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domenica 22 gennaio 2017

Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressioni al Perditempo di Napoli

Il 30 gennaio 2017 alle ore 18.15 si terrà presso il caffè libreria Perditempo, in via san Pietro a Maiella n. 8 a Napoli, la presentazione del libro “Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” di Lorenzo Gasparrini, edito da Settenove.
La presentazione vedrà la partecipazione dell’autore, della professoressa Elena Tavani (l’Orientale, Napoli) e dei promotori dell’evento, la lettura del testo e un dibattito sulle tematiche del libro stesso animeranno la serata.
Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressioni è un agile saggio sulla maschilità, scritto da un punto di vista femminista ossia "a partire da sé" che, tenendo conto degli studi femministi e sull'identità di genere, individua, ripercorrendo le varie fasi della crescita di un uomo, i modi attraverso cui il patriarcato opprime non solo le donne e tutte le altre soggettività inferiorizzate, ma anche gli uomini fin dall'infanzia.
L’analisi della maschilità, della costruzione dell’identità e del ruolo di genere, rappresentano la guida alla comprensione del sistema di potere che genera disparità e violenza con ricadute negative per tutta la società.
La scarsa bibliografia in lingua italiana sull’antisessismo maschile si arricchisce con Diventare Uomini. Relazioni maschili senza oppressioni, di un testo che con la sua prosa divulgativa chiara e diretta, senza mai cedere a banalizzazioni, fornisce un prezioso contributo.
In questo momento storico di apertura dei movimenti femministi, con la quarta ondata, l’inclusività è la chiave per l'avanzamento verso la conquista di una reale parità. Uomini antisessisti che decostruiscono il proprio privilegio e il costo che questo privilegio ha per ognuno dovrebbero essere la norma nel panorama culturale italiano, invece il libro di Lorenzo Gasparrini risulta essere una grande novità da questo punto di vista.

Lorenzo Gasparrini è dottore di ricerca in Estetica, attivista e blogger. Ha fatto parte e scritto con il collettivo Femminismo a sud e Intersezioni. I tanti blog e luoghi virtuali nei quali scrive sono raccolti in lorenzogasparrini.noblogs.org e da due anni porta avanti il gruppo di discussione sulla maschilità "Gentlemen's Club" (un nome ironico) presso il collettivo Cagne sciolte di Roma.

Per acquistare il libro via internet: http://www.settenove.it/articoli/diventare-uomini/333

domenica 17 febbraio 2013

Una alleanza infame tra femministe, polizia e conservatori danneggia le donne in nome della difesa dei loro diritti

Riporto qui di seguito l'articolo tradotto da Fas sui danni umani e politici prodotti dalla lotta antiprostituzione.

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Un articolo che abbiamo tradotto a più mani, io, Claudia, con la supervisione di Lafra (ricordate che il gruppo traduzione di FaS è attivo e se volete partecipare iscrivetevi alla mailing list o potete scrivere a traduzioni[@]autistiche.org). Grazie all’autrice dell’articolo, Melissa Gira Grant, che ci ha autorizzate a tradurre e pubblicare il suo pezzo e grazie a tutte per lo splendido lavoro militante e buona lettura!

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Una alleanza infame tra femministe, polizia e conservatori danneggia le donne in nome della difesa dei loro diritti.
E’ un articolo pubblicato in inglese da Melissa Gira Grant. E tradotto in spagnolo qui (link). Nella premessa a questa versione Melissa afferma: “Nonostante si basi sulla situazione negli Stati Uniti, sono coinvolte istituzioni come l’ONU e, cosa più interessante, la situazione in Spagna non è molto diversa, sebbene la prostituzione non sia un reato. Tuttavia in alcune città di fatto lo è dato che si applicano ordinanze cittadine: le prostitute vengono multate con cifre che vanno dai 300 fino ai 3.000 euro. Dal momento che molte sono straniere la discriminazione è tremenda, si esercita una violenza istituzionale. Perseguitate dalla politica. Ciononostante sono permessi e tollerati impunemente i bordelli dove non viene riconosciuto alcun diritto al lavoro e infine la corrente femminista che sostiene l’abolizione della prostituzione, infantilizza le donne non riconoscendo loro la capacità di assumere rischi e di prendere decisioni, vittimizzandole.”
Il 30 agosto, una donna di 19 anni è stata arrestata in Ann Arbor (Michigan) dopo che un potenziale cliente aveva chiamato la polizia per denunciarla. Sosteneva che la donna avesse aumentato il prezzo dei suoi servizi rispetto al primo contatto via internet. La polizia l’ha portata via in manette.
Non c’è niente di particolarmente eccezionale in questa storia, apparsa per la prima volta sul sito AnnArbor.com. Si tratta di uno delle decine di casi tra quelli che si possono trovare ogni giorno nei rapporti di polizia e nei giornali locali di tutto il paese, spesso accompagnati da immagini delle arrestate. Non vi è alcuna organizzazione che difenda i diritti delle donne, che raccolga i dati completi di quante persone vengono arrestate, processate, condannate e incarcerate per accuse relative alla prostituzione. Ma i loro nomi e le loro foto restano perennemente nei vari motori di ricerca, a prescindere dal verdetto dei processi che le riguardano.

martedì 6 marzo 2012

I media, la strumentalizzazione delle questioni "femminili", NoTav, Stato ..e non solo

