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venerdì 9 agosto 2013

Sul Decreto Legge strumentale alla repressione di Stato e al mantenimento del Governo - contro le donne

Metto qui, di seguito, alcuni post che condivido sul Decreto Legge (il cui testo per intero ancora non è in rete) approvato dal Consiglio dei Ministri, che in teoria dovrebbe contrastare la violenza sulle donne (soprattutto se sei moglie e madre), senza porre in atto NESSUNA prevenzione, trattando esclusivamente di inasprimento delle pene (ma le carceri non erano affollate?), aggravanti e ritorno alla minorità delle donne - per le quali si querela d'ufficio e non c'è possibilità di ritirare la denuncia - quindi si denuncerà molto meno. Magicamente tratta anche di cantieri violati - perché serve un decreto contro la violenza sulle donne per fermare la lotta notav - per cui Marta la si può manganellare e palpeggiare tranquillamente e con lei tutte quelle che lottano per i diritti propri e di tutt@.



20130808_214

Da Abbatto i Muri:
Il Decreto Legge approvato dal Consiglio dei Ministri con norme a contrasto della violenza sulle donne, così come lo vediamo pubblicizzato nei media [1] [2] [3] [4], ha un approccio paternalista e autoritario alla questione, non tiene conto delle proposte delle persone, delle stesse donne che da tanto si occupano del fenomeno e, sul piano della propaganda, impone un piano repressivo inefficace, brandisce aggravanti senza senso e spaccia per nuove alcune soluzioni che esistono già.
Non viene finanziato alcun Osservatorio, utile ad analizzare e definire il fenomeno prima di assumere qualunque decisione, è basato sull’impostazione già espressa dai Ministri Alfano e Cancellieri con l’aiuto della consulente Isabella Rauti per la Violenza di Genere, con l’accordo della vice ministro del Lavoro Dottoressa Guerra che ha già chiarito come le donne vanno tutelate in quanto “risorsa”.
Non stupisce perciò la proposta di aggravanti che colpirebbero uomini che fanno violenza su mogli, madri e ancor meno stupisce l’aggravante per chi userebbe violenza su una donna incinta. Quel che si vuole tutelare, evidentemente, non è la persona ma un ruolo di genere preciso. La lotta contro il femminicidio è dunque rivolta contro chi colpisce donne, madri e mogli, inficiandone la possibilità di essere “risorsa” per la propria peculiarità riproduttiva e il proprio ruolo di cura.
Il Decreto, da quel che si legge, nonostante la difficoltà a reperirne il testo integrale, non si esprime in relazione alla violenza di genere nel suo complesso, includendo gay, lesbiche, trans, migranti rinchiuse nei Cie e separa le vittime in sante e puttane, donne sterili e gravide, soggetti comunque deboli, infantili, incapaci di intendere e volere che incorrerebbero in richiami e sanzioni autoritarie nel caso in cui volessero ritirare una querela.
L’idea della “certezza della pena”, mutuata dalle politiche di destra, con proposta di delazione/segnalazione anonima per denunciare il violento, non ha niente a che fare con un piano preventivo che non interessa il governo. Non interessa investire nella cultura, nell’utilizzo delle reti territoriali esistenti, non interessa in assoluto mettere in discussione gli stessi inneschi culturali che producono discriminazione e violenza nei confronti delle donne. Anzi tali inneschi vengono decisamente riprodotti.
In più il Decreto passa da un argomento all’altro e, coerentemente con l’idea che è sulle forze dell’ordine che decidono di investire invece che su altro, da quel che leggiamo si occupa anche di rafforzare le misure repressive contro chi si oppone in Val Susa alla realizzazione della Tav. Si parla di messa in sicurezza dei cantieri che si traduce in una maggiore militarizzazione ed espropriazione di quel territorio. In più sono previste punizioni più severe per chi osa varcare i confini dell’area in cui è realizzato il cantiere.
