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mercoledì 18 settembre 2013

Su depressione, sperma e sesso orale – la ricerca

Da Intersezioni

Avrei voluto intitolare questo post: “Donne, la depressione si può curare facendo sesso orale: fatevela leccare!”, sarebbe stato di impatto, ma dato che la depressione è un disturbo serio nessun@ è autorizzat@ a scrivere stupidaggini in merito.
Solo un@ specialista (medic@ di medicina generale, psicolog@ o psichiatra) può diagnosticare il disturbo depressivo e aiutarvi a guarire con il metodo a voi più congeniale, metodo che nulla ha a che vedere con l’ingestione di sperma. Non solo fare pompini non fa guarire dalla depressione, ma farli senza protezione ci espone al rischio di contrarre ogni tipo di malattia sessualmente trasmissibile. Oltre a continuare ad essere depresse rischiamo seriamente di contrarre AIDS, HpV, Erpes, epatiti e altre malattie non mortali, ma che ci costringono a lunghe cure mediche (le quali, piuttosto, favoriscono il calo d’umore).
Comunque farvela leccare non vi deprimerà, se vi dovesse deprimere provate a spiegare come vi piace, se proprio non funziona potete sempre cambiare lingua. Un post divertente e intelligente sulle proprietà rallegranti del cunnilinguo è già stato scritto qui.

Questo post nasce per fare chiarezza sulle tesi riguardanti le  proprietà antidepressive del pompino con ingoio – di questo si tratta – portate avanti da questo articolo (opportunisticamente linkato e fatto rimblazare da quanti non riescono ad ottenere questa pratica da mogli e compagne). Il pezzo blatera di depressione e sperma, ossia di me, voi, noi che guariamo dalla depressione spremendo cazzi con la bocca, pura disinformazione medica di stampo goliardo-maschilista.
L’articolo che rimbalza qui e lì, ma vedremo nel prossimo post che si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di articoli che hanno funzionato da telefono senza fili, fa riferimento a una ricerca condotta nell’aprile del 2001 da una ricercatrice e due ricercatori della State University di New York, sita in Albany, N.Y., intitolata “Lo sperma ha proprietà antidepressive?”, recuperabile in pdf qui, pubblicata sulla rivista di sessuologia Archives of Sexual Behavior nel 2002. Ad esso sono giunta tramite questa chiave di ricerca su google: “State university New York+sperm and depressive disorder”, di non difficile combinazione.
La questione della reperibilità è molto importante, perché ci permette di vedere con chiarezza dove finisce la ricerca e dove iniziano maschilismo e disinformazione.
Le parti dall’inglese che seguono sono state tradotte da me.

Un po’ di luce sulla ricerca.

mercoledì 17 luglio 2013

Ciò che dovrebbe essere condannato sono gli atti e non le parole che servono a denunciarli

Femminicidio.

Dall'Accademia della Crusca
Quesito: 


C’è necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Che senso ha sottolineare il sesso di una vittima? Non è offensivo per le donne parlare di loro usando la parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? Perché non usare donnicidio, muliericidio, ginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio? Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione arbitraria di parole in -cidio?

Femminicidio: i perché di una parola
Recentemente si parla molto di femminicidio (o anche femicidio e femmicidio e del valore delle varianti vedremo dopo) intendendo non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Abbiamo riportato la definizione di femminicidio in Devoto-Oli 2009, ma il termine è attestato anche in ZINGARELLI a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online, mentre GRADIT 2007 ha femicidio registrato anche nei Neologismi Treccani 2012 come “femmicidio o femicidio”.

Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto.
In effetti ciò che viene oggi indicato da questa parola è anche storia antica, anche per il nostro paese, come nota Silvia Leonzi in A casa con il nemico pubblicato nel numero di Marzo 2013 della rivista “Il Carabiniere”:

di omicidi femminili commessi da uomini la nostra storia è tristemente piena [...] e allora, perché solo adesso si sente l'esigenza di trovare un nome specifico per questa realtà? Che cos'hanno di diverso queste morti?
Cos'è cambiato nella nostra percezione
di un fenomeno tanto oscuro quanto atavico?

Una risposta possibile a questa domanda è in quanto Michela Murgia scriveva nel suo blog il 2 settembre 2012 a proposito di una notizia pubblicata quel giorno su Repubblica.it in questa forma:
Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia “L'uomo [...] ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli…”.

«Nel giornale che vorrei – scrive la Murgia – la notizia sarebbe stata data così: Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli e poi “Arrestato l'autore del violento femminicidio: era il marito”».
Non si tratta solo di una parola in più, allora, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi.
Quanta strada, almeno nel nostro paese, sia stata percorsa dalle istituzioni è efficacemente sintetizzato nel testo citato di Silvia Leonzi di cui si ricorda solo un passo a beneficio dei più giovani:


Ed è proprio per la salvaguardia dell'onore che fino al 1981, nel nostro ordinamento, […] per un uomo [che uccide] la moglie, se colto da un impeto d'ira determinato dall'offesa recata [sono previste] pene minori rispetto a un analogo delitto di diverso movente, dal momento che l'oltraggio arrecato all'onore è ben più grave rispetto al delitto riparatore. Infatti, l'articolo 587 del Codice penale, abrogato con la Legge n. 442 del 5 agosto 1981, contempla una pena ridotta per chi uccida la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere "l'onor suo o della famiglia". 

Credo che questo basti a dare conto delle proporzioni e delle conseguenze del rovesciamento del punto di vista auspicato dalla Murgia: non si tratta solo di parole di moda evidentemente.
Alcuni vedono nell’introduzione di femminicidio esclusivamente la sottolineatura (forzata) dell’appartenenza della vittima al sesso femminile, come per esempio si argomenta in un messaggio “postato” sulla pagina Facebook di La lingua batte, rubrica settimanale di Radio3 che si è recentemente occupata di femminicidio:

La parola omicidio deve essere eliminata dal vocabolario giuridico, ma non sostituita dalla parola femminicidio, o da qualsiasi altra parola che indichi una violenza mortale di genere. Siamo tutti esseri umani; perché, quindi, non usiamo umanicidio?

A questa domanda possiamo rispondere che se ci riferiamo a una situazione “neutra”, una donna uccisa nel corso di una rapina in banca, si può parlare di omicidio (o magari chissà in futuro di umanicidio) ma di fronte a una notizia come questa

India, violentata e uccisa a sei anni: Nuovo, agghiacciate caso di stupro nell'Uttar Pradesh: la piccola è stata strangolata e gettata in una discarica (La Repubblica.it 19.04.2013)

venerdì 27 gennaio 2012

Alle belle statuine. Sanremo | Sanscemo

Condividevo quasto pomeriggio una riflessione sul servizio di presentazione della modella che "affiancherà" i conduttori del festival, realizzato da Vincenzo Mollica per il Tg1, questo:



Hanno preso una ragazza che evidentemente non capisce bene l'italiano, e dunque ha bisogno che le si spieghino le cose come ad una bambina - eh come si sentono forti questi maschioni, ma basterebbe riflettere sul fatto che "aiutare" qualcuno che si è volutamente messo in una condizione di disagio o inferiorità, non è poi così da valorosi. Alla modella, che si chiama Ivana Mrazova, suggeriscono quello che deve dire come si fa con un grazioso pappagallino. Gianni Morandi che le dice: "Un bacio a tutti gli italiani" e lei prontamente obbedisce, questo è il gioco della televisione, non può fare altrimenti, probabilmente questo contratto per Sanremo è importante per la sua carriera, una vetrina, non meno di come può esserlo per una giovane cantante. Poi la mostra come si fa con una bella statua, un ornamento, l'arredamento all'ultima moda. Quell'altro che mentre le suggerisce cosa dire la spoglia, per far vedere meglio le grazie e poi la condivide, ma simbolicamente eh, con tutti gli spettatori - con chi? Con me Papaleo? - facendosi dare un bacino, è tutto ino."Eh, già è una cosa" dice, sì Rocco, poi si vede se riusciamo ad ottenere qualcosina in più da questa.. sorrisoni.
Leggo, a distanza di alcune ore, di non essere l'unica ad aver provato avvilimento e vergogna per loro, per la modella, per noi. Qui, qui, qui, ci sono altre persone piuttosto arrabbiate. Perchè da tre anni - almeno e in modo massiccio - a questa parte discutiamo di immaginario collettivo, di corpo delle donne, di stereotipi e questioni di genere ogni giorno e la televisione di servizio pubblico, pagata con i soldi dei cittadini e delle cittadine, non può permettersi di usare questo linguaggio sessista e umiliante per raccontare le donne, se questo è il meglio che Sanremo sa fare, allora sarebbe meglio chiudesse, senza toccare la musica.

venerdì 8 luglio 2011

La Cassazione: basta mariti violenti stop a subcultura maschilista in famiglia

[Anno 2011. La cassazione stabilisce che la subcultura maschilista non è un'attenuante per gli uomini che picchiano le donne. Potremmo dire: meglio tardi che mai, ma sarebbe stato meglio prima!]