Da http://medea.noblogs.org

Ogni volta che in questo paese il livello della conflittualità sociale cresce, fino a limiti che le istituzioni ritengono ingovernabili, non più incanalabili secondo un’ortopedia social-democratica del dissenso, la “questione femminile” viene strumentalmente agitata come una bandiera. Si tirano fuori da un cassetto chiuso a chiave “le donne”, si dà una sommaria spolverata alla categoria e improvvisamente  ci si ricorda di loro,  tentando di piegarle a svariati usi.
Come testa di turco per far cadere i governi ad esempio: la recente esperienza di Se Non Ora Quando è un caso eclatante e deprimente della strumentalizzazione di questioni che il femminismo radicale ha sempre preso sul serio ( la mercificazione dei corpi e della loro immagine, per esempio), volgarizzate e distorte, infine trasformate in un bolo inoffensivo e più digeribile per un’opinione pubblica ormai consumata dal  suo quotidiano consumare i media.  Istanze ormai rese irriconoscibili e prive di alcun riferimento pratico e teorico al femminismo radicale. Non a caso spuntava, nei cortei orchestrati da donne  embedded della buona borghesia illuminata (giornaliste, intellettuali, scrittrici, registe, attrici e cantanti), l’odiosa distinzione, da sempre bersaglio delle femministe, tra donne per bene e donne per male, puttane – le presunte odalische del Gran Sultano di Arcore – e sante del XXI secolo (le lavoriste indefesse che si sono “fatte da sole”). Può esserci un tradimento più grande e imperdonabile delle istanze femministe? No.
O meglio, ce n’è uno che del primo è l’altra faccia, il risvolto, l’ombra complementare. Entrambi si fondano sul medesimo presupposto: strumentalizzare, incanalare il dissenso e la conflittualità secondo forme neutrali e di fatto inoffensive. Anche a costo di compiere, sempre e di nuovo, un altro tradimento, storico, culturale, sociale. E qui arriviamo all’articolo di Sapegno sulle “donne della ValSusa” tradite…già, ma tradite da chi?
L’articolo citato è una specie di volgare prosopografia: una serie di “medaglioni”, di figure di donne tipizzate in un senso molto specifico.
Tali medaglioni hanno la funzione, di fatto, di ridurre la complessità delle differenze individuali e collettive del “femminile” e di astrarne, universalizzandole, alcune, che perdono poi ogni carattere di “differenza”. E diventano “pseudo-differenze”. Andiamo per gradi.
Da un lato ci sono le donne vecchie. Per il giornalista, (d’altronde non solo in quanto tale è un agente della mediatizzazione totale dei corpi, ma in più scrive su una testata per donne, dove articoli che ambiscono ad essere serie analisi socio-culturali si mescolano alle foto di moda e alle pubblicità degli anti-rughe) – è evidente dalla descrizione -  le vecchie hanno perso, come prescrive il buon senso comune, ogni attrattiva  sessuale. La menopausa le rende pacifiste de jure….Capelli grigi, stampella, gote rubiconde, sguardi bonari sotto rassicuranti e nonnesche palpebre cadenti. Maglioncini sformati e comodi. Alle vecchie, private di un corpo libidinale che d’altronde poco si presta alla spettacolarizzazione, resta pur sempre un corpo sociale cui si associano funzioni precise: possono arringare la folla come madri appena un poco incazzate (attenzione, non troppo perché l’età le ha rese sagge), preparare qualche the caldo, trasmettere i saperi femminei dell’arte culinaria. Vengono dunque ben assicurate al livello che chiamerei  del grand-maternage: rassicurazione e supervisione del lavoro “costruttivo” di cura svolto dalle giovani. Il livello di chi ha perso la capacità biologica di procreare. Poi ci sono le filles. Poiché dotate di quella capacità, a loro è assegnato invece il livello del maternage vero e proprio: loro si occupano di bambini, mentre i maschi discutono le strategie della lotta. Improvvisano asili volanti nelle piazze durante le manifestazioni, procurano giochi. Di mestiere, meglio ancora se fanno qualcosa di attinente, come la psicologa infantile.
Insomma, si occupano di quel lavoro di cura dal quale spesso nemmeno la partecipazione ad una lotta popolare  e quotidiana come quella contro il TAV riesce ad esentarle. A seguire la genealogia di Sapegno, dal (grand) maternage non ci si emancipa mai, anzi costituisce il proprio, l’essenza ineludibile della femminilità sana. Non ci sono donne non pacifiche. Le violente rappresentano un’anomalia del genere, un errore della specie. Qualcosa di cui il giornalista, più che renderlo oggetto di condanna morale, si stupisce. Perché per essenza la donna è legata alla Vita, e dunque non le sarebbero propri istinti distruttivi. Non sono, non devono essere necessarie troppe parole per smontare queste tesi obsolete e mistificanti.  Le donne hanno un forte rapporto con la violenza e  il conflitto. Da tempi immemori, se al confine storico e geografico tra Oriente e Occidente si situa il mito delle Amazzoni, la popolazione scita di sole donne che, per cavalcare e reggere l’arco in spalla più agevolmente, si mozzavano un seno ( da qui l’etimologia del nome in Erodoto, a- mastòs: senza seno). Erano bellicose, a volte violente, talora sanguinarie.
Anche la storia del femminismo in Occidente, per venire a tempi più recenti, sebbene lavata dal sangue da una storiografia maschile, è costellata di una violenza per nulla occasionale. Nei primi decenni del XX secolo le suffragette bruciavano case, spaccavano vetrine di negozi , assalivano fisicamente i membri del Parlamento, piazzavano ordigni esplosivi, facevano saltare per aria le cassette postali e tagliavano i fili del telegrafo. Spesso tali azioni “non democratiche” erano represse violentemente dallo Stato: erano incarcerate, sottoposte ad alimentazione forzata, picchiate. Il Parlamento degli Stati Uniti aveva persino emanato una legge speciale, detta Cat-and-Mouse, perché le si potesse imprigionare sempre e comunque. I prodromi del femminismo sono perciò profondamente contrassegnati dalla violenza: la violenza rivoluzionaria delle suffragette da un lato, quella di Stato dall’altro. Il fatto che la parola stessa “suffragetta” sia diventata, per l’uso comune, sinonimo di crocerossina appena un poco adirata, associata all’immagine di gentili fanciulle con abiti ingombranti che discutono di voto tra un the e un pasticcino, per hobby, annoiate da un pallido menage borghese,  con un tradimento totale dei fatti storici, è indicativo di quanto la mentalità di cui anche Sapegno è erede sia ancora profondamente radicata. Semplicemente si nega la realtà, si cancella la violenza e così facendo si neutralizza la femminilità, così come si è neutralizzato e, nello stesso movimento, mascolinizzato, il linguaggio. Ovviamente la violenza e la conflittualità, endogena e esogena, esogenerica e intragenerica, ha radici, ragioni, forme e manifestazioni differenti. L’iscrizione nel genere e nella classe, l’appartenenza ad un’epoca storica, ad una congiuntura sociale e geografica ne moltiplicano le differenziazioni, e l’argomento meriterebbe studi ed analisi approfonditi, ancora carenti proprio anche perché si è sempre privilegiata un’immagine femminile neutrale che ha profondamente lavorato, a livello culturale, per l’assoggettamento della donna nelle società patriarcali e per la produzione di corpi femminili in quanto corpi docili. I discorsi occidentali sulla femminilità non sono serviti che a privatizzare la donna, assegnandola alla famiglia come sfera separata dal sociale, campo di battaglie e rivoluzioni, teatro violento  riservato al maschio. Persino a livello simbolico la psicanalisi ha descritto la donna, per decenni, in termini di mancanza. Mancanza di fallo, invidia del pene, fantasiose storie sulla castrazione. Ma la castrazione – come hanno mostrato chiaramente Deleuze e Guattari, non è che questo taglio con cui il privato è stato tagliato via e fuori dal sociale, la riduzione psicologistica del politico, la trasformazione del desiderio da realtà capace di generare mondi in fantasma improduttivo.
Sappiamo dunque bene di cosa è erede la posizione di Sapegno. Ha una storia lunga come l’assoggettamento delle donne. Ma, poiché alla fin fine si tratta di donne, non è nemmeno il caso di farla troppo lunga: vengono tirate in ballo non per discutere il merito della questione (le ragioni della lotta NO TAV) quanto piuttosto per dissertare di effetti collaterali, di argomenti paralleli e residuali sulle modalità della lotta. Pacifiche o violente. E solo in modo strumentale, utilizzate per contribuire alla criminalizzazione del dissenso ormai da tempo in atto. Come cartine al tornasole per testare il grado di democraticità del movimento. Per confermare un altro tradimento storico: una volta usciti da regimi autoritari, monarchici o dittatoriali, entrate nel meraviglioso empireo democratico, nessun dissenso di fatto sarebbe più possibile, a meno, appunto, di esprimersi in modi “democratici”. E’ invece profondamente connaturata alle democrazie, la possibilità del tumulto. Storicamente, anzi, si dimentica, lo ricordava Illuminati pochi giorni fa, la produttività sul piano legislativo dei tumulti nella Roma repubblicana. Ma anche sorvolando su queste raffinatezze storiografiche, la liturgia democratica elude una questione fondamentale (sarà per questo che la immaginano femmina, la democrazia?): che ogni Stato nasce requisendo le giustizie particolari e le violenze individuali per dar vita ad un monopolio della violenza sul quale si fonda la sua stessa possibilità di esistere. La natura dello Stato è violenta perché lo è la sua origine. Ogni volta che sorge esso deve proteggere il proprio monopolio: quindi le conflittualità e il dissenso dal basso che non si esprimono attraverso rappresentanti istituzionali, o non solo, come nel caso del movimento NO TAV, vengono bollati come anti-democratici. Extra-statuali, che poi significa eversivi, altro termine che sui giornali ricorre spesso negli ultimi tempi come rischio concreto e attualissimo. Questi discorsi lavorano sempre su almeno due livelli: da un  lato, profondamente, tendono a cancellare, culturalmente, la memoria e la percezione che lo Stato è violento dalle sue origini;  infatti può, in quanto monopolista della forza, porre l’assolutezza delle leggi e poi sospenderle, nello stato di emergenza o di eccezione, con atti letteralmente illegali cioè contro le sue stesse leggi, cui conferisce però “forza di legge”, come negli Act del Parlamento USA post-11 Settembre, o come nella recente arbitraria trasformazione dell’area dello pseudo cantiere in sito di “interesse strategico”.
Dall’altro, ad un livello più quotidiano, servono a far dimenticare il quid delle lotte, ad allontanare i sospetti che certe decisioni invece che per l’interesse delle popolazioni siano prese in nome di interessi lobbistici e privati.
Ma proprio noi, in quanto donne,  conosciamo bene i meccanismi di rimozione culturale, sociale e politica, le castrazioni storiche con cui il Potere si perpetua, a prescindere dal tipo di governamentalità con cui, in ogni epoca, si caratterizza. Separazione dei ruoli, divisione del lavoro, incatenamento a questa o quell’essenza. Stranier*/autocton* (valsusin*). Santa/puttana. Cuoca/ guerrigliera.
E se fossimo tutto?

