenza dal proprio
padre, vorrebbe passarlo al figlio. Gli esiti però sono diversi.
Il finale è molto evocativo, una donna che riesce a liberare sé stessa, libera tutte.
Per il resto ci sono i commenti, buona visione.
Il
25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne
e l'AIED (Associazione Italiana per l'Educazione Demografica) esprimere
pieno supporto all'iniziativa.
Nel mondo oltre 600 milioni di
donne subiscono violenze fisiche e sessuali. Nel nostro Paese sono sette
milioni le italiane, che almeno una volta nella vita, sono state
vittime di violenze, per non parlare poi del fenomeno del femminicidio.
Si
calcola, a questo proposito, che dall’inizio del corrente anno siano
state uccise per mano del marito o ex marito, o dal partner o ex
partner, oltre 100 donne.
La violenza sulle donne è un problema
complesso, che ha radici profonde, e non c’è epoca nella vita femminile
che possa dirsi esente da questo rischio.
L'AIED crede sia
fondamentale intervenire nell'educazione fin dalla giovane età,
insegnare il rispetto di genere, sensibilizzare e creare consapevolezza.
L'obiettivo
dell'AIED è smontare gli stereotipi, ridiscutere l'immagine maschile e
femminile così come oggi proposta, avviare appropriati programmi di
educazione sessuale nelle scuole. Infatti, se non si lavora con i
giovani, sarà difficile smontare le dinamiche distruttive interne ed
esterne che minano la possibilità di vivere la propria dimensione
sessuale con soddisfazione e serenità, e creando una relazione
costruttiva tra uomo e donna.
L’AIED di Roma invita le donne e
gli uomini che afferiscono ai propri consultori ad aderire alla giornata
internazionale contro la violenza sulle donne e dare la propria
adesione all’APPELLO lanciato da NO MORE!, inviando un messaggio
all’indirizzo convenzioneantiviolenza@gmail.com e partecipare al Blog convenzioneantiviolenzanomore.blogspot.it
Sulla sentenza della Cassassione che non ritiene necessario il carcere cautelativo per gli stupratori di gruppo.
Parla l'avvocato del Telefono rosa Eugenia Scognamiglio a Repubblica: "La Corte di Cassazione ha interpretato in modo restrittivo una norma della Corte Costituzionale. Speriamo non passi il messaggio che chi compie questo genere di violenza vada incontro all'impunità''.
Non vi preoccupate, se stuprate in gruppo una ragazza, la Corte di Cassazione vi da tutto il tempo di:
1) far sparire le prove;
2) minacciare la ragazza e ottenere il ritiro della denuncia;
3) minacciare anche la sua famiglia e coinvolgere l'intero paese nell'azione intimidatoria (vedi Montalto di Castro quiquiqui);
4) uccidere la tipa e sbarazzarvi del corpo, poi tanto, coi tempi e con l'acume della giustizia italiana, potene andare a cena con uno dei tanti femminicida che è stato bravo o solo fortunato (perchè italiano), e mentre tutti cercano la moglie, chatta con amiche e trans.
Cassazione: violenze di gruppo,carcere non obbligatorio
Una sentenza che farà - giustamente - discutere. Nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, dando un' interprestazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010.
In base a tale valutazione, la Cassazione ha annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere - ritenendo che fosse l'unica misura cautelare applicabile - per due giovani (difesi dagli avvocati Lucio Marziale, Nicola Ottaviani ed Eduardo Rotondi) accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate e ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perché faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell'interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale.
A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata sulla base di un diffuso allarme sociale legato alla recrudescenza di episodi di aggressioni alle donne - non era consentito al giudice (salvo che non vi fossero esigenze cautelari) di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari inferiori al cacere carcere nel caso di gravi indizi di colpevolezza.
Investita della vicenda, la Corte Costituzionale, nell'estate del 2010, ha ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto sì alle alternative al carcere «nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure».
“Boletínde guerra” esel blogque almacenadatos sobrefeminicidios en Italia. Desde diciembre de2010hasta hoy(25 de noviembrede 2011)en Italia los hombres han matado a129 mujeres¡Basta!
Ieri sera, sul tardi, è comparso un profilo pubblico, su facebook, che portava il nome di questo blog. Già due volte, nel corso degli anni, Nata Femmina è stato "clonato", ma poi i cloni sono spariti in breve tempo, senza che io facessi nulla, quando ieri il profilo è stato aperto ed ha cominciato a mandare inviti ad altri gruppi e profili femministi o comunque che si interessano alle questioni di genere, anche a causa di una serie di coincidenze, alle quali accenno nei commenti al post precedente Attenzione Fake di Nata Femmina su facebook , non senza dubbi, ho deciso di avvertire le persone che a quel profilo aderivano, che non ero io a gestirlo e che a mio parere si trattava di un fake.
Come tutt* sappiamo la clonazione e la sottrazione di profili è una prassi per chi agisce in rete secondo un disegno politico e commerciale.
Oggi, nella tarda mattinata, la persona che gestiva la pagina mi ha contattata dicendomi che non aveva intenzione di clonare questo blog e mi ha chiesto di pubblicare una rettifica. Tutto è accaduto ingenuamente, in buona fede e senza secondi fini. Successivamente, è stata così gentile da cambiare il nome della pagina. A quel punto ho spiegato che non credevo necessario pubblicare una smentita, dato che la pagina adesso aveva un altro nome e che da qui non partiva nessun link, quindi non era compromessa. Nel mentre la sua pagina è stata chiusa.
E' davvero ironico il modo in cui funziona facebook, ci sono delle pagine violente, gruppi gestiti da gentaglia che racconta frottole, false statistiche, teorie pericolose, sessiste, razziste e fasciste e soprattutto che fanno opera di mistificazione della realtà, gruppi e pagine che hanno migliaia di aderenti, la maggiore parte dei quali ignari di trovarsi in false pagine contro la violenza sulle donne e sui bambini, perchè chiamare una pagina "Contro la violenza sulle donne" e poi commentare i femminicidi con frasi esultanti, mi sembra un palese controsenso, perchè sono i contenuti a contare, non il nome di chi li gestisce e nemmeno il titolo che fa da cornice. A queste pagine aderiscono poi una quantità indicibile di falsi profili di donna, gestiti sempre dallo stesso manipolo di esaltati; ebbene, queste pagine e profili, proliferano indisturbati da tempo, riuscendo a manomettere la pagina anche in modo da non essere segnalati, mentre tra ieri e oggi, il servizio di monitoraggio di facebook ha funzionato benissimo, quella falsa pagina in discussione è stata prontamente chiusa.
