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lunedì 20 maggio 2013

Convengo sulla legge 194 a 35 anni dall'approvazione

22 maggio 2013, a 35 anni dalla legge sull'interruzione di gravidanza, presso la casa internazionale delle donne di Roma, incontro con Chiara Lalli, Caterina Botti, Filomena Gallo, Alessandra Gissi, Michele Grandolfo, Paola Lopizzo, Rosetta Papa, Manuela Perrone, Vittoria Tola.

Dopo il convegno sarà proiettato il documentario Legge 194. Cosa vogliono le donne – Storia di una legge, storia di donne, di Liliana Barchiesi e Alessandra Ghimenti (2013).

Introduce e coordina: Chiara Lalli (autrice di A. La verità vi prego sull’aborto, Fandango 2013)

Intervengono:
Caterina Botti (filosofa, “Sapienza” Università di Roma) “Il peso della condanna morale dell’aborto” Filomena Gallo (avvocato, segretario Associazione Luca Coscioni) “Quali strumenti per garantire l’applicazione della 194?” Alessandra Gissi (storica, Università di Napoli “L’Orientale”) “Il senso di colpa come oggetto di indagine storica” Michele Grandolfo (epidemiologo, Noidonne) “Epidemiologia dell’aborto e promozione della salute” Paola Lopizzo (ginecologa, responsabile Unità Operativa “Assistenza e tutela sociale della maternità e IVG”, Ospedale San Giovanni-Addolorata), “La garanzia del servizio” Rosetta Papa (direttrice “Unità Operativa Complessa Tutela Salute Donna”), “Donne a Sud della Salute” Manuela Perrone (giornalista, Sole24Ore) “Come i media trattano l’aborto” Vittoria Tola (Udi nazionale, Assemblea permanente per i consultori) “Dall’autodeterminazione (legge 405/1975) all’autodeterminazione (legge 194/78)” Dopo il convegno sarà proiettato il documentario Legge 194. Cosa vogliono le donne – Storia di una legge, storia di donne, di Liliana Barchiesi e Alessandra Ghimenti (2013).

Fonte: Il buon medico non obietta.

lunedì 6 agosto 2012

Flamigni: L’obiettivo è affossare la 194

Flamigni: L’obiettivo è affossare la 194
di Cinzia Sciuto

Professor Flamigni, lei è l'unico che ha dato parere contrario al documento del Comitato nazionale di bioetica sull'obiezione di coscienza appena pubblicato. Quali sono le ragioni del suo dissenso?
Il punto fondamentale è che secondo il documento approvato dalla maggioranza del Cnb l'obiezione di coscienza è un modo per dare credibilità alla legge “creontea”, quella basata sui princìpi di forza, di maggioranza, legge che sarebbe, proprio per questo fastidioso modo di imporre la norma, priva di valori etici. Ora, immaginare che sia priva di valori etici una legge – come la 194 – approvata dalla grande maggioranza degli italiani, costruita sulla base del rispetto di determinati valori, preparata da un famoso intervento della Corte costituzionale è perlomeno assai poco credibile. Peraltro, come osserva il costituzionalista Gladio Gemma, se veramente il nostro parlamento avesse approvato una legge che non rispetta i valori fondamentali che devono guidare un paese democratico e laico, allora non ha alcun senso chiedere l'obiezione di coscienza ma bisognerebbe fare una battaglia affinché quella norma cambi. Se, al contrario, riconosco che quei valori sono stati rispettati, allora io non posso pretendere che il legislatore che queste leggi ha configurato rispettando quei valori poi autorizzi me a contraddirlo.

Nel suo parere di dissenso pubblicato in appendice al documento del Cnb lei definisce “mistificatoria” la posizione assunta dalla maggioranza del Comitato. Cosa intende?
Vede, qui c'è un vero e proprio imbroglio. Il concetto di valori “controversi”, che sta alla base del documento del Cnb, è un concetto mistificatorio. Qui non ci sono affatto valori “controversi”, ci sono valori a confronto e la nostra Corte costituzionale ha ribadito che il diritto alla salute della donna prevale sul diritto di esistere dell'embrione che ancora non è persona. Non vedo motivi di esitazione. In verità, l'aumento inverecondo del numero di obiettori serve ai cattolici per stabilire un principio che tra l'altro sulla stampa cattolica è già comparso esplicitamente: quando la legge non potrà più funzionare perché ci sarà un numero esagerato di obiettori di coscienza, vorrà dire che il legislatore dovrà tornare sui suoi passi e verificare di aver fatto un errore perché quella legge non poteva essere applicata.

Però nel documento del Cnb si ribadisce che il servizio di interruzione di gravidanza deve essere garantito...
Certo, ma questa è una cosa che è prevista dalla legge stessa, che indica la mobilità del personale come strumento per garantire il servizio. Ci si dovrebbe chiedere come mai però questa norma non sia mai stata applicata. Il problema è questo: c'è una quota di obiettori veri, ma c'è un'infinità di obiezioni di comodo. E la percentuale di obiettori è ancora più alta di quello che dicono le statistiche ufficiali perché ci sono strutture in cui semplicemente l'interruzione di gravidanza non si fa e i medici non si sentono neanche in dovere di dichiararsi obiettori. In più, obiettore chiama obiettore perché i giovani circondati da non obiettori preferiscono fare obiezione. Ma come si fa a pensare che quello che andava bene per il primo medico ospedaliero che si confrontava con la 194 vada ancora bene oggi? Quando un ragazzo sollevava obiezione di coscienza al servizio militare lo faceva contro un obbligo al quale in quanto cittadino non poteva sottrarsi. Oggi ognuno può scegliere liberamente la professione che vuole. Qui si tratta di problemi che hanno a che fare con la salute delle donne e scegliere di occuparsi della salute delle donne dicendo però preventivamente “di questo aspetto della salute delle donne non mi occupo” a me sembra veramente colpevole.

Negli ultimi mesi c'è stata una mobilitazione dei medici non obiettori, con la campagna “Il buon medico non obietta” e le iniziative della Laiga. È una coincidenza che questo parere esca adesso?
Non esistono coincidenze in bioetica.

(31-07-2012)

mercoledì 21 marzo 2012

Dove sono gli a-life in questi casi? Perché non protestano?

Cesareo negato, ora il bimbo rischia danni irreversibili 

La donna aveva già perso un figlio in grembo e un altro nato prematuro. L'accusa: «Implorava di sospendere il parto naturale»

Marco Accossato
torino
Per due volte aveva già cercato di diventare madre e per due volte aveva perso il figlio: uno ancora in grembo per una malformazione cardiaca, l’altro - prematuro - due giorni dopo la nascita. E ora che finalmente era riuscita a realizzare il suo sogno di maternità, ora che tutto sembrava andare come aveva sempre desiderato, la vita l’ha condannata ancora: Claudia Vracio, 32 anni, giovedì scorso ha dato alla luce un bimbo che durante il parto ha subìto un’asfissia.

