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mercoledì 17 luglio 2013

Ciò che dovrebbe essere condannato sono gli atti e non le parole che servono a denunciarli

Femminicidio.

Dall'Accademia della Crusca
Quesito: 


C’è necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Che senso ha sottolineare il sesso di una vittima? Non è offensivo per le donne parlare di loro usando la parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? Perché non usare donnicidio, muliericidio, ginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio? Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione arbitraria di parole in -cidio?

Femminicidio: i perché di una parola
Recentemente si parla molto di femminicidio (o anche femicidio e femmicidio e del valore delle varianti vedremo dopo) intendendo non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Abbiamo riportato la definizione di femminicidio in Devoto-Oli 2009, ma il termine è attestato anche in ZINGARELLI a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online, mentre GRADIT 2007 ha femicidio registrato anche nei Neologismi Treccani 2012 come “femmicidio o femicidio”.

Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto.
In effetti ciò che viene oggi indicato da questa parola è anche storia antica, anche per il nostro paese, come nota Silvia Leonzi in A casa con il nemico pubblicato nel numero di Marzo 2013 della rivista “Il Carabiniere”:

di omicidi femminili commessi da uomini la nostra storia è tristemente piena [...] e allora, perché solo adesso si sente l'esigenza di trovare un nome specifico per questa realtà? Che cos'hanno di diverso queste morti?
Cos'è cambiato nella nostra percezione
di un fenomeno tanto oscuro quanto atavico?

Una risposta possibile a questa domanda è in quanto Michela Murgia scriveva nel suo blog il 2 settembre 2012 a proposito di una notizia pubblicata quel giorno su Repubblica.it in questa forma:
Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia “L'uomo [...] ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli…”.

«Nel giornale che vorrei – scrive la Murgia – la notizia sarebbe stata data così: Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli e poi “Arrestato l'autore del violento femminicidio: era il marito”».
Non si tratta solo di una parola in più, allora, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi.
Quanta strada, almeno nel nostro paese, sia stata percorsa dalle istituzioni è efficacemente sintetizzato nel testo citato di Silvia Leonzi di cui si ricorda solo un passo a beneficio dei più giovani:


Ed è proprio per la salvaguardia dell'onore che fino al 1981, nel nostro ordinamento, […] per un uomo [che uccide] la moglie, se colto da un impeto d'ira determinato dall'offesa recata [sono previste] pene minori rispetto a un analogo delitto di diverso movente, dal momento che l'oltraggio arrecato all'onore è ben più grave rispetto al delitto riparatore. Infatti, l'articolo 587 del Codice penale, abrogato con la Legge n. 442 del 5 agosto 1981, contempla una pena ridotta per chi uccida la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere "l'onor suo o della famiglia". 

Credo che questo basti a dare conto delle proporzioni e delle conseguenze del rovesciamento del punto di vista auspicato dalla Murgia: non si tratta solo di parole di moda evidentemente.
Alcuni vedono nell’introduzione di femminicidio esclusivamente la sottolineatura (forzata) dell’appartenenza della vittima al sesso femminile, come per esempio si argomenta in un messaggio “postato” sulla pagina Facebook di La lingua batte, rubrica settimanale di Radio3 che si è recentemente occupata di femminicidio:

La parola omicidio deve essere eliminata dal vocabolario giuridico, ma non sostituita dalla parola femminicidio, o da qualsiasi altra parola che indichi una violenza mortale di genere. Siamo tutti esseri umani; perché, quindi, non usiamo umanicidio?

A questa domanda possiamo rispondere che se ci riferiamo a una situazione “neutra”, una donna uccisa nel corso di una rapina in banca, si può parlare di omicidio (o magari chissà in futuro di umanicidio) ma di fronte a una notizia come questa

India, violentata e uccisa a sei anni: Nuovo, agghiacciate caso di stupro nell'Uttar Pradesh: la piccola è stata strangolata e gettata in una discarica (La Repubblica.it 19.04.2013)

lunedì 15 luglio 2013

L’antisessismo sessista

Sulla sentenza per lo stupro di Montalto di Castro, sulla lotta delle donne, sul bambino di Rosy che sarà dato in adozione….ovvero sull’antisessismo sessista.
E’ stata emessa la sentenza per gli otto ragazzi, all’epoca dei fatti minorenni, rei confessi, che sei anni fa hanno stuprato in gruppo una ragazza di quattordici anni in una pineta di Montalto di Castro a margine di una festa di compleanno.
Il tribunale dei minori di Roma, presieduto da Debora Tripiccioni, che lo scorso gennaio aveva sospeso il processo giunto al termine della fase dibattimentale e nella quale il PM aveva chiesto quattro anni per ciascuno dei ragazzi, ha decretato che gli stupratori saranno sottoposti al regime della messa in prova per 24 mesi. Svolgeranno cioè lavori socialmente utili due volte alla settimana e potranno continuare a studiare e a lavorare e a condurre normalmente la loro vita.
Alla fine di questo periodo e in base al giudizio che sul loro comportamento sarà dato dagli assistenti sociali e dal giudice delegato a seguire i loro progressi, potranno anche ottenere la dichiarazione di estinzione del reato loro contestato. Quello di violenza sessuale di gruppo per aver stuprato a turno una loro coetanea.
Questo è quanto riportato in maniera scarna dai media ed è la fine di una storia di grande violenza e non solo per quello che hanno fatto alla ragazza i suoi coetanei, ma per quello che le ha fatto il paese in cui abitava, Montalto di Castro, attraverso l’atteggiamento ipocrita e sessista, minimizzando il tutto come “bravata”, dicendo che lei se l’è cercata perché indossava la minigonna e attraverso il sindaco PD, zio di uno degli otto, che si è dichiarato pronto a stanziare dei soldi per il reinserimento dei ragazzi e neanche un euro per lei.
E’ stata costretta ad andare via dal paese, a vivere in un’altra città, a prendere coscienza a soli quattordici anni dell’orrore di questa società, di cui la sentenza dell’11 luglio scorso non è che l’atto esemplare.
La così detta “giustizia” di questa società non ci appartiene, né i suoi tribunali, né le sue carceri e non ci appartiene chiedere condanne esemplari per nessuno, ma le sentenze che i tribunali esprimono sono una cartina di tornasole della gerarchia dei valori di questo sistema patriarcale e capitalista, della sua struttura portante e dei suoi metri di giudizio:
-quindici anni di reclusione per “devastazione e saccheggio” a chi ha manifestato al G8 di Genova nel 2001 e sei anni per chi ha manifestato  il 15 ottobre 2011 a Roma……
-tre anni e sei mesi per i poliziotti, tra cui anche una donna, che hanno ucciso Federico
Aldrovandi e nessuna condanna per chi ha ucciso Stefano Cucchi, Carlo Giuliani, Giuseppe Uva….
-mesi di galera per chi ruba al supermercato, venti anni per chi rapina una banca…..
La gerarchia di valori che esprime questo elenco significa che al primo posto della pericolosità sociale sta chi manifesta dissenso politico  o semplicemente alterità nei confronti di questa società perché basta solo la partecipazione ad una manifestazione per subire pesanti condanne.
Sullo stesso piano c’è la tutela della proprietà privata. Anche un paio di magliette rubate all’Oviesse sono costate ad una ragazza la traduzione in cella di sicurezza nella caserma del Quadraro qui a Roma e lo stupro di gruppo da parte di tre carabinieri e un vigile urbano ( a proposito, che fine hanno fatto costoro? C’è uno straccio di processo o non è dato sapere?).
Non parliamo, poi, se qualcuno/a osa  rubare dei cibi , qualche salame o qualche formaggio dagli scaffali di un supermercato. Le patrie galere sono piene di gente detenuta per reati così.
Le istituzioni in divisa hanno una totale impunità, tanto che questo è chiaramente un benefit per il loro “lavoro”, come qualcuna/o si ostina ancora a chiamarlo, come per un impiegato sono i buoni pasto.
La società neoliberista ha annullato il valore della vita umana, perché anche la vita degli individui è considerata una merce, ha senso solo se può essere in qualche modo e fino a quando fornisce possibilità di profitto.
Quindi, giù, giù, nella scala dei valori troviamo l‘uso di un corpo, il suo abuso , la sua eliminazione.
Perché questo nullo  e/o bassissimo valore dell’essere umano che impregna l’impostazione socio-economica della società  dovrebbe trovare una risposta  diversa quando si tratta di una donna o della violenza che subisce?
Il neoliberismo è la configurazione attuale del capitalismo e del patriarcato e, come ogni configurazione ha i suoi modi particolari di esprimersi.
Uno di questi è la strumentalizzazione della violenza sulle donne, sulle diversità e dei diritti umani.
Per cui, da una parte sbandiera attenzione e riprovazione nei confronti di questi aspetti e approva  convenzioni, come quella di Istanbul, propone Task Force, spende parole e convegni, crea associazioni, ma fondamentalmente, dall’altra, lo scopo è creare controllo sociale, leggi securitarie, inasprimento delle pene e strumenti di asservimento.
Così può militarizzare il territorio qui da noi  e portare le guerre neocoloniali nel terzo mondo.
Mai vista una società tanto ipocrita e mistificante dove regna l’antirazzismo razzista, l’antisessismo sessista, la carità pelosa e il devastante “politicamente corretto”.
Il bambino di Rosy, la ragazza uccisa pochi giorni fa dal compagno a casa dei genitori dove si era rifugiata, sarà dato in adozione perché i nonni sono stati giudicati troppo poveri per mantenerlo. Anche la povertà è una condanna. Se non sei capace di mantenere tuo nipote, vuol dire che sei un inetto/a e ti sarà portato via. L’idea di dare del denaro direttamente ai nonni  perché possano mantenere il bambino viene da questa società considerata “immorale”: non si danno dei soldi a chi non è in grado di guadagnarseli.
Una società che sbandiera tanta attenzione ai minori da multare, denunciare, privare della potestà chi viene sorpreso ad elemosinare con i figli/e per strada e tanto violenta da recidere affetti e legami familiari con una freddezza nazista.
Che cosa significa tutto questo per noi che vogliamo lottare contro la violenza maschile sulle donne?
Significa non farsi irretire dalle manifestazioni di attenzione del potere, non farsi strumentalizzare, ribadire una distanza incolmabile.
La nostra liberazione passa attraverso l’autodifesa, l’autorganizzazione, il rifiuto della delega, la presa in carico della lotta, la creazione di luoghi di donne e di reti di donne in autonomia consapevoli  della necessità dell’uscita da questa società.
Le coordinamenta

mercoledì 20 marzo 2013

L'onestà dei nochoice: l'aborto incrementa la tratta delle donne?

Come molti sapranno in Cina, ma non solo, si registra un altissimo tasso di aborti selettivi. Ossia c'è la pratica diffusa di selezionare all'inizio della gravidanza quale feto dovrà nascere in base al sesso: si abortiscono i feti di sesso femminile, favorendo la nascita di quelli di sesso maschile. La ragione è stretamente culturale. Questo, oltre a essere un grave problema di discriminazione e di violenza contro le donne (le donne, i feti vengono dopo), è diventato col tempo un problema di ordine sociale, dato che la popolazione cinese manca di persone di sesso femminile.
Questo articolo di un sito antiabortista, riporta l'opinione dell'ONU la quale sostiene che questa mancanza tenderà, sempre di più, a essere colmata con lo spostamento forzato di donne dai paesi vicini, ossia con quella che viene chiamata: la tratta di persone a scopo matrimoniale (per ora pochi casi attestati con certezza).