In privato la persona che aveva aperto la pagina ed io abbiamo chiarito i fatti, ho spiegato le mie motivazioni, ho ascoltato le sue, ed il disguido è stato chiuso, con un po' di amarezza.
Perchè in realtà, pur sentendo di aver agito nel modo giusto, per tutto il pomeriggio non ho potuto fare a meno di riflettere sul nervo scoperto che mi ha portata a questa reazione (necessaria), e sulla violenza che subiamo, costantemente, anche in rete e dalla quale ci dobbiamo difendere a muso duro.
Non solo in questi casi, anche quando partecipiamo ad una discussione, quante volte ci si trova sotto il fuoco di un assalitore verbale che non smette di colpire finchè non ti ha annientata, zittendoti? Sempre, non ricordo discussione pubblica in cui, ad un certo punto non abbia avuto il desiderio di premere un ipotetico tasto con la scritta DELETE e cancellare il mio interlocutore che, attraverso il rovesciamento delle mie parole, il discredito e l'insulto, mi stava di fatto virtualmente ammazzando. E non mi riferisco a discussioni accese, mi riferisco a vere e proprie valanghe di merda.
Alcune sono costrette a fingersi maschi per non vedere le proprie opinioni screditate, altre, come me, nelle discussioni non mollano mai, oppongono sarcasmo a sarcasmo, violenza verbale a violenza verbale. Non sto più zitta ormai da tempo.
Hanno colonizzato le nostre paure, messo in atto una strategia del terrore, non siamo libere di vivere la vita e la rete da donne pensanti e parlanti.
Non è diverso dal camminare per strada, sentire qualcuno alle spalle, e affrettare il passo, guardarsi attorno in cerca di un riparo, di aiuto o stringere le chiavi di casa nella mano, quelle lunghe, ma che ci fai?
A questa sensazione di insicurezza e pericolo mi oppongo con forza, e dichiaro il nostro diritto all'urlo, il nostro diritto alla parola ad essere libere.
[Ci tengo a sottolineare che il titolo al maschile è del corriere del mezzogiorno]
Le bande sugli scooter e in auto picchiano e scappano via Ogni notte raid tra piazza Garibaldi, Vasto e Poggioreale
NAPOLI - Ingiurie, botte e pestaggi contro le trans. Cinquanta aggressioni soltanto nell’ultimo mese, un numero che non può più essere una casualità. Il tutto nel triangolo della prostituzione tra piazza Garibaldi, il Vasto e Poggioreale. Una vera e propria caccia all’uomo che avviene nelle ore notturne nell’indifferenza generale. Persone a bordo di scooter o auto, avvicinano, si fermano, picchiano e scappano via. A pochi giorni dal Gay Pride la denuncia arriva dall’associazione TransNapoli che raccoglie le testimonianze e i racconti delle prostitute. L’allarme scatta dopo le 23.
IL RACCONTO - L’episodio più grave due settimane fa nei pressi della stazione: «Mi trovavo tra corso Lucci e piazza Garibaldi - dichiara Luciana F., detta Loredana, transex - quando quattro ragazzi in una golf nera mi hanno investito e fatto cadere a terra. Ho battuto la testa e ho iniziato a sanguinare. Chiedevo aiuto ma la gente non si fermava. Ho provato a prendere il numero di targa, ma hanno fatto retromarcia per investirmi: stavano per uccidermi». Luciana, dopo la corsa in ospedale, è stata medicata per un trauma cranico e varie escoriazioni. «Nessuno dà lavoro a un trans e io mi prostituisco per pagare le bollette, l’affitto, per mangiare - aggiunge - e, beffa del destino, devo essere massacrata in strada».
LA DENUNCIA - Poi è arrivata la decisione di rivolgersi all’associazione e di denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine. «Molte trans non hanno frequentato la scuola - afferma Loredana Rossi, presidente di TransNapoli - e non hanno gli strumenti per poter denunciare. Poi preferiscono non avere guai. Le aggressioni in un mese sono state più di cinquanta, ma una sola è stata denunciata. Grazie all’associazione in tante trovano il coraggio di uscire allo scoperto, ma non basta. Per questo ci rivolgiamo al sindaco de Magistris, che abbiamo votato: le trans vogliono lavoro e politiche sociali». Durante la partecipazione al Pride napoletano di sabato scorso, il sindaco e l’assessore comunale alla Sicurezza Pino Narducci avevano dichiarato il loro obiettivo: «Napoli è di tutti - avevano detto - e assicurando i diritti delle persone a vivere le strade anche di notte, si può avere sicurezza. In questo senso possiamo rappresentare un esperimento in tutto il Paese».
I NUMERI - I dati forniti dall’Unità di strada della coop Dedalus offrono uno sguardo sul fenomeno. Le transessuali prostitute sono 268, nella quasi totalità (234) italiane. La prostituzione è in costante crescita e non è un caso che il boom si registri tra Poggioreale e la stazione, interessando, in particolare, via Gianturco e piazza Nolana. È la porta della città, ormai un suk ingovernabile tra degrado umano e violenza. Forse, per la nuova giunta potrebbero essere preziose le parole di Ermanno Rea in Napoli Ferrovia: «Mi dico che forse dovrei tornare a vivere qui in pianta stabile. Qui alla Ferrovia».
La riporto così la notizia del pestaggio di un ragazzo omosessuale a Roma, forse se non avessero bocciato l'aggravante per omofobia, adesso, forse, le cose sarebbero diverse. Ed è inutile quel "non strumentalizziamo" perchè di fatto l'omofobia è uno degli strumenti di governo. D'altra parte solo l'altro giorno Buttiglione continuava con le sue esternazioni omofobe. Esisto delle responsabilità indirette per i fatti di violenza, e sono di tutti quelli che omofobi, fascisti e maschilisti invece di condannare ogni atto di violenza e discriminazione, li usano per creare un clima di tensione e conflitto.
