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mercoledì 29 aprile 2015

Alcuni miti attorno all'industria del sesso

Quella che segue è la traduzione apparsa su Intersezioni di un articolo tratto da http://everydayfeminism.com/2014/11/myths-people-sex-industry/ a cura di feminoska e Lorenzo Gasparrini, revisionato da Eleonora.
L'articolo tratta dei miti che ruotano attorno alla prostutizione e, non solo inquinano la discussione su questo fenomeno, ma spesso mettono in pericolo le persone che attraversano quest'esperienza, per volontà o costrizione. 


Vivono barcamenandosi tra visibilità e invisibilità, criminalizzazione e cittadinanza, sicurezza e pericolo, sfruttamento e autodeterminazione.
Le persone coinvolte nell’industria del sesso oscillano costantemente tra questi estremi. Tra stigma e invisibilità, subiscono violenze e discriminazioni fortissime, e ciononostante finiscono troppo spesso per essere tagliate fuori dal discorso della violenza sulle donne. A causa della rappresentazione miope e poco accurata che ne danno i media e dello stigma culturale che circonda il commercio del sesso, troppi sono i preconcetti che circondano le persone coinvolte nell’industria del sesso. Storicamente, il femminismo ha semplificato (e continua a semplificare) la questione, non si fa fatica a imbattersi in una delle cosiddette “guerre del sesso” delle femministe. Troppo spesso non riusciamo a vedere la complessità e la varietà dei soggetti coinvolti nel commercio del sesso, le motivazioni che stanno alla base della loro scelta, e il grado di autodeterminazione o, al contrario, coercizione vissute. Forse anche tu, o qualcun@ che conosci, sei stat@ coinvolt@ nell’industria del sesso. O magari, quello che sai in proposito rispecchia le rappresentazioni ipersemplicistiche del traffico sessuale e delle sex worker sui media, e non sei sicur@ di capire che differenza c’è tra le due cose. Malgrado ciò, puoi essere un alleat@ delle persone coinvolte nell’industria del sesso. Ma dato il numero di luoghi comuni esistenti relativi all’industria del sesso, è utile sfatare alcuni dei miti che impediscono di vedere il fenomeno per quello che è in realtà.
Mito#1: Le parole che usiamo per descriverle non contano granché.
La nostra cultura descrive le persone coinvolte nell’industria del sesso come prive di valore, sporche, tossiche, vittime, sopravvissute, portatrici di malattie, poco raccomandabili, criminali, come “troie” e “puttane”. Anche coloro che non vogliono utilizzare etichette deumanizzanti spesso non sanno come riferirsi alle persone che lavorano nell’industria del sesso. Molto spesso ti sarà capitato di sentire la parola ‘prostituta’. E anche se alcune di queste persone potrebbero identificarsi proprio così, questa parola ha forti connotazioni negative, e molte preferirebbero non sentirsi chiamare così. Dal momento che esistono differenze enormi tra le persone che entrano volontariamente nel commercio del sesso, quelle costrette a farlo e tutte le variegate situazioni che stanno in mezzo a questi due estremi, è importante utilizzare il linguaggio in modo da riflettere questo aspetto. Per questa ragione, coloro che entrano volontariamente nel commercio sessuale generalmente preferiscono il termine ‘sex work’ e spesso si identificano come sex worker. Questo termine è stato coniato dalle sex worker per potersi rinominare e per riformulare il concetto per sé stesse – e definirlo in quanto attività professionale e scambio economico. Il termine ‘tratta’, invece, fa riferimento a persone costrette con la forza, l’inganno e/o la coercizione a vendere prestazioni sessuali. Se sono minori, sono vittime sopravvissute allo sfruttamento commerciale sessuale di minori, e/o alla tratta. Per via della loro età, non è necessario l’uso di forza, inganno e/o coercizione perché venga considerata tratta, secondo le leggi federali statunitensi e alcune leggi nazionali.
Queste categorie non sono in realtà così semplici come sembrano, né sono fisse. Spesso le esperienze delle persone si situano in qualche punto lungo questo spettro, e le ragioni per cui le persone si trovano nell’industria del sesso possono cambiare nel corso del tempo. Ora stai facendo le ipotesi più disparate riguardo alle persone che rientrano in queste categorie, anche ora che stai leggendo? Nel discutere questo problema, può essere utile esaminare i propri pregiudizi e preconcetti sulle le persone coinvolte in questa industria.
In questo articolo, si fa riferimento all'”industria del sesso”, cioè alle persone e alle attività coinvolte nello scambio di atti sessuali in cambio di soldi, riparo, cibo, vestiti e altri beni. Questo termine è usato qui in senso più ampio per includere non solo prostituzione di strada, bordelli e agenzie di escort, ma anche coloro che sono coinvolti nel sesso di sopravvivenza, nell’industria del porno, negli strip club, e nel sesso con contatto indiretto (via telefono o Internet).
Usiamo il termine “persone nell’industria del sesso” per riferirci a persone che offrono sesso a pagamento. Tuttavia, di solito vi sono altri soggetti coinvolti con molto più potere e privilegi nell’industria del sesso – sono soprattutto trafficanti e acquirenti.
Mito#2: Le persone nell’industria del sesso sono tutte etero, povere, adulte, donne americane di colore che lavorano nelle strade.
Quando immagini una persona che fa parte dell’industria del sesso, che aspetto ha? Anche se c’è un buon numero di persone nell’industria del sesso che rientra nelle categorie elencate sopra, al suo interno c’è anche un’ampia e varia gamma di identità, e molte persone vivono e lavorano dove si intersecano molteplici forme di oppressione.
Dal momento che la povertà e la mancanza di opportunità di lavoro sono spesso fattori che favoriscono l’ingresso di molte persone nell’industria del sesso molte persone nell’industria del sesso sono povere e di colore, ma molte altre provengono da ambienti borghesi, e tante sono bianche.
Troppo spesso, però, sono soprattutto donne e bambini di colore poveri a venire criminalizzati e incarcerati.
Nel settore del sesso, molte sono le donne eterosessuali (sia cis che trans), e la maggioranza delle persone che comprano sesso sono uomini eterosessuali, ma all’interno dell’industria del sesso consumano e si muovono persone di ogni genere e sessualità. L’immagine stereotipata del lavoratore del sesso è quella di una persona che “lavora sulla strada”, ma la tecnologia e Internet hanno un ruolo importante nell’industria del sesso e infatti, sempre più spesso, il sesso a pagamento passa attraverso la rete, mentre si continua a utilizzare altre forme di tecnologia come il telefono e i film. I minorenni costituiscono una parte importante dell’industria del sesso, e tendono ad essere bersagli facili dei trafficanti americani. Per via della loro età, i minori sono spesso marginalizzati e più vulnerabili, e questo vale per bambini e adolescenti di qualsiasi genere e razza. Inoltre, a causa dell’omofobia e della transfobia, molti giovani LGBTQIA+, in particolare di colore, scappano o vengono cacciat@ di casa, e lasciat@ senza un tetto. Ciò significa un rischio maggiore che debbano dedicarsi al sesso a pagamento per sopravvivere, o allo sfruttamento sessuale a pagamento. Anche se la maggior parte dell’industria del sesso negli Stati Uniti riguarda cittadini statunitensi, esistono molte reti nazionali straniere che fanno entrare negli USA donne da altri paesi per inserirle nel commercio del sesso a pagamento. Alcune di loro devono anche affrontare i pericoli derivanti dall’essere senza documenti e dall’incapacità di esprimersi in lingua inglese o di comprendere la società americana, che sono spesso ulteriori mezzi di controllo su di loro. L’industria del sesso esiste, come è evidente, in forme molto diverse e coinvolge soggettività assai differenti e, nonostante tutte queste differenze, coloro che sono già esclus@ e marginalizzat@ a livello sociale devono affrontare livelli assai più elevati di violenza individuale e strutturale rispetto alle loro controparti privilegiate.
Le soggettività che si trovano all’incrocio di identità privilegiate – come coloro che sono bianch@ e/o benestanti a livello sociale e/o economico – tendono a offrire sesso a pagamento attraverso mezzi meno visibili (per esempio, la rete) e sono meno esposte alla possibilità di venire arrestate. Nel contempo, coloro che sono più visibili e che sono soggett@ a livelli di controllo più alti – come le persone trans, nere e latin@, senza documenti, o con precedenti criminali, sono prese di mira e si trovano ingiustamente ad affrontare arresti e incarcerazioni in percentuali molto più elevate.
Mito#3: Le persone nell’industria del sesso? O sono tutte vittime o sono tutte autodeterminate!
Troppo spesso il discorso che ruota intorno all’industria del sesso si riduce alla nozione semplicistica che dipinge l’industria del sesso come un’attività sessista e vittimizzante, o al contrario come un’attività che dà forza e autodeterminazione alle donne. In realtà è ambedue le cose, nessuna delle due, e molto altro ancora. Le persone entrano nell’industria del sesso per vari motivi, che potremmo raggruppare in tre macro-categorie:
– Tratta: persone costrette ad entrare nell’industria del sesso tramite l’uso della forza, la frode o la coercizione se adulte, o semplicemente costrette a fare sesso a pagamento se minori (sfruttamento sessuale di minori).
