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mercoledì 30 aprile 2014

Storie di un paese violento

Da Intersezioni
L’importanza dell’aborto, tra diritto negato e strumentalizzazioni

Chi legge questo blog probabilmente già è al corrente del fatto che per promuovere il proprio libro Mario Adinolfi ha fondato, nel nome della mamma, dei circoli. Uno scritto e dei circoli contrari ai diritti umani, nello specifico contrari al diritto a un aborto in sicurezza, contrari al diritto a non subire discriminazioni in base al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere, e contrari al diritto di poter morire senza subire accanimento terapeutico.
Le stesse idee misogine, omofobe e autoritarie espresse negli anni passati da Giuliano Ferrara, dalle destre (e pseudosinistre) più o meno organizzate in partiti, movimenti e associazioni, assieme a fanatici religiosi di ogni credo e credenza. In difesa di una presunta “famiglia naturale”. “Famiglia” significa “comunità umana” e, in quanto tale, non può essere “naturale”, con lo stesso significato che diamo all’aggettivo “naturale” quando lo usiamo per descrivere le piante; ormai non esiste neanche più il “paesaggio naturale”, dato che anche ciò che appare come frutto della natura è, in qualche modo, stato oggetto di modificazione da parte dell’essere umano; anche un prato è un paesaggio antropizzato. Il concetto stesso di paesaggio o di pianta è antropico, culturale. La famiglia è, unicamente, culturale. Essa assume forme diverse a seconda del momento storico, in base al quale può fondarsi su valori del tutto estranei alla contemporaneità di chi scrive. Siamo ai fondamentali del ragionamento attorno all’essere umano.
Purtroppo queste persone hanno già segnato punti a loro favore nel momento in cui ci occupiamo delle loro uscite populiste, della loro bassezza umana e pochezza culturale. In più, spararla grossa per creare scompiglio, è una tecnica di imbarbarimento del dibattito, in questi casi il dibattito non esiste nemmeno, siamo ben oltre.

domenica 23 marzo 2014

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad




Da Intersezioni

Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad. Traduzione di Serbilla Serpente revisione di feminoska, articolo originale qui.
Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone
L’antropologa Dolores Juliano sostiene che, siccome “il modello di sposa e madre devota è davvero poco attraente, l’unico modo per ottenere che le donne vi si adeguino è assicurarsi che l’altra possibilità sia peggiore”.
Dolores Juliano (Necochea, Argentina, 1932) ha studiato a fondo le strategie culturali e di dominazione di genere contemporanee, così come i saperi e le pratiche delle collettività oppresse che le fronteggiano. El juego de las astucias. Mujer y construcción de mensajes sociales alternativos (1992); La prostitución: el espejo oscuro (2002); o Excluidas y marginales: una aproximación antropológica (2004) ce lo raccontano bene. Questa dottora in Antropologia e professora dell’Università di Barcellona ha fatto parte, fino al suo pensionamento, del progetto ‘Mujeres bajo sospecha. Memoria y sexualidad (1930-1980)’ condotto da Raquel Osborne. In esso, Juliano analizza i modelli di sessualità vigenti durante il franchismo e come l’omosessualità femminile fosse condannata al silenzio e all’invisibilizzazione.
I modelli di sessualità femminile sono cambiati rispetto a quelli dell’epoca della dittatura, oppure è cambiata la forma ma la sostanza è la stessa?
E’ cambiata la società. La chiesa cattolica mantiene i modelli sessuali tradizionali. L’idea di peccato o di devianza è molto presente in essa e nelle religioni monoteiste. Nel protestantesimo ci sono modelli puritani assolutamente fondamentalisti. Il dettato delle leggi religiose sembra ugualitario, ma nella pratica non è mai stato così.
Queste religioni sono più permissive con la sessualità maschile?
Sì, e ciò ha a che vedere con i modelli religiosi e l’organizzazione sociale. Le società patrilineari e patrilocali sono molto restrittive rispetto alla sessualità femminile.
Patrilineari e patrilocali?
Intendo dire che l’eredità, i beni, l’appartenenza al gruppo e il cognome si trasmettono per linea maschile e la patrilocalità, per parte sua, significa che le nuove coppie si stabiliscono, lavorano o convivono con il gruppo dell’uomo e non con quello della donna. E’ il modello che si è imposto attraverso conquiste e colonizzazioni. Lo status sessuale della donna è sempre sospetto, ed è soggetto a controllo. Dalla sua fedeltà dipende, ad esempio, che il titolo nobiliare venga trasmesso al figlio biologico del marito. Attraverso la donna si trasmettono i mezzi e l’appartenenza, ma resta sempre una straniera ambigua, una donna aliena che si è introdotta nella famiglia dell’uomo. Esiste un doppio standard di moralità.

sabato 11 gennaio 2014

Nel COGNOME della MADRE e del PADRE

Nel COGNOME della MADRE e del PADRE - richiesta di emendamento necessario - NO alla casualità e NO alle DONNE SOTTO TUTELA  firma qui.

Condivido la petizione promossa da Iole Natoli che richiede l'emendamento necessario e urgente al Ddl di modifica delle regole di attribuzione del cognome ai figli.

Il testo della petizione:

All’attenzione di firmatarie e firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli Nel COGNOME della MADRE e del PADRE - richiesta di emendamento necessario NO alla casualità e NO alle DONNE SOTTO TUTELA