Quali saranno le conseguenze della sofferenza cerebrale lo si saprà soltanto nelle prossime ore, perché il piccolo Andrea, da quando è venuto al mondo, è tenuto in ipotermia, una tecnica che nelle prime ore di vita abbassa la temperatura del corpo da 37 a 33 gradi per scongiurare col freddo danni permanenti mettendo «a riposo» i neuroni. La procura di Torino ha aperto un’inchiesta, dopo che il padre del piccolo ha denunciato l’ospedale Sant’Anna, centro di riferimento materno-infantile per eccellenza in Piemonte. «Claudia - racconta in lacrime la madre Veronica, presente in sala parto - non riusciva a spingere, malgrado i medici e le ostetriche le dicessero di farsi forza, di insistere. Più volte ha implorato che le venisse fatto un cesareo, invece le hanno prima bucato le membrane, poi indotto le contrazioni, continuando a insistere col parto naturale: “Tutte le donne chiedono il cesareo per non sentire dolore, signora...”».

Andrea è rimasto incastrato con le spalle a metà del suo percorso di uscita, e per cinque minuti il medico di turno ha tentato di «liberarlo», prima con una ventosa, poi afferrandolo con le mani. Cinque lunghissimi minuti, durante i quali Claudia gridava e la quantità di ossigeno al cervello del neonato è precipitata fino all’asfissia. Quattro ore di travaglio e di sala parto. Quella di Claudia era una gravidanza a rischio, con i due precedenti bimbi morti. E quand’è nato, Andrea pesava poco meno di 4 chili e 580 grammi. «Malgrado ciò - sostengono i parenti - nessuno ha ascoltato la sua richiesta: “Fatemi il cesareo, vi prego, fatemi il cesareo”...».

L’ospedale si difende: «Non c’era una sola ragione, dal punto di vista medico, per il cesareo», spiega il dottor Pietro Lombardo, che ha assistito la donna negli ultimi 50 minuti prima della nascita. «Anzi, nel momento in cui sono arrivato io in sala parto sarebbe stato ancor più rischioso», aggiunge. Claudia aveva scelto di essere seguita durante tutta la gravidanza da un ginecologo privato che ogni mese l’ha sottoposta a un’ecografia, «ma quel medico - accusa ora l’ospedale - non ci ha mai comunicato né che il bimbo fosse così grande, né che la signora avesse avuto due gravidanze precedenti finite tragicamente». Una vicenda complessa. Claudia, per le due gravidanze finite con la morte del feto e del neonato, era stata comunque seguita al Sant’Anna, e di lei c’era traccia sui computer. Che nessuno, evidentemente, la settimana scorsa ha consultato. «In ogni caso - specifica il dottor Lombardo - le ragioni per cui la signora era considerata “a rischio” erano ormai superate. Alla ventesima e alla trentunesima settimana le sono state fatte qui in ospedale due ecografie che hanno escluso cardiopatie del feto e hanno calcolato un peso assolutamente nella norma».

Anche la minaccia di parto pre-termine, «a questo punto, era scongiurata». Nessuno, guardando il pancione di Claudia, ha capito che il bimbo che aveva in grembo era così grosso. «La signora è alta un metro e 71, quella pancia sembrava proporzionata all’altezza», spiegano al Sant’Anna. Il problema, secondo i medici, non è stato il non fare il cesareo, «ma la distocia delle spalle, un evento raro per il quale il bimbo non fa una rotazione indispensabile per poter venire al mondo dopo che è uscita la testa». Un evento «che nel 50 per cento dei casi - sottolinea sempre il dottor Lombardo - capita con bambini che alla nascita pesano anche meno di 3 chili».

Mentre da un lato il ministero della Salute invita i medici a non esagerare col bisturi in sala parto, a Torino il marito e i genitori di Claudia chiedono invece perché non sia stato fatto un cesareo: «Se avessero ascoltato la richiesta di Claudia, Andrea ora sarebbe un bimbo perfettamente sano», dice il padre. Per provare a liberare il piccolo due ostetriche hanno premuto sulla pancia di Claudia tentando di spostare la spalla incastrata. Inutile: «Alla fine erano in sei, attorno a Claudia. Quando è nato Andrea non ha pianto, hanno dovuto massaggiarlo perché respirasse normalmente». Ora si spera soltanto che i cinque minuti senza ossigeno sufficiente al cervello non abbiano provocato danni troppo gravi. Danni irreparabili.

Fonte: http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/447153/

mercoledì 28 dicembre 2011

Aborto, in ospedale non si può

di Natascia Gargano, FpS Media
Fonte: L'Espresso
«Ormai i medici che scelgono l'obiezione sono il 90 per cento», denuncia la Lega dei ginecologi. Spesso per motivi che con la coscienza non c'entrano niente. Il risultato? «Liste d'attesa infinite, donne che vanno all'estero, altre che si rivolgono di nuovo alle mammane»
(27 dicembre 2011)

Che cosa succederebbe se tutti dicessero "no"? Mettiamo che l'intera categoria dei ginecologi facesse obiezione di coscienza: sarebbe ancora possibile per le donne interrompere la gravidanza in Italia? Non siamo così lontani da questo scenario. Nel nostro Paese, secondo il ministero della Salute, sono obiettori all'aborto sette medici su dieci: dato già abbastanza curioso in un Paese dove solo il 36,8 dei cittadini si dichiara "cattolico praticante" (Eurispes 2006).

«Ma in realtà i numeri veri sono ancora più alti, e di molto: quei dati infatti considerano anche le cliniche convenzionate che ora non sono più autorizzate a eseguire le interruzioni di gravidanza», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, l'associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, la legge a tutela sociale della maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza.

«Gli obiettori potrebbe essere verosimilmente il 90 per cento del totale». ?Pochi, pochissimi medici in ogni caso. E se per le interruzioni di gravidanza entro il terzo mese gli ospedali possono ricorrere a personale esterno chiamato a "gettone", per le altre servono medici "strutturati", ossia in organico. Sono proprio questi gli interventi che rischiano di diventare sempre più difficili. «Persino nelle grandi città ci sono strutture che hanno solo uno o due ginecologi non obiettori», continua Agatone. A Roma, ad esempio, nei 7 ospedali che eseguono aborti terapeutici, gli "abortisti" sono in media 2. Al Secondo Policlinico di Napoli, appena 3 su 60. «Cosa accadrà quando questi andranno in pensione?». ?

Quello che succederà è tutto da vedere. Fatto sta che già adesso ci sono interi ospedali del Sud privi di reparti di interruzione di gravidanza, perché la totalità di ginecologi, anestesisti e paramedici ha scelto l'obiezione di coscienza. In alcune zone della penisola la percentuale di obiettori tocca l'80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. In Basilicata si raggiunge addirittura l'85,2 per cento. Una corsa all'obiezione che solo negli ultimi anni sembra essersi stabilizzata dopo un'impennata a dir poco vertiginosa: si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009; per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento.