Ci troviamo di fronte a due delle più gravi questioni internazionali in materia di diritti umani. Da una parte si impedisce alle donne di mettere al mondo figlie femmine, dall'altra si prelevano/preleveranno donne da altri luoghi, per dare delle mogli a quei giovani uomini che non avrebbero altrimenti possibilità di generare figli.

Un contesto culturale patriarcale violento, misogino e machista.

E pure non possiamo distrarci per ragionare sulla questione in sé, perché i discorsi vengono continuamente confusi e inquinati dalla retorica antiabortista, che utilizza qualsiasi informazione per manipolare l'opinione pubblica e mescolare le carte in tavola. Infatti l'articolo titola:  La destrucción demográfica del aborto en China incrementa la trata de mujeres, tradotto all'italiano: "La rovina demografica dell'aborto in Cina incrementa la tratta delle donne".
La frase è piena di ambiguità. Si cerca di far credere alle persone che l'aborto sia la causa della tratta di persone, laddove il tema della tratta di persone tocca un'altra questione estremamente complessa, suscettibile di numerosi fraintendimenti, cioé quella che lega la migrazione femminile a scopo lavorativo, alla tratta a scopo di sfruttamento, sia sessuale che no.
Una confusione voluta e frequente nei discorsi dei no-choice, quella tra aborto forzato e libertà di scelta. Che, in questa forma, permette anche di vedere come il tema della tratta di esseri umani viene strumentalizzato a piacimento. Ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con la libertà di scelta riguardo l'interruzione di gravidanza, dato che parliamo di aborti forzati, e nemmeno con la libertà di scelta riguardo ai progetti migratori femminili (per qualsiasi scopo), dato che parliamo di traffico di esseri umani.

Possiamo quindi concludere che no, non è l'aborto a incrementare la tratta delle donne, è la cultura patriarcale, quella stessa che genera la manipolazione delle informazioni per cancellare ogni possibilità di scelta, che genera violenza contro le donne.


martedì 18 dicembre 2012

Azione antisessista in difesa delle donne

Questo è un post satirico in risposta a chi considera le donne incapaci di scegliere qualsiasi cosa, sia pure di fare le ballerine in una vetrina. Inconsapevoli, minori, immature da guidare e tutelare.



Quello a cui assistiamo oggi non è il “colpo di coda del patriarcato”, la violenza con la quale le donne si devo confrontare ogni giorno ha superato ogni limite.
Il patriarcato è vivo e vegeto e ci stupra ogni giorno.
I nostri corpi strumentalizzati devono essere liberati: basta con lo sfruttamento del corpo delle donne! Basta con la schiavitù del pensiero dominante. Dobbiamo agire e dobbiamo farlo con forza!
Le donne che assecondano questi meccanismi devono essere consapevolizzate, nessuna deve più essere schiava radiosa del sistema di potere patriarcale che ci indottrina fin dall’infazia con ogni mezzo!
Dobbiamo smantellare ogni struttura che perpetui la cultura di sottomissione della donna.
E’ per questo motivo che ci stiamo organizzando, a Napoli, per andare a liberare tutte quelle donne, provenienti  soprattutto dai paesi stranieri, dai paesi del terzo mondo, che attraverso la manipolazione e l’indottrinamento assecondano il sistema patriarcale prendendo i voti!
Noi crediamo che non sia possibile, in questo sistema, scegliere veramente qualcosa, siamo certi e certe che il livello di consapevolezza di una giovane cresciuta in seno a una Missione non possa assolutamente essere tale da poter definire una “libera scelta” la sua volontà di prendere i voti!
Diciamo no alla monacazione forzata, perché ogni monacazione è forzata!
Andremo in ogni convento, andremo in ogni parrocchia e consapevolizzeremo tutte le monache e tutte le suore, ogni novizia verrà liberata. Ci occuperemo soprattutto delle filippine, delle cinesi e delle indiane, sottoposte alla violenza colonialista delle missioni cristiane nei loro paesi di origine, inconsapevoli agenti del patriarcato che ci vuole o sante o puttane!
No alle sante! No al noviziato! No alle suore forzate!
Tutte le pezze verranno strappate dalle loro teste, tutte le vittime verranno salvate!
Mai più immagini così umilianti e violente!


ph blausternschlonge
Mai più giochi che condizionano le nostre coscienze e ci indottrinano rendendoci schiave fin da bambine!
ph catholichomeandgarden.com

Da fas

sabato 17 novembre 2012

Violenza di genere: la violenza degli uomini


“Trans Manicure” from the series Perceptual Beauty (photo and video works) © Michelle Marie Murphy 2011
Alcuni miei pensieri riguardanti la violenza degli uomini sulle donne, sono sparsi in diverse e-mail giunte in lista, li ho scritti in tempi diversi. Sono frammenti di una riflessione sempre in corso, che non pretende di essere né definitiva né risolutoria. Ovviamente per me esistono dei punti fermi, come esistono per altre persone, ma ho imparato che il punto fermo, centrale in un contesto, può collocarsi al margine dell’area attorno a un altro punto fermo, fino a creare un disegno molto grande e complesso. Mi sorprende non poco chi guarda a questi disegni parlando di semplificazioni, lo trovo errato. Dunque.
In una mail di luglio 2012, per spiegare in che modo la violenza sulle donne (la violenza di genere – che non è solo lo stupro o il femminicidio) riguarda tutti gli uomini, scrivevo:
Sono antirazzista, ma sono bianca e sono occidentale, pur non essendo direttamente razzista io non posso negare che, quando gli altri mi vedono accanto a una donna nera, “brillo” e lei no. E’ questo credo il discorso. Brillo perché ho una serie di risonanze falsamente “positive” agli occhi di una cultura razzista, mentre lei che è nera, invece, ha risonanze negative. Ora, anche se io non la discrimino, non posso non tenere conto del fatto che lei, rispetto a me, viene percepita, a prima vista, come una “zulù”, pure se è una docente universitaria di fisica, parla otto lingue e ha formulato una teoria che cambierà la scienza, mentre io tutte queste cose non le sono e non le faccio, però “brillo”. E non posso evitare di assumermi la responsabilità culturale (che determina anche la realtà sociale) di questa discriminazione razziale, per cui né io né lei veniamo percepite correttamente. Anche se io direttamente non la chiamo “negra”, quando qualcuno uguale a me (bianco occidentale) lo fa, riguarda anche me. Suppongo che questo sia il discorso anche per gli uomini e il maschilismo, quindi se qualcuno dice: gli italiani sono razzisti e devono fare i conti con questa realtà, certamente generalizza e comprende anche me che razzista cerco di non esserlo, ma condividendo la cultura italiana, mio malgrado perché in una cultura ci nasci per caso, anche io faccio parte di quella cultura e devo considerare quel razzismo. Poi i discorsi si articolano, ma non la sento una cosa tanto sbagliata o offensiva. Anche perché se io mi metto assieme a una persona di origini africane, indipendentemente da ciò che fa o è, verrò percepita come una persona “sporca”, che se la fa con le “bestie”.
Questo frammento a mio parere è ancora valido. Il parallelismo tra razzismo e maschilismo è molto chiaro. Io, bianca occidentale, sono immagine del razzismo, anche quando non agisco in modo razzista, e partecipo quindi alla cultura razzista. Allo stesso modo ogni uomo è immagine del maschilismo, anche quando non è maschilista, e partecipa alla cultura maschilista.
La violenza sulle donne (considero donne tutti i soggetti che in questa identità si riconoscono o vengono incasellate in questa identità) o la violenza di genere è un fatto culturale, legato ad una cultura patriarcale espressa dagli uomini  per lunghissimo tempo e ancora attivissima.
Questa è la riflessione ‘base’.
Domanda. Bisogna ribadire questa cosa, ogni volta che si tenta di parlare delle violenze agite dagli altri generi?
C’è chi ritiene necessario farlo, sembra che ci sia bisogno di un linguaggio esplicito, molto didascalico, per poter parlare di violenza attraverso un blog che raccoglie centinaia di post in cui la questione viene analizzata fino all’osso. In ragione del fatto che il patriarcato e il maschilismo si servono di ogni strumento per negare la violenza sulle donne. Può darsi che serva, forse c’è lungimiranza in questa posizione. Ma non dipende anche dal contesto? Non è necessario valutare, complessivamente, il luogo in cui una riflessione si trova, per capire che non si ‘ridimensiona’, ‘rivaluta’, ‘revisiona’ la violenza degli uomini sulle donne, trattando delle altre violenze che da quel sistema derivano? Se da quel sistema derivano?
Quando parlo di queste cose, non ho nessun timore di essere considerata ‘misandrica’, termine che mi fa addirittura sorridere, e che per me è paragonabile a ‘nazifemministe’, due minchionate. Diversamente le accuse di revisionismo e di maternalismo – o di non avere un’impostazione etica (come se esistesse un’unica etica) – mi offendono, offendono cioè la mia intelligenza. Ma fino a un certo punto, poi mando a quel paese chi mi offende ripetutamente e via, ma resta che il discorso è bloccato.
Non ho mai pensato che la violenza agita dagli uomini potesse essere scomparsa o messa in discussione, la disparità di potere economico, politico, sociale, culturale, degli uomini rispetto alle donne è ancora talmente grave che non ci si può confondere – ad esempio io guardo con grandissimo sospetto a tutti gli uomini che mi voglio salvare da me stessa -, nemmeno quando si tratta di parlare di un uomo che è stato preso a padellate dalla compagna, e merita di essere ascoltato, ho timori. Peraltro, è vero che le donne agiscono da ‘guardiane’ con le altre donne, ma non solo, ci sono donne che coscientemente, volontariamente, usano gli stessi strumenti degli uomini patriarcali, presi direttamente dall’arsenale del patriarcato, per dominare donne e uomini. Sono donne-uomo?
E’ connaturato al mio modo d’essere femminista (modo d’essere in costante centramento ovviamente) non essere contro i maschi, non ho bisogno di ribadirlo. Cioè tutto ciò che non ritorna sulla definizione di violenza degli uomini, non è in contrapposizione con essa. Non è un piacere o una cortesia che faccio al fallo guardare male l’espressione violenza maschile, la rifiuto come rifiuto la definizione di ‘mestieri femminili’, ‘attitudine femminile’ intesi come connaturati al mio sesso biologico. E’ una questione fondamentale, che fonda il mio pensiero, non attribuire alla biologia un ruolo determinante nelle dinamiche di genere. Perché quella impostazione, il maschio è cattivo per natura e la femmina buona (vittima) per natura, non solo mi ristabilisce un paradigma patriarcale, mi fa perdere ampie fette di riflessione che, invece, mi possono aiutare a capire come si sviluppa la violenza di genere e come posso contrastarla.
Il discorso sull’uomo, come soggetto culturale, è quindi diverso dal discorso sul maschio, deve essere chiaro. Perché serve a me, alla mia possibilità di capire, prima che al maschio. E non è vero che tra maschio e uomo non c’è confusione, la confusione, la deriva di questa confusione (o la finalità, dovuta ai fascismi che si trovano nella lotta alla violenza sulle donne e sui bambini) sono, per esempio, i metodi di castrazione per i pedofili sbandierati come soluzione a quel tipo di violenza – sia chiaro non sto mettendo sullo stesso piano la pedofilia femminile, che ha una casistica inferiore – perché, se il problema è nel maschio, nei suoi attributi, allora come me la spieghi la pedofilia nella femmina? Cosa castri alle donne, la clitoride?
La definizione di violenza di genere, quella dell’ONU (La violenza di genere è “uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata agli uomini”), non parla appunto di maschi ma di uomini.
L’intervento di E. in lista è molto importante perché amplia il discorso e, in questo ampliamento, aggiungendo complessità, ci permette di guardare meglio una dinamica che, sebbene sia stata espressa per lungo tempo nella coppia eterosessuale, uomo-donna, perché era l’unica coppia possibile, evidentemente non è una sua esclusiva, ma appartiene a un sistema appunto, che si ricrea in continuazione e al quale si può partecipare a prescindere dal sesso biologico.
La violenza all’interno delle coppie lesbiche non sembra essere diversa, ci dice E., da quella nelle coppie etero. In una coppia lesbica il pene fisicamente non c’è.
Tra le altre cose, anche io penso che un concetto di coppia in cui l’esclusività sia colonna portante, dove cioè il possesso dell’altr* è fondamentale, rappresenti il luogo in cui questa dinamica maggiormente si espliciti. In base a ciò considero la cultura patriarcale, che avvantaggia sicuramente gli uomini (ma nel contempo toglie loro libertà), non esclusiva del maschio. Senza temere che questo mi metta in discussione la violenza degli uomini sulle donne.
Dato che oggi ci troviamo a confrontarci con altre forme di relazione e una pluralità di generi espressi a partire comunque da due soli sessi biologici, parlare di violenza maschile, fotografa sicuramente la realtà mediatica, funzionale ai discorsi autoritari, ma non la realtà tutta.
Chiunque assuma la posizione dell’uomo, nel sistema di dominio patriarcale, non agisce forse la stessa la violenza che, comunemente ed erroneamente, viene detta ‘maschile’, e colpisce chiunque assuma la posizione della donna (cioè di non-uomo)?
Questo non assolve nessuno, aggrava la posizione di tutt*.
Spero di avervi rassicurat* abbastanza.