Violenza a Roma, esplode la polemica Ragazzo rincorso fuori dal Gay Village
Il Pd: "Alemanno patetico". Consigliera dei Verdi: "Situazione allarmante, qui terra di nessuno". Vicesindaco di Roma: "Non si strumentalizzi episodio". Nella notte aggressioni omofobe, intervengono i carabinieri
(ANSA) - IL CAIRO, 26 GIU - Un alto responsabile dell'esercito egiziano ha giustificato i "test di verginità" eseguiti sulle giovani manifestanti arrestate dai militari in piazza Tahrir al Cairo con la necessità di evitare denunce di stupro, secondo quanto riferisce Amnesty international in un comunicato. Secondo il generale Abdel Fattah al-Sisi, ''Test di verginità sono stati eseguiti per proteggere l'esercito da possibili denunce di stupro", ha ammesso - secondo il comunicato di Amnesty - il generale egiziano.
Il racconto choc della diciasettenne violentata da un gruppo di filippini. Sei identificati, cinque gli arresti
ROMA - «Ho pensato che mi avrebbero uccisa». Laura, 17 anni (il nome è di fantasia), parla come una sopravvissuta, lei è la ragazza violentata il 30 aprile scorso nel parco a Pineta Sacchetti da sei filippini, e quella notte ha sentito la morte che le passava accanto. Racconta e rivive l’incubo: «Ero andata con i miei amici alla cupola per bere una bottiglia di prosecco, non era la prima volta che lo facevamo. Sarà stata l’una e mezza quando sono arrivati i filippini, erano come delle furie, battevano le mazze sul pavimento e ci minacciavano. Poi uno di loro mi ha presa per un braccio e mi ha trascinata via dicendomi che ero troppo bella per stare in un posto così brutto con quelli, i miei amici». Il filippino che la trascina è Roger, conosciuto su Facebook, il ragazzo la costringe a camminare fino ad arrivare al tronco tagliato a metà. «Gli altri ci hanno raggiunto, mi hanno spinta nella cavità dicevano frasi oscene, credevo di morire, non so per quanto ho urlato. Ho chiuso gli occhi e ho pregato perché tutto finisse presto». Immobilizzata nel tronco Laura stringe le mani senza più fiato, tutto quello che aveva l’ha tirato fuori, nessuno può aiutarla: «Non sapevo che cosa era successo ai miei amici, e comunque contro quelle furie armate non potevano fare nulla. Dopo ho saputo che avevano chiamato la polizia e denunciato il mio sequestro».
Laura ricorda e le manca il respiro: «Uno di loro a un certo punto è andato via, dopo un po’ gli altri hanno telefonato, ridevano, lo prendevano in giro e si vantavano perché loro mi stavano violentando ancora. E’ tornato anche il sesto ragazzo, e mi ha stuprata di nuovo. Ricordo i miei pensieri, erano di morte, non credevo di sopravvivere, e non so nemmeno quando ho smesso di pregare, perché tanto nessuno poteva aiutarmi. All’alba tutto è finito, mi hanno detto che mi avrebbero accompagnata a casa, sono salita sulla loro macchina, durante il tragitto non facevano altro che ripetermi che se parlavo per me era la fine. Quando mi hanno fatto scendere ho pianto, a casa ho abbracciato mia madre e le ho detto tutto. Ero al sicuro».
La polizia ha identificato tutti e arrestato per ora cinque di loro, il sesto è all’estero. Cinquanta giorni di indagini complesse per gli agenti della Mobile guidata da Vittorio Rizzi, le vittime conoscevano solo di vista qualcuno del branco, vivono tutti nella stessa zona, ma la pista di Facebook ha aiutato gli agenti, Roger è stato il primo ad essere arrestato, il test del Dna sulla saliva lo ha inchiodato. Scattano le prime manette e per il resto del branco è la fine. I filippini, hanno tra i 19 e i 25 anni, sono nati a Roma, passano per strada le loro giornate da bulli e hanno tutti storie difficili. I giovani vengono interrogati, qualcuno confessa, racconta la notte di violenza cominciata quasi per caso, quando vedono Laura entrare con gli amici nella cupola: è così che i giovani che frequentano il parco chiamano questa costruzione abbandonata, che doveva diventare un auditorium e ospitare la cultura.
«Andiamo a rapinare i ragazzi che stanno nella cupola», dice il capo. Il branco si muove e si dirige verso la costruzione abbandonata. Entrano armati di bastoni aggrediscono i 4 minorenni, due ragazzi e due ragazze, poi scappano con Laura e la violentano nel parco. I filippini sono tutti ubriachi, hanno anche fumato marijuana qualcuno ha il volto coperto e i cappucci delle felpe in testa. «Avevamo visto quei quattro arrivare, e dopo un po’ che erano entrati nella cupola ci è venuta l’idea di rapinarli. Siamo entrati li abbiamo minacciati e fatti distendere a terra, non eravamo andati con l’intenzione di violentare la ragazza, ma una volta lì è venuto il pensiero».
I ragazzi del branco, filippini nati a Roma, che vivono in famiglie difficili, non si chiamano con i loro nomi veri, usano alias e sono Roger, Ranger, Brian, Labrador, Patrik e Christian. Roger ha conosciuto Laura su Facebook, ed è Roger a trascinare la ragazza fuori dalla cupola: «Ci siamo inoltrati nel parco, e siamo arrivati fino al tronco d’albero tagliato, è un tronco cavo, lì l’abbiamo violentata, a turno, per tutta la notte. Uno di noi è voluto andare a casa, ma dopo un’ora gli abbiamo telefonato, ha detto che stava dormendo, lo abbiamo preso in giro, gli abbiamo detto che mentre dormiva noi ci stavamo ancora divertendo a violentare la ragazza, dopo un po’ è tornato anche lui».
All’alba il branco fa rivestire Laura e la fa salire in macchina. «L’abbiamo accompagnata a casa, prima di farla andare via e le abbiamo detto che se parlava erano guai». I sei filippini sono accusati di violenza sessuale e sequestro di persona.
Lo riprendo da i vari blog sui quali è stato pubblicato, perché mi sembra rappresentativo dell'informazione e della cultura italiana. Si unisce ai commenti di solidarietà verso lo stupratore, anche di quelli che gridano al complotto.La questione di genere è la questione sulla quale si modellano tutte le altre, la discriminazione di genere è la discriminazione sulla quale si modellano tutte le altre, se non si affrontano la questione e ladiscriminazione di genere, tutte le altre rimarranno in sospeso, irrisolte. Infatti in Italia la questione di genere è considerata un tema di secondo piano.