Con assoluta serietà d’intenti, chiediamo alle e ai firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli, già esistenti in Parlamento e di cui si calendarizzerà la discussione, di includere nei loro progetti un emendamento che andiamo adesso a specificare. Ci riferiamo alla necessaria modifica di una regola presente in diversi progetti e totalmente priva di credibilità logica e umana, che affida la priorità nella scelta del cognome o nella sequenza dei cognomi a ordini alfabetici e sorteggi, che allo stato attuale appaiono solo per quel che in sostanza sono: la continuazione nascosta della rimozione infinita del ruolo particolare della donna nella generazione dei figli. Questa rimozione volontaria, che ha condotto al sistema patriarcale della patronimia, è la radice del male sociale che induce altre discriminazioni più profonde, fondando occultamente il presunto diritto di sopraffazione dell’essere maschile sul femminile. Noi riteniamo che una riforma debba fare qualcosa di più di garantire il legittimo desiderio di dare ai figli il proprio cognome solo alle donne più forti o fortunate (quelle cioè che hanno un cogenitore immune da vizi ideologici); riteniamo che debba contribuire a modificare un sistema sociale bacato e ciò può accadere solo col riconoscimento di una parità che non neghi la diversità, ovvero di una parità basata su un pari contributo in termini di impegno psicofisico e relazione tra genitori e figli. La registrazione anagrafica di un figlio avviene in concomitanza con la nascita e poiché il cognome sancisce la relazione di appartenenza a un’area familiare e questa è inizialmente configurabile ESCLUSIVAMENTE mediante la relazione psicofisica col genitore gravido che partorisce, chiediamo che PER PROSSIMITÀ NEONATALE il cognome di quel genitore sia il primo dei cognomi del figlio, senza che tale posizione possa incidere sulla futura libertà del figlio di scegliere quale dei suoi cognomi attribuire alla propria discendenza. Ci si dirà: ma quel genitore è sempre e soltanto la donna. Verissimo e ce ne dispiace. Ove pertanto si voglia evitare di sopraffare nuovamente benché tacitamente le donne e al tempo stesso scongiurare il rischio che i padri possano ritenere non equa per loro tale norma, dichiariamo che riterremo per parte nostra accettabile la regola dell’ordine alfabetico o del sorteggio, a condizione che tale sistema sia stato posto in essere anche prima ovvero nell’assegnazione di gravidanze e parti tra i due genitori, ricorrendo a tutte le procedure biologiche del caso. Certe del favorevole accoglimento di quest’ultima richiesta, auguriamo alle e ai parlamentari interessati un sereno e proficuo lavoro.
Milano, 10 gennaio 2014
Iole Natoli e coloro che appresso firmeranno

A: Valeria Fedeli, Vicepresidente del Senato Alessandra Mussolini, Senatrice Riccardo Nencini, Senatore Laura Garavini, Deputata Fabrizia Giuliani, Deputata Enrico Letta, Presidente del Consiglio Michela Marzano, Deputata Marisa Nicchi, Deputata Pia Locatelli, Deputata Barbara Pollastrini, Deputata Donatella Ferranti, Deputata Titti Di Salvo, Deputata Maria Cecilia Guerra, Senatrice Laura Puppato, Senatrice Giuseppe Civati, Deputato Anna Finocchiaro, Senatrice Rosy Bindi, Deputata Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputali Pietro Grasso, Presidente del Senato All’attenzione di firmatarie e firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli Nel COGNOME della MADRE e del PADRE richiesta di emendamento necessario NO alla casualità e NO alle DONNE SOTTO TUTELA Con assoluta serietà d’intenti, chiediamo alle e ai firmatari di tutti i Ddl sul cognome della famiglia e dei figli, già esistenti in Parlamento e di cui si calendarizzerà la... 

Firma qui

martedì 7 gennaio 2014

Cognome materno: uno spiraglio

Sono anni che si combatte questa battaglia per l'attribuzione del cognome materno ai figli e per il doppio cognome, i tempi di elaborazione culturale sono stati lunghi, ma qualcosa sta cambiando. La corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo il 7 gennaio ha condannato l'Italia perché non è possibile, nel nostro paese, attribuire ai figli il cognome della madre, dunque bisogna cambiare la legislazione in merito.Si apre, decisamente, uno spiraglio.

Come è chiaro questa condanna e i successivi adeguamenti arriveranno in ritardo rispetto a quello che doveva essere un diritto di base di ogni donna.

Qui e qui due articoli sul lavoro di Iole Natoli sul diritto al cognome materno.

domenica 2 giugno 2013

La libertà di essere e fare ciò che si desidera, poche persone ne approfittano

La divisione del lavoro domestico, del lavoro tutto, e quindi di cura della famiglia, basata sulla personalità è un principio di libertà.

Da internazionale: Il falso mito dei padri a casa

E se seguissi la moda e restassi io con i figli mentre mia moglie è al lavoro? –Matteo
Che il papà a tempo pieno vada di moda non ci sono dubbi: basta sfogliare una rivista femminile o fare un giro tra i blog per rendersene conto. Ma non è detto che sia anche una realtà. Anzi, secondo una ricerca condotta nel Regno Unito si tratta di un falso mito: negli ultimi dieci anni il numero di padri a casa con i figli è aumentato di seimila persone, mentre quello delle mamme è diminuito di 44mila.
Chi copre la differenza di 38mila famiglie restate senza genitori? I nonni, le tate, l’asilo nido. Sono loro la vera moda e non i tanto decantati quanto rarissimi padri a tempo pieno. Perché purtroppo è più dura di quanto sembri: un uomo che lascia il lavoro per stare con i figli è visto nel migliore dei casi come un debole, nel peggiore come un fallito. Ed è un’idea talmente radicata che spesso si affaccia anche nella testa delle mogli: l’uomo che non porta a casa la pagnotta non è attraente.
Da quanto ho visto io, le uniche che riescono ad accettare di buon grado di sostenere economicamente il marito sono donne molto intelligenti e sicure di sé. Quelle che hanno capito che la divisione dei ruoli basata sulla personalità e non sul genere di appartenenza è un vantaggio per tutti. Se tua moglie è una di loro, vai tranquillo: segui la moda, vera o falsa che sia, e prenditi cura della tua famiglia.
Internazionale, numero 1002, 31 maggio 2013

Da internazionale.

martedì 21 maggio 2013

Nel Cognome della #Madre, per l'aggiunta del cognome materno alle figlie e ai figli

L'aggiunta del cognome materno è un diritto non pienamente riconosciuto in Italia, su questo argomento c'è questo vecchio post. I modi per aggiungere il cognome della madre al/alla nascituro/a non sono lineari o diretti, è per questo che serve una normativa chiara che permetta pienamente l'esercizio di questo diritto. In questo senso si muove la petizione attualmente on line promossa da Equality Italia:
Nel COGNOME della MADRE. Firma la campagna di Equality Italia a sostegno della scelta dei cognomi Chiediamo al Parlamento Italiano affinché sia finalmente approvata una normativa chiara e certa sulla possibilità di scelta del cognome, che sia quello del padre o della madre o di entrambe, così che sia superata l’attuale legislazione, figlia di una visione familiare superata dai tempi e dall’attuale organizzazione sociale. Si tratta di una battaglia fortemente simbolica, che richiama la politica ad intervenire nel complesso delle materie che attengono al diritto di famiglia, di cui alla luce dei decenni passati, è necessaria una completa revisione.