ROMA - La Corte di Cassazione d'ora in poi rifiuterà la concessione delle attenuanti ai mariti violenti che invocano clemenza sostenendo di prendere ancora ad esempio il modello del padre e marito padrone. Non ci sarà dunque nessuna scusante per quella che viene definita dai supremi giudici «subcultura maschilista e intollerante» di quegli uomini che pensano di avere «il controllo della situazione», in famiglia usando le offese e la violenza nei confronti della moglie senza accettare il principio dell'uguaglianza dei coniugi e senza rendersi conto dell'ormai avvenuto cambiamento dei costumi.

Per questi motivi la sesta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate nei confronti di Nazareno C., un marito pugliese che per trent'anni, a partire dal secondo giorno di matrimonio, aveva vessato la moglie Archina D.G. che solo dopo tanto tempo ha deciso di denunciarlo.

A Nazareno C., marito violento, che chiedeva una condanna più mite, i supremi hanno risposto che «atteggiamenti derivanti da subculture in cui sopravvivono autorappresentazioni di superiorità di genere e pretese da padre/marito-padrone» non possono essere assolutamente prese in considerazione per mettere in dubbio la mancanza di consapevolezza nella commissione delle prevaricazioni nè, tanto meno, possono mettere in discussione «l'imputabilità» del despota familiare. «Il fatto che tali atteggiamenti siano proseguiti per ben trent'anni - sottolinea la Cassazione con la sentenza 26153 - non può essere considerato un elemento che porta alla concessione delle circostanze «scriminanti o attenuanti», in quanto costituisce «il costume abituale di un anacronistico pater familias maschilista e intollerante, refrattario alla modificazione del costume e alla vigenza delle leggi della Repubblica che hanno progressivamente dato attuazione al principio costituzionale di uguaglianza tra i coniugi».

Per tre decenni Nazareno C. aveva trattato la moglie Archina «come un oggetto di sua esclusiva proprietà alla quale si sono poi ribellati i figli, in particolare quella femmina, che ha dato forza alla madre per ribellarsi e denunciare l'uomo». Confermato così il verdetto severo emesso dalla Corte d'Appello di Bari il 18 maggio 2009 che aveva convalidato la pronuncia emessa dal Tribunale di Foggia il 17 ottobre 2005. Il verdetto della Cassazione è stato esteso da Franco Ippolito, segretario generale della Suprema Corte e braccio destro del primo presidente Ernesto Lupo.
Martedì 05 Luglio 2011 - 18:30 Ultimo aggiornamento: Venerdì 08 Luglio - 12:16

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=155082&sez=HOME_INITALIA&ctc=0#commenti

lunedì 4 luglio 2011

Distruggendo Ophelia: la presunzione d’innocenza a senso unico nel caso Strauss-Kahn

[Incollo qui un articolo di Gennaro Carotenuto, che racconta molto bene come stanno trattando i media italiani, ma non solo, il caso Strauss-Kahn.
Ogni volta che incrocio il telegiornale ho un conato di vomito.
]

Giovanna Botteri spiattella da ore su tutti i canali Rai che Ophelia, la cameriera africana del caso Strauss-Kahn, abbia denunciato l’ex-direttore dell’FMI per stupro dopo un rapporto mercenario non pagato. E poi giù a sviscerare dettagli su come la puttana africana esercitasse il suo –presunto- secondo lavoro. Non si preoccupa, lei e molti altri mainstream, di citare la fonte di tali rivelazioni trattate come verità processuali.
Eppure non bisogna andare tanto lontano per essere indotti alla prudenza. Maurizio Molinari de La Stampa avverte che: “Lo rivela il N.Y.Post (giornale scandalistico che nulla ha a che vedere col New York Times, ndr) imbeccato dagli avvocati difensori”.
Il pezzo di Molinari è prezioso nel restituirci un contesto:
i tabloid di New York sono inondati da rivelazioni su «Ophelia» provenienti quasi sempre da ambienti vicini alla difesa dell’ex direttore esecutivo del Fmi, che punta a creare un’atmosfera favorevole al completo proscioglimento quando, il 18 luglio, si celebrerà la prossima udienza.
Fortunatamente qualcuno ogni tanto si ricorda di fare il giornalista e di restituire un frammento della complessità del mondo che ci circonda e non solo una semplificazione compiacente. Tutto ciò non significa che Ophelia, che ha un nome, Nafissatou Diallo (e la difesa della privatezza della quale è da tempo un vezzo dei media che fingono di essere politicamente corretti nei suoi confronti), non possa aver mentito in tutto o in parte. Non significa neanche che Dominique Strauss-Kahn non possa essere stato vittima di una falsa denuncia o perfino di un complotto ordito dalla Spectre. La Rete, che come sempre in questi casi dà il meglio e il peggio di sé, ne è già piena, millantando di una regia occulta di Nicolas Sarkozy dall’Eliseo oppure di una presunta trappola liberista dall’interno dell’FMI contro il presunto keynesiano Strauss-Kahn. Un complotto della destra contro il nostro campione di sinistra insomma, magari tendente a mettere il dirigente politico francese sullo stesso piano del re di bunga bunga e tutto si tiene, dalle scie chimiche all’11 settembre.
In Rete, ancor più che nei media tradizionali, dove pure Vittorio Feltri ha offerto pezzi di –invereconda- bravura “adesso uno non è più libero neanche di farsi una scopata”), riemerge l’Italia di sempre, la stessa che negli anni ‘60 avrebbe mandato al rogo Franca Viola e che ancora ieri provava onanistico piacere a bersi che con un jeans attillato non possa esserci stupro. E allora eccoli lì a riprodurre un eterno immaginario maschile da porno-soft anni ‘70 per il quale una cameriera d’albergo è una merce disponibile. Quindi DSK avrebbe potuto avere tutte le donne che voleva (sic) e di conseguenza sarebbe innocente perché non avrebbe potuto desiderare la signora, che si preoccupano di descriverci come non piacente. In alternativa una poveraccia come Ophelia mai avrebbe potuto resistere al fascino (i soldi, il potere, perfino il bianco della pelle) di quell’uomo e quindi non avrebbe potuto non essere consenziente.
E’ a questa Italia (ma anche Francia, Stati Uniti e quant’altro) che, con temeraria pazienza, vanno ricordate alcune cose terra terra:
1) La presunzione d’innocenza esiste anche per le cenerentole africane e non solo per i principi azzurri francesi.
2) Perfino una prostituta può non desiderare un rapporto sessuale e qualora le venga imposto, strano ma vero, è stupro.
3) Una donna stuprata ha il diritto di non essere Santa Maria Goretti. Può avere frequentazioni equivoche, perfino precedenti penali e può perfino pensare di trarre vantaggio dall’accaduto.
4) La straordinaria disparità di mezzi economici, di cultura, di classe, non può non essere parte fondamentale della lettura di una notizia come questa.
Indipendentemente da cosa sia materialmente successo in quella camera d’albergo esistono dei rapporti di forza ben più profondi di quelli del poter mettere in campo avvocati milionari o del potersi permettere strategie mediatiche aventi come obbiettivo la demolizione della controparte. Neanche più le soap opera offrono letture così terra terra come quella che il mainstream sta dando al caso.

giovedì 30 giugno 2011

Inzago, donne in sciopero, e gli uomini?