...
Sono uno scrittore professionalista e giornalista, ritornato in Italia da qualche mese dopo una permanenza di 22 anni all’estero, in California, per la precisione, dove lavoravo come corrispondente estero.
Ho incorporato quindi un modello culturale difficile da comunicare in Italia, oggi divenuto un paese regredito.
Qui di seguito un articolo che doveva uscire sul corriere della sera ma è stato definito “inappropriato”. Mi hanno spiegato che di questo argomento “è meglio non parlarne” e soprattutto “è meglio che non sia un maschio a parlarne”.
Mi piacerebbe sapere il perchè.
Sergio Di Cori Modigliani
(in calce all’intervento di Maria Laura Rodotà)
Roma. 23 maggio 2011.
Sex, lies, arrogance: “Sesso, bugie a e arroganza: che cos’è che trasforma i maschi, quando diventano potenti, in porci?”. Questo è il titolo in copertina di un numero speciale dell’autorevole settimanale americano Time, oggi in edicola. Affronta di petto un tema che da molto tempo è diventato centrale nel dibattito sociale in corso nelle democrazie occidentali più evolute, dalla Germania alla Gran Bretagna, dai paesi scandinavi agli Usa e alla Francia: come affrontare l’aumento spaventoso di aggressioni sessuali, violenza contro la persona, e abusi personali contro le donne che –ed è questo il tema dell’articolo e del dibattito oggi in prima pagina su tutti i media statunitensi- si sta diffondendo come moda perniciosa tra gli uomini potenti, la maggior parte dei quali appartiene e proviene da un ceto sociale privilegiato e da un censo superiore?
In Italia, la notizia è stata pubblicata e diffusa da tutti i media, nessuno escluso, che hanno scelto di destinargli un ruolo marginale rispetto alle telefonate tra Bossi e Berlusconi, gli indici di ascolto di Sgarbi, o gli ormai triti e ritriti commenti sui festini ad Arcore. Ma qualche giorno fa, una scrittora italiana di origine spagnola, Carmen Llera Moravia, ha pubblicato sul Corriere una breve lettera, davvero encomiabile nella sua cifra sentimentale, quanto pericolosa nella sua irresponsabilità sociale dal lieve ma palpabile taglio gossip, che non ha suscitato eco alcuna, sostenendo che Strauss Kahn è un gentiluomo dolce, generoso, incapace di atti come quelli che gli sono stati imputati.
Dopo qualche giorno, sempre su questa testata, è apparsa una risposta a quella lettera, firmata Maria Laura Rodotà. Tutt’altro stile e motivazione. L’intervento della Rodotà, infatti, conteneva diverse enunciazioni forti –vere e proprie esche pepatissime- presentate con garbo, con solida argomentazione, e con una qualità di raziocinio che offrivano un’ottima scusa per dare inizio a un dibattito sulla violenza sessuale da parte dei maschi potenti sulle donne che occupano un ruolo socialmente e professionalmente subalterno.
Dopo aver letto con estremo piacere intellettuale la lucida argomentazione della Rodotà, immaginavo già (nella mia fantasia utopistica) che sul tavolo del direttore si sarebbero rovesciate una valanga di lettere, commenti, interventi, provenienti dai settori più disparati della nostra società civile: dalla Santanchè alla Finocchiaro, dalla Bonino alla Polverini, dalla Marcegaglia alla Camusso, dalla Maraini alla Murgia, dalla Perini alla De Gregorio, dalla Moratti alla Mafai, e così via dicendo. Un’ottima occasione per essere testimone di un bel confronto trasversale destinato a discutere su un argomento ostico –ma reale- che riguarda l’intera società occidentale. Fino a quindici anni fa sarebbe stato così, non ho alcun dubbio al riguardo. Esattamente come da dieci giorni sta accadendo in tutte le democrazie occidentali, sulle prime pagine dei loro quotidiani, in tutti i loro talk show televisivi, per radio, sulla rete, su facebook e su twitter.
Invece, non è accaduto nulla.
Da noi, la stimolantissima miccia innescata dalla Rodotà non ha preso fuoco perché nessuno ha voluto accenderla. Mi sono chiesto, naturalmente, il perché. Soprattutto in un paese come il nostro dove basta poco o niente (e spesso per motivazioni risibili e irrilevanti) scatenare polemiche e zuffe tra intellettuali e pensatori di sponde opposte.
Ho girato questa mia perplessità a diverse persone, di cui alcune membri eccelsi della ricca pattuglia di opinionisti, e ne ho ricavato –pur nella loro differenza- una agghiacciante quanto tragica similitudine, questa sì drammaticamente trasversale, che sintetizzata dovrebbe suonare pressappoco così: “parlare dell’affaire Strauss Kahn e delle implicazioni che esso comporta è un lusso che noi non possiamo permetterci”.
Perché la nostra norma si è ormai abbassata, appiattita, e siamo quotidianamente obbligati ad occuparci di aspetti, fatti e accadimenti che –in verità- poco hanno a che fare con delle realtà psicologiche e sociali che invece appartengono alla collettività nazionale. Hanno anche aggiunto, in molti, il fatto che “in questo momento è meglio non parlare di quest’affare perché il rischio che finisca per riaprire la questione di Ruby & co. è troppo alto” (e questo davvero non riesco a comprenderlo.
A questa tragica considerazione va aggiunta la penosa marea di idiozie da vera e propria leggenda metropolitana sub culturale che identificherebbe Strauss Kahn in una vittima di un complotto anti-semita internazionale. Come intellettuale ebreo pensante protesto vivamente per queste stupidate che –e sia questo molto chiaro- disonorano chi le diffonde, chi le sostiene, chi le evoca. Sono scempiaggini pericolose. Si tratta di tutt’altro e di ben altro.
Il silenzio e la latitanza di risposte allo splendido intervento della Rodotà è invece il sintomo chiaro e inequivocabile che identifica la nostra società attuale come una società borderline, ovverossia squilibrata nelle sue facoltà di esercizio razionale.