«C'è una parte consistente di medici che obietta per motivi che con la coscienza non hanno nulla a che fare», denuncia da tempo Carlo Flamigni, ginecologo e membro del Comitato nazionale di Bioetica. Non è facile trovarsi da soli a dire "sì" in un reparto di obiettori, malvisti quando non vessati dai colleghi. La parte del Don Chisciotte non si addice a tutti, soprattutto quando i mulini a vento sono il tuo primario o il direttore dell'ospedale. E poi, semplicemente, non si fa carriera, tutto il giorno in trincea a fare aborti. Specie se i vertici dell'ospedale sono di nomina politica e di area cattolica (o addirittura ciellina). E così qualcuno, per non finire al confino, sceglie il "no". Gli altri 1.655, intanto, solo nel 2009 si sono sobbarcati 118.579 interrurzioni di gravidanza ?A farne le spese ovviamente sono le donne, che si ritrovano meno medici a disposizione, liste di attesa più lunghe e interventi non di rado fissati allo scadere del 90° giorno.

Che non fili tutto liscio, lo accenna lo stesso ministero nella sua ultima relazione al Parlamento: «Percentuali elevate di tempi di attesa oltre le due settimane vanno valutate con attenzione a livello regionale in quanto possono segnalare presenza di difficoltà nell'applicazione della legge». Ebbene, ad aspettare oltre due settimane è il 40 per cento delle donne. E, in alcuni casi, l'attesa dura anche un mese e più. «Come conseguenza le donne spaventate hanno ricominciato a prendere l'aereo per rivolgersi a strutture estere, mentre qualche obiettore in ospedale ha tirato fuori dai cassetti del suo studio privato gli strumenti per abortire», continua Flamigni. «Per non parlare dell'uso dei farmaci non legali, del fiorire delle pillole abortive sul mercato nero e degli aborti fai da te delle immigrate straniere». Insonna, torna l'incubo delle mammane, quel fantasma combattuto ma mai del tutto sconfitto dalla legge 194. Le ultime stime disponibili, parziali e riferite solo alle italiane, risalgono al 2005: 15 mila aborti clandestini, la maggior nell'Italia meridionale. Da allora non se ne sa più nulla. ?Sul fatto che l'obiezione di coscienza così allargata stia, nei fatti, svuotando di contenuti la 194, non sono però tutti d'accordo: «Non credo proprio che l'aborto sia ostacolato dalla presenza di obiettori. E poi non esiste alcun diritto di aborto, esiste invece un diritto alla vita e un diritto all'obiezione di coscienza. Le tre cose stanno su un piano diverso: prima viene il diritto alla vita, poi all'obiezione, quindi, in ultimo, la possibilità per la donna di abortire», ribatte Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita e deputato europeo.
C'è anche chi fa notare «ben altre mancanze» del servizio pubblico, come la dottoressa Paola Bonzi, dal 1984 alla guida del Centro di aiuto alla vita, il consultorio privato all'interno della Mangiagalli, la più grande "maternità" di Milano: «L'articolo 5 della legge prevede che gli enti pubblici mettano in campo tutti gli aiuti affinché le persone rinuncino ad abortire. Invece le donne si trovano da sole, prima e dopo. L'ospedale, ad esempio, non ce ne invia nessuna, le donne arrivano da noi con il passaparola. C'è una gravissima mancanza del servizio pubblico nell'offrire sostegno alle donne». ?Che sia dunque tempo di modificare la 194? «Di sicuro è necessario organizzare l'assistenza sanitaria in modo da garantire che la legge venga rispettata su tutto il territorio nazionale», dice Ignazio Marino, che è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficienza del Servizio sanitario nazionale: «Chi ha compiti istituzionali, come il direttore generale di un ospedale, ha il dovere di disporre del personale sufficiente per eseguire le interruzioni di gravidanza. E lo deve fare anche programmando le assunzioni».

Qualcuno ci ha provato con un bando per i consultori regionali, in un territorio che conta il 79,4 per cento di medici obiettori. Ma non è andata a finire bene. Quel qualcuno è Nichi Vendola e la delibera della giunta pugliese che prevedeva «il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza» è stata subito impugnata davanti al tribunale amministrativo. Ricorso accolto, il Tar ha giudicato la clausola discriminatoria ed «espulsiva», quindi lesiva dei diritti degli obiettori e del principio di uguaglianza.??

La questione è ingarbugliata, come sottolinea Chiara Lalli nel suo libro "C'è chi dice no" (il Saggiatore), «perché l'articolo 9 della 194 non entra nei dettagli di come gestire sia la possibilità di fare obiezione sia la possibilità per la donna di abortire». Se, infatti, il singolo medico può rifiutarsi di praticare l'aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata a garantire il servizio. Ma in che modo, non è chiaro. «Stiamo studiando i casi per sollevare la questione di legittimità della legge di fronte alla Corte costituzionale», spiega Marilisa D'Amico, docente di Diritto costituzionale all'Università Statale di Milano, «bisogna agire non negando l'obiezione di coscienza, che è un diritto fondamentale, ma modificando l'articolo 9 perché imponga agli ospedali l'onere di dotarsi del personale non obiettore necessario per l'effettiva attuazione della 194». Magari nel rispetto di quella parola che il testo della legge ripete per ben quattro volte: dignità. 

Fonte: L'Espresso

sabato 3 dicembre 2011

Signora, cosa piange? | Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”

Sull'ultimo numero di D, la Repubblica delle donne, consultabile on line qui, l'articolo "Signora, cosa piange?" di Cinzia Sciuto. Il tema è quell'obiezione di coscienza che per la vita e di coscienzioso non ha praticamente nulla.

I ginecologi non obiettori strutturati negli ospedali italiani sono circa 150, e il loro numero diminuisce costantemente. E le interruzioni di gravidanze tornano a essere un incubo. Che aggiunge dolore a dolore.


di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011

È l’alba, le prime luci del nuovo giorno iniziano a penetrare nella stanza dove Francesca nel suo letto piange in silenzio. Tra poco inizierà la procedura per l’induzione di un travaglio simile a quello di un parto. Ma Francesca non deve partorire, deve abortire. La nuova vita che porta in grembo da 23 settimane è affetta da una gravissima malformazione del cervello, la oloprosencefalia. Francesca Pieri, che all’epoca aveva 35 anni, è ricoverata già da due giorni in un grande ospedale romano ma non ha ancora iniziato la procedura di induzione, che consiste nell’introduzione nell’utero di ‘candelette’ di prostaglandina per stimolare le contrazioni del travaglio. Fino alla 12ma settimana l’interruzione di gravidanza avviene tramite raschiamento, ma dopo il feto è troppo grande ed è necessario un vero e proprio travaglio di parto.

«Il giorno del ricovero», racconta, «è servito per il disbrigo di tutte le pratiche burocratiche. Il secondo invece non ho fatto niente, ho semplicemente aspettato». Quel giorno infatti erano di turno solo medici obiettori, che si sono rifiutati di avviare la procedura di induzione. Francesca quindi ha trascorso tutto il giorno in mezzo a donne in travaglio, bambini appena nati, nonni euforici, fiori e regali, in attesa del medico non obiettore che le introducesse la prima candeletta. Era da sola, con quella vita sospesa in pancia e un profondo dolore nel cuore. Non le rimaneva altro che piangere, in silenzio. Ma anche il pianto le è stato negato: «Signora, cosa piange? Si prepari, questo sarà il giorno più lungo della sua vita». La voce è arrivata dal corridoio, proprio alle prime luci dell’alba. È l’ora del cambio turno, finalmente sta per arrivare un medico non obiettore ma il suo collega prima di andarsene ha voluto lasciare il segno. Sono passati molti anni, ma quelle parole fredde come il ghiaccio Francesca ce le ha scolpite nella testa, e non le dimenticherà mai.

