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venerdì 19 dicembre 2014

#GiornalismoDifferente

Aderisco alla campagna #GiornalismoDifferente, perché nessun Papà di 56 anni fa sesso con la figlia di 6 anni e con la sorellina, quello non è "sesso" è stupro, abuso e lui è un pedofilo con l'aggravante dell'essere anche il padre. No un padre non  fa sesso con la figlia di 8 anni e filma le violenze si tratta di stupro. L'url di quest'ultimo articolo è schifosa: "http://www.leggo.it/NEWS/ROMA/quot_non_dire_alla_mamma_del_gioco_del_dottore_quot_._fa_sesso_con_la_figlia_di_8_anni_e_filma_le_violenze_12_anni_di_galera_al_pedofilo/notizie/721216.shtml". Il gioco del dottore? si chiama pedofilia.
Gli adulti non fanno "sesso" con i bambini e le bambine, stuprano. Lo stupro, di chiunque, è tortura sessuale, non "fare sesso", quando si tratta di un/a bambina/o è anche pedofilia.

Siete complici della cultura dello stupro.

Incollo qui sotto l'articolo di rifermento della campagna dal blog http://narrazionidifferenti.altervista.org


#GiornalismoDifferente

Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.
Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.
Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile.
Solo da poco il giornalismo ha introdotto il termine femminicidio nel proprio vocabolario.
Un passaggio fondamentale per ripristinare una rappresentazione che rispondesse alla realtà: donne uccise in quanto donne.
Eppure a questo non è seguito un miglioramento complessivo del linguaggio o dell’approccio giornalistico al genere, soprattutto per quello che riguarda i giornalisti di cronaca, specialmente di cronaca nera.
E’ tempo di suggerire quindi al giornalismo italiano tutto, alcune semplici regole di linguaggio e approccio, che nel 2014 sarebbe proprio il caso di applicare.
Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale della lotta alla violenza sulle donne.
Abbiamo deciso di lanciare oggi questa campagna perchè crediamo che dal linguaggio mediatico passi la cultura che ci rispecchia e consolida la nostra visione del mondo e che per questo il giornalismo italiano debba cambiare, migliorare, evolvere.
Chiediamo un Giornalismo Differente, lo facciamo lanciando un hashtag #giornalismodifferente e delle prime rivendicazioni:
1. Un femminicidio non è colpa della disoccupazione / della depressione / della passione.
La violenza sulle donne è sempre esistita, con o senza crisi economica.
Un uomo non picchia, umilia o uccide una donna perchè è rimasto disoccupato. Lo fa perchè la sua cultura lo autorizza a sentirsi superiore alle donne, a sentirsi padrone delle loro vite, a dominarle psicologicamente e fisicamente. Anche le donne rimangono disoccupate ed entrano in depressione, anche le donne, anzi soprattutto le donne soffrono la crisi dentro e fuori casa, ma per un uomo queste diventano possibile “giustificazioni” ad un femminicidio, autorizzato invece dalla sua cultura patriarcale.
Quella stessa cultura insegna alle donne a subire, passivamente, perchè in nome dell’accoglienza e la mitezza a cui per cui è programmata.
Ecco tre esempi tratti da Corriere della Sera, AGI – agenzia giornalistica Italia, e Repubblica.it
disoccupato
agi
depressione
2. Non è il raptus che uccide!
Allo stesso modo, il raptus è un alibi che il giornalismo fornice a chi uccide la propria compagna, moglie, fidanzata, amica.
La violenza sulle donne è un fenomeno strutturale. Ha radici profonde e non può essere ricondotta a un momento di violenza improvviso. Piuttosto, si tratta di anni di piccole avvisaglie, di atteggiamenti psicologicamente o fisicamente violenti, di affermazione di cultura maschilista, o spesso si stalking e intimidazioni che sfociano in maniera assolutamente premeditata nell’uccisione della donne che si è sottratta al possesso patriarcale.
In questo articolo ad esempio, Repubblica.it usa il termine raptus, per poi specificare però che i due avevano spesso litigi violenti.
raptus
3. No alle pornovittime!
Una donna rimane un oggetto sessuale anche da morta. Così non mancano gli esempi di vittime di femminicidio o violenza sessuale, anche giovanissime, ritratte dai giornali in bikini, sottolineandone l’avvenenza.
Come se da quella dipendesse la sorte di una violenza, di un’aggressione.
Se poi la donna uccisa è una donna famosa anche per la sua avvenenza, non le si risparmiano gallery su gallery della sua immagineammiccante, anche da morta. Pensiamo ad esempio allo sciacallaggio mediatico su Reeva Steenkamp, la donna uccisa dal campione paraolimpico Pistorius.
Anche le foto di repertorio scelte dai giornali per parlare di violenza sessuale e femminicidio rimandano spesso a un immaginario sessualizzato: minigonne cortissime, calze autoreggenti, magliette scollate. E poi pose rannicchiate nel buio, mani sulla faccia. Come se la vergogna fosse la loro e non quella di chi le ha aggredite.
Porno + vittimizzazione, un pessimo risultato.
Le immagini che seguono sono alcune tra le più utilizzate dai giornali quando si parla di stupro, rintracciabili dai free press come Leggo fino a Il Messaggero.
pornovittima

