sabato 9 luglio 2011
Lucciola aggredita in Friuli, in fin di vita a Udine
09 luglio, 09:19
(ANSA) - UDINE, 9 LUG - Una donna di 55 anni, che si prostituiva nella zona di Codroipo (Udine), e' in fin di vita all'ospedale del capoluogo friulano per le ferite riportate in una aggressione.
Gia' nella serata di ieri la donna e' stata trasportata in terapia intensiva e operata alla testa. Secondo quanto si e' appreso sarebbe stata colpita con un corpo contundente - un bastone o una chiave inglese - da un cliente. L'allarme e' stato dato dal tassista che la riportava a Udine a fine giornata. Le ricerche sono scattate subito. La donna e' stata trovata agonizzante nelle campagne di Zompicchia di Codroipo.(ANSA)
http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/friuliveneziagiulia/2011/07/09/visualizza_new.html_787922512.html
giovedì 7 luglio 2011
Spilinga: un arresto per violenza sessuale
http://www.calabriaonline.com/articoli/spilinga-un-arresto-per-violenza-sessuale_10534.htm?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter
martedì 12 ottobre 2010
Esce dal coma la donna colpita in metro
Esce dal coma la donna colpita in metro
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Roma-pugno-dopo-lite-in-metro-in-coma_311093230372.html
giovedì 29 aprile 2010
Romeno aggredisce la sua ex per strada a Salerno
(ANSA) - SALERNO, 29 APR - Dopo l'ennesimo rifiuto di tornare insieme,aggredisce la sua ex,poi afferra la figlia della donna,10 anni,e si abbassa i pantaloni. La ragazzina e' scappata urlando. E'accaduto per strada a Salerno, alcuni cittadini si sono mobilitati contro l'uomo, un romeno di 33 anni che poi e' stato arrestato dalla polizia. Era gia' sottoposto ad obbligo di dimora per atti persecutori nei confronti della donna,che e' una badante romena.Ha assistito anche l'anziana che lei assisteva.
Fonte:ansa
lunedì 26 gennaio 2009
Belladonna
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Guido Cavalcanti.
venerdì 14 novembre 2008
Molestie tra allievi prof in tribunale
MONICA CERAVOLO
PALERMO
Gli insegnanti di una scuola media di Palermo sono accusati di violenza sessuale per non avere impedito che un'alunna venisse palpeggiata da un compagno. I 4 professori della Lambruschini, istituto di una zona popolare della città, sono stati rinviati a giudizio perché ritenuti colpevoli di omissione: hanno consentito, col loro silenzio, che il reato si consumasse. Nulla, invece, viene contestato all'autore delle molestie che nel 2006, epoca dei fatti, aveva 12 anni e non poteva essere incriminato.
Le violenze si sono consumate tra le classi e i corridoi della scuola frequentata dalla tredicenne e dal suo persecutore, un ragazzino di prima media. Per mesi l'adolescente è stata avvicinata e palpeggiata dal compagno in un crescendo di approcci culminati nella simulazione di un atto sessuale dentro il bagno delle ragazze, dove il dodicenne aveva seguito la compagna. L'accusa nei confronti degli insegnanti è stata formulata dal pm Maurizio Agnello, su richiesta del gip che ha imposto l'imputazione coatta. Il pm, infatti, in un primo momento aveva chiesto l'archiviazione.
La vicenda inizia quando la ragazzina ritorna a casa con una nota sul diario, scritta da un professore all'indirizzo dei genitori: «Alla luce di quanto accaduto oggi, ossia i numerosi tentativi di palpeggiamento cui sua figlia è fatta oggetto, suggerirei di controllare l'abbigliamento. A tale proposito esiste una direttiva ben precisa della preside a cui occorre attenersi». La nota è scritta nello stesso giorno in cui la tredicenne viene molestata in bagno e, per risposta, prende a pugni il compagno. Invece di prendere provvedimenti nei confronti del molestatore, è la vittima a essere richiamata.
Il padre, sconvolto dal contenuto della nota, risponde con una querela. Altro paradosso: la preside e un'insegnante controquerelano l’uomo che finisce indagato per calunnia e diffamazione.
Il fascicolo arriva così, una prima volta, in procura sul tavolo del pm Agnello, che spedisce le carte al tribunale per minorenni per verificare le accuse di molestie. Il tribunale liquida la faccenda specificando che il presunto autore degli atti sessuali ha meno di 14 anni e quindi non è imputabile. Ma il caso non si chiude lì. Il gip Pasqua Seminara, alla quale è affidato il giudizio, chiede di approfondire il caso. Viene fissato l'incidente probatorio nel corso del quale sono sentiti numerosi alunni della Lambruschini. Gli episodi di molestie sono confermati dalle compagne. Il diario della ragazzina è pieno di descrizioni e commenti sugli episodi.