E lei è stata persino «fortunata»: una volta che ha iniziato la procedura di induzione, che è durata in totale un giorno e mezzo, non ha più incontrato medici obiettori. Al contrario di Gea Ferraro, che al quarto mese di gravidanza scopre che il suo bambino è affetto da trisomia 18, una patologia talmente grave da essere definita dai medici ‘incompatibile’ con la vita. Gea, che quel figlio l’aveva tanto desiderato, decide di interrompere la gravidanza. Contatta personalmente una ginecologa non obiettrice che lavora in un altro ospedale della capitale (e che preferisce non essere citata: «Facciamo già tanta fatica a lavorare, non voglio crearmi ulteriori inimicizie tra i colleghi»). La dottoressa programma il ricovero in maniera da farlo coincidere con il proprio turno. L’induzione viene avviata, ogni 3 ore viene inserita una candeletta, ma nel frattempo c’è il cambio turno, Gea guarda l’orologio, si accorge che sono passate più di 3 ore dall’ultima somministrazione e chiede perché non le venga inserita la terza candeletta visto che il travaglio non si è ancora avviato: «Io queste cose non le faccio», si è sentita rispondere. Gea ha quindi aspettato, non ricorda neanche quanto, finché qualcuno è venuto a somministrarle la terza dose del farmaco. Il suo travaglio è durato 18 ore.

Quello dell’aborto sta diventando sempre più un percorso a ostacoli, nel quale le donne – già provate da una delle scelte più dolorose della loro vita – devono fare lo slalom tra ostacoli burocratici e medici obiettori. Obiettori che aumentano sempre di più: secondo i dati forniti dal ministero della Salute si è passati, tra i ginecologi, dal 58.7% del 2005 al 70.7 nel 2009. Ma il numero di medici realmente preposti alle interruzioni di gravidanza, soprattutto agli aborti terapeutici, è ancora più basso di quel che sembra: «Gli aborti entro la dodicesima settimana», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, un’associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, «sono fatti in day hospital, si tratta di interventi programmati, la cui durata è nota e per i quali è possibile chiamare medici ‘a gettone’». Cosa che invece non è possibile per gli aborti terapeutici, quelli oltre i 3 mesi, che, come abbiamo visto, possono essere anche molto lunghi e dunque hanno bisogno di essere seguiti da personale strutturato.

«Poiché non esiste un elenco dei medici non obiettori», continua la dott.sa Agatone, «abbiamo fatto una indagine empirica, dalla quale risulta che i ginecologi non obiettori strutturati dentro gli ospedali italiani sono circa 150 e, poiché i giovani non sembrano particolarmente sensibili a questo problema, c’è il rischio concreto che man mano che gli attuali medici non obiettori vanno in pensione non vengano sostituiti». Al Secondo Policlinico di Napoli, per esempio, dallo scorso luglio a effettuare gli aborti è rimasto solo un medico, che è anche il responsabile del Centro per le interruzioni di gravidanza dell’ospedale.
Strano destino quello dell’obiezione di coscienza, che, come scrive Chiara Lalli nel suo recente libro C’è chi dice no (Il Saggiatore), «ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi è spesso usata come un ariete per contrapporsi ai diritti individuali sanciti dalla legge».

L’obiezione di coscienza nasce infatti per opporsi a un obbligo universale che riguardava tutti i cittadini (maschi) e a cui non era possibile sottrarsi: l’obbligo di leva. Chi sollevava l’obiezione di coscienza andava incontro a pesanti conseguenze, persino penali, come raccontano alcuni obiettori della prima ora nel libro di Lalli. Il moderno obiettore, invece, non solo non paga nessuno scotto per la sua scelta, ma, al contrario, ne ottiene indubbi vantaggi, sia in termini di soddisfazione professionale che di carriera. È per questo che il numero degli obiettori è vertiginosamente salito negli ultimi anni: fare aborti non è certamente gratificante e l’obiezione di coscienza – fatti salvi coloro che la sollevano per convinzione – è un’ottima scappatoia offerta dalla legge per sottrarsi a una parte sgradevole del proprio lavoro. Una legge che però è molto chiara: l’obiezione di coscienza può essere sollevata esclusivamente in relazione al «compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza».

Non può essere legittimamente sollevata, per esempio, per rifiutarsi di somministrare un analgesico durante il travaglio abortivo oppure di fare il raschiamento dopo l’espulsione del feto, ad aborto già avvenuto, o ancora di certificare lo stato psicologico della donna. Sono invece tante le testimonianze che le donne affidano soprattutto ai forum in rete e che raccontano di travagli durati molte ore, se non giorni, senza il minimo sostegno farmacologico né psicologico. Donne che portano avanti il travaglio abortivo in stanza, affianco ad altre: Francesca ricorda che la ragazza che era in stanza con lei ha espulso il feto sul suo letto, lì affianco, da sola, mentre lei iniziava ad avere le prime contrazioni. Un’altra donna racconta su un forum: «Mi hanno indotto il parto per 12 ore per poi essere lasciata sola al momento dell’espulsione del feto. Mi hanno lasciato la mia bambina in mezzo alle gambe e in mezzo al sangue per 4 ore e nessuno si è degnato di venire a vedermi». Anche Laura Lauro, napoletana, che ha abortito alla 21ma settimana, ricorda che al momento dell’espulsione è stata lasciata sola: «Ho espulso un feto vitale, nessuno si è preoccupato di tagliare subito il cordone e portarlo via. Quando l’ho sentito che mi sfiorava le cosce ho urlato perché lo portassero via subito».

Tutto questo però ha solo in parte a che fare con l’obiezione di coscienza. Se infatti il singolo medico può rifiutarsi di praticare l’aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata – è sempre la 194 a stabilirlo – a garantire il servizio di interruzione di gravidanza e i «procedimenti abortivi devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna». Dignità che invece è troppo spesso calpestata. Un’altra donna racconta su un forum il suo calvario: dopo essersi sottoposta a vari tentativi di procreazione medicalmente assistita, rimane incinta di due gemelli. Alla ventesima settimana perde uno dei due. Dopo una decina di giorni rifà l’ecografia: «Liquido amniotico inesistente, arti inferiori oramai infilati nel canale», non c'è più niente da fare neanche per il secondo. Ma il battito c’è ancora, chissà per quanto, e quindi per procedere all’aborto terapeutico c’è bisogno del certificato dello psichiatra, ma quello in turno è obiettore e si rifiuta di firmarlo: «La sera un medico con la coscienza e l’umanità che a qualcuno ancora rimane, prende la responsabilità di togliermi dall’incubo, una pasticca, una sola basta per avere un altro travaglio».