Da fas

domenica 1 aprile 2012

La pillola dei cinque giorni dopo è un contraccettivo di emergenza

Domani arriverà nelle farmacie la pillola dei cinque giorni dopo cioè il farmaco EllaOne, un contraccettivo d'emergenza, per usufruire del quale in Italia ci sarà bisogno della ricetta medica e di un test di gravidanza.
Le problematiche dei costi, costo del test più costo del farmaco, che rendono inaccessibile questo contraccettivo a gran parte delle donne, italiane e immigrate, appartenenti a una fascia di reddito compresa tra lo zero e il medio basso, si aggravano dovendo avere a che fare i conti con i falsi positivi, che richiedono un secondo test di gravidanza. Da tutto ciò quindi sono escluse le ragazze più giovani, le ragazze e le donne con scarsa o nulla alfabetizzazione, le immigrate. Per di più ci potremmo trovare di fronte un farmacista che, infrangendo la legge, fa obiezione senza coscienza per la donna che ha di fronte, e dovremmo girare per farmacie alla ricerca di qualcuno che invece di odiarle le donne, le considera persone capaci di intendere e di volere, detentrici del diritto di scelta, soprattutto di scegliere una maternità in modo responsabile e di gestire la propria sessualità come meglio credono. Tutto in cinque giorni. Chi parlava delle capacità multitasking della donne non credo pensasse a questo.

Qui sotto un articolo da vita di donna:
Dal 2 aprile nelle farmacie sarà possibile acquistare la nuova contraccezione d'emergenza, cioè la pillola dei cinque giorni dopo.

Questo nuovo farmaco, ulipristal acetato, commercializzato con il nome di EllaOne, è in grado di inibire l'ovulazione fino a cinque giorni dopo il rapporto a rischio.

E' molto più efficace del levonorgestrel, e mantiene la sua efficacia più a lungo e costa 34,98 euro.
E' stato testato, non è un farmaco che possa provocare l'aborto, ma non conoscendo perfettamente il profilo di sicurezza dal punto di vista dei possibili danni a una gravidanza già in corso, l'AIFA ha dato l'obbligo ai medici di prendere visione di un test di gravidanza prima di prescriverlo, unico caso in Europa.
Quest'obbligo è francamente un po' ridicolo. I medici prescrivono tutti i giorni farmaci teratogeni, fra cui vi sono degli antipertensivi, una nota molecola contro l'acne, alcuni antibiotici, e qualche altro, non tanti, in verità.
In nessuno di questi casi però è previsto un test di gravidanza, ma è cura del medico accertarsi, secondo il suo giudizio, in scienza e coscienza, dello stato o no di gravidanza della paziente.
Questo desiderio di prescrivere ai medici cosa devono dire, cosa devono fare, fino alla prescrizione per legge di che esami devono richiedere, è legato non certo a una preoccupazione per i pazienti, che ben altri sarebbero i provvedimenti necessari in questo paese, se si volesse fare l'interesse dei pazienti in una sanità ormai abbandonata alle restrizioni nel pubblico e al cedimento al far west dei privati e della corruzione, dalla Lombardia alla Calabria.
Questo desiderio è invece legato alla volontà di trasformare i medici da una categoria di professionisti, capaci di decidere, scegliere e pensare, a una schiera di ubbidienti esecutori di proclami che vengono emanati altrove, in luoghi in cui si desidera controllare il corpo delle persone e le loro decisioni.
La contraccezione, l'interruzione della gravidanza, la fecondazione assistita, le volontà di fine vita, sono tutti argomenti su cui negli ultimi anni la Chiesa ha tentato non solo di predicare per i propri fedeli, ma di imporre alle Leggi dello Stato, e quindi a tutti i cittadini, il proprio convincimento.
La accompagna la convinzione che tutti quelli che la pensano diversamente siano, poveretti, in errore, e debbano essere difesi, eventualmente con la costrizione, dal peccato che li insidia.
I medici, molta parte di essi, rivendicano la loro appartenenza alla comunità internazionale degli scienziati, e protestano contro leggi che nel resto del mondo non esistono, e con le quali la comunità internazionale non concorda.
Lisa Canitano
1 aprile 2012

giovedì 2 febbraio 2012

La penalista: 'La sentenza sullo stupro è un passo indietro''

Sulla sentenza della Cassassione che non ritiene necessario il carcere cautelativo per gli stupratori di gruppo.

Parla l'avvocato del Telefono rosa Eugenia Scognamiglio a Repubblica: "La Corte di Cassazione ha interpretato in modo restrittivo una norma della Corte Costituzionale. Speriamo non passi il messaggio che chi compie questo genere di violenza vada incontro all'impunità''.


Di altro segno qui.

mercoledì 28 dicembre 2011

Aborto, in ospedale non si può

di Natascia Gargano, FpS Media
Fonte: L'Espresso
«Ormai i medici che scelgono l'obiezione sono il 90 per cento», denuncia la Lega dei ginecologi. Spesso per motivi che con la coscienza non c'entrano niente. Il risultato? «Liste d'attesa infinite, donne che vanno all'estero, altre che si rivolgono di nuovo alle mammane»
(27 dicembre 2011)

Che cosa succederebbe se tutti dicessero "no"? Mettiamo che l'intera categoria dei ginecologi facesse obiezione di coscienza: sarebbe ancora possibile per le donne interrompere la gravidanza in Italia? Non siamo così lontani da questo scenario. Nel nostro Paese, secondo il ministero della Salute, sono obiettori all'aborto sette medici su dieci: dato già abbastanza curioso in un Paese dove solo il 36,8 dei cittadini si dichiara "cattolico praticante" (Eurispes 2006).

«Ma in realtà i numeri veri sono ancora più alti, e di molto: quei dati infatti considerano anche le cliniche convenzionate che ora non sono più autorizzate a eseguire le interruzioni di gravidanza», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, l'associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, la legge a tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza.

«Gli obiettori potrebbe essere verosimilmente il 90 per cento del totale». ?Pochi, pochissimi medici in ogni caso. E se per le interruzioni di gravidanza entro il terzo mese gli ospedali possono ricorrere a personale esterno chiamato a "gettone", per le altre servono medici "strutturati", ossia in organico. Sono proprio questi gli interventi che rischiano di diventare sempre più difficili. «Persino nelle grandi città ci sono strutture che hanno solo uno o due ginecologi non obiettori», continua Agatone. A Roma, ad esempio, nei 7 ospedali che eseguono aborti terapeutici, gli "abortisti" sono in media 2. Al Secondo Policlinico di Napoli, appena 3 su 60. «Cosa accadrà quando questi andranno in pensione?». ?

Quello che succederà è tutto da vedere. Fatto sta che già adesso ci sono interi ospedali del Sud privi di reparti di interruzione di gravidanza, perché la totalità di ginecologi, anestesisti e paramedici ha scelto l'obiezione di coscienza. In alcune zone della penisola la percentuale di obiettori tocca l'80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. In Basilicata si raggiunge addirittura l'85,2 per cento. Una corsa all'obiezione che solo negli ultimi anni sembra essersi stabilizzata dopo un'impennata a dir poco vertiginosa: si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009; per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento.

«C'è una parte consistente di medici che obietta per motivi che con la coscienza non hanno nulla a che fare», denuncia da tempo Carlo Flamigni, ginecologo e membro del Comitato nazionale di Bioetica. Non è facile trovarsi da soli a dire "sì" in un reparto di obiettori, malvisti quando non vessati dai colleghi. La parte del Don Chisciotte non si addice a tutti, soprattutto quando i mulini a vento sono il tuo primario o il direttore dell'ospedale. E poi, semplicemente, non si fa carriera, tutto il giorno in trincea a fare aborti. Specie se i vertici dell'ospedale sono di nomina politica e di area cattolica (o addirittura ciellina). E così qualcuno, per non finire al confino, sceglie il "no". Gli altri 1.655, intanto, solo nel 2009 si sono sobbarcati 118.579 interrurzioni di gravidanza ?A farne le spese ovviamente sono le donne, che si ritrovano meno medici a disposizione, liste di attesa più lunghe e interventi non di rado fissati allo scadere del 90° giorno.

