venerdì 25 marzo 2011
mercoledì 9 marzo 2011
Il sacrificio delle morte ammazzate perché gli uomini odiano le donne
Il sacrificio delle morte ammazzate
Perché gli uomini odiano le donne
La Casa delle donne ha svolto un'indagine sul femicidio in Italia. Nel solo 2010 le vittime sono state 127. Nel 23% dei casi, a uccidere è un ex compagno. E il più delle volte la tragedia si consuma in un luogo familiare
di GIULIA CERINO
UOMINI che odiano le donne. Oppure le amano troppo e quindi le ammazzano. Francesca Bova, 34 anni, madre di un bambino di 8 mesi. Jenny Dal Vecchio, 33 anni. Filomena Rotolo, 42 anni. Giovanna Piattelli, 59 anni, dirigente dell'ufficio istruzione e sport di Montecatini uccisa da Silvano Condotti, ex autista 55enne, perché ritenuta responsabile del suo licenziamento. E poi Atif Zineb, marocchina, 20 anni appena fatti ma già sposata. Da qualche mese voleva tornare in Marocco. E' morta prima. Anzi, è stata ammazzata il 25 febbraio dal marito. Quel giorno leggevamo di lei sulle pagine della cronaca veneta. Ma in tutto il 2010 abbiamo letto di tante altre donne: tre con meno di 18 anni, nove tra i 18 e i 25, ventuno tra i 26 e i 35, ventotto tra i 36 e i 45, trentaquattro tra i 46 e i 60, sedici tra i 61 e i 75 e sedici con più di 75 anni. Centoventisette in totale. Otto in più rispetto al 2009. Ma forse molte di più ancora perché spesso accade che i casi di donne scomparse si risolvano solo dopo due, tre, dieci giorni, mesi, anni con il ritrovamento di un cadavere che sulla stampa non fa più notizia.
Non c'è mimosa che tenga. La Casa delle donne 1 ha deciso di diffondere proprio oggi, 8 marzo, i risultati dell'indagine sul femicidio in Italia nel 2010. Per raccontare la storia di Elsa Bellotto, 45 anni, Daniela Mirza, romena 28 anni, Francesca Gattuso morta in un incidente stradale rivelatosi un delitto di genere ma anche quella di Simona Melchionda, 25 anni,
Silvana Scarlata e Anna Spiridigliotti. L'indagine è un'accurata rassegna di trafiletti e articoli di cronaca nera raccolti durante tutto l'anno passato. E' un'occasione per ricordarle tutte e 127 queste donne d'Italia uccise per mano degli uomini per motivi di genere.
Nel 23% dei casi, ad agire sono ex mariti, ex amanti, ex conviventi, ex partner. Il dato in sé contiene una costante e una novità rispetto alle ricerche degli anni precedenti. L'omicidio della moglie da parte del marito è sempre stato ricorrente. Ma quest'anno è l'ex ad aver ucciso di più. Tra il 2006 e il 2010 la percentuale e salito: dall'11 al 23%. Conoscenti e colleghi hanno agito 17 volte sul totale. I figli delle donne che nel 2010 hanno eliminato con la violenza le loro madri sono 14. Solo in un caso è stato un fratello ad ammazzare la sorella. Uomini ossessivi, malati, perseguitati. Assassini. Italiani nel 79% dei casi. Tra gli esecutori del 2010 ci sono solo un pakistano, un ucraino, un croato, un filippino, un bosniaco, un marocchino, un ecuadoregno, un rom, un romeno, un albanese, un argentino e un bulgaro. Gli altri, tutti uomini di casa nostra.
Maschi che nella maggior parte dei casi hanno tra i 36 e i 60 anni e annientano per un motivo: impedire che si affermi la volontà femminile. Evitare che sia lei, una donna, a porre fine alla relazione affettiva. La separazione è infatti causa del 19% dei femicidi avvenuto in Italia. Seguono nella stessa percentuale la conflittualità e il cosiddetto 'raptus' (12 e 13%). Poi ci sono le ragioni economiche, i problemi psichici, la gelosia (10% dei casi) o il rifiuto di lei di fare l'amore (2%). L'atto di uccidere arriva sempre alla fine. Prima di impugnare l'arma, di solito, si scatenano violenze domestiche, minacce, discussioni che lasciano pensare al peggio. Subito dopo, invece, il 29% degli uomini si suicida o tenta di farlo. Il 24% confessa il delitto mentre nel 20% dei casi nascondono tutto, vergognandosi come cani, e dannandosi senza potersi redimere. Altri fuggono. Abbandonano la zona del crimine: la casa.