Troppo spesso i dibattiti sull’aborto non fanno i conti con le esperienze concrete che le donne vivono sulla propria pelle. Per Francesca – che oggi ha altri due bambini ma che si sente pienamente madre anche di quella figlia mai nata – l’aborto è stato un discrimine nella sua vita, un momento che ha segnato un prima e un dopo. E non riesce proprio a capire l’accanimento dei sedicenti sostenitori della vita: «Come se io fossi per la morte! La verità è che ogni esperienza è a sé. Io stessa, pur non essendo affatto pentita della mia dolorosa scelta, non so dire cosa farei se mi dovessi trovare di nuovo nella stessa situazione. So però che la sola idea di non poter decidere mi atterrisce. È per questo che sarei disposta anche a incatenarmi perché sia garantita a ogni donna la possibilità di scegliere».

(3 dicembre 2011)

Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”


Intervista a Stefano Rodotà di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011
«Oggi, a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, la possibilità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe semplicemente abolita». Non usa mezzi termini Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile all’Università La Sapienza di Roma ed ex presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Professore, ma si può obbligare un medico ad agire contro la propria coscienza?«Quando la legge è stata approvata la clausola dell’obiezione di coscienza era ragionevole e giustificata: i medici avevano iniziato la loro carriera quando l’aborto era addirittura un reato ed era comprensibile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. La legge 194 ha saggiamente raggiunto un difficile equilibrio tra il diritto dei medici a non agire contro la propria coscienza e quello della donna a interrompere la gravidanza. Oggi però chi decide di fare il ginecologo sa che l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito dalla legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole prevedere una clausola per sottrarvisi».

Ma ritiene che una tale modifica sia concretamente fattibile?«Temo di no, in questi anni abbiamo assisitito a una generale stigmatizzazione delle donne che abortiscono e si sono fatti tentativi legislativi – penso alla proposta di legge regionale del Lazio di modifica dei consultori – che vanno nella direzione opposta. Ma per garantire il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza, non è necessario cambiare la legge, basta applicarla.

In che senso?«Già oggi gli ospedali non possono trincerarsi dietro la scusa di non avere medici disponibili a effettuare le interruzioni di gravidanza perché questo è un servizio che deve obbligatoriamente essere fornito, come previsto dall’articolo 9 della legge 194, e le strutture che non lo garantiscono possono essere considerate responsabili sotto il profilo civile e penale».

Può essere sufficiente ricorrere a non obiettori ‘a gettone’, come già fanno alcuni ospedali?«Ritengo di no, per due ragioni: innanzitutto perché per gli aborti terapeutici è necessario avere personale strutturato e in secondo luogo perché non devono crearsi medici di serie A che fanno tutto il resto e medici di serie B che fanno solo aborti, con il rischio di una dequalificazione professionale. Gli ospedali possono, e devono, invece fare dei bandi per l’assunzione di personale strutturato non obiettore».

Ma non si configurerebbe come un trattamento discriminatorio nei confronti degli obiettori?«No, perché si tratterebbe di adempiere a un obbligo normativo a cui gli ospedali non possono sottrarsi. E si tratta di un obbligo della massima importanza. In questione infatti non c’è solo il diritto all’interruzione di gravidanza, ma il diritto alla salute della donna, che è un diritto fondamentale della persona e che non è mera assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale. Se una donna che ha deciso di interrompere la gravidanza vive questa scelta in condizioni di malessere e di angoscia perché non sa se, quando e in che condizioni riuscirà a interromperla, c’è una evidente violazione del suo diritto alla salute, che è un diritto fondamentale della persona che non può essere subordinato a esigenze burocratiche o a mancanza di personale».

Un diritto che in Italia è sempre più difficile vedere rispettato, tanto che sono sempre di più le donne che vanno all’estero.«I due grandi obiettivi della 194 erano l’eliminazione degli aborti clandestini e il contrasto al fenomeno del turismo abortivo, che creava una sorta di ‘cittadinza censitaria’, per cui le donne che avevano i soldi salivano su su charter, andavano ad Amsterdam o a Londra e facevano l’interruzione di gravidanza senza correre il rischio di morire. Oggi purtroppo si stanno ricostruendo i meccanismi censitari e selettivi che con la 194 si volevano combattere».

(3 dicembre 2011)

mercoledì 29 giugno 2011

Cosenza, due donne muoiono di parto a distanza di poche ore: aperte inchieste

COSENZA - Due donne sono morte a distanza di poche ore dopo avere partorito nell’ospedale di Cosenza. I familiari sono adesso intenzionati a rivolgersi alla magistratura per sapere cosa è successo e se vi siano responsabilità da parte dei medici.

Il primo caso risale a lunedì scorso. Una donna di 37 anni, Rosita Presta, di San Marco Argentano, che era in cura da un ginecologo di Castrovillari, ha accusato un’emorragia al settimo mese di gravidanza. Portata in eliambulanza nell’ospedale cosentino, i medici sono riusciti a salvare la vita del neonato, ma non quella della partoriente che, stando alle prime indicazioni, sarebbe morta per l’emorragia provocata da una anomalia della placenta.

A distanza di poche ore, una donna di 27 anni, Caterina Loria, è morta nell’ospedale di San Giovanni in Fiore dopo avere partorito con il cesareo, il 21 giugno scorso, in quello di Cosenza quando era all’ottavo mese di gravidanza. Dimessa venerdì scorso dal nosocomio cosentino, la donna è tornata a casa ma ha accusato forti dolori alle gambe. Nella notte tra lunedì e martedì è stata portata nell’ospedale di San Giovanni in Fiore dove è deceduta.

In quest’ultimo caso, i familiari hanno già presentato denuncia alla Procura di Cosenza. Il magistrato di turno ha disposto l’autopsia che sarà effettuata domani.
Mercoledì 29 Giugno 2011 - 12:17    Ultimo aggiornamento: 15:45
 
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=154386&sez=ITALIA

sabato 18 dicembre 2010

Epidurale por favor


Paola Banovaz
Epidurale por favor
Il parto e l'Italia

L'84% delle strutture sanitarie pubbliche e convenzionate non garantisce un trattamento efficace e sicuro per lenire il dolore nel parto. L'epidurale diventa un pretesto per approfondire i miti, i tabù, i pregiudizi che ancora sopravvivono intorno a gravidanza, parto e maternità.

"La cosa che ancora oggi mi fa riflettere non è tanto la questione di riconoscere il diritto all'epidurale alle partorienti che la desiderano, che è addirittura tautologico, ma sono le giustificazioni balbuzienti di chi comunque si mette per traverso."
Ivan Cavicchi

L'AUTORE: Paola Banovaz è nata a Venezia nel 1973 e vive a Mestre, dove lavora come art director. Mamma di Ilias e blogger (epidurale.blogspot.com), è presidente dell'AIPA, Associazione Italiana Parto in Analgesia (www.aipa-italia.it). Epidurale por favor è il suo primo libro.