mercoledì 1 febbraio 2012

FEMEN, le ragioni del topless

Negli ultimi tempi si è molto sentito parlare del collettivo femminista ucraino FEMEN. Qualcun* si è certamente chiesto il motivo per cui utilizzano il topless per sensibilizzare il mondo sulle questioni femminili, sono loro stesse a spiegarlo con una nota facebook, all'interno di Femen - Italian Official Fanpage, che riporto qui integralmente e che ci racconta sinteticamente anche la nascita del collettivo.

Le ragioni del topless sono molteplici.
Mi dilungherò un pò a spiegartele ma credo che la questione non possa essere affrontata in poche parole.

FEMEN nacque nel 2008 dall'incontro delle fondatrici Inna e Anna che, stanche dei soprusi cui erano soggette al lavoro, si incontravano periodicamente a discutere. Il 'circolo' si espanse fino ad arrivare ad un cospicuo gruppo di ragazze il cui range d'età oscillava tra i 20 ed i 30 -come si può ben immaginare, la fascia d'età in cui, giunte nel mondo del lavoro o in quello universitario, le giovani donne si trovavano ad affrontare una realtà ben poco disponibile alle loro idee e ad i loro sogni.
E' necessario altresì contestualizzare il tutto nella società ucraina. Non mi allungherò sulla storia della politica ma di certo devi concepire che la giovane repubblica ucraina non ha ancora definito un assetto sociale stabile e soffre della povertà e della mancanza di lavoro che i paesi dell'ex Urss conoscono bene. Le giovani donne, vuoi anche per ignoranza, non hanno grandi disponibilità - come noi in Italia - a discapito delle poche che,magari, inseguono un sogno diverso.
E' il caso di Inna, per esempio, che lavorava -dopo esser diventata giornalista - presso il ministero.
Lei fu estromessa da questo incarico quando FEMEN divenne conosciuto e famoso e - addirittura - temibile.

Questo scatenò una reazione immediata e le ragazze decisero che fosse giunta l'ora non solo di discutere ma anche e soprattutto di manifestare. Le prime manifestazioni furono quasi schernite dalla stampa locale ed ignorate da chiunque altro. Così scelsero il topless.

Eccoci dunque ai punti chiave:

1 ) il topless rappresenta una via forte d'espressione : richiama l'attenzione della stampa ed è certo inusuale. Le ragazze volevano che FEMEN non si restrigesse a poche studentesse universitarie ma che fosse almeno capito anche da altri : la visibilità era dunque cruciale perchè il movimento acquisisse una voce.

2) abbiamo parlato della libertà e delle restrizioni sofferte e denunciate dalle FEMEN. Una delle campagne che più le anima è lo sfruttamento sessuale - considerato, in Ucraina, quasi come una vita obbligata al di fuori del matrimonio. Nello sfruttamento sessuale è chiaro che le donne sono soggette alla perdita della libertà circa l'uso del proprio corpo. Il topless significò dunque l'appropriazione di questa libertà e la rivendicazione del corpo quale tesoro del solo individuo che lo vive. Violarlo era violare l'individuo.
Usarlo per una manifestazione dava il significato dell'unità inscindibile tra corpo e spirito : non si può combattere qualcosa senza metterci tutto il proprio se.

3) Tutto il movimento si basa sul concetto di equità e affermazione della libertà personale : il primo diritto inviolabile dell'uomo è quello di potersi esprimere. FEMEN vuole dimostrare - ed in questo riesce più che bene,sono convinta - che un'idea rimane intoccabile ed inviolabile a prescindere dalla maniera in cui è esposta. Il rispetto per le opinioni altrui, la considerazione, devono essere un valore irriunciabile e non possono essere sminuiti dal fatto che il pudore/l'ignoranza/la chiusura/la morale si indignino di fronte alla fonte di tale idea.
E' una forma di razzismo rifiutare il prossimo dal suo aspetto.