Alla Ma-Vib licenziano solo le donne, e le donne scioperano fuori dalla fabbrica. Dove sono gli uomini? Dove sono i colleghi che con queste donne lavorano gomito a gomito? Quando sono gli uomini a scioperare le donne sono solidali, perchè qui c'è un solo uomo?


Non aprirmi la portiera dell'auto, lo so fare da sola; non portarmi le rose, le coltivo nel mio giardino: ma uomo sciopera con me!

Guarda il video del Corriere qui.

venerdì 27 maggio 2011

Una tragedia italiana: il lusso che non possiamo permetterci

Lo riprendo da i vari blog sui quali è stato pubblicato, perché mi sembra rappresentativo dell'informazione e della cultura italiana. Si unisce ai commenti di solidarietà verso lo stupratore, anche di quelli che gridano al complotto.La questione di genere è la questione sulla quale si modellano tutte le altre, la discriminazione di genere è la discriminazione sulla quale si modellano tutte le altre, se non si affrontano la questione e ladiscriminazione di genere, tutte le altre rimarranno in sospeso, irrisolte. Infatti in Italia la questione di genere è considerata un tema di secondo piano.
...
Sono uno scrittore professionalista e giornalista, ritornato in Italia da qualche mese dopo una permanenza di 22 anni all’estero, in California, per la precisione, dove lavoravo come corrispondente estero.
Ho incorporato quindi un modello culturale difficile da comunicare in Italia, oggi divenuto un paese regredito.
Qui di seguito un articolo che doveva uscire sul corriere della sera ma è stato definito “inappropriato”. Mi hanno spiegato che di questo argomento “è meglio non parlarne” e soprattutto “è meglio che non sia un maschio a parlarne”.
Mi piacerebbe sapere il perchè.
Sergio Di Cori Modigliani

(in calce all’intervento di Maria Laura Rodotà)

Roma. 23 maggio 2011.
Sex, lies, arrogance: “Sesso, bugie a e arroganza: che cos’è che trasforma i maschi, quando diventano potenti, in porci?”. Questo è il titolo in copertina di un numero speciale dell’autorevole settimanale americano Time, oggi in edicola. Affronta di petto un tema che da molto tempo è diventato centrale nel dibattito sociale in corso nelle democrazie occidentali più evolute, dalla Germania alla Gran Bretagna, dai paesi scandinavi agli Usa e alla Francia: come affrontare l’aumento spaventoso di aggressioni sessuali, violenza contro la persona, e abusi personali contro le donne che –ed è questo il tema dell’articolo e del dibattito oggi in prima pagina su tutti i media statunitensi- si sta diffondendo come moda perniciosa tra gli uomini potenti, la maggior parte dei quali appartiene e proviene da un ceto sociale privilegiato e da un censo superiore?
In Italia, la notizia è stata pubblicata e diffusa da tutti i media, nessuno escluso, che hanno scelto di destinargli un ruolo marginale rispetto alle telefonate tra Bossi e Berlusconi, gli indici di ascolto di Sgarbi, o gli ormai triti e ritriti commenti sui festini ad Arcore. Ma qualche giorno fa, una scrittora italiana di origine spagnola, Carmen Llera Moravia, ha pubblicato sul Corriere una breve lettera, davvero encomiabile nella sua cifra sentimentale, quanto pericolosa nella sua irresponsabilità sociale dal lieve ma palpabile taglio gossip, che non ha suscitato eco alcuna, sostenendo che Strauss Kahn è un gentiluomo dolce, generoso, incapace di atti come quelli che gli sono stati imputati.
Dopo qualche giorno, sempre su questa testata, è apparsa una risposta a quella lettera, firmata Maria Laura Rodotà. Tutt’altro stile e motivazione. L’intervento della Rodotà, infatti, conteneva diverse enunciazioni forti –vere e proprie esche pepatissime- presentate con garbo, con solida argomentazione, e con una qualità di raziocinio che offrivano un’ottima scusa per dare inizio a un dibattito sulla violenza sessuale da parte dei maschi potenti sulle donne che occupano un ruolo socialmente e professionalmente subalterno.
Dopo aver letto con estremo piacere intellettuale la lucida argomentazione della Rodotà, immaginavo già (nella mia fantasia utopistica) che sul tavolo del direttore si sarebbero rovesciate una valanga di lettere, commenti, interventi, provenienti dai settori più disparati della nostra società civile: dalla Santanchè alla Finocchiaro, dalla Bonino alla Polverini, dalla Marcegaglia alla Camusso, dalla Maraini alla Murgia, dalla Perini alla De Gregorio, dalla Moratti alla Mafai, e così via dicendo. Un’ottima occasione per essere testimone di un bel confronto trasversale destinato a discutere su un argomento ostico –ma reale- che riguarda l’intera società occidentale. Fino a quindici anni fa sarebbe stato così, non ho alcun dubbio al riguardo. Esattamente come da dieci giorni sta accadendo in tutte le democrazie occidentali, sulle prime pagine dei loro quotidiani, in tutti i loro talk show televisivi, per radio, sulla rete, su facebook e su twitter.
Invece, non è accaduto nulla.
Da noi, la stimolantissima miccia innescata dalla Rodotà non ha preso fuoco perché nessuno ha voluto accenderla. Mi sono chiesto, naturalmente, il perché. Soprattutto in un paese come il nostro dove basta poco o niente (e spesso per motivazioni risibili e irrilevanti) scatenare polemiche e zuffe tra intellettuali e pensatori di sponde opposte.
Ho girato questa mia perplessità a diverse persone, di cui alcune membri eccelsi della ricca pattuglia di opinionisti, e ne ho ricavato –pur nella loro differenza- una agghiacciante quanto tragica similitudine, questa sì drammaticamente trasversale, che sintetizzata dovrebbe suonare pressappoco così: “parlare dell’affaire Strauss Kahn e delle implicazioni che esso comporta è un lusso che noi non possiamo permetterci”.
Perché la nostra norma si è ormai abbassata, appiattita, e siamo quotidianamente obbligati ad occuparci di aspetti, fatti e accadimenti che –in verità- poco hanno a che fare con delle realtà psicologiche e sociali che invece appartengono alla collettività nazionale. Hanno anche aggiunto, in molti, il fatto che “in questo momento è meglio non parlare di quest’affare perché il rischio che finisca per riaprire la questione di Ruby & co. è troppo alto” (e questo davvero non riesco a comprenderlo.
A questa tragica considerazione va aggiunta la penosa marea di idiozie da vera e propria leggenda metropolitana sub culturale che identificherebbe Strauss Kahn in una vittima di un complotto anti-semita internazionale. Come intellettuale ebreo pensante protesto vivamente per queste stupidate che –e sia questo molto chiaro- disonorano chi le diffonde, chi le sostiene, chi le evoca. Sono scempiaggini pericolose. Si tratta di tutt’altro e di ben altro.
Il silenzio e la latitanza di risposte allo splendido intervento della Rodotà è invece il sintomo chiaro e inequivocabile che identifica la nostra società attuale come una società borderline, ovverossia squilibrata nelle sue facoltà di esercizio razionale.
Talmente abituati a vivere sull’orlo di una continua debacle, di catastrofi socio-politiche annunciate e di emergenze costanti e continue quotidiane, da essere ormai inconsciamente assorbiti da questa enorme pattumiera mediatica al punto tale da essere andati a finire completamente fuori dal dibattito mondiale delle società che contano.
Penso che sia questo, invece, “il lusso che davvero non possiamo permetterci” pena l’esclusione per sempre dalle palestre, circoli e ambienti che davvero contano. Dobbiamo ritornare a seguire l’autentica quotidianità, approfittando degli spunti che la cronaca ci offre per parlare dei problemi veri. Non è certo un caso che nel programma elettorale dell’avvocato Giuliano Pisapia e in quello della signora Letizia Moratti non vi sia neppure un rigo destinato a spiegare come intendano affrontare lo spaventoso aumento della violenza sessuale sulle donne nella città di Milano e nel suo hinterland, dove i dati ufficiali ci spiegano che nell’ultima decade sono aumentati del 456%. Neppure una parola. L’evento, non è neppure menzionato.
Come se, invece, accadesse soltanto a New York, Parigi, Berlino, Londra e non anche da noi.
E’ l’atroce silenzio degli italiani e delle italiane che pensano, questo è il lusso che non possiamo più permetterci.
E’ necessario manifestare la propria opinione. Perché su questo argomento ci si giocano, ma per davvero, le possibilità di aderire o non aderire al consesso delle società avanzate che a pieno titolo potranno domani sostenere di poter essere definite evolute.