pornovittima2

4. Cosa indossa una vittima di violenza? Chissenefrega!
Più chiare di così non si poteva essere. Ancora oggi spesso i giornalisti specificano oltre all’aspetto fisico anche l’abbigliamento di una vittima di violenza di genere. Perchè? A cosa serve dirci che indossava una minigonna? O che era bella? A nulla.
Perchè la violenza è trasversale e non colpisce solo donne avvenenti o vestite in modo succinto.
Anzi, per lo più avviene dentro le case, in famiglia, dove davvero nulla importa come si è vestite.
Se la vittima di una violenza sessuale di qualsiasi tipo è una donna avvenente si susseguono nell’articolo le sue immagini, persino in bikini, per attirare lettori, altrimenti si allude al suo aspetto e al suo abbigliamento, se si tratta di una sex worker, anche al suo lavoro ovviamente, nel quadro di un generale slut shaming, ovvero di una colpevolizzazione costante delle donne.
Così la notizia di una donna molestata sessualmente diventa “giustificata” da come quella, per di più ballerina di un night, andava vestita, nell’articolo di Treviso Today.
lap dance
5. Il capofamiglia non esiste più!
Il capofamiglia. Una parola usata molto spesso dal giornalismo italiano, ma che ci riporta indietro a quando l’Italia rispettava ancora la norma contenuta nell’art. 144 del Codice civile, che prevedeva il ruolo di capofamiglia e lo attribuiva al marito, abrogata poi dalla legge 19 maggio 1975, n. 151 con la Riforma del diritto di Famiglia.
Il capofamiglia non esiste più da 40 anni, ma il giornalismo italiano continua a usare questa espressione.
Come continua a usare la giustificazione dell’onore e della gelosia maschile per parlare di violenza, riportandoci a un’altra pietra miliare del nostro diritto, il delitto d’onore, abrogato solo nel 1981.
Questi retaggi maschilisti, seppur eliminati dal diritto ufficiale, persistono nel linguaggio giornalistico, tradendo la sostanziale adesione a un modello culturale da cui sarebbe anche tempo di affrancarsi.
Ancora Repubblica.it ci fornisce un esempio dell’uso improprio di “capofamiglia”. In questo articolo usato per intendere l’uomo del nucleo familiare dove, tra l’altro, era invece la donna a provvedere al mantenimento della famiglia.
capofamiglia
6. unA transessuale, al femminile
Alla condizione femminile, non può non essere associato il trattamento linguistico-mediatico riservato anche a persone LGBTQI, soprattutto per quel che riguarda LE transessuali, relegate tanto alla macchietta che a cui i media le condannano da non meritare nemmeno l’articolo femminile.
Una piccolezza, risponderà il/la giornalista dalla sua scrivania.
Invece no. Perchè il genere maschile e femminile non sono solo acquisizioni basate sul sesso biologico, ma anche faticose conquiste identitarie. E ciò va rispettato.
Il transessualismo indica l’esperienza vissuta da tutte quelle persone che non sentono di appartenere al sesso biologico acquisito con la nascita e che quindi intraprendono un percorso di adattamento del proprio fisico alla percezione psicologica ed emozionale che hanno di sé. Dunque se quella persona ha scelto di appartenere al sesso e al genere femminile,i media dovrebbero evitare di rimetterle addosso un’etichetta maschile ( e viceversa ), allo stesso modo in cui la società tutta dovrebbe acquisire la capacità di relazionarsi alle persone in base alle scelte che compiono e non ai ruoli precostituiti che si vogliono imporre loro.
Così il Corriere della Sera è solo uno dei giornali indeciso sul genere da attribuire a persone transgender, in questo articolo sulla morte di Brenda, trans tristemente nota per il suo coinvolgimento nello “scandalo” Marrazzo, alterna il maschile al femminile.
brenda
7. Vogliamo parlare di donne vive ( e fuori dai ghetti rosa )?
Più in generale, il giornalismo tende a narrare e rappresentare le donne solo come vittime di violenza. Affollano le pagine dei quotidiani e le schermate dei pc tutte le donne stuprate, uccise, aggredite, sfgurate. Di donne forti, uscite dalle difficoltà, capaci di reagire o che propongono un immaginario differente da quello descritto finora non c’è quasi traccia.