– Necessità economica: persone convinte che il sesso a pagamento sia l’unica o la più percorribile modalità di guadagno per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni.
– Sex work per scelta: persone adulte che scelgono di offrire sesso a pagamento.
Anche se abbiamo voluto semplificare utilizzando queste tre categorie, ciò non significa che per le singole persone il procedimento sia sempre così semplice e lineare. Molte delle persone nell’industria del sesso ci si sono trovate per ragioni o motivazioni diverse, che possono anche cambiare con il passare del tempo. Per esempio, molte donne cis e trans che si trovano ad affrontare una società transfobica e sessista, possono decidere di vendere sesso a pagamento perché è l’unico modo che hanno di sopravvivere e di sostenere le proprie famiglie. Alcune sono costrette da persone che hanno potere su di esse. Altre scelgono di entrare nell’industria del sesso e la vedono come un’altra forma di lavoro possibile. Alcune ancora la trovano un’esperienza arricchente e sono contente di dedicarsi al sesso a pagamento.
Una minorenne che venda sesso a pagamento viene considerata automaticamente una vittima di tratta e/o di sfruttamento sessuale di minori secondo le leggi federali (sebbene storicamente, e spesso ancora oggi sia considerat@ alla stregua di criminale dalle leggi dello stato). Ma spesso, dalla sua prospettiva, questa attività è percepita come autodeterminata poiché svolta per il proprio “fidanzato” adulto (ovvero il pappone).
A causa di questa vasta gamma di esperienze e delle differenze nel passato e nelle prospettive delle diverse persone nell’industria del sesso, la dicotomia vittimizzazione/autodeterminazione è chiaramente falsa e semplicistica.
Mito#4: Le persone nell’industria del sesso non possono essere stuprate.
Perché supponiamo che vi siano persone che “non possono essere stuprate”? Questo mito deriva da idee perpetuate dalla cultura dello stupro, che considera determinate categorie di persone – coloro che fanno sesso per denaro o altro – come impossibili da forzare ad avere un rapporto sessuale. Secondo questo preconcetto, le persone all’interno dell’industria del sesso non pongono confini né hanno potere decisionale sui propri corpi, e pertanto non possono rivendicare (o non rivendicare) il proprio consenso. Se una cultura considera una persona come priva della proprietà del proprio corpo, allora quel corpo diventa un corpo altrui, che non ha la possibilità né la capacità di dire sì o dire no.
Questo è un problema non solamente collegato allo stigma, ma che ha conseguenze reali nei rapporti con i clienti, la polizia e altri soggetti.
Secondo due studi del Sex Workers Project, il 17% delle sex worker intervistate ha denunciato molestie sessuali, abusi e stupri da parte della polizia. Ma dal momento che le persone all’interno dell’industria del sesso sono tanto marginalizzate e possono essere venire incarcerate, questi equilibri di potere permettono che sulle violenze compiute dalla polizia non vengano effettuate indagini. In realtà, la costrizione agli atti sessuali da parte dei poliziotti, così come la “scelta” tra il fare sesso o andare in galera, è un’esperienza assai comune. Denunciare questi eventi (ed essere prese seriamente) è abbastanza fuori questione. Al contrario, quando subiscono violenze sessuali, la nostra società tende a incolpare le persone nell’industria del sesso dichiarando che “se la sono cercata”. Ma la necessità del consenso nel sesso non scompare solo perché una persona fa sesso in cambio di soldi o altri beni.
Mito#5: le persone nell’industria del sesso dovrebbero vergognarsi di vendere i propri corpi.
Sappiamo bene che la nostra cultura fa sentire in colpa le donne che fanno sesso e ciò si applica ovviamente anche all’industria del sesso. Lo stigma e l’idea che le persone nell’industria del sesso dovrebbero vergognarsi, o che sia necessario farle sentire in colpa in maniera da farle uscire dall’industria, è completamente sbagliata. All’interno della categoria della tratta, questa stigmatizzazione ha condotto ad un altra dicotomia falsa eppure molto diffusa: quella che distingue tra vittima buona/vittima cattiva. Una “vittima buona” è qualcun@ (solitamente bianca, etero e giovane) che non aveva assolutamente alcuna idea del fatto che avrebbe dovuto vendere sesso e che è stata portata a farlo con l’inganno. Una ” vittima cattiva” è una persona (solitamente di colore) che sapeva che avrebbe dovuto vendere sesso e “ciononostante” ha deciso di dedicarcisi – anche quando vi è abuso per costringerla a restare.
Janet Mock, discutendo della sua esperienza nell’industria del sesso, trattò eloquentemente il tema della vergogna nel suo libro “Ridefinire la realtà”: “non credo che utilizzare il proprio corpo – spesso l’unico bene posseduto dalle persone marginalizzate, specialmente nelle comunità di colore povere e a basso reddito – per prendersi cura di sé sia vergognoso. Trovo vergognosa una cultura che esilia, stigmatizza e criminalizza coloro che sono coinvolte in economie sotterranee come il sex work quale mezzo per passare dall’indigenza alla sopravvivenza.” Indipendentemente dalla ragione che le ha portate a compiere quella scelta, le/gli alleat@ dovrebbero supportarle e lavorare per distruggere lo stigma che grava sulle persone nell’industria del sesso. Se vogliono lasciare il commercio sessuale, dovremmo fornire loro servizi di supporto che le aiutino nella transizione. E se non vogliono, dovrebbero comunque essere sostenute. I servizi destinati alle persone nell’industria del sesso dovrebbero essere organizzati in una maniera tale da rispettare la loro umanità e sostenere la loro capacità di iniziativa.
Mito#6: Le persone coinvolte nell’industria del sesso sono criminali.
Correzione: sono ‘criminalizzate’. Le persone nell’industria del sesso sperimentano un’intera gamma di violenze e minacce emotive, culturali e fisiche nelle proprie comunità e molto più spesso da parte della polizia. E chi è il bersaglio preferito della polizia e del sistema penale? Le donne di colore. Le donne trans. Le persone che vendono sesso per strada alla luce del sole. Le persone minorenni. Le persone con crimini o uso di droghe alle spalle. Le persone povere. Le persone straniere o senza documenti. In altre parole, le persone che si trovano già in una situazione di marginalizzazione e oppressione. Nonostante vengano criminalizzate anche le persone che comprano sesso a pagamento e i trafficanti, le forze di polizia non si focalizzano su questi soggetti tanto quanto su coloro che forniscono sesso a pagamento. Al contrario sono trattati con un’attitudine buonista stile ” i ragazzi sono pur sempre ragazzi” anche quando sono coinvolti dei minori. Le donne trans di colore sperimentano la discriminazione della polizia, sia che siano coinvolte o meno nell’industria del sesso. le donne Trans di colore spesso vengono schedate, arrestate e trattenute per adescamento poiché vengono considerate, da parte delle forze dell’ordine, attraverso la lente degli stereotipi razziali e sessuali. Fino a poco tempo fa, in ogni stato USA, i minori sotto i 18 anni coinvolt@ nell’industria del sesso venivano criminalizzat@ nonostante esistano leggi contro lo stupro e gli abusi sessuali su minori. Grazie alla legge “New York Safe Harbor Law” del 2008 e alle leggi di altri stati che sono seguite, stiamo assistendo ad una minore criminalizzazione e a una maggiore offerta di servizi a loro sostegno, anche se molto va ancora fatto.
***
Nonostante tutti i miti che circondano le persone nell’industria del sesso, è chiaro che esiste un ampio spettro di esperienze vissute, e quell@ di noi che scelgono di essere alleat@ hanno molto da imparare. Possiamo stare al fianco delle persone nell’industria del sesso lottando contro lo stigma, per la depenalizzazione, e fornendo servizi per aiutarle ad essere più sicure. Indipendentemente dal fatto che qualcun@ voglia lasciare il settore o rimanervi, possiamo lottare per difendere i diritti delle persone nell’industria del sesso e farlo attraverso modalità che ne favoriscano l’ autonomia e siano rispettose delle loro scelte. E quando le voci della gente nell’industria del sesso sono messe a tacere e le loro storie ignorate, è molto importante che noi lavoriamo per ascoltarle e per contribuire a farle risuonare.
Per ulteriori informazioni, si prega di fare riferimento a queste organizzazioni che sono impegnate a sostenere le persone coinvolte in diversi settori dell’industria del sesso:
GEMS e il loro film, Very Young Girls, sullo sfruttamento sessuale commerciale delle ragazze a New York
HIPS e il loro documentario, Be Nice To Sex Workers, sul sesso di sopravvivenza in strada a Washington, DC
Polaris: Lotta contro la tratta di esseri umani e la schiavitù moderna e il loro video, “America’s Daughters” , che è una poesia scritta da una sopravvissuta alla tratta
Sex Workers Project
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Laura Kacere scrive su Everyday Feminism ed è attivista femminista oltre che organizzatrice, volontaria in una clinica per aborti, studentessa e insegnante di yoga che vive e va a scuola a Chicago. Quando non studia o pratica yoga, pensa agli zombie, suona, mangia cibo Libanese e sogna di essere circondata da alberi. Seguila su Twitter @Feminist_Oryx.
Sandra Kim è fondatrice, amministratrice delegata ed editrice capo di Everyday Feminism. Integra esperienza personale e professionale su trauma, trasformazione personale e cambiamento sociale attraverso un’ottica femminista.