venerdì 22 febbraio 2013

Fratellanza, sorellanza e famiglia

L'altro giorno Lisa Marie è tornata da scuola un po' turbata. Lisa ha quasi 10 anni, va a scuola nel paese dove viviamo. Frequenta fin dalla materna lo stesso gruppo di amici e amichette, quel gruppo di 15 bambini circa, nati nel 2003, arrivati ormai in quarta elementare. Probabilmente Lisa continuerà a studiare ancora con loro fino a 13 anni, quando finirà le medie.
E' una nostra scelta. Vogliamo che Lisa cresca con i suoi amici di sempre e che affronti magari quel periodo della pre adolescenza, più difficile dicono, con un gruppo di persone affiatate. E' un modo per proteggerla e per sostenerla nella sua vita di scolara italo-francese che ha due mamme e anche un fratellino.
Sei mesi fa, in effetti, è nato Andrea il nostro secondo figlio. Andrea è stato partorito dalla mia compagna, mentre Lisa è stata messa al mondo da me. Sono i nostri figli e li amiamo appassionatamente e non importa se hanno o non hanno il mio corredo genetico o quello di lei. Sono la nostra gioia, i nostri due amori, i regali della nostra vita, desiderati, voluti, attesi; sono il risultato meraviglioso di un percorso lungo difficile travagliato e anche parecchio costoso.
Hanno due cognomi diversi, Lisa porta il mio e Andrea quello di Raphaelle ma noi, da 10 anni, siamo la famiglia La Delfa-Hoedts, in attesa di una legge che lo scriva nella pietra. Ogni volta che è possibile, scriviamo i loro due cognomi legati con un trattino. Trait d'union si dice in francese: trattino per unire, per fare di due uno...
Quel giorno, a metà pranzo, Lisa ci dice che vorrebbe farci una domanda perché Alessia, la sua amica, le ha detto che Andrea, anche se è come un fratello, in verità suo fratello non è. E lei vorrebbe sapere da noi come stanno le cose. Ha continuato cercando di spiegarci le parole precise di Alessia: che uno è fratello perché è la mamma e il padre, che danno ai figli qualcosa di loro e che lei e il fratello sono veri fratelli perché sono nati dalla stessa madre e dallo stesso padre e si capiva che lei non riusciva bene a spiegare ma che intuiva e che Alessia stessa non capiva bene ma qualcosa sì. Insomma un discorso un po' complesso.
Ho detto a Lisa, dopo averla ascoltata senza interrompere (tanto non è possibile: quando ha un'idea la deve dire tutta) che Alessia ha detto così perché lei e tanti altri conoscono un solo modo di essere fratelli e sorelle, quella della trasmissione genetica, la filiazione del sangue, come si dice di solito.
Perciò dal punto di vista di Alessia, Andrea non era il suo fratello perché non condividono il corredo genetico ma da altri punti di vista, è suo fratello perché si può essere fratelli in almeno due altri modi: per adozione, e dunque per legge, e anche per amore quando hai gli stessi genitori: "tu e Andrea avete due mamme e sono le stesse mamme per entrambi".
E poi le ho detto che se io e Raphaelle volevamo tanto sposarci non era tanto per noi due che abbiamo già i Pacs ma per loro due, per iscrivere loro due sullo stesso libretto di famiglia e avere finalmente lo stesso cognome in tutta la famiglia. Quando ci siamo sposate (in Francia) loro sono diventate non solo fratelli per amore (già lo sono) ma fratelli per la legge.
E la legge è l'unica sicurezza per quanto riguarda la filiazione. Non c'è figlio né genitore se non è scritto dalla legge. E nemmeno i legami di sangue riescono a essere più forti dei legami della legge per le tutele, le responsabilità, i doveri dell'uno verso l'altro.
Ho raccontato a Lisa che la nostra storia letteraria e la nostra storia tout court è piena di figli nati dalle violenze e dai soprusi degli uomini sulle donne, figli nati da uomini che non li hanno voluti. Ho raccontato delle grandi famiglie borghesi dell'ottocento in cui i padri-mariti padroni facevano figli con le cuoche o le sarte in barba alla moglie e cacciavano via madri e figli per evitare scandali. Nel migliore dei casi il figlio finiva in orfanotrofio con una pensione del padrone che mai sarebbe stato un padre. Eppure aveva trasmesso i suoi geni. E tutti lo sapevano, perfino il prete ipocrita che mangiava al suo tavolo e faceva le prediche la domenica.
Ho raccontato che il controllo delle persone e la limitazione della loro libertà si faceva attraverso il racconto ripetuto fino alla nausea delle regole di comportamento corrette e della promozione delle apparenze che sembrano dover dominare sui fatti, ho raccontato che viviamo in un paese ipocrita dove si vieta l'eterologa in nome di una sola filiazione possibile e degna mentre ogni anno nascono in Italia migliaia di figli che non hanno il patrimonio genetico dei loro padri e sempre più spesso neanche delle loro madri. Ma va bene cosi, l'importante è che non si sappia.
E di fatto le coppie eterosessuali sterili non si vantano di essere andate in Belgio o in Spagna a concepire e spesso non lo raccontano ai figli, per paura di perdere il loro amore, in nome dell'unica filiazione ammessa e nobile. Ho spiegato che il problema delle nostre famiglie, per i controllori e i limitatori delle libertà altrui, è che l'eterossesualità viene raccontata e promossa come un nuovo modo degno e bellissimo di fare figli.
Ho raccontato che viviamo in un paese strano che non soltanto riconosce culturalmente una sola filiazione nobile, quella "del sangue", ma a condizione che venga agita all'interno di un matrimonio, possibilmente sacro. Difatti ricordo che soltanto da pochi mesi, nel 2012, si sono finalmente parificati i figli naturali con quelli legittimi, dopo una battaglia parlamentare durata decenni e ostacolata come sempre dalla chiesa. La chiesa onnipresente per impedire di dare più responsabilità agli individui togliendo dignità alle loro scelte ogni volta che non rientrano nel quadro che la chiesa stessa ha stabilito essere l'unico giusto.
Ci siamo liberati dal padre padrone ma abbiamo di fronte un altro padre padrone, mille volte più potente: uno stato succube della curia vaticana che detta legge su tutto ciò che riguarda la libertà delle persone e le loro responsabilità personali. Una società di bambocci irresponsabili ai quali si dice come comportarsi in materia di famiglia, una società in cui viene sanzionata culturalmente ogni scelta che esce fuori dal tracciato.
Viviamo in un paese in cui nella guida alla dichiarazioni dei redditi, ancora oggi (2012), permangono le categorie di genitori e figli e si precisa (perché evidentemente non è ovvio per tutti) che per familiari a carico ci sono tra gli altri:
- figli (compresi i figli naturali riconosciuti, adottivi, affidati o affiliati)
- genitori (compresi i genitori naturali e quelli adottivi);
- nonni e le nonne (compresi quelli naturali).
"Compresi quelli adottivi e naturali"! Questa semplice dicitura che sembra inclusiva in verità marca una discriminazione potente: per il senso comune gli unici familiari a carico per i quali non ci sono dubbi sono i figli avuti da un matrimonio e i genitori regolarmente sposati al momento della nascita. Esiste dunque evidentemente una piramide della filiazione e della genitorialità, dove tutto ciò che non rientra nel quadro è di seconda o terza categoria, come la frutta e le verdure un po' marce.
Onestamente non capisco come i genitori adottivi e naturali non chiedano di sostituire queste diciture con un'altra semplice e davvero inclusiva: figli e genitori legali. Punto. Perché non può esistere una scaletta, per l'amministrazione dello Stato, del Genitore o del Figlio con la maiuscola.
Ho raccontato a Lisa che l'unico e incontestabile modo di essere fratelli è la fratellanza dell'amore e quella della legge. Ho detto che se una madre non accetta suo figlio alla nascita il bimbo non sarà figlio della madre che l'ha partorito e se un padre non riconosce il figlio che sua moglie ha messo al mondo non sarà suo figlio anche se ha dato i suoi geni. E anche se, a volte, la legge lo può obbligare a essere il padre legale di un bambino, se lui non lo vuole col cuore, non sarà mai un padre d'amore. E che un padre o una madre senza amore non servono a nulla. E non sono genitori.
Ho detto ciò che sa già: che i donatori di gameti che hanno aiutato a fare nascere lei e il fratello non sono i loro genitori e non lo saranno mai perché non è quello che hanno voluto e non è quello che noi abbiamo voluto e se loro sono nati, sono nati prima di tutto dal nostro amore e desiderio e anche grazie a dei geni che li hanno fatti nascere belli come il sole, ma non sono stati i geni che li hanno accolti, abbracciati, amati, consolati, nutriti, curati, accarezzati, coccolati, puniti, stretti al cuore, sgridati, controllati e sorvegliati. E non saranno i geni di questi signori così gentili da regalarci la vita, a farli diventare adulti sereni e luminosi ma questo lo potranno fare solo l'amore e la cura dei loro genitori.
Ho detto infine che la legge scrive la filiazione e dà sicurezza ma senza amore non c'è né figlio né padre né madre né figlia. Ho detto che per fare un figlio, per dare un fratello a una bambina, ci vuole l'amore prima di tutto e poi ci vuole anche la legge e quando ci sono i geni a disposizione, è tutto piu semplice, spesso, ma non sempre. E che la fratellanza di sangue è quella che da meno garanzie, in fin dei conti.
E dunque, Lisa e Andrea, figli miei, figli nostri, voi due siete fratelli. Più di tanti altri.
E adesso chi lo racconta a Alessia?