COME ADERIRE A #GIORNALISMODIFFERENTE
Per aderire alla campagna inviateci la vostra adesione, singola o collettiva a narrazionidifferenti@gmail.com
Questo manifesto per il Giornalismo Differente, con tutte le sue adesioni, sarà inviato all’attenzione delle principali testate nazionali.
Diffondete l’hashtag #giornalismodifferente su Twitter unito alle nostre e alle vostre rivendicazioni, taggando le principali testate italiane.

#giornalismodifferente Un femminicidio non è colpa della disoccupazione!
                                Non è il raptus che uccide!
                                No alle pornovittime!
                                Cosa indossa una vittima di violenza? Chissenefrega!
                                Il capofamiglia non esiste più!
                                UnA trans, al femminile!

giovedì 2 febbraio 2012

La penalista: 'La sentenza sullo stupro è un passo indietro''

Sulla sentenza della Cassassione che non ritiene necessario il carcere cautelativo per gli stupratori di gruppo.

Parla l'avvocato del Telefono rosa Eugenia Scognamiglio a Repubblica: "La Corte di Cassazione ha interpretato in modo restrittivo una norma della Corte Costituzionale. Speriamo non passi il messaggio che chi compie questo genere di violenza vada incontro all'impunità''.


Di altro segno qui.

Cassazione: violenze di gruppo,carcere non obbligatorio

Tiziano Riverso

Non vi preoccupate, se stuprate in gruppo una ragazza, la Corte di Cassazione vi da tutto il tempo di:
1) far sparire le prove;
2) minacciare la ragazza e ottenere il ritiro della denuncia;
3) minacciare anche la sua famiglia e coinvolgere l'intero paese nell'azione intimidatoria (vedi Montalto di Castro qui qui qui);
4) uccidere la tipa e sbarazzarvi del corpo, poi tanto, coi tempi e con l'acume della giustizia italiana, potene andare a cena con uno dei tanti femminicida che è stato bravo o solo fortunato (perchè italiano), e mentre tutti cercano la moglie, chatta con amiche e trans.

Vedi anche FaS: Sentenza: se stupri in branco ti tocca una vacanza premio!


Cassazione: violenze di gruppo,carcere non obbligatorio

Una sentenza che farà - giustamente - discutere. Nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, dando un' interprestazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010.

In base a tale valutazione, la Cassazione ha annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere - ritenendo che fosse l'unica misura cautelare applicabile - per due giovani (difesi dagli avvocati Lucio Marziale, Nicola Ottaviani ed Eduardo Rotondi) accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate e ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perché faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell'interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale.

A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata sulla base di un diffuso allarme sociale legato alla recrudescenza di episodi di aggressioni alle donne - non era consentito al giudice (salvo che non vi fossero esigenze cautelari) di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari inferiori al cacere carcere nel caso di gravi indizi di colpevolezza.