Fonte: il rovescio editore

mercoledì 13 ottobre 2010

Sassari, medico fiscale violentava pazienti: arrestato dai Carabinieri

Uultimo aggiornamento: 12 ottobre, ore 19:23
Al professionista vengono contestati 13 episodi, compiuti tra maggio 2009 e settembre 2010, e sono frutto di altrettante denunce da parte di donne comprese tra i 27 ed i 45 anni.
Sassari, 12 ott. - (Adnkronos) - I carabinieri di Sennori (Ss) hanno arrestato per violenza sessuale aggravata un medico sassarese, K.H., 53 anni, che svolge visite fiscali per conto dell'Inps. Nell'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari del Gip di Sassari, vengono contestati al professionista 13 episodi, compiuti tra il maggio 2009 e settembre 2010 e sono frutto di altrettante denunce da parte di donne comprese tra i 27 ed i 45 anni.
In base a quanto accertato dai carabinieri di Sennori, il medico agiva sempre con le stesse modalita': durante la visita fiscale in casa, proponeva alla paziente di effettuare un massaggio, si poneva quindi alle sue spalle e strofinava le parti intime sul corpo della donna. In alcuni casi le vittime hanno reagito energicamente, altre volte hanno ceduto, magari per la soggezione nei confronti del medico ispettore, accusando successivamente seri problemi di natura psicologica.

I carabinieri hanno avviato l'indagine nello scorso settembre, raccogliendo la denuncia di una delle vittime, che aveva deciso di riferire tutto agli investigatori dopo che il medico si era ripresentato a casa sua, qualche giorno dopo aver effettuato la visita fiscale, provocando nella donna un grave shock psicofisico. I militari, partendo da quell'episodio, hanno rintracciato ed interrogato altre donne che erano state sottoposte a visita fiscale dal dottor K. ed hanno verificato che il comportamento non era episodico ma seriale.

http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Sardegna/Sassari-medico-fiscale-violentava-pazienti-arrestato-dai-Carabinieri_311095614085.html

mercoledì 6 ottobre 2010

Donna morta dopo parto a Napoli: cinque i medici indagati

Pm valuta anche posizione di due medici legali
06 ottobre, 15:57

(ANSA) - NAPOLI, 6 OTT - Sono cinque i medici dell'ospedale Fatebenefratelli indagati dalla procura per la morte di una donna avvenuta il 12 marzo scorso dopo un parto.

La 39enne, che aveva dato alla luce il suo terzo bambino, mori' poche ore dopo il cesareo: al marito i medici dissero che la causa era probabilmente una embolia polmonare, ma lo stesso ospedale dispose un riscontro diagnostico - in pratica un'autopsia - da cui emerse che il decesso era riconducibile a una emorragia interna. Nell'ambito dell'inchiesta il pm Giovanni Corona sta valutando anche la posizione dei due medici legali che eseguirono il riscontro diagnostico e che non informarono la procura sulle reali cause del decesso. (ANSA)

http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/campania/2010/10/06/visualizza_new.html_1755590797.html

venerdì 23 aprile 2010

Epidurale | La testimonianza di Effe

di

Sono entrata in sala parto dopo 48 ore di contrazioni (monitorata una volta in ospedale e rispedita a casa).

Primipara, aperta di tre centimetri. Il ginecologo mi visita e dice "Beh, ci siamo quasi" l'ostetrica mi visita "Noooo, qui non ci siamo affatto, ci vorranno ancora molte ore" la tirocinante mi visita e mi chiede "E' seguita in privato da qualcuno del nostro staff? Che lavoro fate lei e suo marito?" (giuro, mi ha chiesto esattamente queste cose!).

Quando ho detto che non ero seguita in privato da qualcuno del loro staff e che io e mio marito eravamo dei semplici impiegati, il ginecologo e l'ostetrica, diventati di colpo seri e molto meno affabili di prima, si sono ritrovati magicamente d'accordo "Ah, il bambino è appoggiato tutto sulla vescica, si metta qui sul letto a pecora, che così scenderà prima" e se ne sono andati. Tutti. Senza darmi altre spiegazioni.

Io, buona buona mi metto sul lettino, ma dopo neanche due minuti sento una fitta atroce. Inizia una contrazione. Lunghissima e dolorosa da morire, ma dopo qualche minuto smette.

Entra l'ostetrica con una tazza di te, mi attacca il sensore e mi dice di restare ferma in quella posizione. Se ne va di nuovo. Un'altra contrazione, ancora più dolorosa e più lunga. Mio marito è in piedi vicino al letto, preoccupato perchè mi conosce bene, sa che ho una soglia del dolore molto alta e che sono una persona piuttosto calma e pacata. Se sono così agitata c'è qualcosa che non va, c'è troppo dolore.

Passa mezzo'ora con contrazioni che vanno e vengono, sempre più lunghe e sempre più dolorose. Ogni tanto entra una ragazza che mi mette il sensore sulla pancia, e poi se ne va. Passa un'altra mezz'ora. A questo punto inizio a sentire un dolore atroce, come una contrazione unica che mi attanaglia, che non se ne va. Il dolore più forte del mondo e senza tregua, continuo, senza pausa.

Passo un'ora così, senza che nessuno entri a vedere come stavo. Comincio a lamentarmi ad alta voce, entra l'ostetrica sc@zzatissima, scambiamo qualche battuta, ma sono troppo dolorante e non riesco a parlare. Le chiedo quanto durerà. Con aria fatalista mi dice "Non posso risponderti, potrebbe andare avanti così anche tutta la notte".

Spaventata dalla sua risposta, le chiedo l'epidurale. Se già prima non aveva una faccia simpatica, con questa frase cambia ulteriormente espressione, diventa quasi cattiva:"Ma lo sai cosa ti pu fare l'epidurale? Potresti rimanere paralizzata, potresti creare seri danni a tuo figlio! E poi se chiamiamo l'anestesista adesso, ci mette un'ora per arrivare. Stai buona qui e aspetta, ok?"

E se ne va.

Ma il dolore è sopra le mie possibilità, sento che non ce la faccio, mi mancano le forze, sono due giorni che non dormo per le contrazioni e sono già due ore che ho una unica contrazione che non smette mai, anzi che aumenta di minuto in minuto. Come un elastico che si tende, si tende e non sai mai quando si spezzerà.

Inizio a gridare. Ma non è perchè ho perso il controllo, anzi. E' solo per scaricare in qualche maniera il dolore, perchè percepivo benissimo tutto, ero molto lucida e non ho mai perso la testa, ricordo particolari e parole dette che pure mio marito si è stupito di come facessi a ricordarle nonostante il dolore.

Entra l'ostetrica, sempre con la sua aria seccata. Mi fa spogliare e mi dice di andare nella doccia. Io non voglio, non me la sento, ma lei mi spinge quasi a forza sotto il getto di acqua calda e mi fa mettere a quattro zampe. Ricordo ancora quella scena: vedevo i piedi dell'ostetrica e di mio marito davanti a me, il dolore che non smetteva, io che mi trattenevo dall'urlare e l'osterica (sempre sc@zzata, mi raccomando!) a braccia incrociate che conversava amabilmente con mio marito dicendogli con nonchalance "Vedi? Vedi come soffre? E' il dolore più forte che proverà nella sua vita. Soffre molto sai? Senti come urla!"