Sex, Lies, Arrogance: What Makes Powerful Men Behave So Badly?

When her husband Dominique Strauss-Kahn was preparing to run for President of France five years ago, Anne Sinclair told a Paris newspaper that she was "rather proud" of his reputation as a ladies' man, a chaud lapin (hot rabbit) nicknamed the Great Seducer."It's important," she said, "for a man in politics to be able to seduce."
Maybe it was pride that inspired French politicians and International Monetary Fund officials to look the other way as the rumors about "DSK" piled up, from the young journalist who says Strauss-Kahn tried to rip off her clothes when she went to interview him, to the female lawmaker who describes being groped and pawed and vowed never to be in a room alone with him again, to the economist who argued in a letter to IMF investigators that "I fear that this man has a problem that, perhaps, made him unfit to lead an institution where women work under his command." Maybe it was the moral laziness and social coziness that impel elites to protect their own. Maybe it was a belief that he alone could save the global economy. Maybe nothing short of jail is disqualifying for certain men in certain circles.

But in any event, the arrest of Strauss-Kahn in New York City for allegedly trying to rape a hotel maid has ignited a fierce debate over sex, law, power and privilege. And it is only just beginning. The night of Strauss-Kahn's arraignment, former California governor Arnold Schwarzenegger admitted that the reason his wife Maria Shriver walked out earlier this year was the discovery that he had fathered a child more than a decade ago with a former member of the household staff. The two cases are far apart: only one man was hauled off to jail. But both suggest an abuse of power and a betrayal of trust. And both involve men whose long-standing reputations for behaving badly toward women did not derail their rise to power. Which raises the question: How can it be, in this ostensibly enlightened age, when men and women live and work as peers and are schooled regularly in what conduct is acceptable and what is actionable, that anyone with so little judgment, so little honor, could rise to such heights?

Crime and Culture Wars
Let's note first that Strauss-Kahn is innocent until proved guilty and, second, that if he is guilty, he is not a player — he's a predator. This was not just a French version of an American classic, the Family Values Virtuecrat, who preaches by day and trysts by night. Nor was Strauss-Kahn a fallen star like Tiger Woods or Charlie Sheen or one of the libidinous lawmakers and Luv Guvs whose confessions can be as infuriating as their sins. Strauss-Kahn was not accused of seducing his close friend's wife, like former Senator John Ensign, or patronizing prostitutes while prosecuting prostitution rings, like former New York governor Eliot Spitzer, or lying about an affair while impeaching a President for lying about an affair, like Newt Gingrich. On the spectrum that starts at randy, runs through creepy and ends in handcuffs, where DSK belonged became a matter of global dispute even before it became a matter for a grand jury.

This is what the alleged victim told the police: On May 14, at the Sofitel in midtown Manhattan, the maid, a 32-year-old African immigrant, entered the $3,000-a-night suite around midday to clean, thinking it was empty. When she went into a bedroom, Strauss-Kahn emerged naked from the bathroom; when she apologized and tried to leave, according to a police spokesperson, he chased her down, grabbed her and locked the door. He tried to assault her in the bedroom before dragging her to the bathroom and making her perform oral sex. She eventually fled the suite; hotel staff called the police, who caught up with him sitting in his first-class seat on the Air France flight from JFK to Paris — where he could have been safe from extradition.

With his arrest, a transatlantic culture war broke out. Strauss-Kahn was the world's wallet, a shrewd and nimble financier who had rescued the IMF from irrelevance in time to save the European economy. He was the favorite to defeat Nicolas Sarkozy for the French presidency next year. He had friends everywhere who called him far too brilliant to do anything so tawdry, as though being smart and being decent were the same thing. Newspapers in Paris couldn't decide on the headline. "Shock. Political Bomb. Thunderclap," blared the left-leaning paper Libération. The New York Daily News went with "Le Perv." The French, who forbid photographing a suspect in handcuffs on the grounds that it violates the presumption of innocence, were aghast at what followed: "Death by media," one former Socialist minister called it. "If you don't want to do the perp walk, don't do the crime," New York City Mayor Mike Bloomberg fired back, which only confirmed the French objection.
Strauss-Kahn was charged with offenses including criminal sex acts, unlawful imprisonment and attempted rape, for which he could face up to 25 years. He pleaded not guilty at his arraignment; his lawyers suggested that whatever might have occurred was consensual. His wife had wired $1 million for bail, they said — but concluding that a man pulled off a flight constituted a flight risk, the judge denied it.

And so he sat in a cell at Rikers Island, a short flight but a long fall from his $4 million Georgetown home and the life he had come to lead. He was on suicide watch; the victim and her teenage daughter were moved to a safe house to protect them from the cameras — but that did not stop the French press from publishing her name and background or the New York Post from reporting that she was a widow who lives in a Bronx apartment set aside for adults with HIV, a claim her lawyer called "outrageous."
So much for the famous European indifference to the private sex lives of its leaders. DSK's situation is more serious even than that of Italy's embattled Prime Minister, Silvio Berlusconi, 74, who has been on trial for corruption, tax fraud and, most relevant, having sex with an underage prostitute and then using his office to cover it up. These cases are the exception; they will both play out in court, with evidence presented and witnesses called and the conduct of the accused judged by the standards of the law. In many instances of sexual conflict, it never comes to this but unfolds in a murmur of rumors and gossip, even nudges and winks. More often than not, the women involved weigh the stakes and decide to be silent, judging that the burden of proof is high and that they have little to gain and so much to lose. It's no coincidence that when events like this happen, women come out of the shadows to add their testimony; they figure the odds have improved enough that they just might be believed.


Shifting Standards
By now social commentators have the explanations on auto-save: We know that powerful men can be powerfully reckless, particularly when, like DSK, they stand at the brink of their grandest achievement. They tend to be risk takers or at least assess risk differently — as do narcissists who come to believe that ordinary rules don't apply. They are often surrounded by enablers with a personal or political interest in protecting them to the point of covering up their follies, indiscretions and crimes. A study set to be published in Psychological Science found that the higher men — or women — rose in a business hierarchy, the more likely they were to consider or commit adultery. With power comes both opportunity and confidence, the authors argue, and with confidence comes a sense of sexual entitlement. If fame and power make sex more constantly available, the evolutionary biologists explain, it may weaken the mechanisms of self-restraint and erode the layers of socialization that we impose on teenage boys and hope they eventually internalize.
"When men have more opportunity, they tend to act on that opportunity," says psychologist Mark Held, a private practitioner in the Denver area who specializes in male sexuality and the problems of overachievers. "The challenge becomes developing ways to control the impulses so you don't get yourself into self-defeating situations."