Emerge una situazione, all'interno della scuola, contraddistinta da gravi problemi disciplinari: gli alunni, anche durante le ore di lezione, vanno e vengono dalle classi, entrano nelle aule di altri compagni, s’infilano nei bagni e girano per i corridoi. I docenti confermano.
Il pm chiede nuovamente l'archiviazione del caso. Nelle 16 pagine che accompagnano la richiesta sottolinea la mancanza di dolo da parte dei docenti, inconsapevoli delle molestie. Il gip impone il rinvio a giudizio per i 4 insegnanti, quelli indicati come i più «distratti», coloro che – stando alle testimonianze dell'incidente probatorio – non avrebbero fatto granché per imporre l'ordine nelle classi, lasciando spazio all'anarchia. Nei loro confronti un'accusa pesante: violenza sessuale in forma di omissione. Il pm ha annunciato che riformulerà la richiesta di archiviazione. Il padre della vittima, prosciolto dalla calunnia, sarà parte civile.
LaStampa
domenica 9 novembre 2008
Orrore in una "clinica" nigeriana Scoperta la "fabbrica dei bambini"
costrette a portare avanti la gravidanza e cedere il nenonato
ENUGU (Nigeria) - Nati per essere venduti. In Nigeria è stata scoperta una "fabbrica di bambini". Per tutti era una clinica per maternità, in realtà quello che si faceva all'interno, soprattutto di notte, era organizzare un traffico di neonati strappati al madri costrette con la forza alla gravidanza e messi sul mercato.
Questo ha scoperto la polizia quando ha fatto irruzione nell'edificio di due piani di Enugu, nell'est del Paese. Quando gli agenti sono entrati hanno liberato una ventina di donne. Stando alla ricostruzione fornita dalle organizzazioni umanitarie di quella che è stata definita la più vasta operazione di polizia contro una rete di trafficanti di bambini, il medico responsabile della clinica di attirava giovani donne che portavano avanti gravidanze non volute, proponendo loro di aiutarle ad abortire.
Le adolescenti venivano invece rinchiuse fino al giorno del parto, quindi costrette a separarsi dal proprio bambino in cambio di circa 20 mila naira (135 euro).
I bambini veniva poi venduti, generalmente a nigeriani, per una cifra che oscilla tra i 300 e i 450 mila Naira (2.000-3.000 euro).
"Appena entrata, mi hanno fatto un'iniezione e sono svenuta - ha raccontato alla France Presse una delle donne liberate - quando ho ripreso conoscenza, mi sono resa conto che era stata violentata". La ragazza, 18 anni, è stata quindi rinchiusa con le altre donne. Il medico l'ha violentata di nuovo il giorno dopo, una settimana prima dell'intervento della polizia. Secondo la polizia, il medico "invitava" anche altri uomini "per ingravidare le ragazze".
Secondo le organizzazioni locali che si battono contro il traffico di essere umani, le fabbriche di bambini non sono rare in Nigeria, il paese che conta il più alto numero di abitanti del continente africano, 140 milioni. E anche se non esistono dati precisi sul numero di neonati destinati ogni anno alla vendita, gli attivisti sostengono che si tratta di un'attività molto diffusa, gestita da organizzazioni molto strutturate. "Pensiamo siano più grandi di quanto sappiamo", dice Ijeoma Okoronkwo, direttore regionale dell'agenzia nazionale per il bando del traffico di esseri umani. Secondo l'Unicef, sono almeno dieci i bambini che vengono venduti ogni giorno in Nigeria per usarli come manodopera, per farli prostituire o semplicemente per la cultura della sterilità come maledizione che ancora permea molti strati della popolazione del Paese.
Le strutture simili alla clinica di Enugu scoperte finora nel paese sono almeno una decina. "Tutto questo esiste da tempo, ma noi ne siamo al corrente solo dal dicembre 2006, quando un'ong ha lanciato l'allarme e ci ha segnalato che i bambini venivano venduti e che vi erano coinvolti gli ospedali", ha aggiunto.
In alcuni casi, giovani donne molto povere ricorrono di propria volontà a questa pratica per avere denaro. Nella clinica di Enugu, "abbiamo trovato quattro donne che erano lì da tre anni, per fare figli", ha detto il responsabile locale per la sicurezza, Desmond Agu.