Gli uomini che odiano le donne non uccidono per strada. Il 70% delle regine di questo 8 marzo 2011 è stato massacrato in un luogo familiare, senza nemmeno avere il tempo per rendersene conto. Il 25% degli uomini ha agito tra le mura domestiche: nello stesso luogo dove aveva appena finito di fare l'amore, mangiare, guardare la televisione o lavarsi i denti guardandosi, l'un l'altro, allo stesso specchio. Spesso il femicidio avviene a casa di lei (36%) o nell'appartamento dei parenti (9%). In cucina magari. Usando un'arma da taglio (26%) o un'arma da fuoco (31%). Alcuni uomini le soffocano (25%). Poi, c'è anche chi sfoga la propria frustrazione ammazzandole di botte (7%), prendendole a calci, a pugni. Sbattendole per terra.
Su 127, 61 sono morte al nord, 25 al centro, 23 al sud e 12 nelle isole. Le vittime sono quasi tutte donne italiane (78%). Otto le romene, tre le albanesi, due le polacche, le brasiliane e le filippine. Tutte morte in Italia, questa terra straniera.
(08 marzo 2011)
http://www.repubblica.it/cronaca/2011/03/08/news/donne_uccise-13323727/
martedì 8 marzo 2011
8 Marzo: Giornata internazionale della Donna
È ormai tradizione che l’8 marzo si celebri la “Giornata internazionale della donna o Festa della donna“, eppure moltissime sono, ancora oggi, le donne che non si riconoscono in questa tradizione. Per alcune, infatti, questa giornata rappresenta solo una concessione straordinaria di libertà in una quotidianità repressiva, se poi si considera la concomitanza per il 2011 con il Carnevale, il parallelismo è bell’ e servito.
Quest’anno grazie alla eco della manifestazione “Se non ora quando?”, dello spezzone critico degli “Ombrellini rossi” e dei movimenti di donne, assieme al rinnovato interesse dei media per le questioni di genere, la Giornata internazionale della donna assume un significato nuovo, che però si collega perfettamente alla sua vera origine.
La storia della Giornata internazionale della donna.
La storia di questa importante giornata è alquanto complessa e dibattuta, Marisa Ombra membro dell’UDI, Unione Donne in Italia e Grande Ufficiale della Repubblica, pubblicò nel 1987 assieme a Tilde Capomazza il primo libro sulla storia dell’8 marzo intitolato appunto: ”Storie, miti e riti della giornata internazionale della donna” per la casa editrice Utopia, facendo chiarezza sull’origine della celebrazione che non va fatta risalire né all’incendio alla fabbrica Cotton del 1908 a New York, fabbrica inesistente ed evento confuso con il vero incendio della fabbrica Trianglené del 25 marzo 1911, durante il quale morirono 146 operai, tra i quali la maggior parte però erano donne ebree e italiane immigrate; né alla repressione nel sangue dello sciopero delle operaie tessili a New York l’8 marzo 1857, anch’esso evento leggendario.
In realtà a seguito di una lunga gestazione e numerosi tentativi d’istituzione di una generica “Giornata della donna”, la Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste, che si tenne a Mosca nell’ambito della Terza Internazionale, adottò la data dell’ 8 marzo per la “Giornata Internazionale dell’Operaia” in ricordo della prima manifestazione delle operaie di Vyborg, in Russia, manifestazione che diede l’avvio alla rivoluzione di febbraio, avvenuta l’ 8 marzo del 1817 (23 febbraio per il calendario russo).
Ad introdurre la Giornata in Italia fu il Partito comunista nel 1922, ma la festa fu sospesa durante la Seconda Guerra mondiale, ed è proprio nel Secondo dopoguerra che comincia ad essere elaborato il mito delle operaie bruciate nella fabbrica, mito che trova ampio spazio sulla stampa e nell’immaginario collettivo.