Nature matters, but so does nurture. Members of royal families are born into a world of indulgence and entitlement, and the princelings who grow up that way may never have to develop any discipline. Athletes often start life at the opposite end of the wealth-and-prestige spectrum, but as soon as they exhibit an unusual talent for swinging a bat or sinking a free throw, often early in adolescence, they may become a kind of local royalty and find that the rules have been suspended for them. They are waved through school and into the pros, and bad behavior is overlooked or covered up. Any skills they may have been developing for self-control or self-denial quickly deteriorate.
But what of reason, of basic survival instincts? Enter politics and you enter the glass house; there are no secrets and no places to hide. One of the temporarily persuasive defenses of Bill Clinton when he faced charges of carrying on with the intern delivering the pizza was that this savvy Rhodes scholar could not possibly be so foolish as to imagine that anything in the White House goes unnoticed, unrecorded or unrepeated. When John Edwards' affair and love child with his videographer — the very woman in charge of documenting his career — became known, Democrats were confounded that he had ever imagined he could run for office again.
As for Schwarzenegger's latest revelation, it was agony to imagine what must have run through Maria Shriver's head when she discovered the truth. Here she was, daughter of a great political dynasty with its own zipper issues, who had drawn on her feminist capital to save her husband's career at a crucial moment in his gubernatorial campaign. In 2003, more than a dozen women accused him of harassing and groping them through the years, including on the set of his film Predator. Shriver testified to his character in words that voters believed: "You can listen to all the negativity, and you can listen to people who have never met Arnold, who met him for five seconds 30 years ago," she said. "Or you can listen to me."

Now it emerges that even as she was defending his honor, he was deceiving both her and the voters. Confronted by the Los Angeles Times, he admitted that all along he had been supporting the child he had with an employee more than a decade ago. That finally explained why, back in January, Shriver moved out of the house.

Rise and Risk
Anne Sinclair, on the other hand, is standing by her man. "I do not believe for one second the accusations brought against my husband," she said. "I have no doubt his innocence will be established." But he has not made her faith in him come easy. Through his years as a top economics professor, Finance Minister and Socialist superstar, not to mention three marriages, Strauss-Kahn acquired the reputation of a serial seducer. French newspapers reported that Sarkozy had warned him, upon his taking the IMF job in 2007, to "avoid taking the elevator alone with interns. France cannot permit a scandal."
A year after taking the job, in a very public scandal, Strauss-Kahn was rebuked by the IMF for "a serious error of judgment" for his affair with Piroska Nagy, a Hungarian-born economist who worked for him. He was not charged with abusing his position, but he apologized publicly and in an e-mail to IMF staff. She warned at the time that he had put her in an impossible position, fearful of the fallout if she were to resist his advances. That followed even-more-serious yet undisclosed allegations from a young journalist named Tristane Banon, now 31, the goddaughter of DSK's second wife. She claims that when she came to interview DSK in 2002, the encounter turned into a violent attack. "We ended up fighting, since I clearly said, 'No, no,' " she said in a TV interview five years later. "It was more than a couple of slaps. I kicked him. He undid my bra, tried to remove my jeans ... It finished very badly." As soon as she fled, she said, he sent her a text: "So, are you scared of me?"
(See the Top 10 Elite Fighting Units.)
She didn't press charges, in part because her mother, Anne Mansouret, a local Socialist official, talked her out of it. Other women with similar experiences say they were afraid that challenging a man so powerful in a culture so tolerant would bring them only ridicule and pain. Paris lawyer Emmanuel Pierrat recalls a young woman who told him of a violent encounter with Strauss-Kahn. "She wanted to know whether I thought what I heard would form the basis for a solid legal case," Pierrat says. "I told her I did." In the end she decided to drop the complaint, fearing the media circus, the very good chance she'd be accused of being a liar or worse. "In addition to my client, I also have a personal friend who came to me and described an unwanted, forceful sexual advance by Strauss-Kahn that she was forced to literally fight off," Pierrat says. "They're all essentially the same account, the same kind of behavior, with only the places changed." Yet once again, no charges were ever filed, and Strauss-Kahn was never investigated for any misconduct.

He was, however, a fatalist. Barely two weeks before his arrest, he had a quiet conversation with Libération editors and admitted that the three obstacles if he were to run for President would be "money, women and being a Jew." In fact, until the Sofitel scandal, the political challenge facing DSK was less his lechery than his lifestyle; it's hard to be a Socialist icon living the life of a plutocrat. Photographs of him climbing into a friend's $142,000 Porsche caused a furor, raising charges on the left that he was a "champagne Socialist." He even sued a Paris tabloid for writing that he was outfitted by a Washington tailor whose suits are reported to run for anywhere from $7,000 to $35,000 apiece.
This was, in other words, a man of great contradictions with a great deal to lose, and his defenders and like-minded conspiracy theorists were quick to suspect a setup. Strauss-Kahn, they argued, was not the type to force himself on anyone. Admirers were more likely to throw themselves at him. Yes, he had a weakness for women, said his second wife Brigitte Guillemette: "But that doesn't mean that he could have done what he is accused of. I don't think I ever saw him lock a door. Violence is not part of his temperament. He has many faults but not that one."
The defense escalated into all-out cultural battle: On the one hand, it was the French who came up with the notion of droit du seigneur, the special sexual liberties that the ruling class can enjoy. Social critics in the U.S. condemned the code of silence that prevented women from speaking up, the mentality that replaces Bourbon Kings with bureaucratic functionaries whose academic pedigree and choice of public service confer an automatic halo upon them. On the other hand, from various tony arrondissements, there was much outcry that the alleged victim was allowed to remain anonymous while DSK's perp walk made front pages around the world. "What do we know about the chambermaid?" was a headline in Le Monde. High-flying philosopher Bernard-Henri Lévy took to the Daily Beast, a news website, to deplore a "grand" hotel that sent in only one maid (a buddy system would presumably be safer) and denounced the judge for not showing Lévy's longtime friend the respect befitting an alleged rapist of his international standing. The judge, Lévy complained, "pretended to take him for a subject of justice like any other," even though he was a defender of the "proletarian nations" and "the most fragile and vulnerable" among us.
Of course, if the charges prove true, the most fragile and vulnerable among us will seem to have been his preferred targets, in this case a maid who, had this happened in Paris rather than New York, would likely have thought long and hard before daring to report even a violent attack by a man in a $3,000 suite. If the French elite were appalled that an illustrious man, convicted thus far of no crimes, could be treated this way, Americans were appalled that he expected to be treated differently.
"The transatlantic divide has really reopened," says Corine Lesnes, Washington correspondent for Le Monde. But she admits this episode will lead to some "soul searching" in the French media about whether the private lives of public figures need to be handled differently.

The defense escalated into all-out cultural battle: On the one hand, it was the French who came up with the notion of droit du seigneur, the special sexual liberties that the ruling class can enjoy. Social critics in the U.S. condemned the code of silence that prevented women from speaking up, the mentality that replaces Bourbon Kings with bureaucratic functionaries whose academic pedigree and choice of public service confer an automatic halo upon them. On the other hand, from various tony arrondissements, there was much outcry that the alleged victim was allowed to remain anonymous while DSK's perp walk made front pages around the world. "What do we know about the chambermaid?" was a headline in Le Monde. High-flying philosopher Bernard-Henri Lévy took to the Daily Beast, a news website, to deplore a "grand" hotel that sent in only one maid (a buddy system would presumably be safer) and denounced the judge for not showing Lévy's longtime friend the respect befitting an alleged rapist of his international standing. The judge, Lévy complained, "pretended to take him for a subject of justice like any other," even though he was a defender of the "proletarian nations" and "the most fragile and vulnerable" among us.
Of course, if the charges prove true, the most fragile and vulnerable among us will seem to have been his preferred targets, in this case a maid who, had this happened in Paris rather than New York, would likely have thought long and hard before daring to report even a violent attack by a man in a $3,000 suite. If the French elite were appalled that an illustrious man, convicted thus far of no crimes, could be treated this way, Americans were appalled that he expected to be treated differently.
"The transatlantic divide has really reopened," says Corine Lesnes, Washington correspondent for Le Monde. But she admits this episode will lead to some "soul searching" in the French media about whether the private lives of public figures need to be handled differently.