Il governo ottiene così consenso su una misura repressiva con l’alibi di norme in difesa delle donne. La lotta contro la violenza sulle donne può essere realizzata legittimando autoritarismo e repressione? E’ possibile allearsi con chi autorizza le forze dell’ordine a manganellare ed arrestare gli/le attivist* #NoTav in nome della lotta contro la violenza sulle donne?
Questo governo si occupa così tanto delle donne che le usa per legittimare soluzioni repressive contro quelle che non restano a casa a fare da madri e mogli. Dunque se resti a casa a svolgere il tuo ruolo di cura forse qualcuno ti dedicherà due righe fingendo di tutelarti. Se invece vai in piazza a rivendicare diritti e a difendere la Val Susa sei cattiva e meriti di essere manganellata.
Sarebbe opportuno, adesso, che tutte le donne che hanno chiaro quello che sta succedendo in Italia sulla pelle delle donne, giacché viene strumentalizzato un tema importante per tante tra noi, si esprimessero e prendessero le distanze dalle posizioni del governo.
E’ questo il momento in cui tante e tanti dovremmo fare sentire la nostra voce perché innanzitutto chi decide di varare un decreto legge su un tema che ci riguarda dovrebbe consultarci e non pianificare strategie che servono solo a fare apparire forte, legittimo, un governo che non è riuscito a fare nulla di concreto per i cittadini e le cittadine che dice di rappresentare. Un governo che giudica prioritaria la costruzione di un’opera inutile e dispendiosa (la Tav Torino-Lione) alla realizzazione di piani concreti che parlino di diritto al reddito, alla casa, alla gratuità di servizi, che aiutino uomini, donne, tantissime persone sempre più piene di problemi economici.
Sono una donna vittima di violenza e non mi interessa l’approvazione di un decreto legge che sancisce un principio: se voglio strumenti di difesa devo innanzitutto legittimare i tutori che useranno i manganelli contro compagni, compagne e amiche che lottano in Val Susa.
Ci sono altre persone, donne, uomini, persone, che hanno voglia di dire con me che tutto ciò non può avvenire in nostro nome?
Not in my name!
Grazie!
  
legittimarepressione
Da dumbles
Oggi hanno partorito il mostroide. Con gran clamore di Evviva! Bene! Bravi! Il governo Letta ha mostrato il costrutto giuridico cioè il DL di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.
Tutto il peggio di quello che temevamo, cui avevamo accennato qui: procedimento senza querela di parte, irrevocabilità della querela, delazione, inasprimento delle pene… insomma un dispositivo incardinato  sostanzialmente su due principi: irrilevanza della volontà delle donne (la mancanza di querela di parte corrisponde a questo) e logica “carcerocentrica” come la chiama l’Unione delle camere penali cui pure questo DL non piace perchè demagogico ed inquietante.
…Se è inquietante per loro, figuriamoci per noi…
Ecco, non a caso, nel gioiello di sensibilità verso le donne è ben incastonato un articolo che prevede l’inasprimento delle pene per l’accesso abusivo nei cantieri; quali cantieri? Ma quelli NoTav ovviamente!
Eh già… se “l’assassino ha le chiavi di casa”, può essere che ha anche quelle del cantiere…
D’altra parte è anche vero, visto le violenze e le violazioni sessuali cui è stata sottoposta Marta, militante NoTav.
E qui il picchiatore e molestatore è mandato da chi ti fa il DL a contrasto della violenza di genere.
Il governo delle larghe intese ha trovato il modo di far intendere che difende le donne mentre le considera zero e se ti rompono le scatole (i cantieri) anche le meni. Bene! Bravi! e fess* chi ci crede.
Da Lipperatura:
No, non mi piace. Parlo del decreto legge sul femminicidio così come è stato raccontato. Premetto che non ho avuto modo di studiarlo nei dettagli, e che la sensazione che ho è che la ex ministra Idem avesse un’idea molto diversa (altrimenti, perché convocare le associazioni che si battono contro la violenza, giusto qualche settimana prima di essere messa alla gogna e costretta a farsi da parte?).