Che non fili tutto liscio, lo accenna lo stesso ministero nella sua ultima relazione al Parlamento: «Percentuali elevate di tempi di attesa oltre le due settimane vanno valutate con attenzione a livello regionale in quanto possono segnalare presenza di difficoltà nell'applicazione della legge». Ebbene, ad aspettare oltre due settimane è il 40 per cento delle donne. E, in alcuni casi, l'attesa dura anche un mese e più. «Come conseguenza le donne spaventate hanno ricominciato a prendere l'aereo per rivolgersi a strutture estere, mentre qualche obiettore in ospedale ha tirato fuori dai cassetti del suo studio privato gli strumenti per abortire», continua Flamigni. «Per non parlare dell'uso dei farmaci non legali, del fiorire delle pillole abortive sul mercato nero e degli aborti fai da te delle immigrate straniere». Insonna, torna l'incubo delle mammane, quel fantasma combattuto ma mai del tutto sconfitto dalla legge 194. Le ultime stime disponibili, parziali e riferite solo alle italiane, risalgono al 2005: 15 mila aborti clandestini, la maggior nell'Italia meridionale. Da allora non se ne sa più nulla. ?Sul fatto che l'obiezione di coscienza così allargata stia, nei fatti, svuotando di contenuti la 194, non sono però tutti d'accordo: «Non credo proprio che l'aborto sia ostacolato dalla presenza di obiettori. E poi non esiste alcun diritto di aborto, esiste invece un diritto alla vita e un diritto all'obiezione di coscienza. Le tre cose stanno su un piano diverso: prima viene il diritto alla vita, poi all'obiezione, quindi, in ultimo, la possibilità per la donna di abortire», ribatte Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita e deputato europeo.
C'è anche chi fa notare «ben altre mancanze» del servizio pubblico, come la dottoressa Paola Bonzi, dal 1984 alla guida del Centro di aiuto alla vita, il consultorio privato all'interno della Mangiagalli, la più grande "maternità" di Milano: «L'articolo 5 della legge prevede che gli enti pubblici mettano in campo tutti gli aiuti affinché le persone rinuncino ad abortire. Invece le donne si trovano da sole, prima e dopo. L'ospedale, ad esempio, non ce ne invia nessuna, le donne arrivano da noi con il passaparola. C'è una gravissima mancanza del servizio pubblico nell'offrire sostegno alle donne». ?Che sia dunque tempo di modificare la 194? «Di sicuro è necessario organizzare l'assistenza sanitaria in modo da garantire che la legge venga rispettata su tutto il territorio nazionale», dice Ignazio Marino, che è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale: «Chi ha compiti istituzionali, come il direttore generale di un ospedale, ha il dovere di disporre del personale sufficiente per eseguire le interruzioni di gravidanza. E lo deve fare anche programmando le assunzioni».

Qualcuno ci ha provato con un bando per i consultori regionali, in un territorio che conta il 79,4 per cento di medici obiettori. Ma non è andata a finire bene. Quel qualcuno è Nichi Vendola e la delibera della giunta pugliese che prevedeva «il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza» è stata subito impugnata davanti al tribunale amministrativo. Ricorso accolto, il Tar ha giudicato la clausola discriminatoria ed «espulsiva», quindi lesiva dei diritti degli obiettori e del principio di uguaglianza.??

La questione è ingarbugliata, come sottolinea Chiara Lalli nel suo libro "C'è chi dice no" (il Saggiatore), «perché l'articolo 9 della 194 non entra nei dettagli di come gestire sia la possibilità di fare obiezione sia la possibilità per la donna di abortire». Se, infatti, il singolo medico può rifiutarsi di praticare l'aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata a garantire il servizio. Ma in che modo, non è chiaro. «Stiamo studiando i casi per sollevare la questione di legittimità della legge di fronte alla Corte costituzionale», spiega Marilisa D'Amico, docente di Diritto costituzionale all'Università Statale di Milano, «bisogna agire non negando l'obiezione di coscienza, che è un diritto fondamentale, ma modificando l'articolo 9 perché imponga agli ospedali l'onere di dotarsi del personale non obiettore necessario per l'effettiva attuazione della 194». Magari nel rispetto di quella parola che il testo della legge ripete per ben quattro volte: dignità. 

Fonte: L'Espresso

mercoledì 14 dicembre 2011

Lettera

Oggi questa lettera ha fatto il giro dei social net. ed è stata anche ribbloggata più volte. L'ha scritta un uomo, un amico di Arguzia, la ribloggo pure io, si comincia a sentire un po' di rumore finalmente contro l'atteggiamento sessista!
Ciao, sono un uomo. Non so se ho il diritto di esprimere il mio pensiero sul tema della violenza maschile sulle donne, quindi mi limiterò a raccontarvi la mia storia e più che altro la storia delle donne che ho conosciuto. Ho 37 anni e non sono stato uno di quei fortunati che hanno trovato l’amore della loro vita da adolescenti e non si sono mai più separati. Direi che ho avuto almeno 3 storie importanti. Per importanti intendo che tra me e la donna con cui ho condiviso qualche pezzo più o meno lungo della mia vita si era creato un rapporto piuttosto intimo, un rapporto che ha permesso loro di raccontarmi cose che non avevano mai raccontato a nessuno. Delle altre che ho frequentato non so, ma loro 3, le donne che ho amato, ognuna di loro aveva una storia di violenze da raccontare, anzi da nascondere.
Una di loro era stata costretta ad un rapporto orale. Usciva con un ragazzo che le piaceva, forse non ne era innamorata, ma le piaceva. Lui la chiamava quando aveva voglia di scopare. Lei avrebbe voluto qualcosa di più, ma non aveva il coraggio di dirglielo e forse neanche pensava di meritarselo. Fatto sta che una sera, in macchina, mentre lei gli stava facendo un pompino, lui decise di tenerle le mani sulla testa, troppo forte perché a lei potesse piacere, troppo forte perché lei potesse liberarsene. Lo fece finché non le venne in bocca, procurandole il vomito e schernendola con un “che vuoi che sia, sbianca i denti”. La ragazza in questione non è più riuscita a farlo con nessuno, si sentiva una troia, non riusciva neanche più a nuotare con la testa sotto il livello dell’acqua. Dimenticavo gli attacchi di panico. E ovviamente non ha mai pensato di denunciare il fatto. Chi mai le avrebbe potuto dare ragione?
Un’altra invece aveva una lunga storia di abusi familiari. Il padre, gli amici del padre, i cugini. La costringevano anche a guardare porno con loro, a fare cose. Oggi sta meglio. Ma sulle braccia porta i segni degli anni di autolesionismo, ferite infieritesi perché il dolore fisico annientasse i ricordi, molto più dolorosi.
Un’altra ancora in un momento di debolezza si è lasciata baciare da uno dei suoi migliori amici, almeno fino a quel momento. Lei si era lasciata dopo una lunga storia, lui pure. Solo che dopo quel bacio per lei sarebbe stato abbastanza. Per lui invece no. Quando ebbe finito lei se ne torno a casa con i lividi e un senso di colpa che ancora oggi la porta a pensare di esserselo meritato, di essere lei la troia, l’ha portata a chiedermi scusa per quanto fa schifo, l’ha portata a non dire niente a nessuno certa che non sarebbe stata capita, in fondo anche lei pensava di essersela cercata, l’ha portata a continuare a frequentare il suo “amico” come se niente fosse mai successo perché non sarebbe stato socialmente accettabile dire a tutti quanto il tipo in questione facesse schifo e probabilmente non sarebbe servito ad escluderlo dalla cerchia sociale di amici in comune.
Tre donne, un ragazzo conosciuto, un padre, un migliore amico. Nessun rom o estranei di altro tipo.
Ora io non so spiegarmi come mi sento di fronte a ciò. Sono un uomo e forse neppure vi interessa saperlo, però queste donne io le ho guardate negli occhi, le ho amate, ne ho conosciuto aspetti forse nascosti ai più e sinceramente rimango sconvolto di come un altro uomo possa averle prese e usate come dei giocattoli o come delle valvole di sfogo, quando invece c’era tutto quello che ci vedevo io, non comprendo come possano averle prese trascurando tutto il resto e vedendo solo una vagina. Non so se è la parola giusta, ma mi sembra uno spreco incomprensibile, uno spreco di umanità, avere di fronte una persona con tutta la sua complessità, i suoi pensieri, il suo amore, una persona probabilmente disposta a darti molto di più e invece accontentarsi di svuotarsi i coglioni, contro la sua volontà, come un animale, e poi sentirsi anche bene.
Non so spiegarvi la rabbia che provo, che forse non è che una minima parte di quella che provate voi. Io so che ho dovuto trattenermi dall’andare a cercare le persone in questione e ucciderle. Si perché l’istinto è questo. Lo so, è un istinto da uomo, maschile. L’ho represso, prima di tutto per il rispetto che provavo per le donne che si sono fidate raccontandomi il loro segreto e in secondo luogo perché mi avrebbero trasformato in un qualcosa che non voglio essere. Ma la rabbia dentro rimane, e brucia, ed ogni volta che mi è capitato di guardarle negli occhi non sono mai riuscito a comprendere come qualcuno potesse aver fatto loro qualcosa del genere, quando io sarei andato in cielo anche solo con un bacio o una carezza.
Quello che voglio dirvi e che di uomini come me ce ne sono molti altri. So che per voi donne è una difficoltà in più riuscire a distinguere quelli di cui potete fidarvi e quelli di cui no. Io sinceramente non sono ancora riuscito a capire come le donne che ho incontrato abbiano avuto il coraggio di fidarsi di me dopo quello che era stato fatto loro, ho avuto difficoltà ad abbracciarle mentre mi raccontavano le loro storie, perché mi sentivo uomo come uomo era chi le aveva violentate.
Non ho messaggi particolari da lanciare, slogan o altro, solo dirvi che mi stupisco ogni volta della forza che avete dentro, non perché l’abbia mai sottovalutata, ma perché va al di là di ogni ragionevole immaginazione.
Un uomo.

sabato 3 dicembre 2011

Signora, cosa piange? | Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”

Sull'ultimo numero di D, la Repubblica delle donne, consultabile on line qui, l'articolo "Signora, cosa piange?" di Cinzia Sciuto. Il tema è quell'obiezione di coscienza che per la vita e di coscienzioso non ha praticamente nulla.

I ginecologi non obiettori strutturati negli ospedali italiani sono circa 150, e il loro numero diminuisce costantemente. E le interruzioni di gravidanze tornano a essere un incubo. Che aggiunge dolore a dolore.


di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011

È l’alba, le prime luci del nuovo giorno iniziano a penetrare nella stanza dove Francesca nel suo letto piange in silenzio. Tra poco inizierà la procedura per l’induzione di un travaglio simile a quello di un parto. Ma Francesca non deve partorire, deve abortire. La nuova vita che porta in grembo da 23 settimane è affetta da una gravissima malformazione del cervello, la oloprosencefalia. Francesca Pieri, che all’epoca aveva 35 anni, è ricoverata già da due giorni in un grande ospedale romano ma non ha ancora iniziato la procedura di induzione, che consiste nell’introduzione nell’utero di ‘candelette’ di prostaglandina per stimolare le contrazioni del travaglio. Fino alla 12ma settimana l’interruzione di gravidanza avviene tramite raschiamento, ma dopo il feto è troppo grande ed è necessario un vero e proprio travaglio di parto.

«Il giorno del ricovero», racconta, «è servito per il disbrigo di tutte le pratiche burocratiche. Il secondo invece non ho fatto niente, ho semplicemente aspettato». Quel giorno infatti erano di turno solo medici obiettori, che si sono rifiutati di avviare la procedura di induzione. Francesca quindi ha trascorso tutto il giorno in mezzo a donne in travaglio, bambini appena nati, nonni euforici, fiori e regali, in attesa del medico non obiettore che le introducesse la prima candeletta. Era da sola, con quella vita sospesa in pancia e un profondo dolore nel cuore. Non le rimaneva altro che piangere, in silenzio. Ma anche il pianto le è stato negato: «Signora, cosa piange? Si prepari, questo sarà il giorno più lungo della sua vita». La voce è arrivata dal corridoio, proprio alle prime luci dell’alba. È l’ora del cambio turno, finalmente sta per arrivare un medico non obiettore ma il suo collega prima di andarsene ha voluto lasciare il segno. Sono passati molti anni, ma quelle parole fredde come il ghiaccio Francesca ce le ha scolpite nella testa, e non le dimenticherà mai.