What matters is not prudishness — we've left that far behind — but prudence, a sense that public figures should be discouraged from destroying themselves and their families, even if we gawk at the results when they do. And principle: that power is a privilege not to be abused. The cases that involve a lawmaker chasing pages around the cloakroom or a boss cornering a junior employee or a professor pressuring a student for sex all deserve to be taken seriously. And in cases that involve actual violence, they need to be treated like the crimes they are.
— Reported by Bruce Crumley and Jeffrey T. Iverson / Paris; Jeffrey Kluger / New York; and Massimo Calabresi and Katy Steinmetz / Washington

Fonte: http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2072527,00.html

Aborto negato, Strasburgo condanna la Polonia

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato ieri in primo grado la Polonia, con una votazione passata per sei voti contro uno, perché l’operato di più medici antiabortisti ha impedito a una donna la possibilità di avere una tempestiva amniocentesi, con il risultato che la figlia è successivamente nata gravemente menomata. R.R., queste le iniziali della donna, dopo che le radiografie effettuate durante la diciottesima settimana avevano evidenziato il rischio concreto che il nascituro potesse avere malformazioni, nel 2002 si era rivolta a un ospedale pubblico per avere un’amniocentesi. Il medico a cui si rivolse rifiutò, così come rifiutò la successiva richiesta di interrompere la gravidanza.

In un altro ospedale ricevette lo stesso trattamento, nonostante le radiografie confermassero la serietà delle lesioni al feto. R.R. riuscì finalmente ad avere un’amniocentesi soltanto un mese dopo la prima richiesta: i risultati confermarono ancora una volta le malformazioni. A quel punto R.R. rinnovò la richiesta di un’interruzione di gravidanza, ma l’ospedale le rispose che nel frattempo erano stati superati i limiti di legge (24 settimane) e pertanto doveva tenersi la bambina, che nacque affetta dalla sindrome di Turner. La donna presentò ricorso, e alla quinta sentenza le fu data parzialmente ragione.

La Corte europea sostiene ora che quanto accaduto a R.R. costituisce una violazione degli articoli 3 (trattamento inumano e degradante) e 8 (mancato rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea sui diritti dell’uomo. In particolare, ricorda che gli stati sono obbligati a garantire un accesso privo di ostacoli alle informazioni e ai test prenatali, e che i dottori hanno inflitto alla donna, che per di più si trovava in una posizione vulnerabile, una “prolungata e dolorosa incertezza” circa le condizioni del nascituro, “umiliandola” e “trattandola in modo meschino”. La Corte ha infine stigmatizzato lo Stato polacco perché, benché la legge consenta di avere un’interruzione di gravidanza nei casi di malformazione del feto, non è poi in grado di garantire che questa possibilità sia realmente e facilmente percorribile.

L’unico giudice dissenziente è stato quello maltese: anche il giudice polacco ha votato a favore.

Raffaele Carcano

http://www.agoravox.it/Aborto-negato-Strasburgo-condanna.html

martedì 12 ottobre 2010

Che cosa inaudita dire porco a qualcuno che ti offende!

Poco prima di essere colpita dal suo pugno in faccia, lei fa per andarsene, ma lui le sputa addosso, allora lei tenta di dargli uno schiaffo, perchè se qualcuno ti sputa addosso e ti ingiuria reagire è più che giusto e normale, ma lui per affermare la superiorità della sua posizione di maschio bianco italiano adotta come contromisura un pugno in faccia. Tutto questo si vede benissimo dal video, il video mostra qualcosa che non può essere fraintesa, un video, questo: http://www.youreporter.it/video_Lite_alla_fermata_Anagnina_donna_in_coma_per_un_pugno_1 è una prova chiara e inconfondibile, e pure Repubblica decide di dare spazio al misogino razzista di turno: "La donna se l'è cercata. L'ha chiamato anche porco" che cosa inaudita dire porco a qualcuno che ti offende!

L'articolo di repubblica:


Infermiera in coma per un pugno
la lite per un biglietto del metrò

Ai domiciliari un 20enne con dei precedenti per lesioni. Gravi le condizioni della donna, cittadina romena di 32 anni, operata e ricoverata al policlinico Casilino. L'aggressione nella stazione della metropolitana Anagnina, dove la vittima è rimasta a terra

ROMA - Una banale lite per un biglietto nella stazione della metropolitana, lui le dà un pugno in faccia e lei, infermiera professionale di 32 anni, finisce in coma. Dopo essere rimasta a terra, tra il via vai dei passeggeri in transito alla fermata Anagnina. L'autore dell'aggressione, un 20enne romano con dei precendenti per lesioni, è stato arrestato. Bloccato da un uomo che ha assistito alla scena e lo ha avvicinato mentre cercava di allontanarsi, è stato rincorso da altri due viaggiatori. Dopo il disinteresse iniziale, un intervento provvidenziale che ha permesso di individuare e arrestare il responsabile, ora ai domiciliari. L'aggressione ricorda quella del 2007 a Termini, dove il 26 aprile la studentessa Vanessa Russo, 23 anni, venne ferita mortalmente all'occhio sinistro con un ombrello da Doina Matei, condannata a 16 anni. L'ultimo, gravissimo episodio ha profondamente indignato il sindaco Gianni Alemanno in traferta istituzionale in Cina ("Denuncerò chi non ha soccorso" 1), mentre per il Pd locale ormai dilaga la violenza: "Là città è incattivita, Roma sta cadendo in un pozzo senza fondo'".

GUARDA IL VIDEO 2

Il pugno al volto - Il tutto è accaduto all'interno della stazione metropolitana Anagnina, venerdì pomeriggio. Il ragazzo e la donna si trovavano in fila per fare il biglietto, quando tra i due è nato un diverbio. In un secondo momento, quando la cosa sembrava finita, la lite si è riaccesa mentre i due si erano allontanati dallo sportello. Dalle parole il 20enne è passato ai fatti colpendo violentemente con un pugno la donna, che è caduta all'indietro priva di sensi. E' rimasta a terra, tra il via vai dei passanti che percorrevano i corridoi della stazione. Nel frattempo un signore bloccava il ragazzo che si stava allontanado, mentre quel corpo steso per terra cominciava ad attirare l'attenzione di chi si spostava sulla banchina della metro.

Le condizioni della donna
- La vittima è stata soccorsa e trasportata d'urgenza presso il policlinico ''Casilino'', dove è stata operata per le gravissime lesioni riportate al cranio. Sottoposta a un intervento neurochirurgico per un ematoma cerebrale, è ancora mantenuta in coma farmacologico. Le sue condizioni sembrano migliorare: stamattina i medici l'hanno staccata dai tubi, anche se non è ancora fuori pericolo di vita. Si trova nel reparto di rianimazione e i sanitari temono, purtroppo, conseguenze permanenti. L'infermiera 32enne si trova in Italia insieme al marito e al fratello, in ospedale per assisterla durante gli orari di visita consentiti.

Il video choc - Una scena agghiacciante, di violenza inaudita, quella ripresa dalle telecamere della stazione. L'atrio con il giardinetto che custodisce un vecchio vagone della ferrovia Roma-Pantano, semivuoto. Pochi i passanti e tra questi un giovane, non alto ma robusto. Una donna gli si avvicina, lo ferma e gli dice qualcosa. Il ragazzo fa per darle una testata, le sputa sembra dalle immagini. La donna reagisce con uno schiaffo. E' a quel punto che il 20enne si scaglia contro di lei: il pugno sferrato con violenza sul volto, lei che cade all'indietro priva di sensi battendo la testa al suolo. Solo dopo alcuni minuti si forma un capannello attorno al corpo.

LA FOTOSEQUENZA 3

L'autore del gesto - I carabinieri della stazione di Cinecittà, con i militari del 6° reggimento del Genio pionieri impegnati nell'operazione ''strade sicure'', dopo avere raccolto le testimonianze dei presenti, hanno rintracciato e arrestato l'aggressore. Alessio Burtone, questo il suo nome, è stato portato nel carcere romano di Regina Coeli e ora si trova agli arresti domiciliari. Si tratta di un ragazzo con dei precedenti sempre per lesioni. "Quando è stato fermato - racconta il capitano Domenico Albanese, comandante della Compagnia dei Roma Casilina - sembrava non rendersi conto della gravità del suo gesto. Era sconvolto. Ma non direi che si possa definire un giovane violento, nonostante la precedente denuncia nei suoi confronti".