mercoledì 12 dicembre 2012

Aborto: non importa ciò che scegli, non sei una persona cattiva

Mentre navigavo tra i tumblr sono capitata su questo post, scritto da una giovane donna che racconta del proprio aborto. Ha 23 anni studia per diventare assistente legale, è anche moglie e già madre di una bambina di due anni. Il suo scritto mi è sembrato interessante perchè è onesto e chiaro. Mi sembra anche una di quelle testimonianze che dimostrano quanto la presunta Sindrome post-aborto, non sia affatto una vera sindrome ma una questione del tutto personale. Il tumblr si chiama One at a time, la versione originale di questo scritto si trova a questo indirizzo t0ddlersteps.tumblr.com e in fondo a questo post.
Scusate se la traduzione non è perfetta.

ph google

La storia del mio aborto

Dunque, ho sentito un sacco di gente smerdare chi ha avuto un aborto. Mi piacerebbe molto mettere le cose in chiaro. Sono sposata, ho 23 anni, e ho una bambina di 2 anni. Due mesi fa, ho avuto un aborto. Ero di circa 6-7 settimane. Non me ne pento, e questo non fa di me una persona cattiva. Non voglio un altro bambino. Mio marito ed io non abbiamo fatto molta attenzione durante il sesso. L'ho scoperto [di essere incinta] il giorno in cui ho ripreso il college, riuscivo solo a piangere e piangere. Ho detto a mio marito che o lo facevo o mi sarei uccisa. Mi è stato di grande aiuto.

La procedura è stata difficile. Sono stata sveglia tutto il tempo. Mi hanno dato un solo calmante, quindi è stato incredibilmente doloroso. Il mio medico è stato gentile, molto premuroso. Accidentalmente ho visto il feto nell'ecografia (obbligatoria nella mia zona). Nemmeno in quel momento mi sono sentita in colpa. Un infermiera mi ha tenuto la mano durante la procedura, parlandomi della scuola, di mia figlia. L'unica parte della procedura che in realtà è stata dolorosa è stata quella dell'aspirazione, che però è durata solo ... direi circa 5 minuti. In seguito mi sono sentita molto depressa, per lungo tempo, a causa della fluttuazione ormonale, ma ancora non ho sentito nessun senso di colpa.

Dopo la procedura ho avuto dei crampi intensi per, forse, 10 o15 minuti, mio padre mi è venuto a prendere e sono tornata a casa, ho fatto un test per la scuola, sono andata a lezione, quella sera stessa ho ripreso la mia vita normalmente.