E lei è stata persino «fortunata»: una volta che ha iniziato la procedura di induzione, che è durata in totale un giorno e mezzo, non ha più incontrato medici obiettori. Al contrario di Gea Ferraro, che al quarto mese di gravidanza scopre che il suo bambino è affetto da trisomia 18, una patologia talmente grave da essere definita dai medici ‘incompatibile’ con la vita. Gea, che quel figlio l’aveva tanto desiderato, decide di interrompere la gravidanza. Contatta personalmente una ginecologa non obiettrice che lavora in un altro ospedale della capitale (e che preferisce non essere citata: «Facciamo già tanta fatica a lavorare, non voglio crearmi ulteriori inimicizie tra i colleghi»). La dottoressa programma il ricovero in maniera da farlo coincidere con il proprio turno. L’induzione viene avviata, ogni 3 ore viene inserita una candeletta, ma nel frattempo c’è il cambio turno, Gea guarda l’orologio, si accorge che sono passate più di 3 ore dall’ultima somministrazione e chiede perché non le venga inserita la terza candeletta visto che il travaglio non si è ancora avviato: «Io queste cose non le faccio», si è sentita rispondere. Gea ha quindi aspettato, non ricorda neanche quanto, finché qualcuno è venuto a somministrarle la terza dose del farmaco. Il suo travaglio è durato 18 ore.

Quello dell’aborto sta diventando sempre più un percorso a ostacoli, nel quale le donne – già provate da una delle scelte più dolorose della loro vita – devono fare lo slalom tra ostacoli burocratici e medici obiettori. Obiettori che aumentano sempre di più: secondo i dati forniti dal ministero della Salute si è passati, tra i ginecologi, dal 58.7% del 2005 al 70.7 nel 2009. Ma il numero di medici realmente preposti alle interruzioni di gravidanza, soprattutto agli aborti terapeutici, è ancora più basso di quel che sembra: «Gli aborti entro la dodicesima settimana», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, un’associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, «sono fatti in day hospital, si tratta di interventi programmati, la cui durata è nota e per i quali è possibile chiamare medici ‘a gettone’». Cosa che invece non è possibile per gli aborti terapeutici, quelli oltre i 3 mesi, che, come abbiamo visto, possono essere anche molto lunghi e dunque hanno bisogno di essere seguiti da personale strutturato.

«Poiché non esiste un elenco dei medici non obiettori», continua la dott.sa Agatone, «abbiamo fatto una indagine empirica, dalla quale risulta che i ginecologi non obiettori strutturati dentro gli ospedali italiani sono circa 150 e, poiché i giovani non sembrano particolarmente sensibili a questo problema, c’è il rischio concreto che man mano che gli attuali medici non obiettori vanno in pensione non vengano sostituiti». Al Secondo Policlinico di Napoli, per esempio, dallo scorso luglio a effettuare gli aborti è rimasto solo un medico, che è anche il responsabile del Centro per le interruzioni di gravidanza dell’ospedale.
Strano destino quello dell’obiezione di coscienza, che, come scrive Chiara Lalli nel suo recente libro C’è chi dice no (Il Saggiatore), «ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi è spesso usata come un ariete per contrapporsi ai diritti individuali sanciti dalla legge».

L’obiezione di coscienza nasce infatti per opporsi a un obbligo universale che riguardava tutti i cittadini (maschi) e a cui non era possibile sottrarsi: l’obbligo di leva. Chi sollevava l’obiezione di coscienza andava incontro a pesanti conseguenze, persino penali, come raccontano alcuni obiettori della prima ora nel libro di Lalli. Il moderno obiettore, invece, non solo non paga nessuno scotto per la sua scelta, ma, al contrario, ne ottiene indubbi vantaggi, sia in termini di soddisfazione professionale che di carriera. È per questo che il numero degli obiettori è vertiginosamente salito negli ultimi anni: fare aborti non è certamente gratificante e l’obiezione di coscienza – fatti salvi coloro che la sollevano per convinzione – è un’ottima scappatoia offerta dalla legge per sottrarsi a una parte sgradevole del proprio lavoro. Una legge che però è molto chiara: l’obiezione di coscienza può essere sollevata esclusivamente in relazione al «compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza».

Non può essere legittimamente sollevata, per esempio, per rifiutarsi di somministrare un analgesico durante il travaglio abortivo oppure di fare il raschiamento dopo l’espulsione del feto, ad aborto già avvenuto, o ancora di certificare lo stato psicologico della donna. Sono invece tante le testimonianze che le donne affidano soprattutto ai forum in rete e che raccontano di travagli durati molte ore, se non giorni, senza il minimo sostegno farmacologico né psicologico. Donne che portano avanti il travaglio abortivo in stanza, affianco ad altre: Francesca ricorda che la ragazza che era in stanza con lei ha espulso il feto sul suo letto, lì affianco, da sola, mentre lei iniziava ad avere le prime contrazioni. Un’altra donna racconta su un forum: «Mi hanno indotto il parto per 12 ore per poi essere lasciata sola al momento dell’espulsione del feto. Mi hanno lasciato la mia bambina in mezzo alle gambe e in mezzo al sangue per 4 ore e nessuno si è degnato di venire a vedermi». Anche Laura Lauro, napoletana, che ha abortito alla 21ma settimana, ricorda che al momento dell’espulsione è stata lasciata sola: «Ho espulso un feto vitale, nessuno si è preoccupato di tagliare subito il cordone e portarlo via. Quando l’ho sentito che mi sfiorava le cosce ho urlato perché lo portassero via subito».

Tutto questo però ha solo in parte a che fare con l’obiezione di coscienza. Se infatti il singolo medico può rifiutarsi di praticare l’aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata – è sempre la 194 a stabilirlo – a garantire il servizio di interruzione di gravidanza e i «procedimenti abortivi devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna». Dignità che invece è troppo spesso calpestata. Un’altra donna racconta su un forum il suo calvario: dopo essersi sottoposta a vari tentativi di procreazione medicalmente assistita, rimane incinta di due gemelli. Alla ventesima settimana perde uno dei due. Dopo una decina di giorni rifà l’ecografia: «Liquido amniotico inesistente, arti inferiori oramai infilati nel canale», non c'è più niente da fare neanche per il secondo. Ma il battito c’è ancora, chissà per quanto, e quindi per procedere all’aborto terapeutico c’è bisogno del certificato dello psichiatra, ma quello in turno è obiettore e si rifiuta di firmarlo: «La sera un medico con la coscienza e l’umanità che a qualcuno ancora rimane, prende la responsabilità di togliermi dall’incubo, una pasticca, una sola basta per avere un altro travaglio».

Troppo spesso i dibattiti sull’aborto non fanno i conti con le esperienze concrete che le donne vivono sulla propria pelle. Per Francesca – che oggi ha altri due bambini ma che si sente pienamente madre anche di quella figlia mai nata – l’aborto è stato un discrimine nella sua vita, un momento che ha segnato un prima e un dopo. E non riesce proprio a capire l’accanimento dei sedicenti sostenitori della vita: «Come se io fossi per la morte! La verità è che ogni esperienza è a sé. Io stessa, pur non essendo affatto pentita della mia dolorosa scelta, non so dire cosa farei se mi dovessi trovare di nuovo nella stessa situazione. So però che la sola idea di non poter decidere mi atterrisce. È per questo che sarei disposta anche a incatenarmi perché sia garantita a ogni donna la possibilità di scegliere».

(3 dicembre 2011)

Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”


Intervista a Stefano Rodotà di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011
«Oggi, a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, la possibilità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe semplicemente abolita». Non usa mezzi termini Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile all’Università La Sapienza di Roma ed ex presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Professore, ma si può obbligare un medico ad agire contro la propria coscienza?«Quando la legge è stata approvata la clausola dell’obiezione di coscienza era ragionevole e giustificata: i medici avevano iniziato la loro carriera quando l’aborto era addirittura un reato ed era comprensibile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. La legge 194 ha saggiamente raggiunto un difficile equilibrio tra il diritto dei medici a non agire contro la propria coscienza e quello della donna a interrompere la gravidanza. Oggi però chi decide di fare il ginecologo sa che l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito dalla legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole prevedere una clausola per sottrarvisi».

Ma ritiene che una tale modifica sia concretamente fattibile?«Temo di no, in questi anni abbiamo assisitito a una generale stigmatizzazione delle donne che abortiscono e si sono fatti tentativi legislativi – penso alla proposta di legge regionale del Lazio di modifica dei consultori – che vanno nella direzione opposta. Ma per garantire il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza, non è necessario cambiare la legge, basta applicarla.

In che senso?«Già oggi gli ospedali non possono trincerarsi dietro la scusa di non avere medici disponibili a effettuare le interruzioni di gravidanza perché questo è un servizio che deve obbligatoriamente essere fornito, come previsto dall’articolo 9 della legge 194, e le strutture che non lo garantiscono possono essere considerate responsabili sotto il profilo civile e penale».

Può essere sufficiente ricorrere a non obiettori ‘a gettone’, come già fanno alcuni ospedali?«Ritengo di no, per due ragioni: innanzitutto perché per gli aborti terapeutici è necessario avere personale strutturato e in secondo luogo perché non devono crearsi medici di serie A che fanno tutto il resto e medici di serie B che fanno solo aborti, con il rischio di una dequalificazione professionale. Gli ospedali possono, e devono, invece fare dei bandi per l’assunzione di personale strutturato non obiettore».

Ma non si configurerebbe come un trattamento discriminatorio nei confronti degli obiettori?«No, perché si tratterebbe di adempiere a un obbligo normativo a cui gli ospedali non possono sottrarsi. E si tratta di un obbligo della massima importanza. In questione infatti non c’è solo il diritto all’interruzione di gravidanza, ma il diritto alla salute della donna, che è un diritto fondamentale della persona e che non è mera assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale. Se una donna che ha deciso di interrompere la gravidanza vive questa scelta in condizioni di malessere e di angoscia perché non sa se, quando e in che condizioni riuscirà a interromperla, c’è una evidente violazione del suo diritto alla salute, che è un diritto fondamentale della persona che non può essere subordinato a esigenze burocratiche o a mancanza di personale».

Un diritto che in Italia è sempre più difficile vedere rispettato, tanto che sono sempre di più le donne che vanno all’estero.«I due grandi obiettivi della 194 erano l’eliminazione degli aborti clandestini e il contrasto al fenomeno del turismo abortivo, che creava una sorta di ‘cittadinza censitaria’, per cui le donne che avevano i soldi salivano su su charter, andavano ad Amsterdam o a Londra e facevano l’interruzione di gravidanza senza correre il rischio di morire. Oggi purtroppo si stanno ricostruendo i meccanismi censitari e selettivi che con la 194 si volevano combattere».

(3 dicembre 2011)

venerdì 25 novembre 2011

#25N alcune delle donne uccise quest'anno sfilano in corteo nella giornata contro la violenza sulle donne

Lista di alcuni tra i nomi di donne uccise nel 2011 tratta dalla Casa delle donne di Pisa da Bollettino di Guerra e diffusa a Pisa nel corso dell'iniziativa Non una di più.
Da Fas dati raccolti con Bollettino di Guerra.