... come se io non ci fossi!!! Parlava di me in terza persona, quasi prendendomi per il cul0 per il casin0 che facevo. Vi giuro, in quel momento mi sono sentita un cane.

Un cane vivisezionato.

Ma a questo punto mi si rompono le acque.

Sento un "CIOCK" fra le gambe e vedo un rivolo color pipì scura che scorre fra le gambe. L'ostetrica mi dice di uscire, io mi alzo e come una scheggia corro nuda verso il mio lettino, mi aggrappo al cuscino e inizio a urlare come non ho mai urlato in vita mia. Passano una decina di minuti e l'ostetrica mi dice di mettermi sulla cavalchina. Pensavo volessero solo visitarmi, ma quando mi appoggiano il sensore sulla pancia mi ritrovo in un vortice: ho due praticanti che mi saltano sulla pancia, il ginecologo che con le dita mi allarga la vagina facendomi un male cane e l'ostetrica che mi urla di smettere di gridare in quel modo.

Mio marito è al mio fianco, ma dietro le sue spalle vedo altre cinque persone che mi guardano serie, come se si stessero gustando uno spettacolo. Non so se mi sento più male per la vergogna di stare nuda e urlante davanti a tutta quella gente o per il dolore allucinante che sento dappertutto. Nessuno mi dice una parola, nessuno che mi tranquillizzi. Mi sembra di subire un assalto.

Con le mani mi aggrappo a ogni appiglio, compresa la tirocinante che mi scrolla per farmi mollare la presa. Sento il ginecologo che mi introduce quacosa dentro, mi fa male, è la ventosa. Tira tira, il tirocinante mi da un colpo allo sterno e si appoggia con tutto il peso sulla mia pancia, sento uno strappo doloroso, pensavo che il bambino fosse uscito. Invece era solo la ventosa che non aveva fatto presa.

Vedo che tutti vanno fuori di testa. Il ginecologo prende qualcosa in mano, cerca di nasconderla, ma mi accorgo che sono le forbici. Ho urlato il NO più grande della mia vita, forte e disperato. Lui si ferma un attimo, mi guarda con espressione gelida e senza dire niente taglia.

E fa un male orrendo, sentirsi tagliare il muscolo fa un rumore che gela il sangue... Sono disperata e incazzata. Mi mette di nuovo la ventosa, mi spingono di nuovo sulla pancia, mi urlano di spingere e finalmente mio figlio esce.

Allungo le braccia per prenderlo, per stringermelo al petto per avere fra le braccia il frutto di tanta sofferenza patita per amore. Ma lo intravedo per un secondo: un bambolotto piccolo, fermo, esanime, con le braccia che ciondolano. E' solo un attimo, perchè il ginecologo lo butta in una culletta, come se fosse morto.

Tutti corrono via, restiamo solo io, mio marito e l'ostetrica. "Perchè me lo portano via??!!!" "Ma non è niente, devono solo fargli delle analisi" No, ... di me possono fare quello che vogliono, ma non al mio piccolo.

Ordino a mio marito "Corrigli dietro, vai a vedere cosa gli fanno!" lui li segue e trova la nostra creatura in una stanzetta li vicino, con la maschera ad ossigeno e due medici che lo massaggiano sul petto e sulla pancia.

Non si accorgono che c'è mio marito li dietro e uno dice all'altro "Che casino che hanno fatto... E questo qui (indicando il piccolo) stenta a riprendersi..." Mio marito si sente tirare per la manica, è il ginecologo che lo tira fuori dalla stanzetta.

Inizia a chiacchierare, affabile e simpatico, come se fossero stati due amiconi. "Eh, sa, son cose che succedono, una donna su tre partorisce così!" Intanto arriva la tirocinante che inizia a ricucire. Penso che sia rimasta mezz'ora fra le mie gambe a dargli di punto croce. Quando inizia a ricucire il taglio sulla natica le dico che fa troppo male, ma lei mi dice di no, che tanto sta cucendo la cute, finisce subito.

Si, dieci minuti a punzecchiarmi le chi@ppe, come se non bastasse tutto quello che ho patito.Ma dov'è il piccolo? Cavoli, non so neanche se è maschio o femmina! Io vorrei tanto una bambina! Ma l'ostetrica mi dice che devo aspettare ancora un po'.

Intanto una infermiera mi toglie il sangue che mi colava dalle gambe, commentando seccata che con le mie urla ho svegliato tutti fino in quarto piano... Grazie signora, avevo bisogno di una parola di sostegno!Per fortuna dopo un po' lo sento che piange.

Ah, è vivo! Mi rilasso. Entra mio marito, serio e con gli occhi arrossati, con un fagottino urlante avvolto in una coperta "Hanno detto che puoi tenerlo due minuti, poi lo devono portare subito in terapia intensiva... Ma non preoccuparti, hanno detto che probabilmente non ha danni..."

Probabilmente non ha danni? Ma se sulla testa ha un bozzo enorme e un taglio sanguinante a mezza luna che sembra una lobotomia??!!!!! E questi non sono danni??!!!!Me lo portano via quasi subito e dopo pochi minuti l'ostetrica mi dice che bisogna andare via.

Le chiedo solo mezz'ora per riprendermi, le gambe non mi reggono... "Ma come? Non vuoi vedere tuo figlio?" Mi mette le mutande a rete, mi copre con una vestaglietta e mi fa uscire dalla sala parto. Mi gira tutto, le chiedo se posso usare la sedia a rotelle... "Ma dai, come non ce la fai a camminare? Muoviti, su, che devi andare da tuo figlio!"

Brutta strega, pure la sedia a rotelle mi neghi?! Dopo tutto quello che mi hai fatto? Eh, no! Mi sono accasciata sulla sedia e mi son fatta scarrozzare per tutto l'ospedale... Almeno questo...

Ah, grazie al cielo il piccolo non ha avuto danni, anche se ha rischiato grosso. E per fortuna è maschio. Non dovrà subire tutto questo.

Fonte epidurale.blogspot.com

Il parto di Eloise, un incubo

di

Questa è la storia di Eloise, l'ha pubblicata su alfemminile e poi epidurale.blogspot.com

Ho letto questo forum per mesi durante la gravidanza..una gravidanza felice. sono una mamma di marzo.
Ho cercato di preparami al parto nel miglior modo possibile. Leggendo libri, riviste e partecipando ai corsi pre parto organizzati dall'ospedale dove avevo scelto di partorire, il buzzi di milano.

Alla 41 settimana ancora non si muove nulla, faccio tutte le visite a termine previste dall'ospedale, mi visitano e fanno diverse eco, mi dicono il bimbo è grande, forse arriverà a 4 kg. non riscontrano nessun problema.
Mercoledì sera mi si rompono le acque a casa. tutto tranquillo, non sono tinte. con calma io e mio marito ci rechiamo al buzzi,felici che presto avremmo conosciuto il nostro piccolo.non sono per nulla agitata. non ho ancora nessuna contrazione, ma già mi avevano ventilato ipotesi induzione all'ultima visita.