domenica 23 marzo 2014

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad




Da Intersezioni

Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad. Traduzione di Serbilla Serpente revisione di feminoska, articolo originale qui.
Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone
L’antropologa Dolores Juliano sostiene che, siccome “il modello di sposa e madre devota è davvero poco attraente, l’unico modo per ottenere che le donne vi si adeguino è assicurarsi che l’altra possibilità sia peggiore”.
Dolores Juliano (Necochea, Argentina, 1932) ha studiato a fondo le strategie culturali e di dominazione di genere contemporanee, così come i saperi e le pratiche delle collettività oppresse che le fronteggiano. El juego de las astucias. Mujer y construcción de mensajes sociales alternativos (1992); La prostitución: el espejo oscuro (2002); o Excluidas y marginales: una aproximación antropológica (2004) ce lo raccontano bene. Questa dottora in Antropologia e professora dell’Università di Barcellona ha fatto parte, fino al suo pensionamento, del progetto ‘Mujeres bajo sospecha. Memoria y sexualidad (1930-1980)’ condotto da Raquel Osborne. In esso, Juliano analizza i modelli di sessualità vigenti durante il franchismo e come l’omosessualità femminile fosse condannata al silenzio e all’invisibilizzazione.
I modelli di sessualità femminile sono cambiati rispetto a quelli dell’epoca della dittatura, oppure è cambiata la forma ma la sostanza è la stessa?
E’ cambiata la società. La chiesa cattolica mantiene i modelli sessuali tradizionali. L’idea di peccato o di devianza è molto presente in essa e nelle religioni monoteiste. Nel protestantesimo ci sono modelli puritani assolutamente fondamentalisti. Il dettato delle leggi religiose sembra ugualitario, ma nella pratica non è mai stato così.
Queste religioni sono più permissive con la sessualità maschile?
Sì, e ciò ha a che vedere con i modelli religiosi e l’organizzazione sociale. Le società patrilineari e patrilocali sono molto restrittive rispetto alla sessualità femminile.
Patrilineari e patrilocali?
Intendo dire che l’eredità, i beni, l’appartenenza al gruppo e il cognome si trasmettono per linea maschile e la patrilocalità, per parte sua, significa che le nuove coppie si stabiliscono, lavorano o convivono con il gruppo dell’uomo e non con quello della donna. E’ il modello che si è imposto attraverso conquiste e colonizzazioni. Lo status sessuale della donna è sempre sospetto, ed è soggetto a controllo. Dalla sua fedeltà dipende, ad esempio, che il titolo nobiliare venga trasmesso al figlio biologico del marito. Attraverso la donna si trasmettono i mezzi e l’appartenenza, ma resta sempre una straniera ambigua, una donna aliena che si è introdotta nella famiglia dell’uomo. Esiste un doppio standard di moralità.

venerdì 14 giugno 2013

Questi poster non sono ciò che sembrano!

Da Intersezioni 

Questi poster non sono ciò che sembrano!

 A prima vista sembrano i soliti manifesti sexy che incrociamo ogni giorno nelle strade del mondo (almeno di quello occidentale), ma basta girare l’angolo per scoprire che c’è dell’altro. Le lavoratrici sessuali sono spesso anche madri e chiedono maggiori tutele per il loro lavoro.
In Argentina la prostituzione è legale, ma non è nè regolamentata nè tutelata. Nasce così questa campagna di street art (stencil ndt), lanciata agli angoli delle strade di Buenos Aires. Dietro la fantasia di un’immagine sexy, c’è la realtà e una statistica sorprendente:”L’86% delle lavoratrici del sesso sono madri, abbiamo bisogno di una legge che regolamenti il nostro lavoro”.


La campagna è stata promossa dall’AMMAR, l’Associazione Argentina delle lavoratrici sessuali.
Adattamento italiano di questo post in inglese di Serbilla.
Per qualche spunto in più sul lavoro sessuale, dal punto di vista argentino, vedi: Per fermare la tratta bisogna legalizzare il lavoro sessuale.

mercoledì 1 maggio 2013

La legge svedese in materia di prostituzione: presunti successi ed effetti documentati

Presentiamo una sintesi dell’articolo The Swedish Sex Purchase Act: Claimed Success and Documented Effects. Le autrici Susanne Dodillet e Petra Östergren (studiose che hanno approfondito diversi aspetti della legge antiprostituzione svedese, condotto ricerche sul campo, ecc.), hanno concepito l’articolo per svelare al pubblico internazionale le conseguenze reali del ‘modello svedese’ e ci offrono la prima compilazione dei suoi effetti che sfronda l’insidiosa narrativa ufficiale con il ricorso ai dati oggettivi effettivamente disponibili.
(...)
Il fatto che la legge svedese che criminalizza l’acquisto di prestazioni sessuali venga considerata una misura unica nel suo genere perché punisce solo l’acquisto (e non la vendita) di prestazioni sessuali è una semplificazione discutibile: innanzitutto perché il Sex Purchase Act non è dissimile da altre leggi e regolamenti utilizzati in altri paesi per la riduzione o l’estirpazione della prostituzione mediante strumenti legislativi. Inoltre, perché è riduttivo attenersi unicamente alle parole di un atto di legge (‘sono solo coloro che acquistano le prestazioni sessuali ad essere puniti’) e tralasciare gli effetti indiretti da esso conseguenti. È ovvio infatti che una legge che proibisse l’acquisto dei servizi offerti nel massaggio terapeutico, nella psicoterapia o nel counselling per la salute sessuale ad esempio, nel punire chi acquista tali servizi produrrebbe conseguenze negative anche su chi quei servizi li offre.

Per leggere tutto vi rimando all'articolo su Intersezioni.

venerdì 22 marzo 2013

La pubblicità di Vuitton e la costruzione della 'femminilità'



In rete gira questa pubblicità di Louis Vuitton. Una nuova campagna in cui, dicono, non si prende in considerazione la vita drammatica delle prostitute e, secondo alcune persone, si prende in giro chi subisce molestie nel mondo della moda. Quello che io vedo però, in questo spot, a un primo rapidissimo sguardo, al quale fanno seguito queste poche righe, è quasi una presa di coscienza sul significato della femminilità, più che una presa in giro. Voglio dire, tutto l'apparato della femminilità è prostitutivo. Non è una presa in giro, è la rappresentazione di come viene costruita la femminilità. A partire dalla scritta Love. E dunque, la cosa che maggiormente mi disturba, a parte l'estrema magrezza di questa donna, è quella ignobile pelliccia che rappresenta uno status simbol, la crudeltà inutile. Di significati in questo spot ce ne sono molti. Di violenza anche. Ma non riguardano la banalizzazione della prostituzione, bensì il modello di femminilità che costruisce la moda: magrezza, seduttività eteronormata, simboli di potere. E la pubblicità è onesta, lo dice chiaramente, nel finale, che è l'industria della moda che contribuisce oggi, in modo massiccio, a generare questo modello umano.

martedì 12 marzo 2013

La malavita

In Italia la lotta alla malavita sembra concentrarsi su pericolose prostitute e terrorizzanti clienti, nel nome della lotta al gravissimo reato di clandestinità.
Qalcuno ancora crede che le politiche anti-prostituzione abbiano qualcosa a che fare col benessere delle donne? Quando si capirà che si tratta solo di politiche anti-immigrazione, ispirate da ideologie razziste e fasciste?

...

Anzio: blitz fino a tarda notte contro prostituzione e immigrazione clandestina
Quindici prostitute fermate, clienti multati, patenti ritirate e un arresto. Giro di vite per la malativa del litorale laziale E' un vero e proprio blitz quello che si è svolto dalle prime ore dalle serata fino alla tarda notte di ieri ad Anzio, sul litorale laziale. Oggetto dei numerosi controlli a tappeto effettuati dalle forze dell'ordine, la lotta alla prostituzione e all'immigrazione clendestina. Gli agenti del Commisariato di Anzio e Nettuno, in collaborazione con la Polizia locale di Ardea, hanno individuato e sottoposto a controlli 15 prostitute (tutte di origine straniera) delle quali già nota alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio e legati sempre al mondo della prostituzione. La ragazza è stata munita di foglio di via obbligatorio che le impone il divieto assoluto di fare ritorno nei comuni di Anzio e Nettuno, senzaapposita autorizzazione concessa dagli uffici della questura di Roma per almeno due anni. I controlli sono stati estesi anche ai clienti delle prostitute, molti dei quali sono stati multati in base all'ordinanza antiprostituzione emessa dal sindaco di Anzio. Numerose anche le contravvenzioni emesse per irregolarità rispetto ai dettami del codice della strada, con il ritiro delle patenti per due automobilisti imprudenti. Infine, a cadere nella rete dei controlli, anche un 37enne di Nettuno, anche lui già noto per numerosi altri precedenti legati alla droga e reati contro il patrimonio. Fermato e controllato dagli agenti, l'uomo è risultato oggetto di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Latina per la reclusione di alcuni mesi: per lui, quindi, si sono aperte le porte del carcere di Velletri.