N.R., 40 anni, Cerignola (Foggia), 1 Gennaio. Il corpo della donna è stato ritrovato con un coltello nel petto. È stata uccisa dall’uomo con il quale aveva una relazione.

VINCENZINA D’AMICO, Borgo San Dalmazzo (Cuneo), 4 Gennaio. La donna è stata uccisa con dieci colpi di pistola dall’ex fidanzato. L’uomo poi ha rivolto l’arma contro sé stesso e si è suicidato.

N.R. 37 anni, Prato, 7 Gennaio. La donna è stata trovata morta all’interno di una casa. È stata colpita più volte da un’arma da taglio: il colpo mortale le sarebbe stato sferrato alla gola.

N.R., tra i 40 e 50 anni, Ancona, 8 Gennaio. La donna è stata uccisa con una serie di colpi sul viso e sulla testa. Il cadavere è stato ritrovato sotto un ponte con il volto sfigurato. Vicino al suo corpo c’erano pietre sporche di sangue

RAJMONDA ZEFI, 30 anni, Lucca, 8 Gennaio. Il cadavere della donna presenta segni sul collo. Il marito ha ucciso la moglie al culmine di una lite

N.R., tra i 30 e 40 anni, Arluno (Mi) 10 Gennaio. La donna è stata presa a pugni e poi strangolata dall’ex fidanzato. La donna era in strada agonizzante quando sono arrivati i soccorritori, chiamati da un passante, ed è morta ancora prima del trasporto in ospedale.

N.R., 46 anni, Verona, 10 Gennaio. Il cadavere della donna è stato recuperato dalle acque del fiume Adige

ANTONINA SCINTA, 72 anni, Genova,10 Gennaio. La donna è stata uccisa come in una vera e propria esecuzione mafiosa. Il marito l’ha fatta inginocchiare e poi le ha sparato alla testa.

LILIANA SAINAS, 53 anni, Quartu Sant’elena (Cagliari), 11 Gennaio. La donna è stata uccisa dall’ex marito della figlia. L’uomo, ex carabiniere, ha fatto irruzione nell’appartamento e ha sparato diversi colpi con un fucile. All’interno dell’abitazione oltre alla suocera si trovavano l’ex moglie (che è rimasta ferita) e il nuovo compagno della donna, colpito mortalmente dai proiettili

LUCIA CASENTINO, 51 anni, Catania, 17 Gennaio. La donna è stata colpita alla testa e poi soffocata con un cuscino dal suo aggressore nell’abitazione in cui lavorava come badante.

IULSA SOUSA MOREIRA, 35 anni, Monselice (Padova), 18 Gennaio. La donna è stata colpita con un fendente mortale alla gola. Sono stati trovati segni di bruciature che fanno pensare che chi l’ha colpita poi cercato di bruciarlo con liquido infiammabile, coprendolo infine con sacchetti di plastica

COSMINA EMILIA BURLAN detta Cristina, 20 anni, Borghetto Di Noceto (Parma), 25 Gennaio. La ragazza è stata aggredito all’interno del veicolo del suo aggressore. L’uomo ha stordito la donna serrandole il collo con forza, prima a mani nude, e poi una volta che la donna è svenuta, con la cintura dei pantaloni. Poi si è liberato del corpo gettandolo in un canale.

ELETTRA ROSSO, 46 anni, Salerno 26 Gennaio. Uccisa dall’ex convivente. L’uomo ha sparato alla donna a pochi passi dallo studio legale dove lavorava

MARIA LACATUS, di 71 anni, Ancona, 1 Febbraio. Donna senza fissa dimora uccisa da un romeno di 19 anni. Dopo un rapporto sessuale l’uomo la massacra con una pietra e prende i soldi della donna

ILHAM AZOUNID E RASHID PISTONE, di 32 e 2 anni, Bologna, 6 Febbraio. Uccise rispettivamente dall’ex marito e padre della piccola. La donna con la figlia erano ospitate in una casa protetta e lui aveva avuto un ordine di allontanamento dal Tribunale. L’uomo aveva chiesto un appuntamento alla donna. L’uomo ha ucciso la donna e figlia e si è suicidato.

MARIA ROSA VAGLIO, 53 anni, Riva Valdobbia (Vercelli), 7 Febbraio. Uccisa con un coltello dal marito. Il corpo della donna è stato rinvenuto nella camera da letto. Al momento dell’omicidio una dei tre figli, minorenne, era nella stanza accanto

FATIMA M., 19 anni, Dronero Nel Cuneese, Cuneo, 7 Febbraio. Donna uccisa a coltellate in casa. E’ stata trovata senza vita in una pozza di sangue dal fratello sedicenne. Indagato un uomo che aveva ospitato la donna e il fratello

ALESSIA E LIVIA SCHEPP, 4 anni, Cerignola, 11 Febbraio. Sparite nel nulla. Il padre prima di suicidarsi ha lasciato una lettera in cui scrive di avere ucciso le figlie. I corpi non sono stati trovati. Caso irrisolto

MARIA ROSA BARBERIS, 67 anni, Tronzano (Vercelli), 13 Febbraio. La donna è stata uccisa a coltellate nella sua abitazione da parte del figlio di 39 anni

JENNIFER EWAWARO, età compresa fra i 25 e i 30 anni, Palermo, 13 Febbraio. E’ stata trovata in una strada del centro storico con la gola tagliata. E’ indagato il fidanzato

N.R, 46 e 25 anni, San Lorenzo Del Vallo (Cosenza), 17 Febbraio. Madre e figlia uccise in casa da Killer che si sono introdotti nell’appartamento. C’è una connessione con la ‘Ndrangheta.

ANDREA MARCELA IORDACHE, 20 anni, Strongoli Marina (Crotone), 17 Febbraio. Uccisa con nove coltellate nella sua casa dall’ex convivente di 24 anni che voleva tornare insieme a lei

ANNA MARIA VALOBRA, 68 anni, Orvieto Scalo (Terni), 21 Febbraio. Uccisa con una martellata alla testa nella sua camera dal letto dal figlio

YARA GAMBIRASIO, 14 anni, Brembate Di Sopra (Bg), 28 Febbraio. Il corpo della ragazza, con sei coltellate al collo, schiena e polso, viene ritrovato in una zona isolata vicino ad una area industriale. Caso irrisolto

N.R., Roma, 8 Marzo. Il corpo della donna è stato ritrovato in avanzato stato di decomposizione, senza testa ne gambe. La donna è stata uccisa con delle coltellate. Poi sono avvenute le mutilazioni con la motosega e sono stati asportati gli organi interni

TAMARA SPERANDINI, 37 anni, Acquapedente (Viterbo), 10 Marzo. La donna è stata uccisa dal marito con diversi colpi di piccozza. Anche il figlio Francesco di 4 anni è stato ucciso con la stessa modalità. L’uomo ha poi afferrato un coltello, si è tagliato le vene e si è sdraiato accanto ai loro cadaveri e si è inferto il colpo di grazia, tagliandosi la gola.

STEFANIA GARATTONI, 20 anni, Cesena, 9 Marzo. La ragazza è stata colpita più volte con un coltello dall’ex fidanzato, mentre passeggiava con un’amica, nel centro storico della città.

VALENTINA COLTELLA, 26 anni, Spigno Saturnia (Latina), 16 Marzo. La donna è stata uccisa dall’ex-fidanzato, agente della polizia provinciale. I due stavano viaggiando a bordo della macchina di Valentina. E’ proprio in macchina che hanno iniziato a discutere: lei, al culmine del litigio, è scesa dalla vettura, ma Caliman ha iniziato a spararle contro, almeno una decina di colpi. Uno, quello alla giugulare, le è stato fatale. La donna lascia una figlia di 6 anni

STELLA PARONI, 91 anni, Castelvetro Piacentino, 20 Marzo. La donna è stata uccisa da un vicino di casa dopo un tentativo di violenza sessuale. La donna è stata scaraventata dal terzo piano. Successivamente l’uomo ha caricato il cadavere completamente nudo su una carriola e con questa l’ha portato in un canale

GIUSEPPA CARUSO, 45 anni, Carpi (Modena), 22 Marzo. La donna è stata colpita dal marito con cinque coltellate, di cui quattro al petto, mentre stava preparando la colazione. Al momento del fatto era presente in casa anche la figlia della coppia, una bambina di 9 anni che stava ancora dormendo e non si è accorta di nulla; è stata svegliata dalla polizia e subito accompagnata dai nonni.

MARISA VECCHIONE di 35 anni, Terni 24 Marzo. La donna è stata uccisa dal con un colpo di fucile da caccia dal convivente di fronte alla figlia di sette anni mentre il secondo figlio della coppia, di tre anni, dormiva in un’altra stanza.

ANAMARIA FERARIU, 23 anni, Manfredonia (Foggia) 26 Marzo. Il corpo falcidiato da 5 ferite da arma da taglio all’altezza del torace è stato trovato in un terreno. La donna era una prostituta. Il caso irrisolto

CAMILLA AUCIELLO, 35 anni, Baricella (Bologna) 2 Aprile. La donna è stata uccisa dal marito appuntato dei Carabinieri. L’uomo ha colpito la donna con un martello ripetutamente alla testa e al volto. Poi ha infierito ancora con un paio di forbici al torace e all’addome. Ha preso la figlia di 2 anni che dormiva in casa, l’ha portata da familiari e si è costituito.

MANUELA CORRADINO, 46 anni, Venaria (Torino), 3 Aprile. La donna è stata uccisa dall’ex partner guardia giurata. Quando la donna è uscita dal lavoro l’uomo l’ha chiamata “Marina, Marina”, si è messo una parrucca e quando lei si è girata le ha scaricato il caricatore con 8 colpi addosso. La donna, vedova, lascia i due figli di 17 e 21 anni.

EUFEMIA ROSSI, 56 anni, Latisana (Venezia) 3 Aprile. Il cadavere della donna è stato ritrovato sull’argine di un fiume. Aveva colpi in testa e il viso tumefatto. Per l’omicidio è sospettato il convivente.

LIDIA ROSA GHIGLIONE, 91 anni, Genova, 3 Aprile. La donna è stata uccisa dal marito 89enne. L’uomo ha aggredito la moglie in camera da letto e ha tentato di
ucciderla strangolandola con una corda. Non riuscendoci l’ha colpita con una mazzetta da muratore. L’uomo ha quindi ucciso anche il cane e si è poi impiccato con la corda ad una trave in cucina.

WU SHUFEN, 49 anni, Napoli, 4 Aprile. Il corpo della donna è stato ritrovato nel proprio appartamento dalla sorella. La donna presentava numerose ferite da taglio.

GUESH WOLDMICHEL GEBREIWHOT, 24 anni, Mariano Di Pellegrino Parmense, 9 Aprile. E’ stata uccisa a colpi di pistola dal fidanzato che ha sotterrato il cadavere in un terreno.

ENEDINA ARIAS, 56 anni, Cervinara (Avellino), 14 Aprile. E’ stata trovata morta in camera da letto dal figlio 18enne. Il marito l’ha soffocata con un cuscino e poi si è tolto la vita. si è impiccato collegando a due sbarre di ferro un cavo.

GIULIANA DRUSIN, di 67 anni, UDINE, 15 APRILE. Uccisa dal marito con 3 d’arma da fuoco durante un litigio avvenuto in cucina.