Investita della vicenda, la Corte Costituzionale, nell'estate del 2010, ha ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto sì alle alternative al carcere «nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure».

mercoledì 14 dicembre 2011

Lettera

Oggi questa lettera ha fatto il giro dei social net. ed è stata anche ribbloggata più volte. L'ha scritta un uomo, un amico di Arguzia, la ribloggo pure io, si comincia a sentire un po' di rumore finalmente contro l'atteggiamento sessista!
Ciao, sono un uomo. Non so se ho il diritto di esprimere il mio pensiero sul tema della violenza maschile sulle donne, quindi mi limiterò a raccontarvi la mia storia e più che altro la storia delle donne che ho conosciuto. Ho 37 anni e non sono stato uno di quei fortunati che hanno trovato l’amore della loro vita da adolescenti e non si sono mai più separati. Direi che ho avuto almeno 3 storie importanti. Per importanti intendo che tra me e la donna con cui ho condiviso qualche pezzo più o meno lungo della mia vita si era creato un rapporto piuttosto intimo, un rapporto che ha permesso loro di raccontarmi cose che non avevano mai raccontato a nessuno. Delle altre che ho frequentato non so, ma loro 3, le donne che ho amato, ognuna di loro aveva una storia di violenze da raccontare, anzi da nascondere.
Una di loro era stata costretta ad un rapporto orale. Usciva con un ragazzo che le piaceva, forse non ne era innamorata, ma le piaceva. Lui la chiamava quando aveva voglia di scopare. Lei avrebbe voluto qualcosa di più, ma non aveva il coraggio di dirglielo e forse neanche pensava di meritarselo. Fatto sta che una sera, in macchina, mentre lei gli stava facendo un pompino, lui decise di tenerle le mani sulla testa, troppo forte perché a lei potesse piacere, troppo forte perché lei potesse liberarsene. Lo fece finché non le venne in bocca, procurandole il vomito e schernendola con un “che vuoi che sia, sbianca i denti”. La ragazza in questione non è più riuscita a farlo con nessuno, si sentiva una troia, non riusciva neanche più a nuotare con la testa sotto il livello dell’acqua. Dimenticavo gli attacchi di panico. E ovviamente non ha mai pensato di denunciare il fatto. Chi mai le avrebbe potuto dare ragione?
Un’altra invece aveva una lunga storia di abusi familiari. Il padre, gli amici del padre, i cugini. La costringevano anche a guardare porno con loro, a fare cose. Oggi sta meglio. Ma sulle braccia porta i segni degli anni di autolesionismo, ferite infieritesi perché il dolore fisico annientasse i ricordi, molto più dolorosi.
Un’altra ancora in un momento di debolezza si è lasciata baciare da uno dei suoi migliori amici, almeno fino a quel momento. Lei si era lasciata dopo una lunga storia, lui pure. Solo che dopo quel bacio per lei sarebbe stato abbastanza. Per lui invece no. Quando ebbe finito lei se ne torno a casa con i lividi e un senso di colpa che ancora oggi la porta a pensare di esserselo meritato, di essere lei la troia, l’ha portata a chiedermi scusa per quanto fa schifo, l’ha portata a non dire niente a nessuno certa che non sarebbe stata capita, in fondo anche lei pensava di essersela cercata, l’ha portata a continuare a frequentare il suo “amico” come se niente fosse mai successo perché non sarebbe stato socialmente accettabile dire a tutti quanto il tipo in questione facesse schifo e probabilmente non sarebbe servito ad escluderlo dalla cerchia sociale di amici in comune.
Tre donne, un ragazzo conosciuto, un padre, un migliore amico. Nessun rom o estranei di altro tipo.
Ora io non so spiegarmi come mi sento di fronte a ciò. Sono un uomo e forse neppure vi interessa saperlo, però queste donne io le ho guardate negli occhi, le ho amate, ne ho conosciuto aspetti forse nascosti ai più e sinceramente rimango sconvolto di come un altro uomo possa averle prese e usate come dei giocattoli o come delle valvole di sfogo, quando invece c’era tutto quello che ci vedevo io, non comprendo come possano averle prese trascurando tutto il resto e vedendo solo una vagina. Non so se è la parola giusta, ma mi sembra uno spreco incomprensibile, uno spreco di umanità, avere di fronte una persona con tutta la sua complessità, i suoi pensieri, il suo amore, una persona probabilmente disposta a darti molto di più e invece accontentarsi di svuotarsi i coglioni, contro la sua volontà, come un animale, e poi sentirsi anche bene.
Non so spiegarvi la rabbia che provo, che forse non è che una minima parte di quella che provate voi. Io so che ho dovuto trattenermi dall’andare a cercare le persone in questione e ucciderle. Si perché l’istinto è questo. Lo so, è un istinto da uomo, maschile. L’ho represso, prima di tutto per il rispetto che provavo per le donne che si sono fidate raccontandomi il loro segreto e in secondo luogo perché mi avrebbero trasformato in un qualcosa che non voglio essere. Ma la rabbia dentro rimane, e brucia, ed ogni volta che mi è capitato di guardarle negli occhi non sono mai riuscito a comprendere come qualcuno potesse aver fatto loro qualcosa del genere, quando io sarei andato in cielo anche solo con un bacio o una carezza.
Quello che voglio dirvi e che di uomini come me ce ne sono molti altri. So che per voi donne è una difficoltà in più riuscire a distinguere quelli di cui potete fidarvi e quelli di cui no. Io sinceramente non sono ancora riuscito a capire come le donne che ho incontrato abbiano avuto il coraggio di fidarsi di me dopo quello che era stato fatto loro, ho avuto difficoltà ad abbracciarle mentre mi raccontavano le loro storie, perché mi sentivo uomo come uomo era chi le aveva violentate.
Non ho messaggi particolari da lanciare, slogan o altro, solo dirvi che mi stupisco ogni volta della forza che avete dentro, non perché l’abbia mai sottovalutata, ma perché va al di là di ogni ragionevole immaginazione.
Un uomo.