La manifestazione con il nome di Giornata internazionale della donna fu reintrodotta grazie al neonato UDI, Unione Donne in Italia, l’8 marzo 1945 e dall’anno successivo venne associato ad essa il fiore della mimosa. A partire dagli anni ’70 con la nascita del Movimento femminista, l’8 marzo riprese vigore nelle rivendicazioni dei diritti delle donne e dal 1977 fu adottata come giornata simbolo anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Una storia avvincente tra falsi storici e verità, che per certi versi presenta ancora punti oscuri, riguardanti soprattutto la circolazione delle leggende ad essa collegate, come spiega ancora Marisa Ombra in un’intervista del 2009: “Ci possono essere molte ragioni, una delle più importanti risiede nel fascino, nella potenza del mito, peccato però che il mito non impegna a niente e soprattutto nasconde la verità e la sua complessità, e per noi donne sapere che prima di noi ci sono state figure straordinarie di donne, ci sono stati movimenti che hanno affrontato la derisione, rischi, vere e proprie battaglie è molto importante, lo è per tutti evidentemente, ma per noi donne molto di più perché dalla storia siamo state espulse per secoli”. Un’origine quindi di lotta per la giustizia e partecipazione civile.
L’oggi.
Pur essendo accertata l’origine della festa della manifestazione del 1917, quest’anno molti adottano la data dell’incendio del 1911 e festeggiano il centenario della manifestazione.
Quest’anno il Parlamento europeo ha celebrato la ricorrenza con un seminario di grande attualità intitolato “Ruolo delle donne nella leadership politica, tra rappresentazione e rappresentanza”, nella consapevolezza che, se pure la presenza delle donne nella vita politica ed economica dei paesi europei non è nulla, esse raramente si trovano in posizioni apicali. In Italia le donne costituiscono il 60% dei laureati, ma solo il 47% di esse trova lavoro, e solo il 23,3% di queste laureate si trova nel management delle aziende pubbliche e private. Di fatto il nostro paese si colloca al 74° posto (preceduto da Botswana, Vietnam, Ghana e Romania) del Global Gender Gap Report del World Economic Forum, il quale misura il divario di opportunità tra donne e uomini in 134 Paesi, registrando in questo modo lo scarto tra la parità normativa e la parità sostanziale tra donne e uomini.
L’UDI, Unione donne in Italia, terminerà proprio l’8 marzo la sua campagna nazionale “Immagini amiche”, campagna nata per contrastare con una azione politica puntuale, organizzata e condivisa, le immagini lesive e gli stereotipi femminili ovunque, non solo nella pubblicità.
A Roma l’Osservatorio del Mediterraneo organizza presso il Museo di Roma in Trastevere il convegno “Da Ipazia a Rita Levi-Montalcini – Donne, Scienza e Sapere nel Mediterraneo” dove interverranno Marco Scurria, Souad Sbai e Paola Fornasiero.
Anche al Quirinale la Giornata internazionale della donna verrà celebrata con una cerimonia intitolata “150 anni: donne per un’Italia migliore” durante la quale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, conferirà le onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dedicate alla creatività delle donne, per mettere in evidenza il loro contributo nei diversi campi del sapere e della creatività nel nostro Paese. L’attrice Anna Bonaiuto leggerà dei brani tratti da scritti di donne che hanno partecipato al Risorgimento.
Mentre le donne della Resistenza verranno ricordate dall’ ANPI in numerose città italiane.
Il MiBAC, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, anche quest’anno ha previsto l’ingresso gratuito per tutte le donne nei siti culturali statali, musei, aree archeologiche, biblioteche ed archivi, attraverso il claim “Cosa sarebbe l’arte senza le donne?”, ironicamente rappresentato nella locandina con un uomo barbuto nei panni di una dama, ci ricorda il ruolo centrale di muse ispiratrici che le donne hanno rivestito nell’arte di tutti i tempi, ma non solo le donne sono state rappresentate, esse stesse sono state artiste di grande valore e genio come Artemisia Gentileschi, Isabella d’Este in Italia, Isabella Stewart Gardner negli Stati Uniti d’America, questo per citare solo i nomi delle più famose.
Risulta impossibile elencare tutte le manifestazioni organizzate da associazioni e collettivi nelle varie città italiane: dai concerti ai flash mob, dagli eventi teatrali ai cortei, da Torino a Catania sarà un 8 marzo all’insegna dell’impegno e dell’azione, per le donne tutte italiane e straniere, basterà uscire di casa e andare a vedere cosa succede per sentirsi parte della Giornata internazionale delle donne.
Per conoscere i siti culturali aperti gratuitamente alle donne l’otto marzo è possibile visitare il sito internet del MiBAC all’indirizzo www.beniculturali.it.