Non mi piace perché è un decreto repressivo. E molte di noi hanno detto e ripetuto che nessuna repressione e nessun giro di vite porterà a risultati se non si insiste sulla prevenzione. Scuola. Formazione degli educatori. Libri di testo delle elementari. Educazione al genere, all’affettività, alla sessualità. Da subito. Di questo non si parla.
Non mi piace perché non si parla di centri antiviolenza, e tantomeno della loro moltiplicazione e finanziamento, da quanto è dato almeno capire. Non si  parla di centri di ascolto per uomini abusanti. Non si cerca di capire, formare e prevenire, ma si  pigia sul pedale della guerra fra i sessi, fornendo a chi ancora sputa la parola femminicidio come una caramella mal masticata ottimi argomenti per parlare di espediente securitario.
Non mi piace perché glissa sugli strumenti fondamentali: un osservatorio che monitori i femminicidi, dicendoci quanti sono e come avvengono. Fin qui, le indagini statistiche, come detto centinaia di volte, sono incomplete e generiche.
Non mi piace perché, come ha dichiarato Michela Murgia, la non revocabilità della querela “è una grande responsabilità che lo Stato si assume perché chi impedisce alla vittima di revocare la denuncia deve poter garantire che l’inasprimento degli abusi non ci sarà. O che se ci sarà, la donna verrà protetta. Lo dico perché nella stragrande maggioranza dei casi dal momento della querela le cose per chi ha subito violenze cominciano a peggiorare”. Non solo, aggiunge Michela, “io ho sempre creduto che una donna debba avere la libertà di decidere se vuole o meno denunciare. Per questo non sono molto d’accordo con la procedibilità d’ufficio che prevede anche che possa essere il pronto soccorso a inviare una segnalazione a polizia e carabinieri. Questo vale ancora di più oggi: se una donna, a un certo punto, non se la sente di continuare l’iter processuale, deve poter fare un passo indietro. Non è giusto trasferire questo diritto alle forze dell’ordine. È un’ulteriore sottrazione che si fa a chi di violenze già ne ha subite parecchie”.
Non mi piace perché, come ha scritto Concita De Gregorio, “dire che la pena sarà di un terzo più severa nel caso in cui le vittime siano incinte o mogli o compagne o fidanzate del carnefice è comprensibile, dal punto di vista del legislatore, perché sì che battere una donna che aspetta un bambino o che ha un vincolo di fiducia con chi la aggredisce è più grave. Ma stabilisce anche una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non fanno figli e non hanno legami con un uomo. In che senso uccidere una donna non sposata e non madre è meno grave? Vale forse di meno per la società?”.
Non mi piace, perché come ha scritto Enza Panebianco, inserisce misure repressive nei confronti della lotta NoTav, di punto in bianco: ” il Decreto passa da un argomento all’altro e, coerentemente con l’idea che è sulle forze dell’ordine che decidono di investire invece che su altro, da quel che leggiamo si occupa anche di rafforzare le misure repressive contro chi si oppone in Val Susa alla realizzazione della Tav. Si parla di messa in sicurezza dei cantieri che si traduce in una maggiore militarizzazione ed espropriazione di quel territorio. In più sono previste punizioni più severe per chi osa varcare i confini dell’area in cui è realizzato il cantiere. Il governo ottiene così consenso su una misura repressiva con l’alibi di norme in difesa delle donne. La lotta contro la violenza sulle donne può essere realizzata legittimando autoritarismo e repressione? E’ possibile allearsi con chi autorizza le forze dell’ordine a manganellare ed arrestare gli/le attivist* #NoTav in nome della lotta contro la violenza sulle donne?”
Non mi piace perché, a quanto si legge, ha utilizzato la lotta di chi si oppone ai femminicidi e alla violenza sulle donne in chiave rassicurante, consolatoria, paternalista. Perché ha usato quella lotta come un fiore all’occhiello per legittimare l’operato di un governo che definire criticabile è poco.