Fonte: repubblica.it
Labaro, tenta stupro nel parco i passanti reagiscono: arrestato
Ha tentato di stuprare una ragazza cecoslovacca di 25 anni nel parco "Collidoro" di Labaro. Una scena selvaggia, sotto gli occhi di numerosi passanti. Il maniaco, un russo di 25 anni, completamente ubriaco, è stato arrestato dagli agenti del commissariato Flaminio. La giovane donna, accompagnata in ospedale, ne avrà per 22 giorni. «Abbiamo sentito urlare e ci siamo avvicinate - raccontano due giovani testimoni - c' era una ragazza col viso segnato dalle percosse che cercava di difendersi da un uomo. Lui la picchiava selvaggiamente e un amico della vittima, anche lui straniero, tentava di mettersi in mezzo ma è stato picchiato a sua volta. Qualche macchina si è fermata, i conducenti sono scesi e si sono scagliati sull' uomo mentre chiamavamo il 113. Poi, dopo una ventina di minuti, è arrivata una volante e quell' uomo è stato arrestato». - MASSIMO LUGLI
Fonte: repubblica.it
martedì 7 ottobre 2008
Uccide la fidanzata per gelosia. Arrestato un operaio romeno
Sul corpo della 24enne colpi di bastone, coltello e alcuni morsi e testate
SPOLETO - L'ha uccisa per gelosia. Infierendo sul suo corpo. Farcas Iount, 23 anni romeno, ha assassinato Elena, una ventiquattrenne badante sua connazionale con cui era fidanzato. Il giovane, fermato nella notte dai carabinieri poco dopo il delitto avvenuto a Bastardo, una frazione del comune di Giano dell'Umbria, ha confessato. Ora dovrà rispondere di omicidio aggravato.
Il cadavere della ragazza presenta numerose lesioni da corpo contundente e da taglio. Ci sono anche segni che potrebbero essere stati provocati da morsi e testate. Il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio nella casa dell'operaio romeno dove abitava anche la fidanzata. Un appartamento di un villaggio costruito negli anni Sessanta per i dipendenti della vicina centrale Enel di Bastardo, dove oggi vivono anche molti immigrati.
A scoprire il cadavere è stato il fratello dell'omicida. L'allarme è stato dato intorno alle ore 20. Iount viene trovato in sella al ciclomotore. Sembra confuso, condotto in caserma ed interrogato per gran parte della notte pronuncia le prime ammissioni. Scatta così il fermo per omicidio.
'Simili drammi, legati a quanto pare a questioni sentimentali, non possono che turbare una comunita' tranquilla come questa, in simili circostanze ci sono poche risposte a tanti perchè" commenta Paolo Morbidoni, sindaco di Giano dell'Umbria.
(7 ottobre 2008)
Fonte: repubblica.it
Segregata in casa per 2 anni si salva mandando un sms
Gli investigatori: "Controllo totale sulla vittima". Un anno fa aveva avuto un bimbo
di GABRIELLA DE MATTEIS
FOGGIA - Per mesi ha pensato di scappare, ha cercato una via di fuga. Voleva chiedere aiuto, lasciare il casolare dove viveva segregata, oramai da due anni. Ma soltanto alcuni giorni fa è riuscita, con un sms, a contattare la madre. E così la sua prigionia è finita. Lei, una ragazza polacca di 28 anni, ora, racconta a fatica la sua odissea. Lo fa, stringendo al braccio il figlio di un anno, concepito nel periodo in cui ha vissuto, subendo violenze continue. Il suo aguzzino Sylvester, 29 anni, come lei originario della Polonia, ora, è in carcere.
Lo aveva conosciuto, appena arrivata in Italia. Di lui si fidava, per questo, ha spiegato agli agenti del commissariato di Manfredonia, lo aveva seguito in un casolare alla periferia del paese, aveva accettato la sua ospitalità e creduto alle sue promesse. Solo dopo ha capito: quel ragazzo che in Italia lavorava come bracciante, con un regolare contratto di lavoro, ricostruisce ora la polizia, si è trasformato in un aguzzino. E per la giovane donna è cominciata un'odissea.
La sua prigione è diventata una vecchia casa diroccata, in una zona isolata, in aperta campagna. Le porte e le finestre erano sempre sbarrate. Scappare o più semplicemente chiedere aiuto, per lei, era impossibile.
"Il controllo sulla vittima - spiega Antonio Lauriola, dirigente del commissariato di Manfredonia - era sistematico, totale, senza alcuna via di fuga o speranza di liberazione". Per due anni, la giovane donna ha subito le violenze (anche sessuali) dell'uomo, le sue minacce. Per due anni, ha chiesto di poter lasciare il casolare. Anche quando, dopo un anno, la ragazza ha dato alla luce un bambino, l'uomo non ha cambiato atteggiamento.
Di giorno era un operaio irreprensibile, stimato dai suoi datori di lavoro, di notte, invece, un uomo irascibile, violento. Lei era costretta a dormire in una stanza, da sola. Lui, invece, in un'altra, insieme al figlio.