Sono così felice di aver potuto eseguire questa procedura, anche se mi costerà 300 dollari. Di tanto in tanto penso "e se?", sono certa che sia normale. Rimarrà con me per sempre, ma ho dovuto prendere questa decisione per me, per la mia famiglia, per lo studio in vista del lavoro e della mia futura carriera, per il nostro reddito, e anche per il potenziale bambino. Non potevo finanziariamente o mentalmente prendermi cura di un altro figlio in questo momento. E va bene così, perché io sono una buona madre con la figlia che ho già fatto.

Sono qui per ascoltare chiunque debba affrontare i dubbi sulla decisione di abortire, chiunque voglia seguire la via dell'adozione o voglia avere un figlio. Tutte queste opzioni sono difficili, e, in definitiva, solo tu puoi fare questa scelta per te. Non importa ciò che scegli, non sei una persona cattiva.


My Abortion Story

martedì 13 novembre 2012

Liberare le donne, per liberare gli uomini

Racconti di paternità. Sono sempre più frequenti, alcuni sereni, altri meno sereni. Se le esperienze non possono essere tutte uguali, una cosa accomuna spesso questi racconti e cioè la dimensione della scoperta. La scoperta di poter instaurare con figlie e figli relazioni di intimità, complicità e amore che con i propri padri o non ci sono state o sono state lacunose, la voglia di esprimere una maschilità diversa, che vuole viversi appieno l'esperienza della genitorialità, senza l'esclusione del materno, ma nella parità.

Per me è un mondo sconosciuto, che ascolto volentieri, perché sono convinta, come dice il titolo di questo post, il quale riprende la chiusa di uno scritto che più giù andrò a linkare, che liberare le donne dai ruoli imposti significhi liberare anche gli uomini dai loro, e che tutt* ci guadagneremo.

Tra ieri e oggi ho incrociato tre racconti  di paternità, oltre ad altri letti in passato, che hanno quello stupore della scoperta che tanto mi incuriosisce, forse non sono perfetti, forse c'è tanto da fare, soprattutto a livello culturale e sociale, ma sono molto interessanti.
Sono interessanti alla luce, soprattutto, di alcune immaginette che mi sono saltate sotto al naso in occasione delle elezioni americane, dove le donne hanno avuto un ruolo determinante. Sono quelle che vedete nel post, dal meme: Suffragette Madonna, prodotte dal movimento anti-suffragette. Si tratta di cartoline ad alta diffusione dal doppio messaggio: se le donne avranno il diritto di voto, uomini, vi dovrete occupare di cose che non vi competono e che sono inferiori, e donne lascete i vostri lavori per occuparvi di cose che non vi riguardano. Particolarmente esplicativa, in questo senso, è quella che dice: tutti lavorano ma la mamma, lei è una suffragetta, e il marito disperato, per questo mondo che si sta mettendo all'incontrario, aggiunge: io voglio votare, ma mia moglie non me lo lascia fare.
Servivano a spaventare gli uomini e a scoraggiare le donne che chiedevano il diritto al voto (una fondamentale conquista di parità, anche quando per scelta politica decidiamo di non votare), mostrando gli uomini come delle vittime di queste signore che mollavano figli e casa, i lavori di cura, intesi ovviamente come naturalmente femminili, per fare politica.
Rivendicare oggi quei ruoli, rivendicarli appoggiandosi alle conquiste e richieste di parità e libertà del movimento femminista, è un passo in avanti enorme, dal mio punto di vista. Laddove quei messaggi ieri servivano a demotivarci, oggi servono anche a sostenerci.

I racconti di paternità sorprese qui:

Essere padre, o la scoperta del sistema maschilista;

Ai padri, alle madri;
Appunti sparsi sulla (mia) paternità.




martedì 12 giugno 2012

#ddl957: Comunicato Stampa su affido condiviso e Pas


COMUNICATO STAMPA
Genitori e figli: quale futuro per i diritti fondamentali delle donne e dei figli minorenni che hanno subito violenza

Oggi alla Commissione Giustizia del Senato è prevista la discussione sui DDL n. 957(PDL-UDC), DDL n. 2800 (IDV). Queste proposte contengono gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne vittime di violenza e dei figli minorenni vittime di violenza diretta o assistita, in contrasto con quanto raccomandato dall’ONU in materia alle Istituzioni italiane rispetto alla legge sull’affido condiviso n.54/2006.
Tali disegni di legge rendono obbligatorio il ricorso alla mediazione familiare anche in casi di padri/mariti o partner violenti, a discapito delle madri e dei figli minorenni, subordinando ogni decisione che riguarda i figli ad una condivisione con l’ex partner violento. Tali leggi ricordano la “patria potestà”, cancellata dal diritto di famiglia nel 1975. Inoltre si introduce la Sindrome di Alienazione Parentale quale motivazione “scientifica” a sostegno di queste norme.
Il minore che ha subito direttamente atti di violenza dal padre o ha assistito a forme di violenza fisica sessuale psicologica e verbale contro la madre o su altre figure affettive di riferimento, subisce conseguenze devastanti sotto ogni punto di vista, nel breve e lungo termine, e potrebbe riprodurre quei comportamenti.
Denunciare la violenza domestica per una donna non è un espediente per avere condizioni migliori di separazione, ma una decisione dolorosa per uscire da un trauma profondo dopo molta sofferenza, anche assieme ai propri figli, rispetto ad una persona che si è amata. La violenza domestica è una realtà in Italia ed in Europa ancora oggi molto diffusa e poco denunciata, è secondo l’ONU la causa del 70% dei femmicidi: “Femmicidio e femminicidio in Europa. Gli omicidi basati sul genere quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”.
In Italia da gennaio a giugno sono 63 le donne ammazzate dal partner. Avere vicino un marito responsabile e rispettoso, e un padre capace di crescere i figli in maniera condivisa è la premessa per una relazione familiare positiva, è il desiderio di una madre. La PAS, o sindrome di alienazione parentale è considerata un disturbo relazionale nel contesto delle controversie per la custodia dei figli, in cui un genitore manipola il figlio contro l’altro genitore per rivalersi. Malgrado non esista nessun riconoscimento diagnostico scientifico (DSM) della PAS al mondo, tale “sindrome” viene spesso erroneamente utilizzata nei tribunali e dai servizi sociali in Italia per decretare il diritto dell’abusante, in casi di separazione per violenza agita dal partner sulla madre e sui figli, ad ottenere una mediazione forzata e poi l’affido condiviso dei figli. È bene sottolineare che i bambini e le bambine che hanno un padre violento si giovano della sua assenza: solo così possono ricostruire un reale futuro sereno assieme alla madre. Si ritiene di dubbia costituzionalità e lesiva dell’ordinamento giuridico italiano la volontà di introdurre della PAS (Sindrome di Alienazione Parentale); vista la sua assoluta e conclamata mancanza di validità scientifica a livello internazionale. Le realtà che lavorano per il rispetto dei diritti umani e a contrasto della violenza maschile sulle donne e sui figli minorenni, chiedono che :
- Che la legge vieti espressamente l’affido condiviso nei casi di acclarata violenza agita nei confronti di partner e/o sui figli
- che sia definitivamente proibito l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale in ambito processuale e da assistenti sociali come motivo di mediazione familiare e affido congiunto.
Casa Internazionale delle Donne – Roma; UDI nazionale; Piattaforma CEDAW; Associazione Differenza Donna; Associazione Donne, Diritti e Giustizia; Associazione Giuristi Democratici; Associazione Il cortile; Associazione Maschile Plurale; A.R.PA, Ass. Raggiungimento Parità donna uomo; Bambini Coraggiosi; Cooperativa Be Free; D.I.Re – Donne in rete contro la violenza; Fondazione Pangea; Lorella Zanardo- Il corpo delle donne; Movimento per l’Infanzia; Zeroviolenzadonne; Femminismo a Sud; Nata Femmina;