E’ un passo, mi dicono amiche e compagne di strada. Per me, è un passo falso, compiuto di fretta e compiuto male. In una parola, servirà a poco. La battaglia è culturale, inclusa quella al cyberstalking.
Mi auguro che esista la possibilità di discuterne ancora, nonostante tutto.

martedì 6 marzo 2012

I media, la strumentalizzazione delle questioni "femminili", NoTav, Stato ..e non solo

Da http://medea.noblogs.org

Ogni volta che in questo paese il livello della conflittualità sociale cresce, fino a limiti che le istituzioni ritengono ingovernabili, non più incanalabili secondo un’ortopedia social-democratica del dissenso, la “questione femminile” viene strumentalmente agitata come una bandiera. Si tirano fuori da un cassetto chiuso a chiave “le donne”, si dà una sommaria spolverata alla categoria e improvvisamente  ci si ricorda di loro,  tentando di piegarle a svariati usi.
Come testa di turco per far cadere i governi ad esempio: la recente esperienza di Se Non Ora Quando è un caso eclatante e deprimente della strumentalizzazione di questioni che il femminismo radicale ha sempre preso sul serio ( la mercificazione dei corpi e della loro immagine, per esempio), volgarizzate e distorte, infine trasformate in un bolo inoffensivo e più digeribile per un’opinione pubblica ormai consumata dal  suo quotidiano consumare i media.  Istanze ormai rese irriconoscibili e prive di alcun riferimento pratico e teorico al femminismo radicale. Non a caso spuntava, nei cortei orchestrati da donne  embedded della buona borghesia illuminata (giornaliste, intellettuali, scrittrici, registe, attrici e cantanti), l’odiosa distinzione, da sempre bersaglio delle femministe, tra donne per bene e donne per male, puttane – le presunte odalische del Gran Sultano di Arcore – e sante del XXI secolo (le lavoriste indefesse che si sono “fatte da sole”). Può esserci un tradimento più grande e imperdonabile delle istanze femministe? No.
O meglio, ce n’è uno che del primo è l’altra faccia, il risvolto, l’ombra complementare. Entrambi si fondano sul medesimo presupposto: strumentalizzare, incanalare il dissenso e la conflittualità secondo forme neutrali e di fatto inoffensive. Anche a costo di compiere, sempre e di nuovo, un altro tradimento, storico, culturale, sociale. E qui arriviamo all’articolo di Sapegno sulle “donne della ValSusa” tradite…già, ma tradite da chi?
L’articolo citato è una specie di volgare prosopografia: una serie di “medaglioni”, di figure di donne tipizzate in un senso molto specifico.
Tali medaglioni hanno la funzione, di fatto, di ridurre la complessità delle differenze individuali e collettive del “femminile” e di astrarne, universalizzandole, alcune, che perdono poi ogni carattere di “differenza”. E diventano “pseudo-differenze”. Andiamo per gradi.
Da un lato ci sono le donne vecchie. Per il giornalista, (d’altronde non solo in quanto tale è un agente della mediatizzazione totale dei corpi, ma in più scrive su una testata per donne, dove articoli che ambiscono ad essere serie analisi socio-culturali si mescolano alle foto di moda e alle pubblicità degli anti-rughe) – è evidente dalla descrizione -  le vecchie hanno perso, come prescrive il buon senso comune, ogni attrattiva  sessuale. La menopausa le rende pacifiste de jure….Capelli grigi, stampella, gote rubiconde, sguardi bonari sotto rassicuranti e nonnesche palpebre cadenti. Maglioncini sformati e comodi. Alle vecchie, private di un corpo libidinale che d’altronde poco si presta alla spettacolarizzazione, resta pur sempre un corpo sociale cui si associano funzioni precise: possono arringare la folla come madri appena un poco incazzate (attenzione, non troppo perché l’età le ha rese sagge), preparare qualche the caldo, trasmettere i saperi femminei dell’arte culinaria. Vengono dunque ben assicurate al livello che chiamerei  del grand-maternage: rassicurazione e supervisione del lavoro “costruttivo” di cura svolto dalle giovani. Il livello di chi ha perso la capacità biologica di procreare. Poi ci sono le filles. Poiché dotate di quella capacità, a loro è assegnato invece il livello del maternage vero e proprio: loro si occupano di bambini, mentre i maschi discutono le strategie della lotta. Improvvisano asili volanti nelle piazze durante le manifestazioni, procurano giochi. Di mestiere, meglio ancora se fanno qualcosa di attinente, come la psicologa infantile.