Fonte: http://www.romatoday.it/cronaca/prostituzione-anzio-arresti-litorale-sud.html

mercoledì 6 marzo 2013

Per fermare la tratta bisogna legalizzare il lavoro sessuale

Vi proponiamo la lettura di questa intervista realizzata da Nuria Alabao per Cosecha Roja ad Agustina Iglesias Skulj, femminista e dottore in diritto penale in Argentina. Essa ci offre una lucida lettura delle politiche europee, nordamericana e argentina, in tema di tratta, immigrazione e prostituzione; fa un accenno alle origini della posizione abolizionista; suggerisce qualche strumento che permetta da un lato di lottare contro il traffico di esseri umani, dall’altro di non sottrarre diritti umani alle persone.
Le note esplicative sono mie. L’intervista originale, in lingua spagnola, si trova qui.
La traduzione è stata realizzata da me, con accurata revisione finale di Lafra, attraverso il laboratorio linguistico di Femminismo a sud.
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domenica 17 febbraio 2013

Una alleanza infame tra femministe, polizia e conservatori danneggia le donne in nome della difesa dei loro diritti

Riporto qui di seguito l'articolo tradotto da Fas sui danni umani e politici prodotti dalla lotta antiprostituzione.

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Un articolo che abbiamo tradotto a più mani, io, Claudia, con la supervisione di Lafra (ricordate che il gruppo traduzione di FaS è attivo e se volete partecipare iscrivetevi alla mailing list o potete scrivere a traduzioni[@]autistiche.org). Grazie all’autrice dell’articolo, Melissa Gira Grant, che ci ha autorizzate a tradurre e pubblicare il suo pezzo e grazie a tutte per lo splendido lavoro militante e buona lettura!

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Una alleanza infame tra femministe, polizia e conservatori danneggia le donne in nome della difesa dei loro diritti.
E’ un articolo pubblicato in inglese da Melissa Gira Grant. E tradotto in spagnolo qui (link). Nella premessa a questa versione Melissa afferma: “Nonostante si basi sulla situazione negli Stati Uniti, sono coinvolte istituzioni come l’ONU e, cosa più interessante, la situazione in Spagna non è molto diversa, sebbene la prostituzione non sia un reato. Tuttavia in alcune città di fatto lo è dato che si applicano ordinanze cittadine: le prostitute vengono multate con cifre che vanno dai 300 fino ai 3.000 euro. Dal momento che molte sono straniere la discriminazione è tremenda, si esercita una violenza istituzionale. Perseguitate dalla politica. Ciononostante sono permessi e tollerati impunemente i bordelli dove non viene riconosciuto alcun diritto al lavoro e infine la corrente femminista che sostiene l’abolizione della prostituzione, infantilizza le donne non riconoscendo loro la capacità di assumere rischi e di prendere decisioni, vittimizzandole.”
Il 30 agosto, una donna di 19 anni è stata arrestata in Ann Arbor (Michigan) dopo che un potenziale cliente aveva chiamato la polizia per denunciarla. Sosteneva che la donna avesse aumentato il prezzo dei suoi servizi rispetto al primo contatto via internet. La polizia l’ha portata via in manette.
Non c’è niente di particolarmente eccezionale in questa storia, apparsa per la prima volta sul sito AnnArbor.com. Si tratta di uno delle decine di casi tra quelli che si possono trovare ogni giorno nei rapporti di polizia e nei giornali locali di tutto il paese, spesso accompagnati da immagini delle arrestate. Non vi è alcuna organizzazione che difenda i diritti delle donne, che raccolga i dati completi di quante persone vengono arrestate, processate, condannate e incarcerate per accuse relative alla prostituzione. Ma i loro nomi e le loro foto restano perennemente nei vari motori di ricerca, a prescindere dal verdetto dei processi che le riguardano.

sabato 2 febbraio 2013

Activists press for decriminalisation of sex work

The UN has become a key forum for sex workers across Asia and Pacific to press for sex work reforms to ensure that sex workers get better access to health facilities and improve their lives.
UN officials say that globally sex workers are 14 times more likely to acquire HIV than other women of reproductive age yet fewer than one in five have access to HIV prevention, treatment and care.
A 2012 report released jointly by the UN Development Program (UNDP), the UN Population Fund (UNFPA) and UNAIDS pressed for the decriminalization of sex work in many countries so that HIV prevention and treatment programs reach sex workers more effectively.
The report examined 48 Asian and Pacific countries, including China, Fiji, India, Indonesia, Malaysia, Myanmar, Nepal, Papua New Guinea, the Philippines, Sri Lanka and Vietnam, where sex workers reported condom confiscation and police harassment. Only in New Zealand and the Australian state of New South Wales have laws that decriminalize sex work.
Reforms
Most sex workers in Asia and Pacific are not aware of their rights
John Godwin, an Australian human rights lawyer and author of a United Nations' report calling for decriminalization of sex work, says the debate over sex workers' role in the Asia Pacific is aimed at broadening the discussion over health and human rights issues.
"It is a capacity developing process. The organizations working for the rights of sexual workers are learning from each other," Godwin told DW.
Most representatives of sex workers' organizations in Asia and Pacific could not participate in the International AIDS Conference held in Washington last year due to the visa and immigration laws. Instead, a "shadow" conference was held in Kolkata, India where sex workers discussed the issue of decriminalization and shared lessons from individual experiences, Godwin said.
Godwin says that there is a greater chance for safer sex practices if laws related to sex work are reformed.
Advocacy
Blue Diamond, a non-government advocacy group in Nepal, has also been pressing for a review of existing laws and policies, especially for transgender sex workers.
In Thailand, where prostitution is largely illegal but accepted, non-government group SWING works with transgender and gay workers. Surang Janyom, director of SWING, says that sex workers do not seek treatment because of fear.
"Sex workers are afraid of going to health services for treatment," Surang told DW. "Some are more confident than others, but it is true that the laws are intimidating for most of them," she said.
Sex industry is thriving in Asia
In Fiji, the Survival Advocacy Network (SAN) is campaigning to gain social recognition for sex workers and to ensure equal rights for them, particularly in access to health care.
Rani Ravundi, SAN's coordinator, told the UN in a report on HIV and sex work that social stigma remained a big concern in Fiji.
"In Fiji, there are so many stigmas against us. Everybody views us as sinners," Ravundi told DW. "We face psychological and physical violence. It limits everything we can do as humans," she said.
In India, the Ashodaya Academy advocacy group based in Mysore sees its role as a "learning site" for community-led HIV interventions and community capacity building. The Academy has trained over 5,000 people in over five years and works with India's National AIDS Control Organization (NACO) and state-based AIDS control Societies and Avahan, an organization backed by the Bill & Melinda Gates Foundation to reduce the spread of HIV in India.
In Myanmar, where laws criminalize sex work, the group TOP/PSI now successfully operates 18 drop-in centres where sex workers undertake English classes and training on life skills and sexual health.
Tracey Tully, director of the Asia Pacific Network of Sex Workers, told DW that the main goal of the activists campaigning for sex worker's rights was to empower them nationally as well as regionally.

Fonte: http://www.dw.de/activists-press-for-decriminalization-of-sex-work/a-16583702

mercoledì 30 gennaio 2013

Nella vita di Magda?

Oggi mi è capitato di vedere questo video:



Si intitola Le vite degli altri, è un programma televisivo di una ex iena, Angela Rafanelli.
In pratica la giornalista, non so se lo è, passa un mese con Magda, una prostituta rumena che vive in una baracca nei boschi, per capire ‘il mondo della prostituzione’.
Il racconto è sostenuto da varie musiche drammatiche.
Le difficoltà di adattamento alla vita di Magda sono evidenti fin dal principio. L’acqua corrente è una cosa alla quale si è talmente abituati che non averla fa disperare, succede anche al campeggio. Il racconto è punteggiato da questo genere di piccolezze che, andandosi ad accumulare una alla volta, evidenziano la distanza tra Magda e Angela, che non è una distanza dovuta al lavoro di Magda, almeno non principalmente, ma di classe sociale e status mentale. A un certo punto Angela si mette a piangere perché Magda le dice che non le piace fare l’amore (dopo scopriremo che è stata stuprata a 12 anni e ogni volta che va con un cliente rivive quello stupro). Capiamo che l’impatto dev’essere forte, ma cara che t’aspettavi in queste condizioni?
Al centro c’è un monologo pressoché assurdo:
“E allora mi domando che senso abbia fare questa vita, per fare un lavoro per guadagnare dei soldi che molto probabilmente si protrebbero guadagnare lavorando tutti i giorni le otto ore canoniche magari in un supermercato piuttosto che da un’altra parte”
E certo perché a una donna rumena, apparentemente senz’arte ne parte, danno un lavoro così, perché nei supermercati italiani sono generosi.
Beh, Angela, con tutto il rispetto, ma è bello parlare quando si fa parte della ‘razza giusta’. Ma anche della classe giusta, dato che la mia amica, italianissima, quando il supermercato in cui faceva la cassiera ha chiuso, è stata un anno e mezzo senza riuscire a trovare altro da fare, aveva anche fissato la data per sposarsi e poi non l’ha potuto fare perché, coincidenza, anche il fidanzato ha perduto il lavoro. Per fortuna tre mesi fa il supermercato ha riaperto e l’hanno ripresa, par-time (ovviamente sulla carta), cioé 400 euro al mese, ma non per otto ore canoniche, per 10 compresa la domenica mattina.
“Trovo veramente difficile capire come si possa accettare questa condizione per guadagnare dei soldi”.
Si chiama bisogno e tu, sempre con rispetto parlando, evidentemente non l’hai mai avuto!
“Lì dentro fa un freddo che non avete idea, io credo di non averlo mai provato. Sono andata a fare il caffè c’era la caffettiera congelata!”
Comodo il riscaldamento autonomo. Tu te lo paghi lavorando in televisione.
“Non ce la fai a vivere così, io non ci riesco”
E grazie al cazzo!
“E’ evidente che per loro l’Italia rappresenta la terra promessa, non so come dire: il benessere, no? In nome di questo loro sono disposti a tutto”.
Non stavamo vedendo un ‘documentario’ sulla vita di una prostituta rumena? Adesso il programma si è trasformato in uno studio sociologico sull’immigrazione rumena in Italia. Il luogo comune si trova a un passo dal pregiudizio. Ma a Magda glielo hai chiesto se vede così l’Italia? No, non l’hai nemmeno ascoltata, visto che poco prima già t’aveva detto che è venuta qui perché un’amica le ha consigliato questa zona, per i guadagni maggiori rispetto alla Romania. E’ un po’ come prima quando ti sei messa a piangere, il sospetto di esprimere un giudizio personale che niente c’entra con il soggetto del tuo ‘studio’ non ti sfiora nemmeno un po’?
La voce fuori campo che ripete: come lei ogni giorno è andata a battere a questo punto si commenta da sola. E infatti Magda glielo dice: è inutile che stai con me in strada, tu mi accompagni e, essere una puttana, non puoi sapere com’è se non lo fai.
Alla fine Magda e Angela fanno un po’ amicizia, la prima mette da parte il giudizio negativo che si era fatta delle italiane, le quali normalmente le urlano puttana dalle auto.
La sera prima che Magda parta per la Romania, per andare a trovare suo figlio e sua madre, Angela le paga una notte in albergo. Un gesto gentile, certo. Che ancora una volta sottolinea la differente prospettiva delle due donne. E’ come regalare cornetti al cioccolato la mattina di natale a chi mangia tutti i giorni pane raffermo spugnato nell’acqua.
“Sono stata con Magda 4 settimane e ho cercato di capire il mondo della prostituzione”.
Sbagliato, hai capito probabilmente solo un pezzetto della vita di Magda, perché lei te lo ha concesso.
“Mi ha lasciata con tanti dubbi e anche interrogativi”.
Anche a me, soprattutto mi resta il dubbio che spesso guardiamo senza vedere, anche senza sentire. Perché Magda sceglie di fare qualcosa che non le piace per mettere da parte dei soldi, il suo è un progetto economico giocato sulle risorse immediate che ha. Dice: “a me questo lavoro non piace, lo faccio solo per i soldi”, la aggrava un ulteriore peso (oltre allo stigma della puttana) quando intuiamo la sua fede religiosa, ma Magda è una resistente. Come mi disse un’amica una volta: la prostituzione è un atto di resistenza, questo ne è un esempio.
Il discorso si amplia e ciò di cui davvero dovremmo parlare si trova nelle domande che pone Luminal quando chiedo un’opinione sul video: “Ve lo siete mai chiesto da cosa è generata questa fame? Chi l’ha creata? Chi la alimenta? Chi continua a portare avanti un sistema che volutamente ci divide per classi e quindi ha nel suo seno la miseria, lo sfruttamento e la fame?
E’ bello a parlà, a fare il sensazionalismo spiccio… ma ste domande perchè non si fanno mai? perchè non si affronta il nocciolo della questione?”.
Quella che subisce Magda è una violenza economica (che si aggiunge alla violenza subita da bambina), parte di un razzismo strutturale alla società, invisibile anche a chi pretende di raccontare, di com-muovere. Sempre citando Luminal, questi “hanno come solo obiettivo quello di indignare, mica incazzare/far ragionare, le persone per un paio d’ore e farle sentire fortunate perché noi mica siamo costrette a fare questo“.
Ci siamo fatt* una passeggiata nella miseria di Magda, sai come apprezziamo meglio la nostra doccia calda e il ristorante in centro adesso?

Da Fas

sabato 12 gennaio 2013

Lettera aperta sui danni del modello proibizionista per la regolamentazione dell’attività di sex workers

Con questo post sottoscrivo la lettera aperta sui danni del modello proibizionista per la regolamentazione dell’attività di sex workers, del Comitato per i diritti civili delle prostitute.

Aderisco con la precisa volontà di tutelare da ogni forma di discriminazione e persecuzione, diretta o indiretta, tutte le persone che svolgono un lavoro sessuale, sia volontario che coercitivo, per le quali ultime auspico e chiedo forme di tutela e interveto agite nell'ottica di una seria lotta allo sfruttamento e all'abuso.

...

Lettera aperta sui danni del modello proibizionista per la regolamentazione dell’attività di sex workers

La Lobby Europea delle Donne lancia una campagna antiprostituzione in tutta Europa e cerca di raccogliere consensi e sottoscrizioni con l’intento di orientare le politiche sul modello abolizionista.
La presentazione è equivoca nel metodo e nei contenuti, essa non analizza la realtà del fenomeno e non valuta l’impatto delle politiche, ma si sforza di dare una immagine stereotipata sulla volontà e autodeterminazione delle donne che lavorano volontariamente nel sex work vittimizzandole, esprimendo pregiudizi sulle abitudini sessuali delle persone di ogni genere sessuale. Pretendendo di far apparire immorale e negando la dignità alle lavoratrici e ai lavoratori sessuali anche dove essi sono per legge professionisti a tutti gli effetti.(1)
Quello che NON dicono queste signore della lobby antiprostituzione è che la loro campagna è in linea con le politiche antimmigrazione dell’Unione Europea.
Quando dicono “Insieme per un’Europa libera dalla Prostituzione” significa Europa libera dalle migranti. Perché è realtà visibile a tutti che nei Paesi europei la maggior parte delle donne che lavorano nel mercato del sesso sono donne straniere immigrate. (2)
Quando declamano che sono tutte vittime della tratta e si deve lottare contro il traffico di esseri umani esse non spiegano che la maggior causa del traffico di esseri umani sono le politiche di chiusura contro l’immigrazione che costringe milioni di persone nel mondo ad affidarsi a viaggi disperati e a pagare per entrare in Europa clandestinamente in cerca di un lavoro o per fuggire dalle guerre (anche guerre neocolonialiste). Così come non dicono che per molte donne, uomini e persone transessuali la prostituzione rimane l'unica alternativa per uscire da situazioni di povertà o emergenza economica.
La lobby dice che la prostituzione di donne e ragazze è una forma di violenza sessuale che ne pregiudica i diritti umani, e quindi auspica la punizione del cliente. Ma volutamente ignora che l’impatto delle leggi che criminalizzano il lavoro sessuale annullano anche il più elementare diritto umano delle sex workers alle quali viene impedito di circolare liberamente nelle strade e persino di parlare con le persone!(3) Vedi le ordinanze dei sindaci antiprostituzione! La lobby occulta consapevolmente le tragedia delle detenzioni ed espulsioni delle donne straniere fermate nelle retate e trattenute nei CIE. Ignora anche la violenza a cui vengono sottoposte per legge le sex workers in Svezia dove vengono trascinate in tribunale con lo scopo di farle testimoniare per condannare il compratore di servizi sessuali, (4) e dove vengono considerate dai servizi sociali delle malate da curare. La Lobby ignora anche che la salute delle sex workers viene messa in pericolo quando per dimostrare che vendono servizi sessuali la polizia sequestra i preservativi come prova del crimine, e questo avviene un po’ ovunque ed è stato ampiamente denunciato dalle attiviste e criticato dalle Agenzie per la salute (5) che si occupano della prevenzione di HIV/AIDS. Le agenzie internazionali per i diritti umani e la salute hanno avvisato che penalizzare il lavoro sessuale può aumentare il rischio di HIV e malattie a trasmissione sessuale perché fa sparire nel sommerso il lavoro sessuale e inoltre aumenta lo stigma verso le sex workers ed è stato dimostrato che di fatto crea barriere all’accesso ai servizi sanitari (6)
La lobby parla di femminismo ma pretende di negare il diritto all’autodeterminazione sessuale e la libertà di scelta a persone adulte e consapevoli. La lobby parla di lotta alla povertà e alla esclusione sociale ma esige di eliminare il lavoro sessuale escludendo così migliaia di donne povere e i loro figli dalla possibilità di avere un reddito. E per concludere visto che noi non neghiamo l’esistenza di un certo numero di criminali che si approfittano anche con violenza delle sex workers più vulnerabili accusiamo che impegnare la polizia per fare la caccia alle sex workers e ai loro clienti distoglie dai veri soggetti criminali che sono gli sfruttatori e i trafficanti.
Per queste e altre ragioni crediamo che la campagna “Insieme per un’Europa libera dalla Prostituzione” sia fortemente stigmatizzante e possa aumentare un sentimento di rifiuto sociale contro migliaia di donne in Europa. Il video-clip “For a change of perspective” a sostegno della campagna è volgare e incita a sentimenti di repulsione verso le donne.
Cosa questa che potrà solo avere l’effetto di aumentare la violenza contro il genere femminile.