Per adesioni e per info: 30yearscedaw[at]gmail.com

mercoledì 1 febbraio 2012

Giù Le Mani Dai Consultori

Riporto dal sito stesso.

Il Consultorio è uno spazio fondamentale per la prevenzione e la salute delle donne. Gli spazi del Consultorio di via Casilina 711, e quelli di tutti i consultori, non si toccano.

NO alla medicalizzazione dei Consultori.
NO al loro trasferimento nelle ASL.
La ASL RMC vuole dismettere due importanti Consultori romani, quello di via Casilina 711 e quello di via Spencer. Invitiamo tutte e tutti a intervenire, aderire e firmare gli appelli.

IL CONSULTORIO DI VIA CASILINA 711 NON SI TOCCA!
IL CONSULTORIO DI VIA SPENCER DEVE RESTARE DOV'E'!

La ASL RMC vuole dismettere due Consultori, quello di via Casilina e quello di via Spencer, per trasferirli in locali ancora più piccoli e in una zona in cui il Consultorio c’è già.

La notizia è arrivata improvvisamente: tutto è stato deciso in modo poco trasparente, quasi di nascosto, senza informare chi il Consultorio lo vive ogni giorno e ci lavora.

Dei punti di riferimento fondamentali per migliaia di donne scomparirebbero dietro poco credibili quanto imbarazzanti argomentazioni: risparmiare su luce e gas. Ancora una volta, chi amministra la ASL, Regione Lazio in primis, si dichiara pronto a risparmiare sulla pelle di donne che non hanno altri spazi nel quartiere fuorché i Consultori di zona.

Il consultorio è uno spazio fondamentale per la prevenzione e la salute nelle diverse fasi della vita delle donne. Secondo la legge, devono essere uno ogni ventimila abitanti e, nel nostro distretto, sono sottodimensionati. Invece di potenziarli, la ASL RMC decide di ridurne ulteriormente gli spazi, penalizzandoli e snaturandoli, come già ha tentato di fare la giunta Polverini con una proposta di legge che ci riporta indietro di quarant’anni nella conquista dei diritti delle donne.

Chiediamo che gli spazi del Consultorio di via Casilina 711 non si tocchino e il presidio resti dov’è.

Consapevoli del fatto che, da anni, l’asilo ospitato nella stessa struttura ha necessità di più spazi, chiediamo che gli attuali spazi del Consultorio vengano ceduti all’asilo e il Consultorio venga dislocato negli spazi liberi e inutilizzati che si trovano nello stesso edificio.

Non accettiamo la medicalizzazione del Consultorio attraverso il suo trasferimento nella ASL.

Vogliamo Consultori laici, pubblici, gratuiti.

Vogliamo che i Consultori siano luoghi dove le donne possano trovare accoglienza e professionalità.

Vogliamo più Consultori, più spazi e più soldi per gestirli, perché possano funzionare ancora meglio e perché operatori e operatrici possano svolgere il loro lavoro con tempi, spazi e modalità più adeguate.


Puoi firmare su carta presso:

  • Bottega del Commercio Equo, via Macerata 54
  • Consultorio piazza dei Condottireri, presso lo sportello antiviolenza gestito dall'ass. D.A.L.I.A., tutti i lunedì dalle 15.00-18.00
  • Consultorio via Casilina 711
  • Erboristeria Arca Verde, piazza dei Condottieri 2
  • Libreria del Corsaro, via Macerata 46
  • Libreria l'Eternauta, via Gentile da Mogliano 184
  • Tuba, Bazar delle Donne, via del Pigneto 19

Se vuoi contribuire raccogliendo firme in cartaceo:

manda una mail a giulemanidaiconsultori@gmail.com e ti invieremo i moduli per la raccolta delle firme. A firme raccolte, ricontattaci. Grazie!

Fonte: http://giulemanidaiconsultori.blogspot.com

Separati e divorziati a rischio povertà: le donne più vulnerabili degli uomini

Di cosa parlano quelli che strillano all'emergenza povertà per i padri separati? Perché di certo tutte le persone colpite dalla povertà e dal disagio hanno diritto ad essere aiutate, ma che finalità hanno quelli che gonfiano ad arte le statistiche?

Giovedì, 4 marzo 2010 - 13:20:00

Nonostante negli ultimi tempi si senta parlare sempre più spesso di padri separati come nuovi poveri, in Italia sono ancora le donne separate o divorziate, più degli uomini, a soffrire le difficoltà economiche, specie se con figli a carico e con lo spettro della disoccupazione alle spalle. È il quadro che emerge dal più recente rapporto Caritas-Zancan su povertà ed esclusione sociale in Italia, uno studio realizzato su un campione di 80 mila persone delle 600 mila che in tutt’Italia si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas diocesane. Anche se di poco, infatti, sono più le donne divorziate o separate degli uomini a rivolgersi ai centri di ascolto Caritas. Tra gli italiani che hanno chiesto aiuto, infatti le donne sono il 19,2%, mentre gli uomini il 16,1%.