Molti si sono sentiti offesi dalla scelta e questo è assolutamente comprensibile : la nudità, per quanto sia sciocco considerarla un tabù, può essere comunque ''lesiva'' per un pubblico di bambini, ad esempio. A prescindere dal fatto che i bambini vedano sesso ovunque e che quindi non siano toccati dalla naturalezza di un seno, è giusto tenere in considerazione questi aspetti. Ma quello che i falsi indignati non capiscono (che gli ipocriti non capiscono e che i repressi attaccano) è che FEMEN vuole essere una provocazione e, come tale, deve superare la linea di confine tra ciò che è permesso e ciò che dovrebbe esserlo così da dimostrare quanto mal posta questa sia.

Se sapremo condividere le idee di FEMEN e sorridere della genuinità dei loro intenti, avremo fatto un grande passo avanti nell'apertura della nostra mente. Altrimenti loro andranno avanti anche senza di noi.

venerdì 23 dicembre 2011

La lotta antifascista, la lotta di classe - il movimento delle donne. Femminismo a sud

Cosa accade. Il sedici dicembre, a seguito della strage di Firenze, compiuta da Gianluca Casseri, aderente a Casapound, razzista e neonazifascista, e nell'ottica di un'analisi della forma con cui è stata mediata e raccontata al grande pubblico l'associazione C.P.I.,  il collettivo Femminismo a sud, realizza una rassegna stampa in un post intitolato Chi ha sdoganato Casapound?.

Da questo momento si delinea, attraverso una serie di storture e interpretazioni inverosimili, uno scenario "fanta terroristico",  per cui una delle persone citate in quel post, citata tra gli altri e con tanto di link all'articolo rassegnato, peraltro già preso in esame nel 2009, accusa Femminismo a sud di aver compiuto contro la sua persona un atto ridicolo, irresponsabile e aggressivo, e cerca attenzione sui social network al grido di "vogliono menarmi" è "lista di proscrizione" coagulando attorno a se una clac tale da innescare il noto meccanismo della macchina del fango, per cui un post su un blog collettivo, un dossier informativo sulle responsabilità comunicative di destra e sinistra, riguardo ai fenomeni citati, diviene: "pietre o pallottole" (ma qui), sparate da improbabili ipotetici estremisti di sinistra contro di lei, a pochi giorni di distanza da ben altre pallottole, purtroppo reali, sparate da un vero terrorista, Gianluca Casseri appunto, contro Samb Modou e Diop Mor, deceduti, Moustapha Dieng, Sougu Mor e Mbenghe Cheike, feriti, che poi, come drammaturgia vuole, si suicida.
Avviene così la denigrazione pubblica, da parte di chi nello specifico sembra non aver nemmeno letto la rassegna stampa, di un gruppo di persone, donne e uomini, femministe e disertori del patriarcato, che lavora in difesa della libertà di tutt*, incessantemente e gratis, quale è Femminismo a sud, analizzando fenomeni sessisti, machisti, omofobi, neofascisti, producendo materiali informativi su cyberbullismo, sessualità, immaginario, politica, sanità e movimenti che mettono in pericolo la vita di donne, uomini e bambini, dei e delle migranti. Tutto ciò per evitare di fare autocritica, e scansando accuratamente ogni forma di dialogo con chi da anni lotta contro tutti gli autoritarismi, anche quelli contro gli animali. Denigrazione e volontario tentativo di affossamento di una fetta consistene del femminismo militante italiano, quindi, che lascia intravedere una questione fondamentale: la divisione di classe.
La divisione di classe e lo sdoganamento a sinistra dei movimenti di destra li racconta Loredana Lipperini nei post Occhi aperti, per favore e Punto di rottura, e commenti.
Era necessaria un'uscita personale che ha innescato un gioco al massacro? A che livello di elaborazione siamo e in che direzione si svolge lo scontro?
Sui "metodi interpretativi" e sull'incredibile rovesciamento di fuoco contro Femminsimo a sud è interessante anche la discussione sulla bacheca pubblica di SNOQ.


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L’estrema destra e la centrifuga dei media
Firenze 17 dicembre: report e foto della manifestazione antirazzista
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Firenze: appello del comitato regionale dei senegalesi
Strage neofascista a Firenze: restano due salme e un pugno di soldi alle famiglie
Contro il fascismo, con ogni mezzo necessario
La mattanza razzista
Razzisti
Firenze, 14 e 17 iniziative antirazziste
Lo stragista non è un pazzo. E’ un neofascista
Strage razzista a Firenze. Fuori i fascisti da tutte le città!

lunedì 12 dicembre 2011

La minigonna di internet


Da Internazionale in inglese qui.
Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna
Illustrazione di Chiara Dattola