ROMA 30 novembre 2012

Firmato e condiviso da:
Associazione Radicale Certi Diritti
Comitato per i Diritti civili delle Prostitute
Onlus
Movimento Identità Transessuale
Associazione S.Benedetto al Porto
Etnoblog Associazione Interculturale
Dedalus, Associazione Priscilla
Tampep Onlus
Piam Onlus
Ideadonna Onlus
Don Andrea Gallo
Vittorio Agnoletto
Maria Gigliola Toniollo

1) la Corte di Giustizia CEE, con sentenza del 20.11.2001 ha riconosciuto che l'attività di meretricio deve essere qualificata come lavoro autonomo ".
2) TAMPEP International Foundation Prostitution mapping 2008 West, North, South Europe (old EU): 70% migrants (up to 90% Italy + Spain)
3) Comune di Verona ORDINANZA n. 81- 2-agosto-2008 “..in tutto il territorio comunale è vietato a chiunque contrattare ovvero concordare prestazioni sessuali a pagamento, oppure intrattenersi, anche dichiaratamente solo per chiedere informazioni, con soggetti che esercitano l’attività di meretricio su strada o che ...manifestano comunque l’intenzione di esercitare l’attività …“
4) Daniela Danna 2010 “Il tappeto svedese sulla prostituzione” http://www.ingenere.it/persone/danna
5) UNDP Global Commission on HIV and the Law, “Risks, Rights, and Health,” July,2012, p. 43.
6) UN General Assembly, Report of the Special Rapporteur on the on the right of everyone to the enjoyment of the highest attainable standard of physical and mental health, Anand Grover, A/HRC/14/20, April 27, 2010, http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/docs/14session/A.HRC.14.20.pdf (accessed November 18, 2012), para. 37 and para 39

sabato 8 dicembre 2012

Il cuore della notizia: la retorica sulla prostituzione

Statistical beauty – study
image sergioalbiac.com
I due articoli riportano la stessa storia, quella di una sex worker di Pescara, che lavora con il soprannome di Francesca. Francesca ha chiesto ai carabinieri la cortesia di proteggere la sua privacy, perché in famiglia nessuno è a conoscenza di questa attività, ma risponde ad alcune domande, raccontando qualcosa di sé.
Gli elementi del racconto riportato dagli articoli, però, lo rendono in questo caso abbastanza retorico: una madre, la crisi, le difficoltà economiche che spingono a scelte difficili e diversi comprimari uomini: il marito ignaro, i clienti ricchi, un losco fruttivendolo che spinge le donne alla prostituzione. Infatti lei è moglie di un imprenditore, entrambi abituati a un tenore di vita alto, subiti i colpi della crisi, sceglie di prostituirsi per far fronte a certi debiti e garantire ancora condizioni di vita agiate alla propria famiglia. Si organizza con delle foto, degli annunci su internet e un secondo numero di cellulare, solo per i clienti. Dice di non ricevere più di due clienti al giorno, che di solito si fa pagare sui 100 euro e che, a fine mese, riesce ad arrivare anche a 7000 euro. Non manca di alludere alla difficoltà di accettare se stessa in veste di prostituta, riferisce di essere stata da uno psicologo, ma oggi, dice, quasi non deve nemmeno toccarli i clienti, tutti uomini comunque facoltosi che spesso le chiedono di essere sottomessi. Francesca racconta anche che, come lei, ce ne sono tante di donne che guadagnano così.

Cerco di capire il cuore della notizia qual è: sarebbe che oggi a causa della crisi le donne, anche quelle perbene, sono costrette a prostituirsi per garantirsi la sopravvivenza.
A me sembra però che ci sia qualcosa di sbagliato, questa donna, stando al racconto riportanto negli articoli, non si garantisce la sopravvivenza, si è pagata dei debiti e il mutuo certo, ma 7000 euro al mese rappresentano un introito superiore a quello che, mediamente, possiamo considerare di sopravvivenza, considerando come standard la pensione minima di vecchiaia. Infatti Francesca ci dice che in famiglia hanno sempre avuto un tenore di vita alto e si prostituisce per continuare ad averlo. Quindi, di cosa parliamo? Un altro dato che nontorna è la difficoltà psicologica di questa donna, gli articoli cercanod i farci credere che sia una grande sofferenza questa, il rimando è chiaramente alla tragedia della prostituzione (molto simile alla tragedia dell’aborto). L’accenno alle sedute di psicoterapia è un dato che serve a chi scrive per sostenere la difficoltà di essere oggetto sessuale. La famosa scissione mente-corpo, che esiste ed è reale, certo, ma che evidentemente non appartiene a tutte le persone che fanno questo lavoro e non allo stesso modo, dato che a Francesca sono bastate poche sedute per ‘ricomporsi’, possiamo considerarla piuttosto resiliente, mi sembra. Anche perché asseconda una tendenza del mercato che le permette di guadagnare senza essere eccessivamente coinvolta fisicamente, la dominazione. In più Francesca ha una clientela che, in base a ciò che sappiamo, possiamo definire esclusiva: politici, imprenditori, uomini ricchi che spendono i loro soldi per farsi umiliare un po’. Potremmo ipotizzare una sorta di compensazione psicologica per tutte le parti in gioco?
Il cuore della notizia è quindi un altro e si trova tra le righe. La notizia è che dei carabinieri hanno fatto irruzione in un luogo di lavoro, dove si svolgono incontri di lavoro, tra persone adulte e consenzienti. Hanno portato via una donna che, nella difficile condizione in cui la mette la legge Merlin, deve chiedere per favore di non essere esposta al pubblico ludibrio, dato che invece di andare a pulire cessi per il necessario, ha pensato di fare un lavoro somatico, cioè scambiare prestazioni sessuali o comunque intime per guadagnare molto, e così è stato.
Francesca non è la straniera che arriva in Italia credendo di trovare lavoro come badante, ma finisce in mano alle mafie, lei ce lo dice chiaramente che pulire i culi ai vecchi non le piacerebbe, in fondo non sembra andarle troppo stretto questo lavoro, magari smetterà o continuerà, questo riguarda solo lei, riesce persino a conciliare con la famiglia.
Si tratta della costruzione di un’immaginario vittimizzante, anche dove è evidente la discordanza con il racconto. Nel discorso sulla prostituzione esiste una retorica molto simile a quella sull’aborto, per la quale alla strega corrisponde la puttana e alla donna distrutta dall’aborto corrisponde la vittima della prostituzione coatta. Fermo restando che esistono sia donne distrutte dall’aborto che vittime di prostituzione coatta.
Si tratta, poi, della ricattabilità (quella per cui puoi trovarti in una caserma o in un cie e ti stuprano) di chi risponde autonomamente alle domande della vita, in uno Stato repressivo, che non ha minimamente a cuore il benessere né delle donne né di altr* sogget*, perché qui non si tratta di decidere se Francesca poteva scegliere diversamente, se Francesca e la sua famiglia se la possono cavare con 1000 euro o con 500, quello è moralismo, qui si tratta di libertà di scelta.

Da fas

martedì 11 settembre 2012

I nostri no alla zona destinata all’esercizio della prostituzione

Ricevo e condivido il comunicato dell'UDI di Napoli

La proposta del sindaco De Magistris, nelle numerose interviste rilasciate da lui stesso, circa la creazione di luoghi nei quali esercitare la prostituzione è l’ultima nel corpo di un dibattito sorto in seguito alla chiusura, alla fine degli anni 50 del secolo passato, dei bordelli, case nelle quali migliaia di donne vivevano segregate per esercitare la prostituzione. Lo Stato regolava attraverso licenze l’attività, controllava la qualità della prestazione con visite mediche obbligatorie sulle sole donne, traeva profitto da ogni singola “prestazione”. Con la legge 75 del 1958 (detta legge Merlin) lo Stato Italiano pose fine alla sua attività di sfruttamento.

Da allora la prostituzione non è un reato, ma lo è lo sfruttamento delle persone che a qualsiasi titolo la esercitato.

La legge 75 avrebbe dovuto essere una pietra miliare, l’inizio di una nuova civiltà segnata dall’impegno pubblico nella lotta alla più terribile delle schiavitù ancora tollerate.

La prostituzione non è un reato, se rappresenta la libera scelta di una persona. È consapevolezza diffusa e fondata che il numero preponderante delle prestazioni sessuali a pagamento, non corrisponde affatto a transazioni libere e liberamente scelte, ma avviene nell’ambito di contesti criminali dove reclutano donne e una minima parte di uomini in modo schiavistico, usando ricatti, vessazioni e violenze fisiche.

Usare indistintamente il termine prostituzione per tutti i soggetti ai quali i clienti si rivolgono per ottenere prestazioni sessuali, è illusorio ed è una deliberata mistificazione sulla natura criminale e criminogena di un fenomeno strettamente legato alla perpetrazione di alti reati.

La legge 75 si è risolta con la sola chiusura dei bordelli, e da allora gli uomini al potere si sono tenuti ben lontani dall’affrontare il fenomeno criminale che caratterizza lo sfruttamento sessuale, ed anzi è più che mai vivo il desiderio di riorganizzare un servizio per la tutela dei consumatori di sesso a pagamento.

La schiavitù sessuale, cruenta e no, viene ancora vissuta come la risposta necessaria ad un presunto diritto degli uomini a soddisfare la loro eccitazione a qualunque costo. Infondo l’uomo in questa concezione viene considerato portatore di un apparato idraulico da scaricare ciclicamente.

La legge Merlin a distanza di oltre cinquant’anni è rimasta l’unico segno di una diversa concezione delle relazioni sessuali uomo- donna , e a distanza di oltre cinquant’anni lo stato ancora non ha fatto i conti con la propria identità rispetto al rapporto tra generi diversi.

Tutte le proposte che vogliono regolamentare, controllare e circoscrivere la cosiddetta prostituzione, in sostanza, ne affermano la necessari età. Lo Stato rinuncia ad affrontare un crimine e un’ingiustizia proclamando la presunta impossibilità a porre fine ad un fenomeno che come le mafie, di cui il fenomeno è parte, può finire a patto che lo Stato non si arrenda.