Insomma, si occupano di quel lavoro di cura dal quale spesso nemmeno la partecipazione ad una lotta popolare  e quotidiana come quella contro il TAV riesce ad esentarle. A seguire la genealogia di Sapegno, dal (grand) maternage non ci si emancipa mai, anzi costituisce il proprio, l’essenza ineludibile della femminilità sana. Non ci sono donne non pacifiche. Le violente rappresentano un’anomalia del genere, un errore della specie. Qualcosa di cui il giornalista, più che renderlo oggetto di condanna morale, si stupisce. Perché per essenza la donna è legata alla Vita, e dunque non le sarebbero propri istinti distruttivi. Non sono, non devono essere necessarie troppe parole per smontare queste tesi obsolete e mistificanti.  Le donne hanno un forte rapporto con la violenza e  il conflitto. Da tempi immemori, se al confine storico e geografico tra Oriente e Occidente si situa il mito delle Amazzoni, la popolazione scita di sole donne che, per cavalcare e reggere l’arco in spalla più agevolmente, si mozzavano un seno ( da qui l’etimologia del nome in Erodoto, a- mastòs: senza seno). Erano bellicose, a volte violente, talora sanguinarie.
Anche la storia del femminismo in Occidente, per venire a tempi più recenti, sebbene lavata dal sangue da una storiografia maschile, è costellata di una violenza per nulla occasionale. Nei primi decenni del XX secolo le suffragette bruciavano case, spaccavano vetrine di negozi , assalivano fisicamente i membri del Parlamento, piazzavano ordigni esplosivi, facevano saltare per aria le cassette postali e tagliavano i fili del telegrafo. Spesso tali azioni “non democratiche” erano represse violentemente dallo Stato: erano incarcerate, sottoposte ad alimentazione forzata, picchiate. Il Parlamento degli Stati Uniti aveva persino emanato una legge speciale, detta Cat-and-Mouse, perché le si potesse imprigionare sempre e comunque. I prodromi del femminismo sono perciò profondamente contrassegnati dalla violenza: la violenza rivoluzionaria delle suffragette da un lato, quella di Stato dall’altro. Il fatto che la parola stessa “suffragetta” sia diventata, per l’uso comune, sinonimo di crocerossina appena un poco adirata, associata all’immagine di gentili fanciulle con abiti ingombranti che discutono di voto tra un the e un pasticcino, per hobby, annoiate da un pallido menage borghese,  con un tradimento totale dei fatti storici, è indicativo di quanto la mentalità di cui anche Sapegno è erede sia ancora profondamente radicata. Semplicemente si nega la realtà, si cancella la violenza e così facendo si neutralizza la femminilità, così come si è neutralizzato e, nello stesso movimento, mascolinizzato, il linguaggio. Ovviamente la violenza e la conflittualità, endogena e esogena, esogenerica e intragenerica, ha radici, ragioni, forme e manifestazioni differenti. L’iscrizione nel genere e nella classe, l’appartenenza ad un’epoca storica, ad una congiuntura sociale e geografica ne moltiplicano le differenziazioni, e l’argomento meriterebbe studi ed analisi approfonditi, ancora carenti proprio anche perché si è sempre privilegiata un’immagine femminile neutrale che ha profondamente lavorato, a livello culturale, per l’assoggettamento della donna nelle società patriarcali e per la produzione di corpi femminili in quanto corpi docili. I discorsi occidentali sulla femminilità non sono serviti che a privatizzare la donna, assegnandola alla famiglia come sfera separata dal sociale, campo di battaglie e rivoluzioni, teatro violento  riservato al maschio. Persino a livello simbolico la psicanalisi ha descritto la donna, per decenni, in termini di mancanza. Mancanza di fallo, invidia del pene, fantasiose storie sulla castrazione. Ma la castrazione – come hanno mostrato chiaramente Deleuze e Guattari, non è che questo taglio con cui il privato è stato tagliato via e fuori dal sociale, la riduzione psicologistica del politico, la trasformazione del desiderio da realtà capace di generare mondi in fantasma improduttivo.