Talmente abituati a vivere sull’orlo di una continua debacle, di catastrofi socio-politiche annunciate e di emergenze costanti e continue quotidiane, da essere ormai inconsciamente assorbiti da questa enorme pattumiera mediatica al punto tale da essere andati a finire completamente fuori dal dibattito mondiale delle società che contano.
Penso che sia questo, invece, “il lusso che davvero non possiamo permetterci” pena l’esclusione per sempre dalle palestre, circoli e ambienti che davvero contano. Dobbiamo ritornare a seguire l’autentica quotidianità, approfittando degli spunti che la cronaca ci offre per parlare dei problemi veri. Non è certo un caso che nel programma elettorale dell’avvocato Giuliano Pisapia e in quello della signora Letizia Moratti non vi sia neppure un rigo destinato a spiegare come intendano affrontare lo spaventoso aumento della violenza sessuale sulle donne nella città di Milano e nel suo hinterland, dove i dati ufficiali ci spiegano che nell’ultima decade sono aumentati del 456%. Neppure una parola. L’evento, non è neppure menzionato.
Come se, invece, accadesse soltanto a New York, Parigi, Berlino, Londra e non anche da noi.
E’ l’atroce silenzio degli italiani e delle italiane che pensano, questo è il lusso che non possiamo più permetterci.
E’ necessario manifestare la propria opinione. Perché su questo argomento ci si giocano, ma per davvero, le possibilità di aderire o non aderire al consesso delle società avanzate che a pieno titolo potranno domani sostenere di poter essere definite evolute.
Parla Maria Pina Trabona, la figlia a cui Carlo Trabona ha telefonato per confidarle di aver fatto una strage. "Mi disse che era caduta dalle scale ma era chiaro che quell'occhio nero se l'era fatto in un'altra maniera". L'escalation delle aggressioni domestiche fu lunga e sempre più violenta
"Una volta ho visto mia mamma con un occhio nero e mi sono preoccupata. Le ho chiesto se fosse stato papà ma lei ha negato. Mi ha detto no, papà è bravo. Sono caduta dalle scale". Parla Maria Pina Trabona, la figlia a cui Carlo Trabona ha telefonato per confidarle di aver fatto una strage: "Ho fatto quello che dovevo fare da tanto tempo. Ho ucciso la mamma perché mi tradiva". Aveva già sparato sette colpi quando telefonò alla figlia Carlo Trabona, e non solo contro la moglie Antonina Scinta. Aveva ucciso il presunto rivale in amore, Loreto Cavarretta, vicino di casa, e suo fratello Angelo. L'ultimo colpo, l'ottavo, Carlo l'ha tenuto per sé: un colpo alla tempia destra.
I maltrattamenti alla moglie non sono stati isolati. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'escalation delle aggressioni domestiche fu lunga e sempre più violenta.
Questa mattina le due figlie del muratore omicida, Maria Pina e Caterina, sono andate a parlare con il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati per chiedere quando sarà liberato l'appartamento di via Piacenza sigillato ieri dagli agenti dopo la strage.
Il magistrato ha dato l'incarico al medico legale Marco Canepa per l'autopsia sui quattro corpi che sarà effettuata domani e non oggi come era stato detto in precedenza.
Intanto gli agenti della squadra mobile hanno identificato il proprietario della pistola con cui Trabona ha sparato ieri mattina, un revolver calibro 38 rubato nel 1979 e ricomparso improvvisamente ieri mattina.
La famiglia di Leslie Paredes non aveva sue notizie da tre mesi. La 22enne peruviana era andata a trovare il suo fidanzato, Jackson Conquet, nel penitenziario di Lurigancho, in Perù, dove l'uomo si trova rinchiuso. Durante l'orario di visita, la ragazza si è recata nella cella del 32enne di origine olandese. Lì, Leslie ha detto a Jackson che voleva lasciarlo, scatenando una violenta lite e, infine, la furia omicida del detenuto. Conquet ha strangolato, uccidendola, la sua fidanzata e ne ha seppellito il corpo nella cella stessa, costruendo sopra la 'tomba' una panca di cemento. La macabra scoperta è avvenuta grazie al "forte odore" proveniente dall'area in cui si trova l'oandese, arrestato per spaccio di droga nel 2009.
Ieri sulla rai è stato possibile vedere tre donne, in rappresentanza di molti milioni di altre donne che abitano questo paese e il mondo intero, che parlavano di diritti delle donne e violenza contro le donne, per qualche minuto si è dato spazio alla questione fondamentale della nostra società, quella della discriminazione di genere, la discriminazione sulla quale si modellano tutte le altre. Femminismo a sud propone un elenco di vittime di femminicidio, da sottoporre a Roberto Saviano, relativo ai soli ultimi quattro mesi, "sono circa 65 vittime soltanto negli ultimi quattro mesi", un elenco agghiacciante, un vero bollettino di guerra come lo chiama perfettamente il blog omonimo.
Perchè non è possibile che le donne muoiano come foglie che cadono silenziosamente in autunno, e che i loro nomi vengano spazzati via, cacellati, come se non fossero mai esistite.
Una sottolineatura, è prassi ormai consolidata che, quando si ricorda il numero delle vittime di femminicidio, qualcuno cominci a sbandierare le morti bianche, cioè i caduti sul lavoro, morti che si devono all'irresponsabilità ed al menefreghismo dei datori di lavoro, di quanti potrebbero e dovrebbero mettere in sicurezza i cantieri, le piattaforme petrolifere, le miniere, i macchinari nelle fabbriche, fornire i materiali antinfortunistici e non lo fanno, tagliando i costi di impianto sulla sicurezza dei lavoratori. Morti dovute all'interruzione della catena del diritto del lavoro. Le vittime del femminicidio sono donne assassinate da uomini in cui credevano, da amici, padri, fratelli, certe volte figli, in alcuni casi passati con il delirio di onnipotenza, cioè donne che non dovevano reclamare niente, donne la cui sicurezza dovrebbe essere un fatto naturale, che non dovevano pretendere nessuno scarponcino antiscivolo, nessuna cinghia, no, semplicemente avevano il diritto di nascita di attraversare il mondo sicure che nessuno le avrebbe uccise in quanto donne, il diritto di vivere, diritto negato con violenza per un puro e semplice atto di spraffazione. Non esistono gerarchie tra le vittime, ma femminicidi e morti bianche sono categorie diverse, anche le donne possono essere vittime del lavoro! proprio per questo non ha senso controbattere alla questione del femminicidio, con l'argomento delle morti bianche, cercando in questo modo di attribuire all'uno e all'altro più o meno valore.