La non conoscenza e la confusione dei termini, la propaganda politica rappresentano la sostanza di un attacco ad una legge fondamentale nell’affermazione dei diritti delle donne. Con l’enorme ritardo di oltre cinquant’anni va fatto quello per cui la legge 75 ha posto le basi.
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Per discuterne assieme UDI e cittadin* l'appuntamento è il 25 settembre alle ore 16 presso la sala Pignatiello di palazzo San Giacomo, III piano, Napoli.

martedì 29 maggio 2012

Napoli, 1 Giugno, Prostituzioni: corpi in vendita

Ribloggo da Femminismo a sud
EVA AFFITTASI Documentario di Armando Prieto Perez Italia, 2005 60 min
RENT BOYS: voci dalla strada- video-inchiesta di Luca Oliviero e Daniele De Stefano realizzato per la Cooperativa Sociale Dedalus, 2010 25 min “Come vedi il tuo futuro? Insomma, domani cosa pensi di fare?” “Se riesco a fare i soldi….ti dico domani che farò!” A cura di Associazione Le Kassandre in collaborazione con Cooperativa Dedalus e I Punti G. Alla proiezione dei documentari seguirà dibattito aperto con la partecipazione del gruppo I Punti G (Generi, Generazioni, Ghinee) e gli operatori della Cooperativa Dedalus impegnati nei servizi e nei progetti dedicati alle persone coinvolte nella prostituzione Per info info@lekassandre.com L’Asilo Balena (Ex Asilo Filangieri) si trova in vico Giuseppe Maffei 4 (via San Gregorio Armeno) – Napoli.

lunedì 31 gennaio 2011

"Tratta delle bimbe", via al processo E scende in campo l'Antimafia

Due maxi-blitz, 7 arresti. L'accusa: riduzione in schiavitù. I carabinieri si sono trovati di fronte a casi di violenza estrema, le donne erano terrorizzate. Uno degli uomini ha fatto abortire la fidanzata al sesto mese. Lei è salva lui a Regina Coeli
di RORY CAPPELLI

Le drogavano, le caricavano di peso in macchina, le portavano in Italia pagando i funzionari di frontiera, le chiudevano in appartamenti, le violentavano, le picchiavano brutalmente, a volte le usavano come merce per pagare l'affitto, altre volte le rivendevano facendole sparire in quella specie di buco nero in cui ogni anno scompaiono centinaia di donne. Oppure, controllandone ogni mossa attraverso complici prostitute e continue telefonate sui cellulari, le costringevano a vendersi per strada. Un giro particolarmente redditizio: loro, le "ragazze" erano ricercatissime dai clienti che pretendevano rapporti senza protezione e che le volevano sopra ogni altra cosa per la loro età. Poco più che bambine, 14 o 15 anni.

È l'allucinante storia di fronte alla quale si sono trovati i carabinieri fermando alla fine dello scorso maggio una ragazza: non parlava italiano ed era terrorizzata da quello che i suoi aguzzini le avrebbero potuto fare. Negava, urlava, voleva tornare libera: dichiarava di avere 20 anni, di aver liberamente scelto di battere, di voler soltanto essere lasciata in pace. Piano piano, con l'aiuto di psicologhe e assistenti sociali, il quadro che si è delineato ha lasciato gli inquirenti senza parole. Il procuratore della Dda (Direzione distrettuale antimafia) Roberto Staffa ha fatto subito partire le indagini: e dopo un paio di mesi, in due distinte operazioni, ha fatto scattare le manette ai polsi di 7 persone - quattro sono a tutt'oggi latitanti - per tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, induzione alla prostituzione minorile e violenza sessuale. Una storia che vede coinvolti tre italiani (Pasquale Martino, Vincenzo Di Nardi e Italo Vezza), due donne romene (Mariana Mita e Simona Nicolae) e sei romeni (Valerica Draguti, Marian Tapliga, Constantin Viorel Mita, Marian Ovidiu Mita, Constantin Gutue e David Claudiu Pioara). Sono riusciti a fuggire Marian Tapliga e Constantin Gutue, tra i peggiori per crudeltà e "mente criminale", a tutt'oggi latitanti. Gli altri, e tra loro anche due donne, sono detenuti tra il carcere di Regina Coeli e quello di Rebibbia e, dopo l'udienza di questi giorni, il 7 febbraio prossimo Staffa esporrà alla corte le sue conclusioni.

Sempre la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda), si sta occupando in questi giorni, attraverso un altro membro del pool, il procuratore aggiunto Maria Monteleone, di un altro allucinante caso di violenza, riduzione in schiavitù e induzione alla prostituzione, che vede coinvolto un altro romeno, Iancu Buzdugan, e una ragazzina romena, Romina, all'epoca dei fatti minorenne e che, seguita dall'avvocato Maria Cristina Cerrato, vive oggi in residenza protetta. Buzdugan esercitava sulla ragazza "poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, mantenendola in stato di soggezione continuativa, costringendola a prostituirsi".

L'aveva portata in Italia con la promessa di sposarla. Lei è "in avanzato stato di gravidanza", 22 settimane (sei mesi). Lui la costringe a prendere pillole abortive. La bambina nasce e muore poche ore dopo la nascita. Lui la picchia, la minaccia, la costringe a servirlo "ad eseguire lavori umilianti quali lavargli i piedi". La fa mangiare "solo una volta al giorno". La costringe a prostituirsi: le detta le tariffe e condizioni: deve chiamarlo prima e dopo essersi appartata con i clienti. Alla fine la polizia la libera. E Buzdugan finisce in manette.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/01/29/news/emergenza_prostituzione-11796989/

lunedì 24 gennaio 2011

Prostituta uccisa nel parmense: omicida è un cliente abituale

E’ morta a 20 anni, picchiata con brutalità e forse strangolata. Il suo cadavere, quello di una prostituta romena, è stato abbandonato nella campagna attorno a Borghetto di Noceto, nel Parmense. Un corpo coperto di ecchimosi in un canale vicino a un boschetto. L’ha visto nel primo pomeriggio un abitante della zona e ha subito avvertito i carabinieri di Noceto.

L’uomo che l’ha uccisa, secondo le prime indagini, è un cinquantenne di Parola di Fontanellato, altro paese della zona, che nel tardo pomeriggio è stato portato in Questura, fermato dalla Squadra mobile e interrogato dal pubblico ministero Roberta Licci. A dare l’allarme sulla scomparsa della ragazza era stata, sempre a fine mattina, una sua collega che non l’aveva vista tornare dopo essere alita sull’ultima auto ieri notte.

Sulla base delle informazioni della giovane e dopo il ritrovamento del cadavere, la polizia è andata a prendere il presunto assassino che vive con la madre. A quanto si è saputo, l’uomo era un cliente abituale della romena e anche questo è stato riferito dall’amica della vittima, permettendo alla Squadra mobile indagini-lampo. L’uomo ha fatto prima parziali ammissioni e poi ha condotto gli investigatori nel luogo in cui è stato trovato il cadavere, avallando di fatto le accuse.

Sul cadavere, da un primo esame, non ci sono segni di arma da fuoco o da taglio, e dunque a causare la morte potrebbe essere stata la violenza dei colpi, oppure uno strangolamento cui fanno pensare i lividi riscontrati sul collo. Il motivo dell’omicidio potrebbe essere stato un diverbio sulla prestazione sessuale o, secondo altre voci, la pretesa dell’uomo di avere con quella ragazza, tanto piu’ giovane di lui, un rapporto stabile.

24 gennaio 2011 | 22:51

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/prostituta-uccisa-nel-parmense-omicida-e-cliente-abituale-723451/

venerdì 3 dicembre 2010

Prostituzione: liberate 18enni ridotte schiavitu', 4 arresti

Gdf Vicenza fa scattare manette per due romeni e due albanesi
(ANSA) - VICENZA, 3 DIC - Due ragazze di 18 anni sequestrate e costrette con violenza e brutalita' a prostituirsi, sono state liberate dai loro quattro aguzzini, arrestati dalla Guardia di finanza di Vicenza.

L'operazione e' avvenuta nel Monferrato dove i finanzieri hanno sgominato un'organizzazione internazionale che schiavizzava ragazze che venivano vendute a 10mila euro l'una per poi essere avviate alla prostituzione. In carcere sono finiti due romeni e due albanesi; un quinto straniero e' stato denunciato. (ANSA).

Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/veneto/2010/12/03/visualizza_new.html_1674319093.html

giovedì 2 dicembre 2010

Paprika e candeggina nelle parti intime, le torture del magnaccia sadico

Pesante (?) condanna per un pappone magiaro di origine rom che violentava continuamente le sue prostitute

10 anni di carcere per Sandor S., colpevole di traffico di uomini, prostituzione e abusi sessuali. E’ questo il verdetto principale del tribunale di Zurigo nel processo a 4 magnaccia ungheresi che gestivano un traffico di meretrici provenienti dal proprio Paese e dalla Romania. Il motivo della pesante condanna di Sandor S. è anche il suo estremo sadismo, secondo la definizione del procuratore Silvia Steiner, sconvolta dalla violenza con la quale il magnaccia trattava le sue prostitute, praticamente schiavizzate a forza di indicibili violenze.