lunedì 12 dicembre 2011

La minigonna di internet


Da Internazionale in inglese qui.
Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna
Illustrazione di Chiara Dattola

Finisci per aspettartelo, se sei una giornalista donna e per giunta scrivi di politica. Finisci per aspettarti il vetriolo, gli insulti, le minacce di morte. E dopo un po’ le email, i tweet e i commenti con fantasie molto esplicite su come, dove e con quale utensile da cucina certi pseudonimi vorrebbero stuprarti smettono di farti impressione. Diventano solo una seccatura quotidiana o settimanale, qualcosa di cui parlare al telefono con le amiche, cercando sollievo in una risata forzata.
A quanto pare, un’opinione è la minigonna di internet. Averne una e mostrarla è un po’ come chiedere a una massa amorfa e quasi interamente maschile in che modo vorrebbe stuprarti, ucciderti e pisciarti addosso. Questa settimana, dopo una lunga serie di minacce particolarmente pesanti, ho deciso di rendere pubblici alcuni di quei messaggi su Twitter, e sono stata subissata di risposte. Molti non riuscivano a credere che ricevessi messaggi così pieni di odio, e molti altri hanno cominciato a raccontarmi le loro storie di molestie, intimidazioni e abusi.
Forse dovremmo ritenere consolante il fatto che, per replicare agli argomenti di una donna, non si trovi di meglio che chiamarla “brutta e grassa”. Ma è una triste consolazione, soprattutto quando ti rendi conto, come è successo a me nel corso di quest’anno, che ci sono persone pronte a spendere un sacco di tempo e fatica per punire e zittire una donna che osa essere intraprendente, schietta o semplicemente presente in uno spazio pubblico.
Nessun giornalista che meriti di essere letto si ritiene al di sopra delle critiche, e internet ha reso più facile ai lettori intervenire e dissentire. È una cosa positiva, e da tempo ho l’impressione che le lamentele di tanti famosi giornalisti per i commenti che ricevono nascano in parte dal fatto che l’improvviso diritto di replica dei loro lettori li disturba. Nel mio caso, però, le accuse di stupidità, ipocrisia, stalinismo e scarsa igiene personale – chiaro segno per ogni opinionista di sinistra che per lo meno sta dando fastidio alla gente giusta – arrivano condite da un’abbondante porzione di violenza misogina, non solo da parte dei lettori di estrema destra.
Quei commentatori che si domandano a gran voce dove siano le voci femminili forti, chiudono gli occhi di fronte al fatto che queste intimidazioni sono diventate la norma. Quasi tutte le mattine, quando apro i miei account di posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a passare in rassegna minacce di violenza, congetture pubbliche sul mio orientamento sessuale e sull’odore e le prestazioni dei miei genitali, e tentativi di smontare idee complesse e provocatorie con un unico argomento: io e i miei amici siamo così poco seducenti che tutto quello che abbiamo da dire dev’essere per forza irrilevante.