Ultimo aggiornamento: 13 ottobre, ore 12:24 Milano - (Adnkronos) - Esasperata dalle continue violenze dell'uomo, spesso ubriaco, consumate anche davanti alla figlia di 8 anni, dopo l'ennesimo litigio gli ha preso la pistola e ha fatto fuoco più volte Esasperata dalle continue violenze subite dal marito, P.E. albanese di 37 anni, prende la pistola e gli spara colpendolo alla spalla sinistra, alla scapola sinistra, alla coscia sinistra e alla zona lombare, riducendolo in fin di vita. Il fatto e' accaduto sabato sera a Novate Milanese (Milano) e oggi D.V. italiana di 33 anni, si e' costituita. La donna, secondo quanto e' emerso dalle indagini, era esasperata dalle continue violenze del marito, spesso ubriaco, consumate il piu' delle volte davanti alla figlia di 8 anni. Il litigio di sabato sera faceva scattare il raptus: presa la pistola del marito gli sparava alle spalle, prima in casa e poi nella tromba delle scale, mentre l'uomo tentava una disperata fuga. La donna si trova ora in stato di fermo nel carcere di San Vittore.
Pisa, l'incubo di un'universitaria sarda. In cella il persecutore siciliano. Dopo mesi di botte, minacce e abusi sessuali, è arrivata a pestarla in aula, all'università, di fronte a diversi testimoni. E lei ha trovato il coraggio di denunciarlo soltanto dopo quest'ultimo episodio. Lo stalker l'aveva mandata più volte all'ospedale, ma c'era sempre una scusa pronta di Candida Virgone
PISA. Insulti, minacce, botte continue, veri e propri pestaggi finiti spesso in ospedale. E poi anche sesso imposto con la violenza, rapporti consumati fra le lacrime e il ribrezzo. È quanto ha dovuto subire una ragazza sarda, studentessa universitaria a Pisa, da un coetaneo siciliano. Lo chiamano amore criminale, amore malato, ma con l'amore non ha nulla a che fare, e, grazie alla introduzione recente di un reato come lo stalking, a volte si riesce a non trasformarlo in tragedia.
La studentessa, 23 anni (di lei non si sa niente di più: per ovvie ragioni la sua privacy è stata protetta dagli inquirenti), ha vissuto un incubo che è finito qualche giorno fa in un'aula studio dell'ateneo toscano dopo l'ennesimo, plateale, pestaggio.
A perseguitarla era il suo ex, un ragazzo di Mazara del Vallo, 23 anni anche lui, che è stato raggiunto a casa sua in Sicilia dopo dieci giorni di indagini e arrestato con una raffica di accuse: atti persecutori, violenza sessuale, violenza privata, violazione di domicilio e lesioni personali.
Un incubo che andava avanti da mesi secondo un cliché fin troppo noto. Lei lo lascia, lui non si rassegna, torna alla carica e poi passa alle maniere forti.
Parolacce, vere e proprie persecuzioni, minacce e botte da orbi, alla prima occasione. La ragazza sarda sarebbe finita in ospedale più volte, con un braccio fratturato o una spalla lussata, ma preferisce non raccontare niente di quanto accade. Sono caduta, ho urtato contro un mobile, sono scivolata: per i medici trova sempre scuse.
Il ragazzo siciliano arriva perfino ad entrare in casa sua, a Pisa, nell'appartamento che la ragazza sarda divide con altre studentesse, in centro, e in quell'occasione non si ferma neanche davanti ad una cara amica della ex: minaccia pure lei. Non accetta di essere stato lasciato.
Sara - il nome è di fantasia - è roba sua, deve stare con lui, per forza. Ma lei ancora non si decide a denunciarlo. Fino all'assalto plateale in un'aula studio, una delle tante dell'università, gremita di giovani che preparano gli esami.
È il 13 settembre, il ragazzo arriva ed aggredisce la ragazza, la pesta a sangue. Chiamano la polizia e arrivano gli agenti di una pattuglia Volante. La studentessa sarda, spaventata e ferita, viene portata in ospedale: i medici decidono di ricoverarla.
Davanti ai camici e alle divise che chiedono spiegazioni e a un referto importante, la verità non si può più nascondere e la studentessa, per la prima volta, trova il coraggio di raccontare quell'incubo durato quasi un anno, mettendo gli investigatori sulle tracce del suo ex ragazzo. Parte la querela e si apre un'inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Porpora. Il 17 settembre il gip del tribunale di Pisa ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere che è stata eseguita lunedì scorso in Sicilia: gli uomini della squadra mobile di Mazara del Vallo hanno arrestato il giovane persecutore che è finito in carcere a Marsala. (25 settembre 2010)
Dal 1996 curate dall'ospedalel San Gallicano 10mila donne 11 settembre, 22:35
(ANSA) - ROMA, 11 SET - Praticare l'infibulazione in Italia puo' costare fino a 16 anni di carcere, secondo una legge del 2006. Ma oggi ci sono ancora medici e una sorta di 'mammane' che la praticano, dietro compenso.A lanciare l'allarme e' Aldo Morrone, direttore dell'Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle popolazioni migranti all'ospedale romano San Gallicano. Dal 1996 al San Gallicano sono state assistite e curate 10mila donne che hanno subito l'infibulazione.
Due volte in carcere per stalking, esce e ci riprova La sua ex fidanzata ha avuto il coraggio di denunciarlo
TORINO, 11 SET – Un anno fa aveva picchiato e violentato l’ex fidanzata, dopo averla perseguitata per alcuni mesi. Gia’ arrestato due volte e altrettante volte scarcerato con il solo obbligo di tenersi lontano da lei, questa notte, nel torinese, si e’ ripresentato a casa sua, tentando di entrarvi con la forza. A quel punto i carabinieri, chiamati dalla vittima, lo hanno nuovamente fermato e riportato in carcere con l’accusa di stalking.L’uomo, 34 anni, e’ un pluripregiudicato.
Questa è l'incredibile racconto di ciò che è accaduto e sta accadendo a Bruna.