E' stato un caso, solo un colpo di fortuna, se la ventottenne, nei giorni scorsi, è riuscita a chiedere aiuto. Sylvester aveva dimenticato il cellulare nel casolare e la giovane lo ha usato per inviare un messaggio alla madre che vive in Polonia. Così la polizia polacca ha allertato quella italiana. E per la donna è stata la fine di un incubo. Gli agenti del commissariato hanno bussato alle porte del commissariato, presentandosi come veterinari dell'Asl. Volevano evitare ogni reazione da parte dell'uomo, il rischio di un suo tentativo di barricarsi in casa. E infatti lui, quando ha capito quello che stava accadendo, ha cercato di divincolarsi, di scappare, ma è stato bloccato ed arrestato.
La donna ed il figlio che era stato regolarmente dichiarato all'anagrafe erano in casa. Lei è molto provata psicologicamente e, raccontano gli agenti, desidera soltanto tornare nel suo paese. "Mi minacciava. "Se ti ribelli - mi diceva - farò male a nostro figlio"" ha raccontato la donna, costretta anche a farsi riprendere durante le scene di sesso, come dimostra il ritrovamento, nel casolare, di alcuni filmati.
(7 ottobre 2008)
Fonte: repubblica.it
sabato 20 settembre 2008
Torino, spara alla moglie e tenta suicidio nel bagagliaio il cadavere della figlia
Ricoverato in condizioni non gravi all'ospedale di Pinerolo è ora piantonato dai carabinieri
TORINO - Una tragedia familiare ha sconvolto stamane Luserna San Giovanni, un piccolo comune in provincia di Torino. Matteo Gliatta, 48 anni, dipendente delle Poste di Abbadia Alpina a Pinerolo, ha sparato alla moglie e poi ha rivolto l'arma contro di sé, tentando di uccidersi. Marito e moglie sono stati ricoverati in ospedale. L'uomo è grave. Il dramma, poco dopo: quando cioè gli inquirenti hanno scoperto il cadavere della figlia della coppia, una bambina di 8 anni, nel bagagliaio della loro automobile. La bimba è stata uccisa con un colpo di pistola alla testa.
Agghiacciante la ricostruzione dei fatti: Gliatta è andato a prendere la figlia a scuola, poco dopo l'inizio delle lezioni e ha convinto la mestra a farla uscire in anticipo. Una volta rimasti soli le ha sparato un colpo alla testa, ha messo il corpo nel bagagliaio dell'auto e poi è tornato e casa.
Sempre con una scusa ha convinto la moglie Lorella Magnano, 46 anni, a seguirlo fino a Luserna Alta, in una strada isolata dove le ha sparato e ha poi tentato di suicidarsi. Ferita a un polmone, la donna è ora ricoverata all'ospedale San Luigi di Orbassano, sempre in provincia di Torino.
L'uomo, che si è sparato alla testa, è invece piantonato all'ospedale di Pinerolo. Da tempo sofferente di crisi depressive è accusato di omicidio aggravato, tentato omicidio e porto d'armi abusivo.
A dare l'allarme è stata una passante che ha visto i corpi dei due coniugi riversi per strada in mezzo al bosco. La vettura in cui è stato trovato il cadavere della bambina, una station wagon nera, è la stessa con cui il padre era andato a prenderla a scuola.
Per il procuratore della Repubblica di Pinerolo, Giuseppe Amato "la dinamica dei fatti è ormai sufficientemente chiara, mentre stiamo ancora cercando di ricostruire i motivi che possono avere portato a questo gesto".
(18 settembre 2008)
Fonte: repubblica
Cassazione, condannato marito violento "Colpevole anche se provocato"
Il giudice: "Le regole della civile convivenza devono essere sempre rispettate"
Cassazione, condannato marito violento
"Colpevole anche se provocato"
ROMA - La violenza ha sempre torto. Anche se a scatenarla è un atteggiamento palesemente provocatorio. Lo ha affermato oggi la Cassazione che ha condannato per maltrattamenti un uomo che aveva alzato le mani contro la moglie, protagonista a sua volta di comportamenti aggressivi nei confronti del marito.
L'uomo, che in prima istanza era stato assolto dal tribunale di Piacenza, è stato però ritenuto colpevole dalla Corte di appello di Bologna che lo ha condannato a versare 25mila euro di risarcimento alla moglie. Contro questo verdetto il marito ha fatto ricorso in Cassazione puntando il dito contro la mancanza di prova dei maltrattamenti. Ma senza successo.
Secondo il giudice, l'atteggiamento aggressivo della propria compagna può portare a un piccolo sconto di pena ma non può evitare la condanna. Nella sentenza si legge infatti che "il reato di maltrattamenti può evidenziarsi anche in un contesto familiare caratterizzato da forti tensioni, ascrivibili ad entrambi i protagonisti della vicenda, tra i quali viene a crearsi un clima di reciproca insofferenza e intollerabilità".