AUDIO - Il racconto del capitano dei Carabinieri della Casilina 4

L'avvocato del giovane - "Il ragazzo non è pregiudicato, è un lavoratore e una persona perbene. Non era assolutamente sotto l'effetto di droghe, ha solo avuto paura. Il gip, su mia richiesta, ha deciso di concedergli gli arresti domiciliari". Così l'avvocato Fabrizio Gallo, legale di Alessio Burtone. "Nel video si vede chiaramente che era la donna a inseguire il ragazzo - ha raccontato il difensore - Alessio mi ha detto che lei gli avrebbe rivolto parole offensive e lo avrebbe provocato dicendogli 'Te la faccio pagare' e 'Ti faccio cadere quando arriva la metro'. A quel punto l'ha colpita". "Quando ieri in carcere, prima che gli concedessero i domiciliari - ha aggiunto Gallo - ho detto ad Alessio che la donna era in coma, ha avuto un momento di sconforto. Non pensava di aver fatto una cosa tanto grave. Aveva paura che fosse armata. Anche i genitori del ragazzo sono delle brave persone e sono costernati per l'accaduto. Farò un'istanza al pm per la riammissione in libertà".

Il testimoni - "Ero dietro di loro quando sono usciti dal bar. Il ragazzo camminava davanti e la donna lo seguiva, insultandolo e poi prendendolo a calci e pugni. Il giovane si è girato dicendo 'Ma falla finita' e con una mano l'ha colpita involontariamente. Lei è caduta a terra come un sacco di patate". A parlare è un commerciante che lavora all'interno della stazione della metro Anagnina e, raccontando di aver assistito all'episodio di venerdì, difende l'aggressore. "In 60 anni non avevo mai visto una scena del genere - ha aggiunto - una donna che picchia in quel modo un uomo. La donna se l'è cercata. L'ha chiamato anche porco". Il dipendente Atac che per primo ha soccorso la donna, ha descritto così la scena: "Ho sentito un tonfo e sono uscito dall'ufficio. La donna era sdraiata per terra, poco distante c'era un uomo che, tenendo un giovane per un braccio, chiedeva aiuto. Ho temuto che potesse morire e sono andato a chiamare soccorsi. Non capivo cosa stava succedendo - ha aggiunto - il ragazzo ripeteva che era stato importunato. All'inizio quando sono uscito non c'era nessuno accanto alla donna, sono stato tra i primi a vederla. Poi carabinieri e vigili hanno allontanato le persone per consentire i soccorsi".

VIDEO - La testimonianza dell'edicolante 5

Le reazioni - Incredulità e rabbia per quanto accaduto. Il sindaco Alemanno, da Pechino, si è detto pronto a denunciare chi non è intervenuto. "Non è accettabile - ha fatto sapere - che in una città come Roma avvengano cose del genere e, tanto più, non è possibile che ci sia una tale indifferenza". Ugualmente il Codacons, che ha depositato una denuncia contro ignoti alla procura della Repubblica di Roma chiedendo ai magistrati "di individuare i soggetti ripresi nel video dell'aggressione, i quali non hanno prestato alcun soccorso alla donna malmenata". E se per Renata Polverini si tratta di un fatto anche "culturale" su cui bisogna intervenire, il Pd di Roma ha insistito sulla "violenza ormai dilagante". "La città è incattivita - ha dichiarato Marco Miccoli, coordinatore locale dei democratici - in preda a pulsioni egoistiche che mai avevano avuto cittadinanza nella capitale" (LEGGI 6)

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/12/news/donna_roma-7965528/?ref=HREA-1

sabato 11 settembre 2010

"Nazifemminismo"? un ossimoro, in malafede.

Ladyradio spiega perfettamente perchè l'idea di "nazifemminismo" è un'aberrazione storica, un revisionismo in malafede volto alla criminalizzazione del movimento femminista che ricordiamo ha come unico scopo la parità dei diritti tra uomo e donna.

La rete è un Oceano e dunque ospita pesci di tutti i tipi.

Noto con neanche più candido stupore del diffondersi di questa nuova terminologia offensiva e diffamatoria: nazifemminismo.

Qualunque persona con un minimo di cultura saprebbe che unire un movimento come quello Nazista a quello Femminista non solo è ridicolo ma anche pericoloso.

Il Nazismo considerava le donne come parte integrante del processo di purificazione della razza, ragion per cui crearono nursery ed ospedali prettamente ginecologici per donne dall’aspetto perfettamente ariano ( occhi chiari, capelli biondi, pelle chiara).

Pagavano od obbligavano donne giovani e forti per accoppiarsi con soldati ariani-Nazisti.

Una volta dati alla luce, i pargoli venivano portati in scuole Naziste per educarli sin da bambini ad un solo pensiero, una sola idea, un solo ideale. L’idea di far accoppiare donne e uomini con stesso codice genetico avrebbe in realtà instupidito sempre più la razza umana, per poter creare così un gigantesco esercito di persone sempre pronte ( perchè educate sin da piccoli) a servire il loro dittatore.

Il Femminismo è un movimento nato per la parità dei sessi, non certo per rivendicare la supremazia delle donne sugli uomini. Quindi al movimento Nazista la cosa non piaceva ed invitava al popolo tedesco di escludere e denunciare quelle donne che si avvicinavano a tale movimento.

Molte donne hanno perso la vita per simili ideali.

Per non dimenticare anche tutte quelle donne reclutate nelle SS come donne soldato, pronte per l’uso e l’abuso, nonchè alla violenza gratuita. Le donne sono esseri Umani e come tali sanno pensare, parlare, muoversi, non sono divinità o esseri magici venuti da altri Pianeti, nessun* osa dire questo … anzi! Sarebbe ora che ci trattasero come tali e non come cose.

Chi ha inventato questo termine, desidera spingere le persone un po’ più chiuse e poco inclini a porsi delle giuste domande, verso la fobìa del Nazismo. E’ inevitabile che un male così palese come quello dell’ Olocausto evochi paura, lo strumento che usano proprio persone dalla dubbia morale e dai principi non proprio solidi.

Un gruppo anche bello ampio di neo maschilisti canadesi ha invetato questo termine, per fortuna già condannato da Paesi civili e onesti ( vedi N. Gabriel, Un corps à corps avec l’Histoire: les féministes allemandes face au passé nazi, in Femmes et fascismes, a c. di R. Thalmann, 1986).

Cito un blog che riporta questo termine come veritiero:

Vi è un tentativo sporco e criminoso di demonizzare e colpire metà del genere umano, quello maschile, descritto dalla propaganda femminista come un genere che ogni giorno, solo nel nostro Paese, colpirebbe e ucciderebbe migliaia di donne. Ovviamente questa è una menzogna

Già da queste poche righe potrete rendervi conto che la base di chi professa e manda avanti simili indecenze, è qualcuno che vorrebbe eliminare completamente l’accusa di violenza di genere, un male che uomini e donne combattono giorno dopo giorno.

L’utilizzo di vite umane spezzate dalla cieca violenza è non solo disgustoso ma anche controproducente, perchè chi ha subìto simili realtà non resterà zitto, parlerà e ci sarà sempre qualcun* pronto a combattere contro simili parole.

E’ diffamazione, abuso di sistemi informatici per propagande anti Costituzionali, contro i diritti Umani.

Continua su LadyRadiolina

domenica 8 agosto 2010

Alle turiste straniere stuprate in Italia: vi chiediamo scusa!

Quando l'artista Pippa Bacca fu violentata e uccisa mentre svolgeva la sua performance artistica in abito nuziale, molti furono indignati e dissero che c'era una ragione etnica, il fatto che lei si trovasse in turchia, un posto così retrogrado e inospitale per le donne, specialmente per quelle che come lei pretendevano di poter attraversare il mondo esigendo rispetto per sè e pace per tutti.