Sappiamo dunque bene di cosa è erede la posizione di Sapegno. Ha una storia lunga come l’assoggettamento delle donne. Ma, poiché alla fin fine si tratta di donne, non è nemmeno il caso di farla troppo lunga: vengono tirate in ballo non per discutere il merito della questione (le ragioni della lotta NO TAV) quanto piuttosto per dissertare di effetti collaterali, di argomenti paralleli e residuali sulle modalità della lotta. Pacifiche o violente. E solo in modo strumentale, utilizzate per contribuire alla criminalizzazione del dissenso ormai da tempo in atto. Come cartine al tornasole per testare il grado di democraticità del movimento. Per confermare un altro tradimento storico: una volta usciti da regimi autoritari, monarchici o dittatoriali, entrate nel meraviglioso empireo democratico, nessun dissenso di fatto sarebbe più possibile, a meno, appunto, di esprimersi in modi “democratici”. E’ invece profondamente connaturata alle democrazie, la possibilità del tumulto. Storicamente, anzi, si dimentica, lo ricordava Illuminati pochi giorni fa, la produttività sul piano legislativo dei tumulti nella Roma repubblicana. Ma anche sorvolando su queste raffinatezze storiografiche, la liturgia democratica elude una questione fondamentale (sarà per questo che la immaginano femmina, la democrazia?): che ogni Stato nasce requisendo le giustizie particolari e le violenze individuali per dar vita ad un monopolio della violenza sul quale si fonda la sua stessa possibilità di esistere. La natura dello Stato è violenta perché lo è la sua origine. Ogni volta che sorge esso deve proteggere il proprio monopolio: quindi le conflittualità e il dissenso dal basso che non si esprimono attraverso rappresentanti istituzionali, o non solo, come nel caso del movimento NO TAV, vengono bollati come anti-democratici. Extra-statuali, che poi significa eversivi, altro termine che sui giornali ricorre spesso negli ultimi tempi come rischio concreto e attualissimo. Questi discorsi lavorano sempre su almeno due livelli: da un  lato, profondamente, tendono a cancellare, culturalmente, la memoria e la percezione che lo Stato è violento dalle sue origini;  infatti può, in quanto monopolista della forza, porre l’assolutezza delle leggi e poi sospenderle, nello stato di emergenza o di eccezione, con atti letteralmente illegali cioè contro le sue stesse leggi, cui conferisce però “forza di legge”, come negli Act del Parlamento USA post-11 Settembre, o come nella recente arbitraria trasformazione dell’area dello pseudo cantiere in sito di “interesse strategico”.
Dall’altro, ad un livello più quotidiano, servono a far dimenticare il quid delle lotte, ad allontanare i sospetti che certe decisioni invece che per l’interesse delle popolazioni siano prese in nome di interessi lobbistici e privati.
Ma proprio noi, in quanto donne,  conosciamo bene i meccanismi di rimozione culturale, sociale e politica, le castrazioni storiche con cui il Potere si perpetua, a prescindere dal tipo di governamentalità con cui, in ogni epoca, si caratterizza. Separazione dei ruoli, divisione del lavoro, incatenamento a questa o quell’essenza. Stranier*/autocton* (valsusin*). Santa/puttana. Cuoca/ guerrigliera.
E se fossimo tutto?

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