“Tutto sommato non c’è grossa differenza di incidenza – ha spiegato Walter Nanni, da anni impegnato nello studio dei fenomeni di povertà, marginalità e disagio per l'Ufficio studi della Caritas -. Da una parte ci sono molte donne separate che continuano a stare in famiglia con i bambini e si rivolgono alla Caritas per indigenza economica, mentre tra gli uomini ci sono più situazioni di separati o divorziati tra i senza dimora. Più o meno le situazioni si equivalgono”.

Il divario tra uomini e donne aumenta se si va a estrapolare il dato delle persone con figli a carico. Anche in questo caso sono le donne a fare più fatica. “Nel momento in cui vado a vedere se vivono con i propri figli minorenni – ha aggiunto Nanni -, l’8,5% delle donne che si rivolgono alla Caritas sono donne separate o divorziate con figli a carico nel nucleo, mentre gli uomini in questa situazione sono l’1,8%. A livello assoluto gli uomini in questa condizione sono proprio pochi, un dato così scarso dovuto anche al campione che non conviene neanche darlo”. Tuttavia, spiega Nanni, il quadro d'insieme non è allarmante. “Complessivamente su cento utenti italiani che in un anno si rivolgono alla Caritas per chiedere aiuto in questa situazione di divorziati separatati con minori a carico rappresenta il 5,5%. Per noi è una presenza debole ma che penalizza maggiormente le donne”.

A peggiorare la situazione, in alcuni casi, anche l’assenza o la perdita del lavoro da parte del genitore divorziato o separato con figlio a carico. Sono disoccupate il 4,8% delle donne separate con figlio a carico, mentre il dato per gli uomini è più basso e non raggiunge l’1%. Il dato evidenzia come, nella maggior parte dei casi, le persone divorziate o separate con figli a carico che si rivolgono ai centri d’ascolto “comunque hanno un lavoro ma si rivolgono alla Caritas per diversi motivi. Tuttavia il lavoro non dovrebbe mancare nella situazione di divorziati o separati e con figli a carico”. Leggermente diversa la situazione degli stranieri presenti in Italia che si sono rivolti ai centri d’ascolto Caritas. “Solo l’1,6% di coloro che si rivolgono a noi sono separati e divorziati con figli a carico. Su 100 stranieri che vengono in Caritas solo lo 0,4% è un papà separato con figlio minorenne. Per le donne il dato è 2,5%: più alto perché c’è tutto il fenomeno delle badanti e delle donne dell’Est Europa divorziate o separate e che spesso portano con sé i propri figli”.

giovedì 7 luglio 2011

Violenza sessuale: condannato per abusi su figlia due anni

Determinante racconto vittima,al padre 4 anni e mezzo di carcere
(ANSA) - CAGLIARI, 6 LUG - Era stato accusato dalla moglie di aver abusato della figlioletta sin da quando aveva due anni. Un quarantenne originario di un centro della Sardegna meridionale e' stato condannato questa mattina dal Gup del Tribunale di Cagliari, Roberto Cau, a quattro anni e mezzo di carcere.

Accolta la richiesta del pubblico ministero Rita Cariello che aveva accusato l'imputato di aver abusato della figlioletta dal 2006 al 2008. Durante un incidente probatorio, la bimba ha ricordato alcuni elementi che potrebbero essere stati determinanti per la sentenza di condanna. (ANSA).

http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/sardegna/2011/07/06/visualizza_new.html_788874770.html

mercoledì 6 luglio 2011

Gorizia, stupra la moglie con un amico: arrestato

Gorizia, 6 lug. - (Adnkronos) - Un uomo originario di Trieste di 45 anni, B.G., e' stato arrestato dagli agenti della Squadra mobile nella sua abitazione di Gorizia e condotto nella locale casa circondariale. L'uomo e' stato ritenuto colpevole con sentenza definitiva del reato di violenza sessuale di gruppo aggravata e continuata in concorso. Dovra' scontare la pena di quattro anni e otto mesi di reclusione.
All'epoca dei fatti, nel 1997, assieme a un amico e in piu' occasioni, aveva abusato sessualmente della moglie convivente, maltrattandola, minacciandola di morte e costringendola a subire violenze. La coppia abitava a Sistiana (Trieste). La vicenda fu denunciata al commissariato di Sistiana.

http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/FriuliVeneziaGiulia/Gorizia-stupra-la-moglie-con-un-amico-arrestato_312212400597.html

venerdì 1 luglio 2011

Tenta di violentare la cognata e fugge

on Bosco: a fermare l'uomo è stato lo stesso fratello rientrato a casa

di Susanna Petrone BOLZANO. Ha tentato di violentare la cognata di 22 anni, ma è stato fermato dal fratello tornato prima a casa. L'uomo è fuggito ed è tutt'ora ricercato dalla polizia. Era passata da poco la mezzanotte quando hanno suonato alla porta. La giovane donna, di 22 anni, non ci ha pensato due volte ad aprire quando ha visto che era il cognato. Infatti l'uomo faceva spesso visita al fratello - marito della ragazza - da quando la coppia si era trasferita nel quartiere di Don Bosco a Bolzano. Il cognato entra e chiede dove è il fratello.

La donna gli spiega che non è in casa perché è ancora fuori con gli amici. Ma lo assicura che non dovrebbe tardare e gli offre qualcosa da bere. Pochi istanti dopo, il cognato afferra la 22enne ai polsi e la trascina in camera da letto. A quel punto la donna cerca di fuggire, ma viene spinta con forza sul letto. Il cognato inizia a spogliarsi e cerca di strappare i vestiti alla giovane donne. La tiene con entrambe le mani per il collo per evitare che continui ad urlare. Poi sente il rumore della porta di casa che si chiude.