Fonte: http://www.universy.it/2011/03/8-marzo-giornata-internazionale-della-donna/
Giornata internazionale della donna
L'8 marzo 1917 delle operaie di Vyborg, una città della Russia europea, fecero una manifestazione che diede l'avvio alla rivoluzione di febbraio (8 marzo è nel calendario russo il 23 febbraio), è questa la ricorrenza che si festeggia.
Un'origine vitale, di lotta e consapevolezza civile.
Vi auguro una meravigliosa Giornata internazionale della donna.
Marginalia.
La verità sull'8 marzo La Repubblica.
domenica 6 marzo 2011
LA VIOLENZA SULLE DONNE...NON è UNO SCHERZO!
IL 7 MARZO VIENI A "PASSEGGIO" CON NOI!
VOGLIAMO RI-SCRIVERE LA CITTA' CON LE NOSTRE PAROLE, RACCONTARCI E NON FARCI RACCONTARE, PRENDERCI UN MOMENTO DI SOCIALITA' TRA DONNE, FEMMINISTE E LESBICHE
...INCONTRIAMOCI ALLE 20:30 (A CALATA TRINITAì MAGG. FUORI ALLO SKA) ...TU PORTA CARTA, DISEGNI, COLORI, TRUCCO, VINO E ...na manat e curiandol!
NOI CI METTIAMO LA COLLA E TUTTO QUELLO CHE SERVE PER LASCIARE I NOSTRI MESSAGGI X LA CITTA'.
ATTRAVERSEREMO LE STRADE DI NAPOLI...INDECOROSE E LIBERE!!!
DIVENTIAMO NERVOSE SE NON SIAMO INDECOROSE!!!
LA LOTTA NON E' CAZZEGGIO PER QUESTO CE NE ANDIAMO A PASSEGGIO !!
SOLO I NOSTRI CORPI SENZA GUARDIANI,
CONTROLLORI,MORALIZZATORI !!
FANTASIA ,SOCIALIATA',LIBERTA' I NOSTRI DIRITTI L'UNICO SFARZO L'OTTO TUTTI I GIORNI NON SOLO A MARZO!!
Riprendiamoci la notte, la città, la socialità…e tutto quello che vorrebbero toglierci!!!!
Ogni anno...l’8 marzo. Nei locali tornano gli spogliarellisti, sulle scrivanie fioriscono le mimose, le donne si scambiano gli “auguri”, le mamme non fanno le pulizie, nei ristoranti si preparano menù speciali,… ma intanto:
-nel 2010 sono state 127, il 6,7% in più rispetto all’anno precedente, le donne uccise in Italia. La maggior parte delle vittime sono donne italiane (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%). Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di mariti (22%), compagni, conviventi (9%) o ex (23%), ma anche figli (11%) e padri (2%);
- sempre in riferimento all’Italia, fra il 10 e il 13% della popolazione femminile vive in una condizione di povertà estrema, il 40% di queste donne ha un’età compresa fra i 19 e i 24 anni. La crisi spedisce le donne nel ghetto: oltre 104.000 donne sono state tagliate fuori dall’industria negli ultimi 24 mesi. Il 54% dei lavoratori subordinati sono donne: a loro sono delegate mansioni sempre più marginali nell’organizzazione del lavoro e sono le prime ad essere espulse dai processi produttivi. Stato, famiglia e società scaricano sulle donne i costi principali della crisi;
-il 59% dei ginecologi italiani attivi in strutture che effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è obiettore di coscienza. Questo significa che ci sono medici che, con presunti “scrupoli di coscienza” (salvo poi trovarceli nelle strutture private a fare le stesse cose!), negano di fatto ad una donna il diritto di decidere liberamente del proprio corpo interrompendo, se crede, una gravidanza indesiderata, gratuitamente e nelle strutture pubbliche. Obiettori possono dichiararsi anche infermieri, anestesisti, barellieri, fino al punto di bloccare completamente un reparto ospedaliero, rischiando anche di mettere in pericolo la vita della paziente. Oggi la questione diventa ancora più preoccupante, visto che l’obiezione rischia di estendersi anche all’ordine dei farmacisti rispetto alla vendita della “pillola del giorno dopo”;
-tutte le leggi e i provvedimenti approvati di recente (accordo Marchionne, legge Gelmini, misure anti-crisi, tagli ai servizi sociali..) rappresentano per le donne un doppio attacco alla propria autonomia e libertà. Venendo a mancare tutti quei servizi di cui il pubblico dovrebbe farsi carico le donne sono costrette a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale, venendo di fatto richiuse in casa!