LAURA GIANNARINI, 44 anni, San Gemignano Di Moriano (Lucca), 18 Aprile. La donna è stata uccisa dal fidanzato 40enne con 5 colpi d’arma da fuoco in una piazza vicino a casa sua

A. G., N.R.,Cosenza, 20 Aprile. Uccisa dal fratello. L’uomo era uscito di notte in preda ad una crisi e ha investito volontariamente la sorella. Una prima volta in retromarcia e successivamente ancora due volte con altre manovre

CARMELA REA, detta Melania, di 29 anni Colle San Marco (Ascoli Piceno), 20 Aprile. Il corpo è stato ritrovato dopo qualche giorno dalla scomparsa con segni evidenti di morte violenta. Per l’omicidio è indagato il marito Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell’Esercito in servizio presso il 235° Reggimento Piceno

ALESSANDRA CAMBONI, di 32 anni, Gavirate (Varese), 25 Aprile. La donna è stata uccisa con un coltello dal padre. Anche il fratello Federico, di 34 anni, è rimasto gravemente ferito. L’uomo si era separato dalla moglie e i due figli erano andati da lui per il pranzo di Pasqua.

CIBELE MARIA JOHNSON DE ASSIS, di 50 anni, Crevalcore (Modena) uccisa dal suo compagno italiano all’interno della sua abitazione. L’uomo si è suicidato e prima di spararsi l’assassino ha inviato un drammatico sms ad un amico “L’ho uccisa e adesso mi tolgo la vita”.

LAKBIRA EL HAYJ, di 40 anni, Canosa Di Puglia, 1 Maggio. La donna è stata uccisa sulla soglia della sua abitazione con cinque colpi di pistola sparati a bruciapelo dal suo compagno italiano di 49 anni. L’uomo aveva già ucciso nel 1990 la moglie e per questo omicidio aveva scontato nel manicomio giudiziario di Aversa, in provincia di Caserta, i dieci anni inflittigli con la misura di sicurezza.

DESIRÉ ZUMIA di 34 anni , Prato 6 Maggio. Uccisa dal marito a coltellate nella loro abitazione. L’uomo si è poi tolto la vita. Al piano superiore la figlia della coppia di 4 anni che ha aperto la porta a soccorritori e carabinieri.

TERESA ANNA URBANIEK, di 48 anni, Panaro Vignola (Modena), 7 Maggio. Uccisa con dieci coltellate. Il corpo è stato vicino al greto di un fiume. La donna era seminuda e nascosta da un telo in avanzato stato di decomposizione in mezzo a fitti cespugli. Il suo compagno italiano aveva denunciato la scomparsa il 28 aprile

N.R., 65 anni, Finale Ligure (Savona), 17 Maggio. Donna uccisa a colpi di accetta in un campeggio da un uomo, un giardiniere, che lavorava nella struttura di accoglienza. La vittima è la suocera del proprietario del campeggio.

CONCETTA LA FARCIOLA, di 85 anni, Ortona 21 Maggio. L’anziana, costretta per motivi di salute a
letto, è stata sgozzata nella sua abitazione da un cittadino romeno.

N.R, Milano 26 Maggio. Seviziata e uccisa nel box delle torture . Il corpo è stato trovato bocconi, con i polsi e le caviglie legati dietro alla schiena con fili elettrici e poi con un’altra fune. La donna presenta segni di strangolamento. Indagato un muratore di 44 anni, proprietario del box, separato e con due figli che vive con la mamma a Sesto San Giovanni.

N.R., Pavona (Rm) 28 Maggio Uccisa dal marito, guardia giurata, che le ha sparato al volto.

N.R., Trevenzuolo (Verona) 30 Maggio La donna è morta per strangolamento nella propria abitazione. Ad ucciderla il marito, 69enne, che poi si è impiccato nel cortile di casa.

N.R. di 70 anni, Manfredonia (Fg) 3 Giugno. Uccisa dal marito di 78 anni presso la loro abitazione. L’uomo ha strangolato la donna con una sciarpa e poi si è ucciso con un coltello.

ALINA., di 54 anni, Avellino 6 Giugno. Il corpo è stato ritrovato in un bosco. L’unico indagato è il suo datore di lavoro con il quale aveva una relazione sentimentale.

N.R. di 85 anni, Roma 14 Giugno. Accoltellata ed uccisa dal nipote nella sua abitazione. Il giovane ha anche aggredito la sorella che si è salvata.

N.R, Cesano Romano (Rm) 16 Giugno. Uccisa a coltellate in casa dal marito che poi avrebbe rivolto l’arma verso di sé per suicidarsi. Il figlio 13enne trova al piano inferiore della abitazione la madre morta e il padre agonizzante e chiama il 112

LAURA D’ARGENIO, di 75 anni, Roma 7 Giugno. Uccisa dal fidanzato 23enne della nipote. Il corpo della donna è stato trovato nella vasca da bagno, piena di acqua e sangue, del proprio appartamento con vari tagli e un filo al collo. Il ragazzo ha tentato di sciogliere il corpo nell’acido.

BARBARA CUPPINI, di 36 anni, Modena 20 Giungo. Uccisa con dieci coltellate nell’abitazione del suo assassino e collega ingegnere elettronico della Ferrari a Maranello.

N.R, di 62 anni, Savona 22 Giugno. Uccisa a casa dal marito che le ha sparato con un fucile da caccia e con la stessa arma si e’ poi tolto la vita.

ILARIA PALLUMIERI di 21 anni, Milano, 24 Giugno. Uccisa in casa dall’ex fidanzato che prima aveva ammazzato a coltellate per strada il fratello di lei. La ragazza è stata soffocata dopo che l’ex fidanzato l’ ha legata e stuprata.

FATIMA CHBANI di 33 anni, Padova, 27 Giugno. Accoltellata ed uccisa dal marito nella propria abitazione. Nell’appartamento c’era anche la figlia di 6 anni

ELENA MARTELLI di 27 anni, Verona, 28 Giugno. La donna è stata uccisa da marito che successivamente si è tolto la vita. I corpi sono stati trovati nella casa coniugale : lei in salotto su un divano, colpita alla tempia, lui in camera da letto

ROSA COLOSSO di 86 anni, Collegno, (To), 30 Giugno. La donna uccisa dal marito era malata di Alzheimer. Il pensionato di 85 anni ha ucciso la donna e, dopo avere dato fuoco alla casa, si è sparato.

ANNA GRECO di 55 anni e TERESA GRECO di 37 anni, San Vincenzo La Costa(Cs), 29 Giugno. Alle donne, madre e figlia che si trovavano insieme a Franco Cariati rispettivamente marito della prima e padre della seconda nella propria abitazione, sono stati sparati colpi da arma da fuoco da parte del padre del marito di Teresa. L’uomo non voleva che Teresa si separasse dal figlio. Morti i consuoceri e gravemente ferita Teresa.

ANNA RECCIA di 65 anni è stata uccisa dall’autoblindo dei carabinieri in Val di SusaNon un normale incidente stradale visto che la pensionata è stata letteralmente schiacciata da questo pesantissimo mezzo corazzato che stava viaggiando verso Chiomonte, per il cambio turno, dopo l’operazione che ha portato allo sgombero dei NO Tav alla Maddalena
Palmi (Reggio Calabria) 2 luglio una donna di 24 anni GIOVANNA AGRESTA è stata uccisa dal padre che l’ha accoltellata.

Vittoria (Rg). 5 luglio, SALVATRICE GUASTELLA 79 anni è trovata carbonizzata, il medico legale: “e’ stata uccisa”

Udine, 7 luglio donna di 40 anni è uccisa dal marito a colpi di accetta.

Oristano, 8 luglio donna di 39 anni uccisa dal marito a coltellate.

Alessandria 10 luglio FADMAASSOUR, è stata trovata morta nella sua casa uccisa dal marito.

Ferrara 12 luglio donna di uccisa dal marito mentre erano in vacanza.

Alessandria, 17 luglio FRANCESCA BERETTA è uccisa a botte dal figlio che aveva problemi psichici.

Legnano Milano 22 luglio, ANNUNZIATA ROMEO di 65 anni è stata massacrata dal figlio.Proprio una settimana prima il figlio era stato oggetto di un provvedimento di allontanamento.

Salerno 24 luglio, una donna di 35 anni originaria della Romania è stata uccisa dal marito a martellate .l’uomo ha ucciso anche il figlio.Salva la primogenita della coppia, una ragazza di 15 anni che non era in casa in quel momento.

Termini Imerese, Palermo,26 luglio MARGHERITA CAROLLO di 51 anni moglie di operaio licenziato dalla Fiat viene uccisa dal marito che ferisce Anche figlia e poi si suicida.

Orvieto 01 Agosto ROSA SEQUINO E’ deceduta per le ustioni provocate dall’incendio provocato dal marito che ha cosparso di benzina la donna perchè questa voleva lasciarlo.

Palermo, 4 Agosto anziana donna di 78 anni muore dopo le ustioni provocate dal figlio che le da fuoco dopo averla cosparsa di benzina .la donna era ricoverata in casa di riposo.

6 agosto, Torino una donna di 46 anni Mariella GiliVinardi è stata uccisa dal marito che ha esploso un colpo d’arma da fuoco.

17 agosto a Milano una donna di 78 anni è stata trovata sgozzata con arma biancata in casa sua. Il colpevole è il nipote

18 agosto,Avellino,ELISA AFFINITO, Una donna di 40 anni è stata uccisa con un colpo di pistola al petto dal marito... L’omicidio è avvenuto nel cortile di casa.il marito ha atteso che Elisa tornasse dal lavoro,le è andato incontro quasi volesse aiutarla a liberarsi delle buste di plastica con la frutta che le era stata regalata dall’azienda agricola dove lavorava come bracciante. Ha esploso un colpo con la pistola che ha poi portato con sé nella fuga.

Agosto, Bolzano, donna di 48 anni è uccisa dal marito con fucile da caccia e poi si suicida.

26 agosto una donna polacca di 41 anni. È stata uccisa dal suo compagno a Celano, un comune in provincia dell’Aquila. L’uomo ha ucciso la compagna colpendola più volte al collo e all’addome con un’arma da taglio, un coltello o forse un’ascia, ancora non rinvenuta. Dopo l’omicidio l’uomo è andato in un casolare vicino, di sua proprietà, e si è impiccato.

27 Agosto LUISA DANETTI 52 anni Casalpusterlengo, Lodi. Il marito Dopo averle gridato qualcosa È andato in cucina, ha preso un coltello e ha raggiunto la moglie uccidendola a coltellate poi si è suicidato.

29 agosto Valeria Mariani, 27 anni,Desio, Milano è stata uccisa dall’ex fidanzato che poi si uccide Il ragazzo la mattina presto è arrivato in auto sotto casa della sua ex fidanzata e ha atteso che lei uscisse di casa, come ogni giorno, per andare al lavoro. Almeno sei i colpi esplosi.

23 agosto scorso WenAlgin, una donna cinese di trent’anni, sarta, è stata ritrovata morta all’interno di una ditta di confezioni nella cosiddetta Chinatown di Prato. Era distesa a terra, sul petto una profonda ferita da arma da taglio. sarebbe stato un uomo cinese di 40 anni ad infliggere, sul petto della donna, le forbiciate omicide.