IL SADISMO DEL PAPPONE – La sorte peggiore è toccata ad Eva, ragazza di poco più di 20 anni illusa di un futuro in Svizzera e poi costretta a vendersi lungo le strade di Zurigo. Eva è rimasta incinta, e Sandor S. le ha fatto perdere il suo bambino a forza di calci nella pancia. Un aborto violento, che è stato seguito da punizioni disumane per far capire alle altre prostitute cosa sarebbe successo loro in caso di gravidanza. Prima il pappone ha ricoperto di paprika la vagina di Eva, per farla irritare, e poi l’ha costretta ad avere un rapporto sessuale con il preservativo, così che la plastica potesse provocare altro dolore alla parte del corpo già infiammata. Una tortura corporale proseguita poi con il lavaggio delle parti intime con la candeggina, con lo strappo delle sopracciglia, con la rasatura dell’organo sessuale femminile con un coltello da cucina. Eva è stata anche strozzata, ricoperta di pugni e calci, continuamente derisa di fronte agli altri magnaccia. Un’altra prostituta ha subito un aborto a forza di percosse sul suo ventre, ennesima brutale violenza di Sandor S.

CONDANNE AL CLAN – Il Tribunale di Zurigo non ha però accolto le richieste della pubblica accusa nei confronti del magnaccia sadico, e l’ha condannato a soli 10 anni di galera contro i 16 proposti dal pubblico ministero. Anche gli altri imputati, tre ungheresi appartenenti al clan di Sandor S. hanno subito pene tutto sommato contenute. Solo Antal R, un coetaneo quarantenne di Sandor soprannominato il Capitano, rimarrà ancora in prigione a scontare i 6 anni di carcere ai quali è stato condannato. Gli altri colleghi sono stati invece espulsi visto che la loro detenzione preventiva in Svizzera ha esaurito i termini della loro pena. Gli atti del processo hanno comunque confermato l’elevato rischio di ripetizione del crimine da parte dei quattro imputati, spregevoli manovali dell’orribile traffico di uomini legato alla prostituzione.

Fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/100617/paprika-candeggina-nelle-parti/#comment-83454

martedì 12 ottobre 2010

Vergine romena messa in vendita per 30 mila euro: riesce a salvarsi

Varese - La ragazza, 19 anni, è stata portata in Italia da connazionali con un inganno
Vergine romena messa in vendita per 30 mila euro: riesce a salvarsi
Sequestrata da cinque persone in un appartamento, è riuscita a chiamare i carabinieri che l'hanno liberata

Varese - La ragazza, 19 anni, è stata portata in Italia da connazionali con un inganno

Sequestrata da cinque persone in un appartamento, è riuscita a chiamare i carabinieri che l'hanno liberata

VARESE - Una vergine venduta al mercato del sesso vale anche di più, per questo le avevano raccontato che l'avrebbero offerta al miglior acquirente con un annuncio su Internet, al prezzo di 30mila euro; che l'avrebbero fatta visitare da un medico che certificasse l'illibatezza, e ne avrebbero pubblicizzato il profilo con foto provocanti. Di certo, le hanno scattato delle immagini, truccata e in abiti succinti, mentre la tenevano sequestrata in una casa di Golasecca, vicino Gallarate. Il resto è invece da accertare e sta tutto nelle dichiarazioni che la ragazza romena ha fornito ai carabinieri.
La giovane di 19 anni è stata liberata da un blitz scattato ieri mattina, in risposta a una disperata chiamata: «Via Roma, aiuto, donna, Romania» sono le poche cose in uno stentato italiano che la giovane è riuscita a dire, approfittando di un'ora d'aria che le era stata concessa, e durante la quale aveva memorizzato il numero civico e il nome del paese. I carabinieri hanno suonato e la 19enne, in lacrime, si è divincolata e si è gettata tra la braccia del maresciallo. In quella casa, dove è stata anche stata tenuta legata, la guardavano a vista tre albanesi e due romeni; c'erano anche due donne, che si prostituivano e che volevano indurla a fare lo stesso mestiere.

In quell'appartamento c'era finita perché in Romania una donna le aveva promesso aiuto per emigrare, spiegando che i figli gestivano un ristorante a Milano. In pochi giorni, a settembre si era trovata su un furgone diretta in Italia, insieme al falso pizzaiolo e alla sorella di lui. Una volta giunta a Golasecca le avevano detto la verità: «Non c'è nessun ristorante, devi fare la prostituita, ci devi ripagare il viaggio». I proventi sarebbero stati divisi tra i cinque aguzzini, ma i tentativi per instradarla alla prostituzione sono stati maldestri. Una prima volta era stata portata a casa di un 65enne ma l'incontro non si era consumato perché la ragazza aveva pianto e aveva urlato fino a farlo scappare. I cinque sono stati arrestati: sono accusati di sequestro di persona, induzione alla prostituzione e riduzione in schiavitù.

Roberto Rotondo

12 ottobre 2010

Fonte: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_ottobre_12/varese-verginita-vendita-internet-romena-1703932844686.shtml

sabato 11 settembre 2010

Usa: da schiava del sesso a salvatrice di altre vittime

Diventata una vittima della tratta sessuale a 14 anni, Tina Frundt ora è a capo di un’organizzazione che aiuta donne come lei.

violenze sessuali di gruppo santagatando2 Usa: da schiava del sesso a salvatrice di altre vittimeTina Frundt aveva solo 14 anni quando fu vittima della tratta di ragazze avviate alla pristituzione: come racconta, “nessuna bambina pensa di poter diventare una schiava del sesso quando si cresce”. Ecco perché Tina rischia la sua vita nel bel mezzo della notte per raggiungere le ragazze che sono in trappola. Lei conosce il loro dolore e la loro paura. “La ragione che mi costringe a fare questo lavoro è che io sono una sopravvissuta del traffico del sesso”, “e francamente, nessuno ha fatto questo per me.” L’organizzazione di Tina, con sede a Washington, DC, la Courtney’s House sta per aprire un rifugio dedicato a riabilitare i sopravvissuti della tratta del sesso.

UNA TECNICA FURBA – La tecnica di Tina è semplice: in soli dieci secondi trova il modo di far sapere a ueste ragazze che qualcuno si preoccupa per la loro condizione e può aiutarle a fuggire.Camminando in lungo in maniera casuale , lei lascia un ciondolo che contiene un numero di telefono. Tina agisce in modo che i trafficanti non diventino sospettosi. ”Se lasciassimo opuscoli o altro che indichi come chiamare, LE RAGAZZE non lo farebbero perché capirebbero che non sappiamo come agire nel modo corretto,” Le opere di Tina hanno un approccio innovativo: schiave del sesso si chiama la sua helpline. E una volta che hanno fatto quella chiamata, le ragazze, che parlano solo con ex vittime del traffico del sesso,sanno che c’è una strada verso la libertà.

LA STORIA DI TINA – Tina è stata rimpallata attraverso più di venti case-famiglia prima di essere adottata da genitori amorevoli all’età di 12 anni. Lei era insicura e vulnerabile quando un ragazzo la avvicinò un giorno,mentre si stava dirigendo in un negozio a Chicago. ”Io non sapevo cosa fosse il traffico,” ha detto Tina. “Io non sapevo cosa fosse un magnaccia. Non sapevo che cosa fosse la schiavitù. Non avevo idea.” Il ragazzo non le apparì come una minaccia. Tina pensò che non aveva nulla da temere. Il ragazzo conquistò la sua fiducia con regali e attenzioni. Al suo quattordicesimo compleanno, Tina accettò un passaggio dall’uomo, ma questa volta lui la portò a Cleveland, Ohio, dove fu violentata lei e rapita per diventare una schiava del sesso. Per più di un anno, Tina è stata costretta ad avere rapporti con 18 uomini al giorno. E’ stato picchiata e bruciata con le sigarette, se non riusciva a guadagnare abbastanza soldi ed era stata avvertita che chiedere aiuto era inutile.

DALLA SCHIAVITU’ ALLA PRIGIONE – Tina sfuggì alla schiavitù sessuale andando in prigione. Al trafficante aveva rotto un braccio con una mazza da baseball, ma quando polizia arrivò, videro Tina come un criminale, non una vittima. Tina dice di aver toccato il fondo, ma che tutto cambiò quando lei stessa ha cominciato ad aiutare altre ragazze a conquistare la libertà. Iniziò a nascondere schiave del sesso a casa sua. Ha poi iniziato a parlare, raccontando la sua storia al pubblico. Tina ha aperto la sua organizzazione anti-schiavitù, con una piccola eredità che ha ricevuto quando la sua mamma adottiva morì nel 2008. Si chiama Courtney’s House, dal nome di una delle sue figlie. Il gruppo gestisce il progetto di sensibilizzazione per strada e la linea telefonica. E il rifugio di prossima apertura.

HA CAMMINATO NELLE MIE SCARPE - È difficile per Tina a raccontare la sua storia in pubblico, ma lo fa per costruire la consapevolezza che i bambini americani sono costretti alla schiavitù sessuale sul suolo americano. Ha portato il suo messaggio alle Nazioni Unite e il Congresso degli Stati Uniti. Lascia volantini e parla ai pendolari di Washington con un un megafono per spiegare loro di quello che succede fuori delle loro uffici durante la notte. La sua esperienza personale fa di Tina un faro di speranza per le altre che si salvano dalla schiavitù sessuale. ”Ascolto Tina perché non è solo qualcuno con una laurea o che ha fatto qualche ricerca su questo”, dice Semer, ”E ‘qualcuno che camminava nelle mie scarpe”.


Giornalettismo

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