La donna capisce immediatamente che è tornato il marito ed inizia ad urlare ancora più forte chiedendo aiuto. Pochi secondi e i due fratelli sono in camera da letto che si picchiano, si tirano per i capelli, volano calci e pugni. Nel frattempo la donna rimane sul letto, nascosta sotto la coperta, spaventata a morte e sotto choc. Il giovane riesce fuggire e a far perdere le proprie tracce. I vicini di casa, sentendo le urla provenire dall'appartamento della giovane coppia, chiamano la polizia chiedendo aiuto. Sul posto arrivano dopo pochi minuti due Volanti della questura, guidati da Giuseppe Tricarico.

La 22enne viene portata presso l'ospedale San Maurizio di Bolzano dove sarà visitata e poi tranquillizzata dagli esperti dell'assistenza psicologica. La prognosi è di dieci giorni. Ha segni evidenti sul collo e sulle braccia. Intanto la polizia sta cercando di rintracciare il cognato accusato di tentata violenza sessuale. Per il momento di lui nessuna traccia. La 22enne, invece, è sotto choc. E' tornata a casa dove è stata raggiunta dalla madre che non la lascia da sola un attimo.

http://altoadige.gelocal.it/cronaca/2011/06/26/news/tenta-di-violentare-la-cognata-e-fugge-4503852

mercoledì 12 gennaio 2011

"Mamma era una vittima Papà la picchiava"

Parla Maria Pina Trabona, la figlia a cui Carlo Trabona ha telefonato per confidarle di aver fatto una strage. "Mi disse che era caduta dalle scale ma era chiaro che quell'occhio nero se l'era fatto in un'altra maniera". L'escalation delle aggressioni domestiche fu lunga e sempre più violenta

"Una volta ho visto mia mamma con un occhio nero e mi sono preoccupata. Le ho chiesto se fosse stato papà ma lei ha negato. Mi ha detto no, papà è bravo. Sono caduta dalle scale". Parla Maria Pina Trabona, la figlia a cui Carlo Trabona ha telefonato per confidarle di aver fatto una strage: "Ho fatto quello che dovevo fare da tanto tempo. Ho ucciso la mamma perché mi tradiva". Aveva già sparato sette colpi quando telefonò alla figlia Carlo Trabona, e non solo contro la moglie Antonina Scinta. Aveva ucciso il presunto rivale in amore, Loreto Cavarretta, vicino di casa, e suo fratello Angelo. L'ultimo colpo, l'ottavo, Carlo l'ha tenuto per sé: un colpo alla tempia destra.

I maltrattamenti alla moglie non sono stati isolati. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'escalation delle aggressioni domestiche fu lunga e sempre più violenta.

Questa mattina le due figlie del muratore omicida, Maria Pina e Caterina, sono andate a parlare con il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati per chiedere quando sarà liberato l'appartamento di via Piacenza sigillato ieri dagli agenti dopo la strage.

Il magistrato ha dato l'incarico al medico legale Marco Canepa per l'autopsia sui quattro corpi che sarà effettuata domani e non oggi come era stato detto in precedenza.

Intanto gli agenti della squadra mobile hanno identificato il proprietario della pistola con cui Trabona ha sparato ieri mattina, un revolver calibro 38 rubato nel 1979 e ricomparso improvvisamente ieri mattina.

Fonte: http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/01/10/news/mamma_era_una_vittima_pap_la_picchiava-11046510/

giovedì 6 gennaio 2011

Litigio in strada?


Io direi: fortuna che ci sono i paparazzi!
Sembra strano vero? e pure, senza voler entrare nella dinamica di una coppia che, anche se famosa, non si conosce, questa foto di gossip sembra dire tante cose.


Questo è il link alla puntata di La vita in diretta in cui, a partire da questa fotografia, si giustifica la violenza sulle donne (oltre a fare tante altre cose pessime).

Fonte foto yahoo.

Uccide la figlia perché disabile: “Era un fardello troppo pesante”

L’episodio è accaduto in Francia: sotto accusa un padre: la bambina aveva numerosi handicap

Lo racconta Le Monde: un padre di famiglia è stato incriminato e incarcerato, mercoledì scorso, dopo la morte per soffocamento della figlia disabile di sei anni, avvenuta due giorni prima nella loro casa a Boulancourt, Seine-et-Marne. L’uomo è stato sottoposto a custodia cautelare, secondo la richiesta del Pm, con l’imputazione di omicidio di un minore sotto i 15 anni.

“UN FARDELLO TROPPO PESANTE” - Durante l’interrogatorio l’uomo ha ammesso di aver strangolato la sua unica figlia, che soffriva di “disabilità multiple” , tra cui quella dell’uso delle parole e una disabilità motoria che la costringeva a vivere su una sedia a rotelle. L’uomo ha detto agli investigatori che prendersi cura di lei era diventato “un onere troppo pesante” . Secondo una fonte vicina alle indagini, il padre, la cui moglie è depressa, ha anche riconosciuto che “cic stava già pensando” . La ragazza aveva “genitori affettuosi”, secondo la stessa fonte, e frequentava un istituto speciale per giovani disabili. I motivi precisi che lo ha portato al gestonon sono stati divulgati.


Fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/108472/uccide-la-figlia-perche-disabile-era-un-fardello-troppo-pesante/

giovedì 14 ottobre 2010

Donna mori' per rottura milza, ai domiciliari marito manescoDonna mori' per rottura milza, ai domiciliari marito manesco

E' accaduto a San Nicandro Garganico, lei non aveva mai denunciato nulla
14 ottobre, 13:38


FOGGIA - Ha colpito la moglie con calci e pugni, schiaffi e spintoni, fino a ucciderla: e' morta cosi' - secondo i carabinieri del comando provinciale di Foggia, che hanno condotto le indagini e arrestato l'uomo - la casalinga di San Nicandro Garganico, Anna De Pilla, 41 anni.

Il marito - e' stato accertato - il 5 giugno scorso le ha spappolato la milza in uno dei tanti episodi di violenza. L'uomo, Leonardo Di Sipio, di 42 anni, bracciante agricolo, e' ora accusato di omicidio preterintenzionale ed e' stato posto ai domiciliari. Secondo quanto e' stato accertato nel corso delle indagini, il rapporto tra i due andava avanti da anni in maniera violenta, e lei non aveva mai denunciato nulla per paura di ulteriori ritorsioni.


http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/10/14/visualizza_new.html_1732684586.html?ref=nf

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