4 settembre ADDOLORATA PALMISANI, 45 anni, a Bari è stata uccisa dal marito a colpi d’ascia era in corso la separazione giudiziaria.. L’uomo, rintracciato poco dopo, ha confessato nella caserma dei carabinieri di essere l’autore dell’omicidio. . L’arma del delitto è stata ritrovata tra gli attrezzi da lavoro dell’uomo

5 settembre BEATRICE MANTOVANIERA ancora agonizzante quando è stata ritrovata nell’auto di famiglia dai carabinieri a Reggio Emilia. E’ morta poche ore dopo in ospedale.le ha sparato il marito che poi si suicida.

6 settembre LINDITA PJETRI 37 anni è stata uccisa dall’ ex marito che poi si suicida, abitavano a Besana Brianza , Monza . L’uomo ha soffocato la donna con un cuscino, prima di impiccarsi al soffitto.

N.R madre di 69 anni uccisa dal figlio, Alessandro,di 32 anni, affetto da gravi problemi psichici. La donna è stata violentemente picchiata e colpita alla testa con una bilancia da cucina.

ADRIANA FESTA, argentina di 30 anni, uccisa a colpi di pistola in seguito a una discussione dal convivente Emilio Tolmino,56 anni, a Cosenza l’8 settembre scorso.

ELENA PARA, accoltellata dal marito, Franco Manzato (48 anni) a Santa Maria Di Sala (Venezia); lascia una figlia di 14 anni.
L’uomo nel 2000 aveva già tentato di uccidere la sua prima moglie.

TIZIANA RUPENA, triestina di anni 48, accoltellata più volte dal convivente Giulio Sinisig, di 47 anni; secondo la ricostruzione degli inquirenti alla base del gesto un raptus d’ ira o gelosia.

GALYNA DOTSYAK, moldava di 56 anni, uccisa a bastonate lo scorso 5 Giugno nei pressi di monte Terminio dall’amante R. G. per motivi passionali e di gelosia.

MARIATERESA DI GIANBERARDINO, casalinga di 55 anni accoltellata dal figlio, Valentino Di Nunzio (27 anni ) a Manopello (Pescara).

N.R donna italiana di circa 30 anni uccisa a coltellate in casa sua nella zona nord di Cinisello Balsamo dal convivente per motivi passionali.

B.N., di anni 52, massacrata di botte dal compagno ubriaco a Roma il 20 settembre. La donna, prima di morire, accompagnata all’ospedale, aveva raccontato di essere caduta.

SIMONETTA MOISÉ, 56 anni, paraplegica da più di 25 anni, è stata uccisa con un colpo di pistola alla testa dal marito Pietro Amighetti, 63 anni a Sala Baganza (Parma).

GAETANA DAMA, 39 anni, assassinata a Cesana dal compagno Luca Della Valle, 48 anni. Il corpo della donna è stato trovato dentro un’auto, con segni di strangolamento sul collo.
L’uomo accusato 20 anni prima di aver ucciso la moglie in quella occasione era stato assolto dalla Cassazione.

LUCIA SCARPA, settantenne, uccisa nella propria abitazione in via Romolo Gessi, Milano dal vicino per la restituzione della cifra irrisoria di 20 euro.

EMILIA CUPONE di anni 50 investita l’8 ottobre scorso a Roggiano Gravina (Cosenza) da Gianluca Bevilacqua

CLAUDIA ORNESI e la figlia, rispettivamente di 42 e 2 anni, sono state uccise a Crema il 21 Luglio scorso da Maurizio Jori, marito e padre delle vittime. Madre e figlia sono state trovare in casa asfissiate con. il gas

NEILA BUREKAITE, lituana di 24 anni accoltellata del convivente Matteo Pepe di 43 anni a Vasto

SANTINA PERIN di 85 anni uccisa a Treviso dal figlio Gabriele Frattini di 53 anni con un fucile da caccia, sconosciuto il movente

MARIA ROSA PERRONE, 51 anni, accoltellata violentemente a Teramo dall’ex marito, William Adamo di 59 anni, davanti al figlio autistico, di 20 anni.

ROMINA ACERBIS, anni 29, strozzata a Bergamo dal marito Maurizio Ciccarelli dopo una l’ennesima lite: la giovane voleva un figlio; sconosciuto il movente

MIRELLA LA PALOMBARA, 43 anni, assassinata dal marito Nicola Desiati, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe scaricato l’intero caricatore della sua pistola, una calibro 9, contro la moglie. La donna, di Vasto Marina, è stata ritrovata riversa sul divano in una pozza di sangue.

L.G.B di 67 anni uccisa il 29 ottobre a Caltagirone (Catania) dal marito,G.B. che al culmine di una lite l’ha ferita mortalmente.

EVELINA CLONETTI, 74 anni, è morta a Genova per mano del marito, Fausto Voltolina, 77 anni, con una coltellata alla gola. Non è chiaro il movente

CARLINA DE TOMI, 65 anni, accoltellata nel Veronese dal convivente Nardinio Biscuola.L’uomo ha detto ai carabinieri che la donna lo assillava ogni giorno con le medicine da prendere.

ZOHRA AINOUSSI, immigrata nordafricana di 44 anni proveniente dal Marocco, trovata sulle scale della sua abitazione a Sanremo dal fratello in una pozza di sangue: era stata massacrata da una decina di coltellate lungo la schiena e l’addome. Caso irrisolto.

RITA FRISINA di Reggio Calabria uccisa dal fratello, Giovanni Frisina a coltellate, il giorno 14 novembre. La donna e’ morta immediatamente in seguito alle ferite riportate.

MARIANNA RICCIARDI, donna di 36 anni uccisa nella sua abitazione a Samarate (Varese), da Domenico Cascino, collega e amante. La donna è stata colpita più volte al viso con una scacchiera di vetro e marmo e con una sedia

N.R donna marocchina, 39enne con 2 figli, uccisa a martellate dal marito a Sorvolo, nella Bassa Emilia: voleva la separazione.

AUSTUGA ALVELO 50enne di origine sudamericana, accoltellata mortalmente con 2 colpi al cure a Bologna, via Primodì, dal compagno L.C di 45 anni.

GIULIANA MASSEI, 79, Castiglioncello (Livorno) Uccisa con arma da fuoco dal figlio che dopo si è suicidato.

mercoledì 12 gennaio 2011

I propositi degli uomini disertori del patriarcato

Questi che seguono sono i buoni propositi formulati dai disertori del patriarcato, uomini, nella mailinglist di femminismo a sud, c'è stata una bellissima discussione ed elaborazione che ha coinvolto più persone e dalla quale sono venuti fuori questi buoni propositi per il 2011

...

1. Per troppo tempo, molti di noi hanno trascurato la salute fisica, mentale e spirituale. Prendiamoci cura di noi stessi, senza demandare la responsabilità della nostra cura ad altre/i.

2. Prendiamoci la responsabilità di mantenere e preservare le nostre relazioni sociali. Inviare biglietti di auguri, acquistare i regali per i nipoti, ricordare i compleanni, o anche solo organizzare cene per stare in compagnia, sono attività che ci mantengono vivi ed in relazione con altre/i. Smettiamola di lasciare ad altre/i la gestione della nostra rete sociale! Ricordiamo in prima persona a chi ci sta vicino che teniamo alle loro parole e alla loro presenza.

3. Ascoltiamo le donne, senza interrompere, senza smentire immediatamente, senza criticare o deridere solo perché sono donne. Ascoltare, comprendere, rispondere in modo pertinente sull’argomento e non in base al genere dell’interlocutrice/ore. E tenendo la bocca chiusa abbastanza a lungo, potremmo imparare qualcosa!

4. Facciamo attenzione, nelle nostre attività e/o discussioni, a quanto diamo peso alle opinioni, alla parola ed alla presenza di altre soggettività. La mancata partecipazione di donne, trans e persone di diverse provenienze e/o vissuti ci vincola al paradigma patriarcale, eteronormativo (*) e razzista.

5. Impariamo anche i gesti e le attività che lasciamo fare sempre e solo alle donne. Fare il bucato in modo corretto, ad esempio. Tu ed io sappiamo come fare il bucato. E’ facile quanto cambiare l’olio tenendo in mano una birra, riparare lo scarico, o agganciare un nuovo televisore al plasma. E’ l’ora di smettere di fingere d’essere ignoranti. Capiremo molto di più di noi stessi e guadagneremo strumenti e possibilità di comprensione reciproca.

6. Eliminiamo le parole misogine e sessiste dal nostro vocabolario – e dal nostro dialogo interiore pure. Quando una donna fa qualcosa che non ci piace, non la chiamiamo “troia” – nemmeno nella nostra testa! E’ un’atteggiamento mentale stupido e funzionale alla violenza. Evitiamo la complicità silenziosa con altri esprimendo chiaramente dissenso quando ascoltiamo linguaggi e/o assistiamo ad atteggiamenti misogini e omo/transfobici.

7. Dobbiamo sempre essere forniti di profilattico e metterlo prima che lei sia costretta a chiedercelo. Basta indossarlo. E’ un atto di rispetto e responsabilità che dobbiamo a noi stessi e a chiunque faccia sesso con noi.

8. Evitiamo qualsiasi attività sessuale che oggettivizza, sfrutta, ferisce o umilia le donne. Evitiamola, anche perché è umiliante e degradante anche per noi,

9. Scegliamo di avere rapporti sessuali esclusivamente con persone che siamo certi siano consapevoli e consenzienti. Ciò significa che non siano ubriache, confuse, o impaurite. Che non siano state manipolate o la situazione non sia frutto di un atto di bullismo, molestia e/o pressione psicologica o abuso di potere.

10. Risolviamo eventuali conflitti in modo non violento, senza abusi, senza ritorsioni o vendette e senza coinvolgere chi non c’entra – soprattutto se si tratta delle figlie e dei figli.

11. Troviamo un altro uomo da amare, in qualunque modo. Amico, padre, collega: proviamo a sentire, anche per scherzo, anche in una battuta, il rumore della parola “amore” detta a un altro uomo. Facciamola uscire fuori e vediamo che effetto fa. Mettiamoci alla prova, in questa come in altre situazioni.

12. Lavoriamo per eliminare la nostra omofobia e/o transofobia. L’eteronormatività (*) distrugge la nostra connessione con tutti gli altri esseri umani. E ci impedisce di amare. Dobbiamo essere in grado di amarci profondamente. Come uomini siamo capaci di dare e ricevere tanto amore – e non solo dalle donne. Informiamoci, leggiamo, parliamo, conosciamo altre esperienze. Ne guadagneremo sicuramente in qualcosa.

13. Informiamoci sul femminismo. Ci sono tante storie e correnti femministe quanti movimenti letterari e avanguardie artistiche. E’ una storia enormemente complessa sulla quale è doveroso saperne di più, soprattutto perché interessa noi, che eravamo siamo e saremo lì, insieme a chi ha una sua storia che pochi conoscono. Di nuovo e ancora: conosceremo in tal modo molto di più anche noi stessi.

—>>>(*): Per eteronormato, eteronormativo, eteronorma si intendono tutte quelle regole/norme comportamentali/psicologiche/linguistiche etc che si basano sull’idea che l’unica sessualità possibile e/o obbligatoria sia quella etero.

Fonte: Femminismo a sud

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