Per la Cassazione, "anche una tale situazione deve essere comunque gestita con equilibrio,nel rispetto delle regole di civile convivenza e della dignità fisica e morale della persona e - conclude - non legittima reazioni che insistono su condotte abitualmente proiettate all'aggressione, alla mortificazione e all'umiliazione della controparte".
(18 settembre 2008)
Fonte:repubblica
mercoledì 10 settembre 2008
Pretende sesso da donna senza biglietto. Denunciato un capotreno di 53 anni
La vittima e' una ragazza nigeriana di 27 anni, regolare in Italia
BOLOGNA - Pensava di farla franca un capotreno che ha preteso una prestazione sessuale da una passeggera scoperta a viaggiare su un treno senza biglietto. Invece il 53enne di origine campana, ma residente a Milano, è stato denunciato dalla Polfer è sospeso dal lavoro in via cautelativa da Trenitalia.
L'AMPLESSO - Il fatto è successo lo scorso 21 agosto. La donna, una ragazza nigeriana di 27 anni regolare in Italia, stava viaggiando sul convoglio 9417, un Eurostar Milano-Lecce, quando nella tarda mattinata - transitando nella zona di Reggio Emilia - è incappata nel controllo del biglietto. Il dipendente di Trenitalia, quando ha capito che la giovane non aveva il tagliando, ha spiegato alla donna che se voleva evitare le conseguenze del mancato pagamento del biglietto poteva appartarsi con lui per una prestazione sessuale. Prestazione effettivamente consumata poco dopo - sempre stando al racconto della donna - in un locale appartato in uno scomparto nella parte posteriore del convoglio.
LA DENUNCIA - Dopo aver subito l'abuso, però, la donna ha subito avvisato il compagno (che viaggiava sullo stesso treno, ma separato da lei) che a sua volta ha chiamato con il telefono cellulare il 113. A quel punto - il treno era già a ridosso della stazione ferroviaria di Bologna - sono intervenuti gli uomini della Polfer del capoluogo emiliano. I poliziotti hanno raccolto i racconti di entrambi. Lui ha negato ogni addebito, lei invece ha fornito particolari precisi della vicenda. Alla fine la polizia ferroviaria ha denunciato l'uomo all'autorità giudiziaria per concussione sessuale. Sulla vicenda erano subito intervenute, il giorno dopo, le Ferrovie dello Stato, con una nota in cui spiegavano che il Gruppo, informato dell'episodio di «presunto tentativo di molestie sessuali» aveva «immediatamente avviato i necessari accertamenti per chiarire la dinamica dei fatti. Qualora fosse accertata la responsabilità del dipendente saranno adottati i provvedimenti disciplinari previsti». L'uomo è stato effettivamente sospeso in via cautelare per 60 giorni. In attesa che si completi l'accertamento dei fatti Trenitalia, alla luce degli elementi acquisiti, ha ritenuto opportuno applicare il provvedimento.
05 settembre 2008
Fonte:corriere.it
lunedì 25 agosto 2008
Coppia olandese, incubo a Roma Fermati due pastori romeni
Hanno aggredito nella notte a colpi di bastone e violentato la donna
Sono stati loro a consigliare ai ciclisti di accamparsi in quel terreno
Riconosciuti dalle vittime: uno dei fermati era stato espulso due anni fa
ROMA - "E' stato un incubo: ci hanno picchiato con delle mazze. Mi hanno legato e costretto a guardare mentre violentavano mia moglie". In una zona isolata a Ponte Galeria, sulla Portuense, alle porte della capitale, una coppia di olandesi in giro per l'Europa sulla bici, si era accampata per trascorrere la notte in tenda. All'una, due balordi li ha aggedditi, picchiati selvaggiamente, derubati di 1.500 euro e violentato a turno la donna di 52 anni. Dopo ore di frenetiche indagini, i carabinieri hanno fermato i responsabili dello stupro: sono due pastori di nazionalità romena. Hanno 20 e 32 anni; il più giovane, in Italia da tre anni, nel 2006 aveva ricevuto un decreto di espulsione mai rispettato. Le vittime li hanno riconosciuti e nelle roulotte dei due romeni i carabinieri hanno trovato ancora gli abiti sporchi di sangue.
Gli olandesi sono ricoverati all'ospedale San Camillo di Roma. L'uomo, 54 anni, esperto in informatica, ha gravi lesioni e fratture multiple. Per lui la prognosi è di trenta giorni. La donna è ancora sotto choc, non riesce a parlare. Sul volto ha varie ferite e la mandibola è fratturata.