-->>Vorrei raccontarvi una storia, e tramite voi avere l'opportunità di diffonderla ovunque. E' una storia che fa tristezza e rabbia: parla di violenza sulle donne, di abuso di potere, di poco rispetto per una minore, di un uomo che si nasconde dietro avvocati e carabinieri pur di far del male. Insomma una delle storie peggiori che si possano immaginare oggi, soprattutto se si pensa che tutto si svolge in un piccolo paese tra Lodi e Milano: San Colombano al Lambro.
-->>Tutto comincia nel 1994 quando Bruna da alla luce la piccola S, concepita assieme al convivente Roberto. Lui però non se la sente e più volte abbandona il suo ruolo di padre andando a vivere altrove o tradendo la compagna. Quando poi decide di fare il padre è ancora peggio: usa le mani, si impone severamente sulla bambina. Così un giorno Bruna, stufa di tutte queste angherie che lei e la figlia devono subire, chiede le chiavi di casa a Roberto per non farlo più tornare. Comincia così una lunga trafila di udienze al tribunale dei minori, dove la bambina viene affidata alla mamma prima con l'affido esclusivo, poi con il congiunto visto che purtroppo l'esclusivo oggigiorno deve essere applicato solo in casi estremi. Ma il significato di congiunto deve essere sfuggito a Roberto che si dimentica di pagare il mantenimento, si dimentica delle ricorrenze e del compleanno della piccola, e quando la incontra per strada non la saluta. Eppure avanza pretese su pretese, va a piangere dai maestri e dai professori dicendo che Bruna gli impedisce di vedere S, e ricompare a sorpresa nella vita delle due minando continuamente la loro serenità. Roberto inventa accuse che mettono la madre di S in condizione di dover dimostrare ripetutamente di non essere alcolizzata, di non drogarsi, di essere una buona mamma. Quando però lei piomba nell'agenzia immobiliare di lui per chiedere l'ennesima volta il mantenimento della figlia che era stato legalmente deciso dal giudice, lui si giustifica dicendo di essere nullatenente – possiede agenzie immobiliari e case, che sia un evasore fiscale? - e la denuncia per disturbo della quiete pubblica. Un giorno d'estate del 2006 poi, un malvivente a volto coperto entra dal balcone di casa e riempie di botte Bruna e sua mamma. 5 e 14 giorni di prognosi. Carabinieri e Scientifica non trovano nulla. Bruna pensa che gli occhi dell'aggressore siano quelli del vicino, con cui condivide il cortile e a cui sa di non essere simpatica. Quegli occhi le sono rimasti impressi. Poi un giorno Roberto le dice “la prossima volta non ti andrà così bene”. Sono solo frasi e sospetti. Non ci sono prove. E lei on può fare altro che tacere. Gli anni passano, Roberto continua a ignorare S, e Bruna rimane l'unica fonte di sostentamento della figlia assieme a sua mamma. La precarietà lavorativa e la mancanza di aiuto economico le impedisce di cambiare casa. Ma inizia a pensarci negli ultimi tempi, ora che sta per ottenere un posto fisso. A quel punto arrivo io, il suo nuovo compagno, e lei mi racconta tutto. Conosco S, una ragazzina di quasi 15 anni sveglia e intelligente, cresciuta con amore dalla madre, sola contro il mondo.
-->>Si vive però con una paura, nonostante tutto lentamente si stia aggiustando. Quella prossima volta, annunciata da quel poco raccomandabile personaggio che è Roberto, arriverà?
-->>Arriva. Una settimana prima di Pasqua, il 4 aprile 2009. Bruna è sola in casa: S è in centro a Milano con le amiche, io a casa mia con genitori e zii. Verso le 14.30 lei si accorge che la pentola in cui aveva messo l'acqua a bollire per la pasta era sporca e così apre la porta e butta il contenuto della pentola nel tombino del cortile. In quel momento passa il suo vicino di casa, Mario Luigi, da lei sospettato essere l'aggressore di tre anni prima. Luigi viene colpito probabilmente da qualche schizzo alla base del pantalone, e lui, persona ordinatissima e maniacale che mal sopporta la troppa libertà di vita della vicina, decide bene di entrarle in casa, approfittando che l'unica via di accesso, la porta, non era ancora stata chiusa col lucchetto. Le finestre dal 2006 hanno le inferriate, la porta ha un chiavistello, un lucchetto e un allarme. Ma quel sabato pomeriggio la porta non era stata ancora chiusa. Così Luigi entra in casa e riempie di botte Bruna.
-->>Lei tenta di difendersi e finalmente riesce a respingerlo fuori di casa. E chiude. Mi avvisa e io mi precipito da lei, nonostante le 2 ore di viaggio necessarie a raggiungerla. Nel frattempo lei è nel panico più totale: Luigi è rimasto di fronte alla sua porta, la aspetta al varco. Allora lei prende un coltello, esce, e si piazza sulla porta. Non fa altro. Rimane lì in posizione di difesa, pronta a colpire se minacciata ancora. Luigi da bravo vigliacco indietreggia e chiama i Carabinieri. Sì, sembra assurdo, ma di cose assurde di qui in poi ne succederanno. All'arrivo dei Carabinieri di San Colombano al Lambro, Bruna dice di essere stata aggredita. Luigi invece dice “no, è lei che mi ha aggredito”. Lei allora dice “guardate i miei segni, guardate cosa mi ha fatto”. I Carabinieri le si fanno incontro. Non la degnano di uno sguardo. La invitano a seguirli. Lì Bruna capisce: qualcosa non va. Vogliono portarla via, qualsiasi cosa sia successa. Così si rifugia in casa. Da dietro la finestra tenta di mediare, di far vedere ai Carabinieri e ai paramedici del 118, accorsi anche loro sul posto, gli ematomi. Sono anche io al telefono con lei in quei momenti e nessuno degna i suoi segni di uno sguardo. Continuano a ripeterle che si deve far controllare e che deve seguirli. Riesco a parlare con un Carabiniere e a strappargli la promessa di aspettare fino a che io, persona lucida, non fossi arrivato lì. Bruna si tranquillizza, esce di casa, si fa misurare la pressione. Al primo segno di debolezza 6 Carabinieri la prendono, la stendono sulla lettiga e la legano. Lei si oppone, ripete “la casa, il cane...”. Uno di loro allora le mette una mano sulla bocca, dicendole “ e chiudi sta bocca di merda”. Quando io arrivo nei pressi di San Colombano, oltre a non trovare i Carabinieri che avrebbero dovuto attendermi, lei mi fa sapere che l'hanno trasportata all'ospedale di Codogno. Le è stato ordinato un TSO. Un trattamento sanitario obbligatorio. Per 7 giorni dovrà rimanere chiusa contro la sua volontà nel reparto i psichiatria. In poche parole, Bruna viene creduta pazza!
