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sabato 23 marzo 2013

Qualche appunto sulla questione di Amina e dell'islam

Oggi su facebook si è condivisa l'immagine di Amina, che vorrebbe informare sul pericolo che corre, a causa della sua adesione alla lotta a petto nudo in stile Femen, in un paese islamico.
Attorno alla questione si sentono numerose voci. Il timore che possa accadere qualcosa alla ragazza si accompagna spesso ai pregiudizi verso i paesi islamici.
Il fatto è che i paesi islamici non sono tutti uguali e l'islam stesso è fatto di persone molto diverse tra loro, tanto quanto sono diverse tra loro le persone che abbracciano il cristianesimo o altre religioni.
Ma poiché il discorso sull'islam è abbastanza appiattito - tutti terroristi, tutti misogini, tutti lapidatori. Donne vittime o, a loro volta, ottenebrate dalla religione - è facile cadere nell'errore. Questo errore però non fa altro che alimentare degli stereotipi negativi, e gli stereotipi negativi non fanno altro che vanificare il lavoro delle persone, di tutti i paesi islamici, che non sono per niente terroriste, misogine, ottenebrate, vittime o fanatiche.
E' per questo che condivido qui questo comunicato della rete musulmana, nel quale si spiega che in Tunisia non c'è più la pena di morte, non c'è quindi la lapidazione (che è la stessa cosa della pena di morte), che Amina non è stata condannata da nessun tribunale, dove i tribunali sono civili e non religiosi, e che le parole di Adel Almi non rappresentano una Fatwa, ma solo le dichiarazioni di un misogino, e di misogini è pieno il mondo (come quando il prete dice che lo stupro le donne con la minigonna se lo meritano).
Vi segnalo anche quest'altro testo che intende criticare il modo superficiale in cui circolano le notizie sul mondo islamico.

Comunicado de Red Musulmanas: Pechos y fatuas
Está corriendo por internet la noticia de una fatua contra una joven tunecina que mostró sus pechos en una foto de facebook como forma de reivindicación de las libertades de las mujeres. Desde Red Musulmanas queremos manifestar, ante todo, nuestro entero apoyo a la joven y a todas las formas de protesta pacíficas contra el patriarcado, una lucha en la que nos inscribimos por completo. Las mujeres debemos recuperar la propiedad de nuestro cuerpo ya sea para mostrarlo o para cubrirlo en un ejercicio irrenunciable de recuperación de nuestra matria potestad. Con este comunicado queremos aclarar cuál es el contenido de la noticia y qué es una fatua. En el islam no hay jerarquías religiosas, no hay cabezas visibles que ordenen y manden. Ante sucesos novedosos, las personas que se dedican a estudiar la religión pueden emitir veredictos y contraveredictos que no son vinculantes. Cualquier ulema, y hay miles de ellos y de muy distintas facciones, puede emitir una fatua que será retomada o contradicha por numerosas otras fatuas y contrafatuas. Según la página web Assabah News, Adel Almi, polémico ulema tunecino muy mediatizado, hizo las siguientes declaraciones: “Amina debe ser azotada 100 veces y, debido a la gravedad de su pecado, la joven merece ser lapidada hasta la muerte.” Sin embargo, el propio Almi desmiente haber llegado hasta ese extremo. Sería sorprendente que tomáramos estas declaraciones como una fatua, esto es, un pronunciamiento legal, puesto que Almi no es un juez, ni en la jurisprudencia tradicional islámica se contempla la lapidación o los latigazos por posar desnuda. Así pues, ni existe fatua alguna, sino supuestas declaraciones misóginas y criminales muy graves, ni tienen peso legal ninguno, ya que en Túnez no existe la pena de muerte. La joven podría incurrir en una pena de seis meses a dos años de cárcel y una multa de 100 a 1000 dinares por “atentado al pudor”, tal y como contempla el artículo 226 de la ley penal tunecina. Pero no nos consta que haya habido ninguna denuncia por este delito contra la joven. Seguramente la noticia hubiera sido mucho más productiva si se hubiera centrado en la necesidad de modificar la ley penal sobre este punto. Lo que estamos viviendo con esta noticia es lo que hemos vivido miles de veces en las manifestaciones en España, por ejemplo: un millón de personas se manifiesta de manera pacífica, pero un grupo quema contenedores de basura y las portadas solo muestran el fuego. Entender sus palabras como si fuese la voz del islam, lo único que hace es darle alas y poder a los radicales. Es importante conocer y difundir la noticia, pero de manera correcta: “Un ulema declara supuestamente que una joven merece ser lapidada por posar desnuda”. Todo lo demás, “Amina morirá lapidada”, “Amina condenada a muerte en Túnez” y demás titulares que estamos leyendo, no solo faltan a la verdad, sino que redundan en los estereotipos, alimentan la islamofobia y hacen que perdamos, en el barullo de los gritos y graznidos, las voces de los sectores más moderados e infinitamente más reflexivos. Debemos denunciar la manipulación de los medios de comunicación al servir como correa de transmisión para las expresiones racistas e islamófobas. Es necesario que desde las comunidades musulmanas de todo el mundo desautoricemos a estos clérigos misóginos y demos nuestro apoyo a las mujeres que sufren todo tipos de violencias. Sin duda, es responsabilidad de todos y todas.
Para más información: www.redmusulmanas.com
Fonte: http://www.redmusulmanas.com/comunicado-de-red-musulmanas-pechos-y-fatuas

Ringrazio Sguardi sui generis per aver condiviso questi articoli. 

martedì 7 dicembre 2010

STUDI DI GENERE NEL MONDO ISLAMICO Identità di genere e percorsi di emancipazione femminile