L'aggressione è avvenuta in via Portuense, vicino a un casale diroccato, dove i due si erano accampati. Avevano intenzione di raggiungere un camping a Ostia, ma verso le nove di sera, quando oramai era buio ed erano stanchi, hanno deciso di fermarsi. Hanno visto delle roulotte lì vicino, e hanno chiesto informazioni. Sono stati gli stessi romeni che qualche ora più tardi li avrebbero aggrediti, a dir loro che potevano montare la tenda nel terreno vicino al casolare.
Li hanno assaliti intorno all'una di notte. Li hanno colpiti con i bastoni che usavano per il gregge di 200 pecore che governano nelle terre vicine. Nessuno poteva sentire le loro urla. Altri quattro romeni che dormivano nelle roulotte vicine, non hanno sentito o non hanno voluto sentire. Quando gli aguzzini se ne sono andati, le vittime sono riuscite a raggiungere a fatica la strada e fermare un automobilista per chiedere aiuto.
Gli esponenti romani del Pd puntano il dito contro il sindaco e i suoi proclami contro la criminalità. Il vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo, è andato al San Camillo per portare la solidarietà della città alla coppia aggredita. "L'uomo ferito mi ha detto che sa perfettamente che Roma non è questo", ha detto Cutrufo. "Li ho invitati a venire in Campidoglio una volta che si saranno rimessi".
Fonte: repubbliva.it
giovedì 29 maggio 2008
Cupra, ragazza picchiata selvaggiamente
CUPRA MARITTIMA – Folle violenza in piena notte nel centro di Cupra: una giovane di nazionalità marocchina ha prima subito un tentativo di stupro, poi è stata picchiata selvaggiamente.
Autore delle violenze un connazionale della vittima, il 25 enne M.Z.
Verso le tre del mattino i vicini di casa dell'appartamento occupato dalla donna vengono svegliati da una serie di urla e grida. In quel momento sembra che nell'abitazione ci fossero la donna, l'aggressore e il fidanzato della donna, che è intervenuto per difenderla.
Momenti di caos e violenza, e la giovane scende in strada tentando una fuga disperata. Nel frattempo arrivano sul posto i Carabinieri, allertati dai vicini, e poco distante dall'isolato trovano alcuni connazionali della vittima e li conducono in caserma.
Con la testimonianza della ragazza i Carabinieri hanno individuato l'aggressore fra i tre, lo hanno arrestato e portato in carcere a Fermo. Dovrà rispondere di tentata violenza sessuale e lesioni aggravate.
Tutti i protagonisti della vicenda sono risultati clandestini e saranno espulsi dal territorio nazionale.
Fonte: sambenedettoggi.it
lunedì 25 febbraio 2008
FRANCIA/ STUPRO E TORTURE: 10 ANNI AL CALCIATORE NIGERIANO OKPARA
Roma, 23 feb. (Apcom) - Il calciatore nigeriano Godwin Okpara è stato condannato a 10 anni di carcere per stupro, tortura e riduzione in schiavitù della figlia adottiva. Una corte francese ha condannato a 15 anni di prigione anche la moglie Linda. Gli abusi contestati risalgono al periodo in cui l'ex difensore del Paris St. Germain e dello Strasburgo risiedeva a Chatou, a ovest di Parigi.
Stando a quanto riportato dalla Bbc, Okpara, 35 anni, ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con la figlia adottiva in una sola occasione, nel 2005, affermando di essere stato istigato. La ragazza era allora tredicenne. La vittima ha quindi raccontato gli abusi subiti dalla moglie Linda, che aveva scoperto il rapporto tra i due. La ragazza non veniva mandata a scuola ed era costretta a fare i lavori di casa.
venerdì 22 febbraio 2008
La manager Usa che rischia la vita per un caffè in Arabia
Da Starbucks col collega: arrestata
Ci risiamo: iper-conservatori sauditi (sempre più forti) contro riformatori (ogni giorno più deboli). Ma anche Riad contro Gedda. Ovvero: la dura regione del Najd, terra di Islam wahhabita e codici beduini, contro il dolce e (relativamente) liberale Hijàz, da sempre cosmopolita per commerci e pellegrinaggi. In mezzo — come spesso avviene — una donna, che vive barricata in casa da giorni e ora teme perfino per la propria vita. Yara (il cognome è meglio non diffonderlo), 37 anni, partner di una società finanziaria, madre di tre figli, doppia nazionalità americana (nata in Libia da genitori giordani, è cresciuta in Utah) e saudita (come il marito, di Gedda appunto, dove vive la famiglia). Che il 4 febbraio è stata incarcerata a Riad per khulwa, promiscuità: insieme a un collega siriano era stata «sorpresa » in pieno giorno (ma loro certo non si nascondevano) in un moderno e trendy caffè Starbucks della capitale. Seduti a parlare di lavoro nel «settore famiglie », dove ristoranti e caffè relegano le donne e i gruppi misti, legali se composti da consanguinei o coniugati.