Finisci per aspettartelo, se sei una giornalista donna e per giunta scrivi di politica. Finisci per aspettarti il vetriolo, gli insulti, le minacce di morte. E dopo un po’ le email, i tweet e i commenti con fantasie molto esplicite su come, dove e con quale utensile da cucina certi pseudonimi vorrebbero stuprarti smettono di farti impressione. Diventano solo una seccatura quotidiana o settimanale, qualcosa di cui parlare al telefono con le amiche, cercando sollievo in una risata forzata.
A quanto pare, un’opinione è la minigonna di internet. Averne una e mostrarla è un po’ come chiedere a una massa amorfa e quasi interamente maschile in che modo vorrebbe stuprarti, ucciderti e pisciarti addosso. Questa settimana, dopo una lunga serie di minacce particolarmente pesanti, ho deciso di rendere pubblici alcuni di quei messaggi su Twitter, e sono stata subissata di risposte. Molti non riuscivano a credere che ricevessi messaggi così pieni di odio, e molti altri hanno cominciato a raccontarmi le loro storie di molestie, intimidazioni e abusi.
Forse dovremmo ritenere consolante il fatto che, per replicare agli argomenti di una donna, non si trovi di meglio che chiamarla “brutta e grassa”. Ma è una triste consolazione, soprattutto quando ti rendi conto, come è successo a me nel corso di quest’anno, che ci sono persone pronte a spendere un sacco di tempo e fatica per punire e zittire una donna che osa essere intraprendente, schietta o semplicemente presente in uno spazio pubblico.
Nessun giornalista che meriti di essere letto si ritiene al di sopra delle critiche, e internet ha reso più facile ai lettori intervenire e dissentire. È una cosa positiva, e da tempo ho l’impressione che le lamentele di tanti famosi giornalisti per i commenti che ricevono nascano in parte dal fatto che l’improvviso diritto di replica dei loro lettori li disturba. Nel mio caso, però, le accuse di stupidità, ipocrisia, stalinismo e scarsa igiene personale – chiaro segno per ogni opinionista di sinistra che per lo meno sta dando fastidio alla gente giusta – arrivano condite da un’abbondante porzione di violenza misogina, non solo da parte dei lettori di estrema destra.
Quei commentatori che si domandano a gran voce dove siano le voci femminili forti, chiudono gli occhi di fronte al fatto che queste intimidazioni sono diventate la norma. Quasi tutte le mattine, quando apro i miei account di posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a passare in rassegna minacce di violenza, congetture pubbliche sul mio orientamento sessuale e sull’odore e le prestazioni dei miei genitali, e tentativi di smontare idee complesse e provocatorie con un unico argomento: io e i miei amici siamo così poco seducenti che tutto quello che abbiamo da dire dev’essere per forza irrilevante.
L’idea che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa sul serio come intellettuale non è nata con internet: è un’accusa che è stata usata per mortificare e liquidare le idee delle donne da molto prima che Mary Wollstonecraft fosse chiamata “iena in gonnella”. Con la rete, però, per alcuni maschi è più facile trasformarsi in bulli nel chiuso delle loro stanzette. Non sono solo giornaliste, blogger e attiviste a essere prese di mira. Imprenditrici, donne che frequentano siti di giochi online e studentesse che postano videodiari su YouTube sono state oggetto di campagne intimidatorie costruite apposta per cacciarle dalla rete, e organizzate da gente che, a quanto pare, pensa che le donne debbano usare le moderne tecnologie solo per mostrare il seno a pagamento.
Ho ricevuto anche minacce più dirette: alcuni uomini si sono messi alla ricerca di mie vecchie foto e hanno minacciato di pubblicarle, anche se non capisco quale rilevanza possano avere per il mio profilo professionale. A meno che qualcuno non sia convinto che un’aspirante giornalista femminista debba per forza rimanere completamente sobria, interamente vestita e assolutamente verticale per tutto il primo anno di università. Qualcuno ha anche cercato di rintracciare e molestare la mia famiglia, comprese le mie due sorelle minorenni. Dopo una serie di minacce di stupro, in cui tra l’altro si diceva che per avere criticato le politiche economiche liberiste avrei dovuto essere costretta a praticare una fellatio a un’intera fila di banchieri, sono stata informata che qualcuno stava cercando il mio indirizzo di casa. E potrei continuare.
Vorrei poter dire che nessuna di queste cose mi ha turbato. Vorrei essere una donna così forte da non farmi intimidire dalla violenza: un consiglio che di solito ti dà chi non crede che sia possibile combattere i prepotenti. A volte, parlare della forza che ci vuole solo per accendere il computer o della paura di uscire di casa mi sembra quasi un’ammissione di debolezza. E naturalmente la paura che sia in qualche modo colpa mia se non sono abbastanza forte consente agli aggressori di continuare l’aggressione. Non è più tempo di tacere.
Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off­line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans­gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.
Traduzione di Diana Corsini.
Internazionale, numero 927, 8 dicembre 2011
Laurie Penny è una giornalista britannica. Questo articolo è uscito sull’Independent con il titolo “A woman’s opinion is the mini-skirt of the internet”. Il suo ultimo libro è Penny Red: notes from the new age of dissent

giovedì 27 ottobre 2011

Feminist Blog Camp I


Inizia domani 28 ottobre, prosegue il 29 e si conclude il 30, il primo Feminist Blog Camp all'Askatasuna (Torino).
Una tre giorni, autogestita e autofinanziata, in cui convergono saperi, esperienze e pratiche femministe e disertorie, un momento d'incontro e confronto aperto a tutte quelle persone che dell'antisessismo e dell'antiautoritarsmo hanno fatto la loro lotta.


I percorsi saranno molteplici ma il centro dell'incontro è la rete come luogo di lotta e resistenza.

Introduzione al feminist blog camp


Il programma del feminist blog camp

Workshop al Feminist Blog Camp

mercoledì 4 maggio 2011

Femminismi

E' nato FEMMINISMI! l'aggregatore di blog femministi, per tenerci informat* sulle ultime news e riflessioni riguardanti le questioni di genere, i diritti e le libertà.
Mettilo tra i tuoi feed e se hai anche tu un blog che tratta di questi temi invia una mail a femminismi@grrlz.net e chiedi di essere aggregat*

venerdì 18 febbraio 2011

Pinar Selek: nuovamente accusata

Continua in Turchia la persecuzione giuridico-politica di Pinar Selek

La 12 ° Corte d’Assise di Istanbul il 9 febbraio 2010, dopo aver rivalutato tutte le prove, ha ritenuto, per la terza volta nell’arco di 13 anni (come già nel 2006 e nel 2008 ), Pinar Selek la sociologa militante per i diritti umani turca, innocente per l’attentato al Bazaar delle spezie di Istanbul del 9 luglio 1998.
Residente ormai da alcuni anni a Berlino, in Germania, Pinar non era presente al processo, ma erano lì per lei 30 avvocati e numerosi osservatori internazionali.
Sembrava dunque che la giustizia avesse fatto il suo corso per la fondatrice di Amargi, che il caso si fosse risolto nel migliore dei modi, l’accusa di terrorismo doveva essere cancellata e Pinar avrebbe dovuto ritrovare, dopo lunghi anni trascorsi nell’incertezza sul proprio destino, la tranquillità che le sarebbe spettata di diritto, ma pochi giorni dopo, come apprendiamo dal sito ufficiale della leader femminista, anti-militarista e pacifista (http://pinarselek.fr), il Procuratore della Repubblica, con una manovra degna del più kafkiano dei processi, ha fatto ancora appello contro la decisione di assoluzione generando in questo modo un nuovo procedimento di riesame alla Corte di cassazione turca. Dunque Pinar si ritrova per l’ennesima volta ad essere accusata, senza alcuna prova, dello stesso identico crimine.
Come è stato ribadito in aula da Ayhan Erdogan, uno dei suoi avvocati, tramite una video simulazione, lo scoppio al mercato delle spezie di Istanbul, che fece 7 vittime e 127 feriti, fu causato dall’esplosione accidentale di una bombola del gas, mentre il presunto complice dichiarò successivamente di essere stato costretto, sotto tortura, ad indicare nell’attivista e studiosa l’attentatrice, in più le accuse di terrorismo vennero mosse a Pinar solo dopo l’incarcerazione, motivata dai presunti sospetti di collaborazione con il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), incarcerazione che aveva all’origine come unico scopo l’estorsione, tramite tortura, dei nomi delle persone con le quali aveva parlato per il suo studio sociologico sui processi di pace e sulle condizioni dei belligeranti durante la guerra civile tra Turchia e Kurdistan. Pur essendo quelle accuse rivelatesi, in seguito,fasulle la sociologa militante femminista rimase in carcere per più di due anni.
Già in precedenza la stessa Selek aveva richiesto l’intervento della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, in quanto i processi a suo carico non erano stati equi.
Come si evince dal comunicato ufficiale diramato dal Comitato di sostegno internazionale a Pinar Selek e riportato dall’associazione Amargi, questo nuovo procedimento palesa una volontà persecutoria nei confronti della studiosa, un accanimento che nulla ha più di giuridico, ma ha molto del complotto politico ai fini dell’annientamento personale di una voce libera.