PRIMA BRUTTA SORPRESA: l'accettazione è piena. non possono tenermi. io gli dico di aver fato tutto da loro, visite, esami corsi. ma nulla mi mandano via.
siamo sconvolti. non eravamo preparati. mi sento una cretina, non so nulla degli altri ospedali, se non di nome.

Fanno il favore di chiamare l'accettazione degli altri ospedali di milano per trovare un posto.mangiagalli piena, macedonio melloni piena, san carlo piena, mi dice un'altra ragazza che anche il san raffaele è pieno. così rimane l'ospedale sacco. diciamo va bene.ci portano con un'autoambulanza. nel frattempo dalle 10 di sera sono le 3 di notte. continuo a perdere le acque.niente contrazioni.

Arrivata scopro che non aveno posti (vai a capire perche hanno accettato due persone)infatti mi parcheggiano nello stanzino dei monitoraggi del pronto soccorso. passo lì tutta la notte e il giorno seguente. senza bagno, senza poter spegnere la luce.con le urla delle partorienti nelle sale parto attigue alla stanzetta.

Di tutte le ostetriche ed infermiere solo una si rivolge a me gentilmente, chiedondomi se ho bsogno di qlc e scusandosi anche della situazione precaria. in efetti riscontro maleducazione e superficialità per tutto il tempo. in realtà capto due ostetriche parlottare irritate per aver duvuto accettare altre due gestanti, di cui una pure senza contrazioni (quindi una roba lunga!)
effettivamente inizio ad agitarmi. la mattina, sempre nella schifosa saletta, arriva in ginecologo che mi inserisce in vagina una fettuccina per indurre il travaglio dicendo che entro 12 ore partorir. comunque molto parco di informazioni.

Morale della favola dopo 12 ore non partono le contrazioni, mi inseriscono altra fettuccina. niente da fare. nel frattempo sempre monitorizzata e con flebo per antibuotici. alla sera del giovedì mi trovano un letto in reparto (FINALMENTE!!)condiviso con altre 2 donne. (piccola nota... al sacco il reparto maternità è misto partorienti e altre problematiche ginecologiche, la mia vicina di letto aveva subito un aborto terapeutico, e l'altra aveva problemi alle ovaie, immaginate che ioia per loro ciucciarsi in camera il piccolo urlate, fanno il rooming in, tutta la notte)
insomma le fettuccine non fanno nulla. NEMMENO UNA CONTRAZIONE ZERO DILATAZIONE.

Posso alzarmi pochisimo perchè sempre monitorata. inizio già ad aessere stravolta dopo la notte insonne. e le ore di allettamento e di ansia.
passo la notte di venerdì senza dormire per i lamenti della mia vicina che poverina contnua a chiamare. la mattina alle 6.00 m poprtano i nsala parto per l'induzione con ossitocina.

IL GINE DICE :UN PAIO D'ORE E PARTORISCI! (P DEL VENERDìER FORTUNA MI RISPARIMIANO LA TERZA FETTUCINA IN VAGINA, INZIO AD ESSERE STANCA E NERVOSA).

Iniziano a perforarmi alle 6.00. le contrazioni partono fortissime dopo circa mezz'ora. vi dico solo questo:SONO SDRAIATA, NON POSSO GIRARMI NE ALZARMI PER IL MONITORAGGIO CONTINUO.

Supplico di potermi alzare e camminare per alleviare i dolori. mi dicono di no, hai rotto le acue mercoledì sera è passato un sacco di tempo bisogna monitorare sempre il bimbo (INDURMI PRIMA DUNQUE!!!)

DOPO DUE ORE SUPPLICO L'EPIDURALE, mi tengono in sospeso dicendo che siccome avevo fatto tutti gli esami al buzzi forse non possono farmela. MI SENTO MORIRE. ho contrazioni ogni due minuti.VI DICO SOLO QUESTO,arrivo a dilatazione completa alle 3.30.ALTRO CHE DUE ORE!!!per fortuna alle 11.00 una splendida anestesista mi fa questa benedetta epidurale (EVVIVA L'EPIDURALE!)toglie parzialmente il dolore.
SONO STRAVOLTA.mi ventilano l'ipotesi del cesareo verso le 12, perchè ero a tre cm (mi dilater fino a 10 nelle tre ore successive).

Vi assicuro che provo solo sollievo all'idea. ho la schiena a pezzi per la posizione supina da ore.iniziano a preparami per l'operazione.
MA SFIGA ASSURDA CAMBIA TURNO PER L OSTETRICHE E ARRIVA UNA PAZZA IPER CONVINTA DEL PARTO NATURALE CHE DICE: MA NOOO PROVIAMO A FARLA SPINGERE!!!!!!IL BIMBO ANCHE A ILATAZIONE COMPLETA non si muovev di un millimetro, testina alta nelle pelvi. sono le tre del pomeriggio inzia un ora terrbile in cui questa mi ersorta a spingere, il gine si convicne anche lui.....(tutti fan del parto naturale) io ormai stanchissima, faccio fatica. si arrabbiano.

Imprivvisamente IL BATTITO DEL BIMBO SCENDE VERTIGINOSAMENTE. arrivano 5 6 persone tutte isnieme. urlano cesareo al voloooooo....io e mio marito siamo terrorizzati!!!!!!!!
temo per il piccolo.
L'ostetrica ... HA IL CORAGGIO, DI SUSSUSRARMI ANCHE IN QUESTO MOMENTO: PROVA ASPINGERE è MEGLIO PARTORIRE COSì!!!!

Forse il mio istinto mi dice di stare femro, fatto sta che faccio solo finta.
cinque minuti dopo mi portano in cirurgia e mi operano in freta e furia (il battito continuava a scendere). FANNO TALMENTE IN FRETTA CHE VI GIURO INZIANO A TAGLIARMI ANCORA PRIMA CHE L'ANESTESIA FACCIA EFFETTO. SENTO UN DOLORE ACUTO DOVE TAGLIANO , URLO. DOPO POCHISSIMO PER FORTUNA MI ADDORMENTANO DEL TUTTO.

Il mio PICCOLO IVAN NASCE ALLE 16.00 CON DUE GIRI DI CORDONE AL COLLO MOTIVO PER CUI NON SAREBBE MAI SCESO DAL CANAEL VAGINALE. PER FORTUNA è SANO. NON RIPORTA DANNI.

MA NON VI DICO LA RABBIA, IL DOLORE E LAFRUSTAZIONE PER TUTTO QUANTO..

SCUSAT LO SFOGO MA SONO ANCORA COSì SCONVOLTO DOPO UN MESE. MI SOGNO DI NOTTE IL DOLERE DEL BISTURI NELLA PANCIA. E IL PARTO DI MIO FIGLIO SI è TRASFORMATA IN UN ESPERIENZA ORRBIL DA RIMUOVERE DALLA MIA MENTE

Fonte:epidurale.blogspot.com

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