Yara, abituata agli Stati Uniti prima e a Gedda poi, non ci ha pensato molto ad entrare con il collega in quel caffè al pian terreno del loro ufficio, dov’era saltata l’elettricità e non poteva usare il laptop. Portava la regolare abaiya (il soprabitone nero) e lo hijab (il velo in testa). Non aveva intenzioni trasgressive. Ma una telefonata anonima alla «Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio», leggi la polizia religiosa o mutawwa (come è chiamata con un certo disprezzo nel Regno), ha dato il via all’ennesimo dramma saudita. Un uomo con barba e tunica corta (segni di «ascetismo»), che non ha voluto identificarsi, ha intimato al siriano di uscire (poi è stato arrestato), a Yara di firmare l’ammissione del suo peccato-reato. Rifiutatasi (la donna non sa leggere l’arabo, tra l’altro), è stata trascinata in un taxi, privata di borsa e cellulare (per impedirle di avvisare il marito), consegnata alla centrale mutawwa (e non alla polizia normale come avrebbe dovuto per legge).
Ha dovuto subire la filippica di uno shaikh («finirai bruciata all’inferno»), firmare la confessione. Con l’impronta digitale, come si addice alle donne secondo i mutawwa. Che non contenti l’hanno spedita al carcere di Malaz: spogliata, perquisita, maltrattata, trattenuta per sei ore e liberata solo per l’intervento del marito Hatim, precipitatosi a Riad per salvarla. «Una storia terribile, uno dei tanti abusi commessi dalla polizia religiosa che è protetta dall’alto e spadroneggia soprattutto a Riad», dice al Corriere Khalid Al Maeena, direttore del quotidiano Arab News di Gedda, l’unico che sta seguendo il caso di Yara giorno per giorno, con relativa libertà di critica anche perché in inglese. I quotidiani arabi ne hanno parlato meno, è vero. Ma questo non ha evitato una denuncia della Commissione contro gli editorialisti Abdullah Al Alami di Al Watan e Abdullah Abou Alsamh di Okaz: il primo per aver definito il caso di Yara un «rapimento»; il secondo per aver messo in dubbio l’interpretazione di khulwa data dai mutawwa.
Dopo le critiche di media, organismi per i diritti umani, Onu e molti intellettuali, la Commissione è infatti passata al contrattacco. Due giorni fa ha smentito la ricostruzione dei fatti pubblicata da Arab News con le parole della protagonista. «È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme è haram, proibito, per donne e uomini non parenti», ha ribadito la polizia «morale», che conta 10 mila effettivi uomini e donne, è guidata da una sorta di ministro e fa capo al Re. E che è stata recentemente implicata in due omicidi, nonché in una serie di casi al di fuori di ogni rispetto dei diritti umani (una povera donna analfabeta, ad esempio, è stata condannata a morte per «stregoneria»). Yara, intanto, ha deciso di tacere. Giura che non rimetterà più piede a Riad. Pensa di tornarsene in America. «Temiamo per le nostre vite, e ulteriori persecuzioni — dice il marito —. Adesso molti sauditi sono furiosi e usano la storia di Yara per dire "basta con questa gente, con i mutawwa". Ma che abbiano ragione o no, noi non vogliamo trovarci nel mezzo».
Cecilia Zecchinelli
21 febbraio 2008(ultima modifica: 22 febbraio 2008)
Fonte: Corriere.it
Uccide la moglie in mezzo alla strada. Arrestato imprenditore campano
I rapporti tra i due deteriorati da tempo. L'uomo è stato arrestato
Uccide la moglie in mezzo alla strada
Arrestato imprenditore campano
Il luogo del delitto
NAPOLI - Uxoricidio in una strada di Gricignano d'Aversa, un comune del Casertano. Angelo Di Ronza, un imprenditore edile di 36 anni, ha ucciso con sei colpi di arma da fuoco la moglie, la trentenne Mariarosa Nugnes. Il fatto è avvenuto poco dopo le 14 in via Enrico Fermi, alla presenza di numerosi testimoni. L'uomo, che era fuggito a bordo di un fuoristrada, è stato rintracciato e fermato dai carabinieri di Aversa circa mezz'ora dopo. Ha confessato il delitto ed è stato accusato di omicidio premeditato.
Secondo i militari Di Ronza ha teso un vero e proprio agguato alla moglie affrontandola e sparandole con la pistola. I rapporti tra i due coniugi si erano da tempo deteriorati al punto che erano prossimi alla separazione pur vivendo ancora assieme. Le testimonianze raccolte indicano marito e moglie come provenienti da un ambiente familiare 'normale'.