Fonte: http://www.universy.it/2011/02/pinar-selek-nuovamente-accusata/

giovedì 10 febbraio 2011

Assoluzione definitiva per Pinar Selek

Sospettata di terrorismo per 13 anni, la sociologa e attivista turca Pinar Selek è stata definitivamente scagionata il 9 febbraio 2011. Accusata di essere l’artefice di un attentato dinamitardo al mercato, fu processata e condannata

E’ stata assolta ieri, 9 febbraio 2011, dal tribunale di Istanbul, Pinar Selek, la sociologa e attivista turca processata con l’accusa di essere l’artefice di un attentato dinamitardo al mercato della stessa Istanbul 13 anni fa.
Sospettata di terrorismo per 13 anni, Pinar Selek è stata definitivamente scagionata.
Chi è Pinar Selek?
Sociologa, scrittrice, femminista-antimilitarista e attivista per la pace, Pınar Selek è nata ad Istanbul nel 1971. Diplomata al liceo francese Notre Dame di Sion, consegue la laurea in Sociologia all’Università Mimar Sinan. Comincia ad interessarsi molto presto della marginalizzazione all’interno della società turca di transessuali, bambini di strada e prostitute, creando un Laboratorio degli Artisti della Strada che ha permesso l’integrazione di moltissimi soggetti disagiati nella società.
Dal 1996 comincia ad occuparsi di minoranze etniche, Belge Publishing pubblica la sua traduzione-selezione “Ya Basta-Artık Yeter” un lavoro dedicato ai movimenti indigeni del Messico, mentre dal 2001 la sua tesi di master, intitolata “Maschere, Cavalieri, Gacias, via Ülker: un luogo di emarginazione” viene pubblicata in più edizioni. Nello stesso 2001 fonda la Cooperativa di donne Amargi organizzando incontri a Diyarbakır, Istanbul, Batman e Konya, ne dirige ed edita l’omonima rivista. Dal 2008 è co-fondatrice della prima libreria femminista della Turchia, chiamata sempre Amargi, coordinando il gruppo di lettura scrittura “ Quali porte aprono le nostre esperienze ?”.

L’accusa di terrorismo, la persecuzione e l’assoluzione.

La sua ricerca sociologica sugli effetti del conflitto armato tra Turchia e Kurdistan e sulle relative possibilità di conciliazione nel 1998 la rende vittima di un complotto politico-giudiziario. Sospettata di essere parte del PKK, il clandestino Partito dei Lavoratori del Kurdistan, gruppo armato attivo nel sudest della Turchia, viene arrestata e torturata allo scopo di ottenere i nomi di tutti quelli che ha intervistato per il suo studio, successivamente sarà accusata di essere l’artefice dell’attentato dinamitardo del 9 luglio 1998 al Bazaar delle Spezie di Istanbul che causò 7 vittime e 127 feriti, ma durante il processo si scoprirà che la tragedia fu causata dallo scoppio accidentale di una bombola di gas e che la confessione al suo presunto complice era stata estorta con la tortura.
Pinar rimarrà comunque in carcere per due anni e mezzo.
Nel 2000 viene rilasciata e nel 2006 dopo un processo durato cinque anni viene assolta ma nonostante ciò continua a pesare su di lei l’etichetta di terrorista. Negli anni successivi si difende con la scrittura, la sua battaglia, sostenuta dal movimento femminista e dai gruppi pacifisti e antimilitaristi diventa un simbolo di giustizia, resistenza e libertà. Già nel 2004 aveva pubblicato“Barışamadık” (Non siamo riusciti a riconciliarci) un saggio sulle lotte per la pace della Turchia moderna, nel 2008 esce “Sürüne Sürüne Erkeklik” (Una vita da cani: mascolinità) uno scritto sulla virilità nel contesto del servizio militare. Nello stesso anno scrive un libro di racconti intitolato “Su Damlası” (Goccia di acqua). Innumerevoli sono le sue partecipazioni a conferenze, seminari, pubblicazioni su riviste scientifiche e di divulgazione, al centro della sua ricerca e passione sempre gli emarginati, i conflitti e la lotta contro ogni forma di violenza. Nel 2006 la Cassazione riapre il processo e chiede per Pinar l’ergastolo, ma il tribunale nel 2008 la riconosce innocente per la seconda volta. Nel 2009 il 9° Dipartimento Penale della Corte d’Appello di Istanbul riapre il caso, sempre con la stessa accusa, e Pinar si trova per la terza volta a rischiare ben 36 anni di carcere, ma l’Assemblea Penale Generale respinge l’obiezione del procuratore capo e invia la causa alla 12° Corte dei crimini aggravati di Istanbul, che in passato aveva dato l’assoluzione. Finalmente la corte d’Assise di Istanbul il 9 febbraio 2011 ”ha rifiutato di seguire il parere della Corte di Cassazione e ha mantenuto la sua decisione di assolvere la giovane donna”, queste le parole di Bayram Belen, l’avvocato della sociologa.
Numerosi intellettuali e attivisti turchi, tra cui Yasar Kemal e Oram Phamuk, ed internazionali parlamentari europei e tedeschi, nonché dalla Fondazione Heinrich Boell e dal Centro Internazionale Curdo PEN, hanno espresso in questi anni la loro solidarietà verso Pinar Selek, la quale vive ormai in Germania dove lavora attivamente. Negli ultimi tempi attivissima è stata anche la rete, con una petizione e un appello a favore di Pinar, la quale, in una recente intervista radiofonica ha parlato dell’azione costante delle femministe e dei pacifisti turchi contro gli autoritarismi, dell’oppressione molto forte che nel suo paese di origine si esercita sulle donne e dell’altrettanto forte resistenza del Movimento femminista turco che da 25 anni è il secondo movimento più forte e dinamico dopo quello curdo, con un’attività capillare di informazione e protesta che influenza i partiti. Proprio questo militarismo l’ha resa il capro espiatorio del potere spaventato dalla rivoluzione sociale in corso che oppone resistenza alla violenza e alle discriminazioni.

Fonte: http://www.universy.it/2011/02/assoluzione-definitiva-per-pinar-selek/

NOI VOGLIAMO TUTTO

Ombrelli rossi per i diritti di tutte le donne

Siamo donne, uomini, femministe, sex workers, disertori del patriarcato.
Viviamo sulla nostra pelle l’assenza di diritti, la precarietà, la mancanza di prospettive.
Vogliamo futuro. Vogliamo respirare. Vogliamo poter scegliere.

Siamo tutt* egualmente consapevoli dell’esistenza di regole economiche che favoriscono i ricchi e massacrano chiunque altr@.
Siamo in vendita.

Sono in vendita le nostre braccia, le nostre vite, la nostra testa, i nostri corpi.
Chi prova ad autodeterminare la propria vita diventa oggetto di repressione. Perché a pochi piace un mondo di soggetti liberi.

Si preferisce invece una società di operai, badanti, schiave, precarie, disoccupati, lavoratrici del sesso, alla mercé del primo manager pronto a cancellare diritti, reddito, casa, lavoro.