Giovedì 16 dicembre - Cappella Pappacoda -Largo S. Giovanni Maggiore -ore 15.30-17.30
Presentazione del libro di Renata Pepicelli, Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme, Carocci,
Roma, 2010
(Cristina Ercolessi - Anna Maria Di Tolla. Sarà presente l’autrice)
Mercoledì 12 gennaio - Cappella Pappacoda -Largo S. Giovanni Maggiore - ore 15.30-17.30
Le donne e la questione femminile in Iran
(Lia Tornesello)
Mercoledì 19 gennaio - Cappella Pappacoda -Largo S. Giovanni Maggiore - ore 15.30-17.30
Movimenti socio-politici e processi di emancipazione femminile in Nord Africa
(Anna Maria Di Tolla)


Info: Palazzo del Mediterraneo, Via Nuova Marina, 59 - VII piano, 80133 Napoli
Tel. 081/6909013 – fax 081/6909541
E-mail: archiviodonne@unior.it

Fonte http://www.iuo.it/userfiles/workarea_235s/Nuovo%20calendario%20Studi%20di%20genere.pdf

venerdì 22 febbraio 2008

La manager Usa che rischia la vita per un caffè in Arabia

Da Starbucks col collega: arrestata

Ci risiamo: iper-conservatori sauditi (sempre più forti) contro riformatori (ogni giorno più deboli). Ma anche Riad contro Gedda. Ovvero: la dura regione del Najd, terra di Islam wahhabita e codici beduini, contro il dolce e (relativamente) liberale Hijàz, da sempre cosmopolita per commerci e pellegrinaggi. In mezzo — come spesso avviene — una donna, che vive barricata in casa da giorni e ora teme perfino per la propria vita. Yara (il cognome è meglio non diffonderlo), 37 anni, partner di una società finanziaria, madre di tre figli, doppia nazionalità americana (nata in Libia da genitori giordani, è cresciuta in Utah) e saudita (come il marito, di Gedda appunto, dove vive la famiglia). Che il 4 febbraio è stata incarcerata a Riad per khulwa, promiscuità: insieme a un collega siriano era stata «sorpresa » in pieno giorno (ma loro certo non si nascondevano) in un moderno e trendy caffè Starbucks della capitale. Seduti a parlare di lavoro nel «settore famiglie », dove ristoranti e caffè relegano le donne e i gruppi misti, legali se composti da consanguinei o coniugati.

Yara, abituata agli Stati Uniti prima e a Gedda poi, non ci ha pensato molto ad entrare con il collega in quel caffè al pian terreno del loro ufficio, dov’era saltata l’elettricità e non poteva usare il laptop. Portava la regolare abaiya (il soprabitone nero) e lo hijab (il velo in testa). Non aveva intenzioni trasgressive. Ma una telefonata anonima alla «Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio», leggi la polizia religiosa o mutawwa (come è chiamata con un certo disprezzo nel Regno), ha dato il via all’ennesimo dramma saudita. Un uomo con barba e tunica corta (segni di «ascetismo»), che non ha voluto identificarsi, ha intimato al siriano di uscire (poi è stato arrestato), a Yara di firmare l’ammissione del suo peccato-reato. Rifiutatasi (la donna non sa leggere l’arabo, tra l’altro), è stata trascinata in un taxi, privata di borsa e cellulare (per impedirle di avvisare il marito), consegnata alla centrale mutawwa (e non alla polizia normale come avrebbe dovuto per legge).

Ha dovuto subire la filippica di uno shaikh («finirai bruciata all’inferno»), firmare la confessione. Con l’impronta digitale, come si addice alle donne secondo i mutawwa. Che non contenti l’hanno spedita al carcere di Malaz: spogliata, perquisita, maltrattata, trattenuta per sei ore e liberata solo per l’intervento del marito Hatim, precipitatosi a Riad per salvarla. «Una storia terribile, uno dei tanti abusi commessi dalla polizia religiosa che è protetta dall’alto e spadroneggia soprattutto a Riad», dice al Corriere Khalid Al Maeena, direttore del quotidiano Arab News di Gedda, l’unico che sta seguendo il caso di Yara giorno per giorno, con relativa libertà di critica anche perché in inglese. I quotidiani arabi ne hanno parlato meno, è vero. Ma questo non ha evitato una denuncia della Commissione contro gli editorialisti Abdullah Al Alami di Al Watan e Abdullah Abou Alsamh di Okaz: il primo per aver definito il caso di Yara un «rapimento»; il secondo per aver messo in dubbio l’interpretazione di khulwa data dai mutawwa.

Dopo le critiche di media, organismi per i diritti umani, Onu e molti intellettuali, la Commissione è infatti passata al contrattacco. Due giorni fa ha smentito la ricostruzione dei fatti pubblicata da Arab News con le parole della protagonista. «È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme è haram, proibito, per donne e uomini non parenti», ha ribadito la polizia «morale», che conta 10 mila effettivi uomini e donne, è guidata da una sorta di ministro e fa capo al Re. E che è stata recentemente implicata in due omicidi, nonché in una serie di casi al di fuori di ogni rispetto dei diritti umani (una povera donna analfabeta, ad esempio, è stata condannata a morte per «stregoneria»). Yara, intanto, ha deciso di tacere. Giura che non rimetterà più piede a Riad. Pensa di tornarsene in America. «Temiamo per le nostre vite, e ulteriori persecuzioni — dice il marito —. Adesso molti sauditi sono furiosi e usano la storia di Yara per dire "basta con questa gente, con i mutawwa". Ma che abbiano ragione o no, noi non vogliamo trovarci nel mezzo».

Cecilia Zecchinelli
21 febbraio 2008(ultima modifica: 22 febbraio 2008)

Fonte: Corriere.it

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