Di Ronza, che era tornato a lavorare con la sua impresa nell'agro aversano dopo un periodo passato in provincia di Venezia, non aveva il porto d'armi e solo di recente aveva acquistato l'arma del delitto, una calibro 9 parabellum. Ha sparato alla moglie da distanza ravvicinata, raggiungendola alla schiena, agli avambracci e alle gambe.
(21 febbraio 2008)
Fonte:repubblica.it
lunedì 18 febbraio 2008
Violenza sessuale di gruppo su una ragazza di 15 anni
e "amici" della vittima. Tra loro c'era anche il fidanzatino
RIMINI - Una ragazza di 15 anni è stata violentata da una decina di giovani che considerava suoi amici, tutti minorenni e di "buona famiglia". Tra gli stupratori anche il fidanzatino della vittima. La violenza ha avuto luogo a Rimini e la notizia è stata data da un giornale locale.
Il Corriere Romagna parla di un gruppo scatenato che ha costretto la ragazza ad atti sessuali contro la sua volontà, nonostante il suo pianto disperato. La vittima ha tenuto a lungo nascosto l'orrore ma poi è riuscita a confidarsi con i genitori che hanno sporto denuncia.
Sui fatti, che risalgono alla scorsa estate, è in corso un'indagine della Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Bologna, competente per territorio. Grazie alle indagini svolte dalla Questura di Rimini, sarebbero già sette i ragazzi identificati: alcuni si vantavano in giro delle loro "gesta".
(18 febbraio 2008)
Fonte: repubblica.it
lunedì 11 febbraio 2008
Milano, affoga la convivente nel Naviglio
Dopo un litigio macedone uccide donna italiana. Picchiato dai passanti La tragedia dopo l'ennesimo litigio
MILANO — Gli urlavano «fermati bastardo, adesso te la facciamo pagare». Lui s'è fermato, si è trascinato sulla sponda per scappare. Lì s'è dovuto fermare: i passanti-testimoni l'hanno afferrato, picchiato, preso a calci. L'ha salvato una pattuglia dei carabinieri, che lo ha portato via. Nessuno ha potuto salvare la compagna: morta. Troppa acqua aveva inghiottito. Troppo tempo era rimasta nel canale, la sua testa tenuta sotto dalle mani dello stesso convivente, che l'ha affogata in via Chiesa Rossa, periferia Sud, nel Naviglio Pavese. Macedone lui, di 44 anni. Italiana lei, di 41. Una casa nel vicino quartiere Stadera, case popolari, quotidianità malata di liti e occupazioni abusive, antenne paraboliche e prostitute minorenni, baby-gang e citofoni fatti saltare in aria. L'ennesimo litigio della coppia è finito in omicidio. Per colpa forse di un rapporto ormai logoro, forse di storie e derive passionali, o forse perché uno dei due, magari lei, semplicemente aveva detto basta, finiamola qui. L'uomo è stato trasportato via che sputava acqua e bestemmie, scuoteva la testa, urlava come un matto.
Perché l'ha fatto? Fino a tarda notte, ascoltato dai carabinieri, non ha saputo o voluto dire. Ancora da chiarire l'esatta dinamica. O meglio: è certo l'epilogo, il decesso è da attribuire all'infinità di secondi passati sott'acqua. Da capire come i due siano finiti nel Naviglio. L'ha aggredita per strada e l'ha gettata per poi affogarla? Oppure lei scappava e lui l'ha inseguita nel canale? E, ancora: in quel punto di via Chiesa Rossa, un punto di pochissime case e lunghi campi punteggiati di baracche d'immigrati, ci sono arrivati a piedi — l'abitazione dista una manciata di chilometri — o in automobile? E se l'uomo — addosso ha una lunga lista di precedenti, per reati contro il patrimonio — pensava di agire indisturbato? Era cioè convinto che nessuno l'avrebbe visto e dopo l'assassinio sarebbe potuto tornare a casa, chiamare le forze dell'ordine, raccontare in lacrime che della compagna non c'era più traccia? A Milano, ieri mattina, l'autista di un bus ha evitato una violenza sessuale ai danni di una passeggera, e la Lega ha subito annunciato: «Adesso ronde a bordo». In serata, uno dei testimoni di via Chiesa Rossa è uscito dalla caserma dei carabinieri. Cos'ha visto? «Ho visto lui che le spingeva giù la testa...». Cos'ha fatto? «Io? Dio mio, volevo tuffarmi, volevo andare a salvare quella poveretta. Ma ero bloccato. Ero terribilmente bloccato. Avevo paura di quel pazzo, paura che mi uccidesse».
Andrea Galli
10 febbraio 2008
fonte: corriere.it