Nelle società decadenti, quelle in cui nessuno sa proporre una alternativa, chi ha poca fantasia ottiene potere attraverso iniziative autoritarie.


Perseguitare gli stranieri per fare finta di difendere la sicurezza economica degli italiani.
Perseguitare i gay e le lesbiche per fare finta di difendere il sacro valore della famiglia.
Perseguitare le donne per fare finta di difendere la continuità della specie, per fare finta di difenderne la dignità, il corpo, la vita.
Perseguitare chiunque esprima un libero pensiero per fare finta di difendere i potenti che governano.

Le vittime vengono descritte come carnefici. I carnefici si autodescrivono in quanto vittime.

Le donne lo sanno. Accade ogni giorno. In ogni luogo in cui un uomo uccide una donna mentre i media sono attenti a definirne la nazionalità o a giustificarlo affinché non si sappia che la violenza in famiglia è la prima ragione di morte violenta per tutte le donne.

Accade negli angoli bui in cui sono costrette le sex workers. Relegate nelle periferie fredde e insicure, da ordinanze di sindaci sceriffi armati a salvaguardia del decoro e della moralità. Ed è in quegli angoli che spesso le sex workers perdono la vita, mentre i media ignorano queste morti e nei titoli pronunciano chiara la parola “prostituta” e omettono di specificare che l’assassino è un cliente.

Accade alle straniere, lavoratrici del sesso, badanti, costrette ad obbedire ad un padrone, un uomo o lo Stato, per evitare di essere rinchiuse in un C.I.E.

Noi non ci riconosciamo nelle omissioni, nei moralismi, nelle bugie di chi consegna i nostri corpi autodeterminati allo Stato, alla nazione, in nome di una dignità che nessuno ci riconosce mai quando diciamo che non abbiamo patria, nazione, perché non abbiamo certezze economiche, prospettive di studio, libertà di scelta.

Noi non ci riconosciamo nella chiamata alle armi per una caccia alle streghe animata da misoginia e omertà a protezione dei veri responsabili del disastro italiano.

Non riuscirete a metterci le une contro le altre perché chi usa la guerra tra poveri in qualunque battaglia crea separazione sociale per dare credito a chi su quella separazione specula.

Vale per quelli che istigano la guerra tra stranieri e italiani.
Vale per quelle che istigano la separazione tra donne perbene e donne permale.

Scendiamo in piazza anche per dirvi questo.

Perché noi non vogliamo essere usat*.
Perché noi vogliamo di più.
Perché noi vogliamo tutto.

Femminismo a Sud
Comitato per i diritti delle prostitute

Per adesioni: femminismoasud@inventati.org oppure ombrellirossi@grrlz.net

domenica 9 gennaio 2011

Fare il punto


Fare il punto è lo spazio di approfondimento che l’UDI dedica periodicamente ad un tema contingente che ci riguarda. L’intento è quello di fornire a noi tutte uno strumento duttile e facile come il blog per confrontarci, scambiarci punti di vista, lasciare il proprio contributo affinché venga ripreso e rilanciato.
Con Fare il punto l’UDI ribadisce la sua attenzione e disponibilità a quante cercano un luogo da abitare con idee, parole, azioni.
Fonte: Fare il punto

lunedì 13 dicembre 2010

No strumentalizzazione dei corpi delle donne

Nella dilangante pratica della manipolazione delle informazioni, del revisionismo storico, della malafede e della strumentalizzazione, vi segnalo le vere pagine e veri gruppi femministi, contro la violenza sulle donne e a favore della parità dei diritti in facebook.


Gruppo: No strumentalizzazione dei corpi delle donne


Le donne vengono usate per vendere tutto: in pubblicità, nella televisione, nella propaganda politica, per la criminalizzazione di stranieri e oppositori politici.
L'uso dei corpi delle donne per imporre regole autoritarie e repressive va di pari passo alla scarsissima attenzione per tutte le violenze e gli abusi che le donne in realtà subiscono.
Ci si occupa di donne solo quando bisogna realizzare strumentalizzazioni sulla nazionalità di chi compie violenze contro di loro.
Ci si occupa di donne solo quando sono funzionali a meccanismi che tengono saldi i sistemi di potere.
Nulla delle donne importa quando chiedono di poter scegliere e di ottenere diritti e strumenti per difendersi e vivere meglio.

martedì 7 dicembre 2010

STUDI DI GENERE NEL MONDO ISLAMICO Identità di genere e percorsi di emancipazione femminile

Giovedì 16 dicembre - Cappella Pappacoda -Largo S. Giovanni Maggiore -ore 15.30-17.30
Presentazione del libro di Renata Pepicelli, Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme, Carocci,
Roma, 2010
(Cristina Ercolessi - Anna Maria Di Tolla. Sarà presente l’autrice)
Mercoledì 12 gennaio - Cappella Pappacoda -Largo S. Giovanni Maggiore - ore 15.30-17.30
Le donne e la questione femminile in Iran
(Lia Tornesello)
Mercoledì 19 gennaio - Cappella Pappacoda -Largo S. Giovanni Maggiore - ore 15.30-17.30
Movimenti socio-politici e processi di emancipazione femminile in Nord Africa
(Anna Maria Di Tolla)


Info: Palazzo del Mediterraneo, Via Nuova Marina, 59 - VII piano, 80133 Napoli
Tel. 081/6909013 – fax 081/6909541
E-mail: archiviodonne@unior.it

Fonte http://www.iuo.it/userfiles/workarea_235s/Nuovo%20calendario%20Studi%20di%20genere.pdf

sabato 4 dicembre 2010

MALAMMORE

Lunedì 6 dicembre alla Cappella Pappagoda, Largo Giusso, Napoli

h17 DIBATTITO
h19 PERFORMANCE TEATRALE
MALAMMORE
di e con
Ilaria Cecere
…a seguire aperitivo musicale e cena.

Quelli perpetrati ai danni delle donne sono i crimini violenti piu’ diffusi nel nostro paese e nella maggioranza del mondo.
Milioni di donne ogni giorno, vengono uccise, stuprate, umiliate , schiavizzate per il solo fatto di appartenere al genere femminile e nella stragrande maggioranza dei casi l’aggressore è un familiare o un conoscente ( 1 donna su 2 nel mondo subisce violenza da parte di un membro della famiglia UNICEF 2000).
I media,dunque, ci ingannano spingendoci a credere al mito dello straniero “diabolico” e stupratore (il 69%degli stupri in Italia è ad opera dei partner;il 17% di un conoscente; il 6,2% da partedi estranei ISTAT 2007).
La violenza sulle donne è l’espressione di una cultura patriarcale e globle che controlla i corpi sterilizza le identita’ in un sistema binario rigido , da cui derivano le asimmetrie di genere.
Siamo profondamente convinte che la strada dell’autodeterminazione dei soggetti passi per l’allargamento dei diritti e che sia prioritario ,soprattutto in questo clima culturale di repressione e regressione delle rivendicazioni , non arroccarsi su posizioni di difesa dell’esistente ma avanzare con forza nuove pretese. Coll. femminista Degeneri .