Questa estate fatta di delitti tutti italiani contro le donne in quanto donne, morte di violenza maschile, perseguitate, massacrate di botte e stuprate, chissà se all'estero parleranno di noi come il paese più maschilista d'europa.

Arrivano in italia, zaino in spalla, piene di sogni e convinte di poter esercitare il diritto al turismo che tutti esercitano in giro per il mondo. Un mondo nel quale puoi girare per ostelli, in bicicletta, con la tenda, senza che nessuno mai ti torca un capello.

In italia no, se arrivi con il tuo ragazzo e monti una tenda vicino alla capitale ti stuprano. Se arrivi da sola poi non ne parliamo. In campeggio, in città, a Firenze, Venezia, Capri, Roma.

Non devi essere a bordo di una strada a fare l'autostop. Figuriamoci. In quel caso i "te la sei cercata" ti seppellirebbero. Puoi essere ovunque: nella tua tenda, nella tua stanza d'albergo, in giro per un'isola votata al turismo, dentro un semplice bagno di un bar della capitale. Qualunque luogo è buono, in ogni caso, tu donna, straniera, che vieni a incrementare l'economia di questo paese strapieno di misogini, troverai nel tuo pacchetto vacanze uno stupro, una molestia, una giornata da dimenticare, una prova provata che il machismo dei cosiddetti latin lovers italiani è un vero schifo, una formula per venderti una illusione che tu sconterai sulla tua pelle, perchè il macho italiano non è un prodotto che dovresti apprezzare. Dovresti invece scartarlo a priori.

Dunque, cara turista straniera, dato che se verrai in italia e qualcuno deciderà di stuprarti ti scontrerai con i commenti più sessisti del mondo, con una difesa per lo stupratore, con la condanna per te che sei stata stuprata, con un clima culturale che giustificherebbe perfino il tuo omicidio se capitasse l'occasione e se a commetterlo fosse un uomo, cambia il luogo delle tue vacanze, scarta l'italia e chiedi a questo paese che se vuole che le donne arrivino a portare i loro soldi per fare andare avanti l'economia italiana bisogna che le turiste abbiano garanzia di civiltà e rispetto in ogni senso.

Noi qui, in un certo senso, ci siamo nate e cresciute, dobbiamo rimanere per forza, scegliamo di rimanere perchè qui abbiamo affetti e lavoro, spesso scegliamo di andarcene perchè non ne possiamo più. Ma tu, cara sorella straniera, cosa ci vieni a fare qui se quando denunci uno stupro poi c'è qualcuno che dirà sempre che eri ubriaca, che l'hai voluto tu, che sei perfino un po' puttana, e giù gli insulti e le umiliazioni?

Cosa ci vieni a fare in italia se il posto da cui provieni è sicuramente più civile di questa nazione in cui ancora gli uomini stanno a fare elucubrazioni mentali della domenica invece che partecipare concretamente alla difesa dei dirtti civili delle donne, il genere più bistrattato in assoluto in ogni parte del mondo?

Cara sorella, te lo dico con il cuore: in italia ci sono tante donne che tentano di fare qualcosa di utile, ci sono tante persone che tentano di fare del proprio meglio, tanti uomini che lavorano per tentare di costruire una alternativa sociale a quella che ti ha così disastrosamente accolto ma non è sufficiente e noi ci vergogniamo molto. Ci vergogniamo perchè sappiamo che tu potresti pensare che in italia siamo tutti così, che non c'è nessuna persona civile, che non c'è nessuno che lotta contro quello che hai subito o potresti subire.

Ci vergogniamo e ci sentiamo responsabili come dovrebbero sentirsi responsabili tutti, perchè se in italia l'unica cultura vincente è quella che fa delle donne degli oggetti sessuali da usare, è responsabilità di tutti, perfino delle persone che come noi lottano ogni giorno perchè tutto questo cambi.

Ci dispiace molto, ti abbracciamo moltissimo, siamo solidali con te e credici se ti diciamo che tutto quello che hai subito a noi succede ogni giorno e ti comprendiamo profondamente avendo piena coscienza di quali sono i nostri diritti e di quello che dovrebbe esserci garantito e che invece ci viene perennemente negato.

Ti chiediamo scusa. Lo facciamo noi perchè nessuno lo farà mai. Ti chiediamo scusa e speriamo tu possa perdonarci per non esserci state quando avevi bisogno di noi e per non aver fatto, forse, abbastanza perchè tu potessi arrivare qui in italia e fare una vacanza senza dover subire uno stupro.


Fonte: femminismo a sud

martedì 16 febbraio 2010

Se hai la minigonna lo stupro te lo cerchi: parola di donna

Il femminismo è finito, morto, sepolto. Il corpo della donna non è più libero. Abbiamo scherzato. I giovani, ma quel che colpisce tante giovani, credono che per subire uno stupro la vittima di turno ha delle responsabilità più o meno gravi.

2488054 Se hai la minigonna lo stupro te lo cerchi: parola di donnaUno studio condotto nel Regno Unito ha riportato le lancette della parità tra uomo e donna indietro di quarant’anni: la metà degli intervistati crede che per essere stuprate ci sia una responsabilità della donna, e una donna su tre individua in queste responsabilità nel solo vestirsi provocatoriamente o ballare in modo sensuale.

DATI ALLARMANTI – L’intervista è stata condotta in modo anonimo su internet, su 1061 persone, in occasione del decimo anniversario dell’associazione Haven impegnata nell’aiuto alle vittime di stupro. La fascia d’età è compresa tra i 18 e i 50 anni, e sono state intervistate 712 donne e 349 uomini. Il primo dato, “triste ma non sorprendente” (secondo il giudizio di Elizabeth Harrison della ong inglese) è che sono le donne a essere molto meno indulgenti degli uomini. Se il 57% dei maschi intervistati ha detto che la vittima di stupro deve accettare parte della responsabilità del fatto di essere finita a letto con qualcuno, il 71% delle donne è convinto della parziale colpevolezza delle loro pari.

SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA… – Almeno una donna su dieci, a pensarci senza coinvolgimenti personali, si considera diffidente rispetto al denunciare il fatto alle autorità, e un 2% delle intervistate è decisamente convinta nel non farlo. Le motivazioni, invece, non cambiano mai: imbarazzo e vergogna (55%), voler dimenticare quanto accaduto (41%) e non essere esposte a un pubblico giudizio (38%). In Inghilterra su 100 casi di stupro portati in giudizio soltanto 14 (la percentuale più bassa in tutta Europa) si concludono con una sentenza di condanna nei confronti dell’uomo.

…E NEL PROSSIMO – Ma il dato che colpisce di più è la convinzione che – per il 14 per cento delle donne intervistate – la maggior parte delle accuse di stupro sono false. La presunta vittima cerca di nascondere l’onta dell’aver fatto sesso da ubriaca o dopo aver “istigato” il partner sessuale, accusandolo di stupro anche quando in realtà era consenziente. Un terzo degli uomini è convinto che non possa essere considerato stupro quando fanno sesso con la propria partner anche se lei non è consenziente e il 13% ha ammesso di aver fatto sesso con qualcuna troppo ubriaca per capire cosa stesse succedendo.

E IN ITALIA? – In Italia ricordiamo come nel 1999 la Corte di Cassazione abbia giudicato “consenziente” un rapporto sessuale poiché la partner indossava i jeans. Con quel tipo di indumento, secondo la nostra suprema corte, non ci può essere stupro. Si levò la protesta in Parlamento. Nel 2007 gli stilisti Dolce e Gabbana pensarono bene di farsi pubblicità con manifesti enormi che mostravano un sensuale stupro di gruppo.L’Italia in quanto a essere retrograda, non è seconda a nessuno e, anzi, fa tendenza. Dopo dieci anni gli altri paesi ci stanno finalmente raggiungendo.

Fonte: giornalettismo

lunedì 26 gennaio 2009

Belladonna

Molestia stupro e violenza non sono attestazioni di stima.
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*La bella donna dove Amor si mostra.
Guido Cavalcanti.

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