-->>Contemporaneamente, con una velocità strabiliante, Roberto si presenta a casa della nonna di S con i Carabinieri per far valere il suo diritto - senza doveri - di padre, visto che la madre è stata ricoverata. Egli ha una carta del giudice che sancisce l'affido congiunto e che quindi decreta che la figlia vada con lui essendo l'unico genitore non impossibilitato a svolgere tale mansione. Certo non si capisce come faccia un nullatenente a garantire una vita serena alla figlia. E' molto strano inoltre che Roberto sapesse del ricovero di Bruna, non essendo un suo familiare ed essendo il TSO un atto privato. Il TSO viene ordinato dai medici del 118, dal sindaco, da un giudice e in seguito confermato da due medici all'interno dell'Ospedale di destinazione. Senza contare i Carabinieri che erano lì. Apparte queste persone, i medici e i familiari della paziente, nessuno potrebbe sapere di questo ricovero. Ha forse amici all'interno delle istituzioni? E in secondo luogo, di sabato pomeriggio sono riusciti a fare questa cosa nel giro di un'ora?
-->>S non ne vuol sapere minimamente di andare dal padre, piuttosto è disposta ad entrare in una casa famiglia. I Carabinieri insistono, dicono che se non viene lei POSSONO PORTARLA VIA CON LA FORZA. E intanto la nonna cerca di convincerli: che male c'è a lasciare la ragazzina a casa sua, che la conosce e la accudisce dalla sua nascita? S rimane lì e qualche sera va a dormire dai suoi amici. Come una ragazzina della sua età fa ogni fine settimana. In risposta a questo rifiuto i Carabinieri dichiarano S “SCOMPARSA”.
-->>Io arrivo in ospedale dove mi trovo di fronte ad una scena che non auguro a nessuno di vedere: la donna che ami è stesa su un letto a cui era stata legata, totalmente assente, con la faccia di chi ha perso tutte le speranze. La faccia di chi è stato picchiato, insultato da chi dovrebbe difenderci, legato e considerato pazzo. Il dottore che viene a parlarci quella sera alle 22.00 è la PRIMA PERSONA che referta i lividi. 24 ore dopo i medici sciolgono il TSO, rendendosi conto che non è un provvedimento adatto. Bruna rimane nel reparto psichiatrico da volontaria per dimostrare ulteriormente la sua buona fede.
-->>Esce mercoledì 8 aprile 2009, appena in tempo per le vacanze di Pasqua. Riabbraccia la figlia, i familiari, e la sua quotidianità, che però è lungi dall'essere tranquilla. Scopriamo infatti che il cane è stato accalappiato irregolarmente. I Carabinieri lo hanno preso e sbattuto in canile senza riferire il nome del proprietario, e ovviamente senza informare il proprietario del luogo in cui l'animale è stato portato. Loro dicono di averlo fatto per salvaguardarlo, visto che la signora era stata ricoverata. Non si spiega come non abbiano salvaguardato anche i 2 gatti però, di cui una cieca, che hanno fatto la fame chiusi in casa. La verità è che ai vicini di casa il cane non è mai piaciuto. Lui lo ha sempre allontanato in malo modo. E quando se lo sono tolto di mezzo hanno tirato a lucido il cortile. Come nuovo. Senza più quel cagnaccio. Siamo andati a riprenderlo al canile dopo che la nonna di S si è attaccata al telefono per scoprire dove fosse stato portato. 140 euro l'inutile spesa del canile, visto che il cane poteva essere preso in custodia da un conoscente, se informati come si deve dei fatti.
-->>Roberto intanto non si da pace. Chiama a scuola di S e dice che Bruna è pazza. I Carabinieri hanno coinvolto il tribunale dei minori, perchè anche secondo loro BRUNA E' PAZZA. Sul verbale di quel giorno infatti, le forze dell'ordine dicono di non aver trovato alcun segno sul corpo della donna. E non si capisce COME MAI LA SIGNORA SI SIA CHIUSA IN CASA DOPO L'AGGRESSIONE. Peccato che però i segni siano stati refertati all'ospedale dal medico e fotografati.
-->>Noi stiamo cercando un avvocato con gratuito patrocinio per portare avanti la faccenda. Anche per fare tutte le denunce del caso: quella ai Carabinieri, a chi ha ordinato il TSO, a Roberto che sapeva del TSO senza averne alcun diritto e si è presentato a ritirare S come se fosse un pacco postale in compagnia dei suoi amici tossicodipendenti. Se qualcuno volesse darci una mano gliene saremo grati. Io intanto ho faxato ai Carabinieri la mia versione dei fatti in quanto testimone telefonico dell'aggressione e del disservizio attuato dal 118. E' passata una settimana e nessuno mi ha contattato.
-->>Anche il solo diffondere questa storia al di fuori dai confini di San Colombano sarà utile per noi, per non sentirci soli contro un'ingiustizia che arriva da chi la giustizia dovrebbe farla rispettare. Io penso che le cose qui in Italia, quando c'è del marcio, si risolvono in due modi. Il primo è morire. Bruna sarebbe dovuta morire e allora sarebbe successo come ad Erba, con tanto di Vespa che si domanda come è potuto succedere. Ma siccome non ci tengo a perdere la donna che amo, scelgo il secondo: sputtanare. Quando la gente sa e parla è già una piccola vittoria per non far cadere la verità in un silenzio che sa di mafia.
-->>Amo Bruna. Voglio un bene dell'anima a S. E ciò che sta capitando è ignobile. Voglio giustizia, e che tutti sappiano come lavorano i Carabinieri del loro paese, o che il loro vicino di casa che magari ritrovano a messa picchia le donne sole in casa, o ancora che l'agente immobiliare che gli ha venduto la casa è un tossicodipendente che non mantiene la figlia e molto probabilmente evade il fisco.