Via http://ladyradio.noblogs.org/

domenica 31 ottobre 2010

Bella Ciao Femminista



Versione II qui

Video narrazione a cura di di http://bollettino-di-guerra.noblogs.org.
Il video (incluso la voce) è rilasciato con licenza Creative Commons 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-­nc-nd/2.5/it/).
La Bella Ciao Femminista è di Lilia.
La voce è di Marilena.

venerdì 15 ottobre 2010

Donne Pensanti

Nella dilangante pratica della manipolazione delle informazioni, del revisionismo storico, della malafede e della strumentalizzazione, vi segnalo le vere pagine e veri gruppi femministi, contro la violenza sulle donne e a favore della parità dei diritti in facebook.


Gruppo: Donne pensanti




Siamo persone che non accettano più in silenzio quello che sta succedendo nel nostro Paese nei confronti delle donne: siamo contro lo sdoganamento del ruolo “merceologico” della donna e crediamo che debba cambiare l’approccio culturale degli uomini e delle donne.

Esistono modelli diversi da quelli che vengono promossi e patrocinati oggi in Italia. Di donne ma anche di uomini.

E vogliamo far sentire la voce dei tanti che si sentono sviliti dal velinismo, il tetteculismo e l’etica del “prodotto finale”. Uomini e donne. (visualizza meno contenuto)
Siamo persone che non accettano più in silenzio quello che sta succedendo nel nostro Paese nei confronti delle donne: siamo contro lo sdoganamento del ruolo “merceologico” della donna e crediamo che debba cambiare l’approccio culturale degli uomini e delle donne.

Esistono modelli diversi da quelli che vengono promossi e patrocinati oggi in Italia. Di donne ma anche di uomini.

E vogliamo far sentire la voce dei tanti che si sentono sviliti dal velinismo, il tetteculismo e l’etica del “prodotto finale”. Uomini e donne.

mercoledì 13 ottobre 2010

Ogni morte di donna mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità.

Come vi sembra se, nel famosissimo frammento poetico di John Donne, alla parola uomo sostituiamo la parola donna?

“Nessuna donna è un’isola, intera per se stessa. Ogni donna è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall'onda del mare, la Terra ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica, o la tua stessa casa. Ogni morte di donna mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.”

martedì 12 ottobre 2010

Sud chiama nord: vogliamo manifestare a Milano contro la violenza sulle donne

Fonte: FEMMINISMO A SUD

Brutti venti spirano da nord. La maggior parte delle donne uccise da uomini, mariti/padri/fidanzati/figli/fratelli/ex, è stata ammazzata nel nord italia.

Siamo convinte che dal nord arrivi un rigurgito di autoritarismo che colpisce e discrimina tutte le fasce deboli. Dal nord arriva una cultura che legittima l’egoismo, la guerra tra poveri, la guerra tra sessi, l’intolleranza, l’omofobia, la lesbofobia, la transfobia, la repressione contro ogni forma di dissenso.

Dal nord arriva il rigurgito del sessismo più violento, per bocca di quotidiani che non lesinano campagne sgradevoli contro le donne, di politici che non risparmiano alle donne nessun insulto, di opinionisti che considerano le donne addirittura una razza nemica, di movimenti neomaschilisti che fanno guerra alle donne, giustificano uomini violenti, diffondono cultura di violenza per mantenere e ripristinare privilegi per la categoria.

Dal nord arrivano culture conservatrici e reazionarie che evocano un periodo vissuto al tempo di Mussolini durante il quale le donne dovevano solo fare figli, piacere, obbedire, essere fedeli alla patria, al marito e a dio.

Dal nord arrivano le proposte più gravi che minano il diritto di famiglia, la libertà di scelta delle donne che nel frattempo continuano ad essere però usate a scopo di intrattenimento e in pose sessiste per promuovere ogni genere di prodotto.

Dal nord arrivano gli atti più concreti che stanno smantellando uno ad uno ogni diritto acquisito per le donne, ogni struttura di riferimento, non ultimi i consultori e i centri antiviolenza.

Noi del sud abbiamo già vissuto numerose colonizzazioni culturali e non possiamo subire anche questa senza almeno provare a resistere sullo stesso terreno.

Perciò proponiamo una manifestazione contro la violenza maschile sulle donne, che si esprime in ogni forma, sia essa fisica, psicologica, istituzionale, economica, per la fine di novembre da svolgersi a Milano.

Le donne, femministe e lesbiche del sud vogliono prendere il traghetto, percorrere il “continente” e arrivare da “terrone” nella città simbolo dei contesti più culturalmente arretrati d’Italia. Vogliamo venire a dare forza alle sorelle, tante, e ai fratelli, tanti, che lì combattono e sono quotidianamente oggetto di repressione, se parlano, manifestano, fanno volantinaggio, gestiscono un sito internet, vivono.

Diteci se ci volete. Noi siamo pronte a partire. Chi è pront@ a partire con noi segua lo spezzone/striscione delle donne, femministe e lesbiche antisessiste, antirazziste, antifasciste.

Chi ha voglia di discutere della proposta di manifestazione può iscriversi alla mailing list, seguire questo blog o il blog che può essere prevalentemente dedicato alla manifestazione, a partire dalla campagna “Un lenzuolo contro la violenza sulle donne” che alcune sorelle diffondono anche su una pagina facebook.

Sud chiama Nord. Ci siete?

Prepariamo i sacchi a pelo?

Per il freddo polare, basteranno cappotto, guanti e sciarpa o ci vestiamo a strati?

Fonte: FEMMINISMO A SUD

lunedì 11 ottobre 2010

Vita Da Streghe - il gruppo

Nella dilangante pratica della manipolazione delle informazioni, del revisionismo storico, della malafede e della strumentalizzazione, vi segnalo le vere pagine e veri gruppi femministi, contro la violenza sulle donne e a favore della parità dei diritti in facebook.


Gruppo: Vita Da Streghe - il gruppo



Storie, informazioni e notizie per le donne (ma anche gli uomini!) stanche di sopportare.

Questo gruppo nasce dall'esperienza di "Vita da Streghe": un blog nato per le donne e per tutti coloro che subiscono discriminazioni e violenze più o meno sottili a causa di pregiudizi nei loro confronti.

La Rete può permetterci di aggregare le nostre esperienze e sensibilizzare, insieme, la gente che ancora, più o meno velatamente, ci discrimina.

Questo blog e questo gruppo sono aperti al contributo di tutti. Se vuoi condividere la tua storia o hai informazioni, video e segnalazioni che vuoi far conoscere, scrivimi.

Sito Web:http://vitadastreghe.blogspot.com

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