L’idea che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa sul serio come intellettuale non è nata con internet: è un’accusa che è stata usata per mortificare e liquidare le idee delle donne da molto prima che Mary Wollstonecraft fosse chiamata “iena in gonnella”. Con la rete, però, per alcuni maschi è più facile trasformarsi in bulli nel chiuso delle loro stanzette. Non sono solo giornaliste, blogger e attiviste a essere prese di mira. Imprenditrici, donne che frequentano siti di giochi online e studentesse che postano videodiari su YouTube sono state oggetto di campagne intimidatorie costruite apposta per cacciarle dalla rete, e organizzate da gente che, a quanto pare, pensa che le donne debbano usare le moderne tecnologie solo per mostrare il seno a pagamento.
Ho ricevuto anche minacce più dirette: alcuni uomini si sono messi alla ricerca di mie vecchie foto e hanno minacciato di pubblicarle, anche se non capisco quale rilevanza possano avere per il mio profilo professionale. A meno che qualcuno non sia convinto che un’aspirante giornalista femminista debba per forza rimanere completamente sobria, interamente vestita e assolutamente verticale per tutto il primo anno di università. Qualcuno ha anche cercato di rintracciare e molestare la mia famiglia, comprese le mie due sorelle minorenni. Dopo una serie di minacce di stupro, in cui tra l’altro si diceva che per avere criticato le politiche economiche liberiste avrei dovuto essere costretta a praticare una fellatio a un’intera fila di banchieri, sono stata informata che qualcuno stava cercando il mio indirizzo di casa. E potrei continuare.
Vorrei poter dire che nessuna di queste cose mi ha turbato. Vorrei essere una donna così forte da non farmi intimidire dalla violenza: un consiglio che di solito ti dà chi non crede che sia possibile combattere i prepotenti. A volte, parlare della forza che ci vuole solo per accendere il computer o della paura di uscire di casa mi sembra quasi un’ammissione di debolezza. E naturalmente la paura che sia in qualche modo colpa mia se non sono abbastanza forte consente agli aggressori di continuare l’aggressione. Non è più tempo di tacere.
Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off­line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans­gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.
Traduzione di Diana Corsini.
Internazionale, numero 927, 8 dicembre 2011
Laurie Penny è una giornalista britannica. Questo articolo è uscito sull’Independent con il titolo “A woman’s opinion is the mini-skirt of the internet”. Il suo ultimo libro è Penny Red: notes from the new age of dissent

giovedì 8 settembre 2011

Sacconi pensa che per salvarsi da uno stupro basti dire semplicemente "no"



Ministro
,
le scrivo per esprimerle tutto il mio disprezzo, disgusto e disappunto per l'ignobile storiella dello stupro di massa consenziente (http://tv.repubblica.it/dossier/crisi-italia-2011/sacconi-le-suore-violentate-per-spiegare-la-manovra/75589?video).
La sua ironia sulla più ignobile delle violenze, lo stupro, di cui solo in Italia sono vittime migliaia di donne ogni anno, è tra le testimonianze più palesi del degrado umano di questo paese, degrado di cui lei è artefice in prima persona, poichè
chi non si dichiara apertamente contro la cultura dello stupro è complice di ogni stupro.

Le sue immediate scuse pubbliche per questa, a dir poco, infelice uscita, e le dimissioni dal suo incarico di Governo, le restituirebbero un po' di dignità, e la ricollocherebbero nella categoria essere umano, comunque non tra i migliori,
saluti"

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