- il corpo della donna è oramai ridotto ad un vuoto contenitore. Usato nudo e provocante per riempire manifesti pubblicitari di ogni tipo di prodotto, umiliato e svilito come merce di scambio, riempito come incubatrice perché “generatore di vita”, anche se chi si spende tanto per difenderla, la vita, di quella delle donne prima di tutto non si interessa poi molto.
E intanto ci dicono che noi siamo l’altra metà del cielo, una componente fondamentale della società, il perno della famiglia, il soggetto da proteggere e tutelare. Riferendosi ad una nostra presunta debolezza, sui nostri corpi e sulle nostre scelte si costruiscono, nostro malgrado, leggi speciali, pacchetti sicurezza, mostri alieni (come i migranti) da sconfiggere per rendere le strade (e quindi le nostre vite) più sicure. Riempiono le città di esercito, polizia e carabinieri, rendendo i nostri cammini ancora più impervi senza di fatto risolvere il problema. Le violenze di ogni tipo che una donna può subire passeggiando di notte in una città non saranno certo superati da più controllo e repressione! Ci vogliono spaventate, ci hanno tolto il piacere di vivere liberamente la notte senza un “valido accompagnatore” che ci protegga. Ma noi NON ABBIAMO PAURA! Rivendichiamo ancora una volta il diritto di passeggiare libere anche di notte…e lo facciamo anche quest’anno!
le donne del SE NON -SEMPRE- QUANDO???!!!
Domani alle 20.30 - martedì alle 0.00
street
calata trinità maggiore (oddò sta o SKA)
Napoli, Italy
venerdì 18 febbraio 2011
Pinar Selek: nuovamente accusata
La 12 ° Corte d’Assise di Istanbul il 9 febbraio 2010, dopo aver rivalutato tutte le prove, ha ritenuto, per la terza volta nell’arco di 13 anni (come già nel 2006 e nel 2008 ), Pinar Selek la sociologa militante per i diritti umani turca, innocente per l’attentato al Bazaar delle spezie di Istanbul del 9 luglio 1998.
Residente ormai da alcuni anni a Berlino, in Germania, Pinar non era presente al processo, ma erano lì per lei 30 avvocati e numerosi osservatori internazionali.
Sembrava dunque che la giustizia avesse fatto il suo corso per la fondatrice di Amargi, che il caso si fosse risolto nel migliore dei modi, l’accusa di terrorismo doveva essere cancellata e Pinar avrebbe dovuto ritrovare, dopo lunghi anni trascorsi nell’incertezza sul proprio destino, la tranquillità che le sarebbe spettata di diritto, ma pochi giorni dopo, come apprendiamo dal sito ufficiale della leader femminista, anti-militarista e pacifista (http://pinarselek.fr), il Procuratore della Repubblica, con una manovra degna del più kafkiano dei processi, ha fatto ancora appello contro la decisione di assoluzione generando in questo modo un nuovo procedimento di riesame alla Corte di cassazione turca. Dunque Pinar si ritrova per l’ennesima volta ad essere accusata, senza alcuna prova, dello stesso identico crimine.
Come è stato ribadito in aula da Ayhan Erdogan, uno dei suoi avvocati, tramite una video simulazione, lo scoppio al mercato delle spezie di Istanbul, che fece 7 vittime e 127 feriti, fu causato dall’esplosione accidentale di una bombola del gas, mentre il presunto complice dichiarò successivamente di essere stato costretto, sotto tortura, ad indicare nell’attivista e studiosa l’attentatrice, in più le accuse di terrorismo vennero mosse a Pinar solo dopo l’incarcerazione, motivata dai presunti sospetti di collaborazione con il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), incarcerazione che aveva all’origine come unico scopo l’estorsione, tramite tortura, dei nomi delle persone con le quali aveva parlato per il suo studio sociologico sui processi di pace e sulle condizioni dei belligeranti durante la guerra civile tra Turchia e Kurdistan. Pur essendo quelle accuse rivelatesi, in seguito,fasulle la sociologa militante femminista rimase in carcere per più di due anni.
Già in precedenza la stessa Selek aveva richiesto l’intervento della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, in quanto i processi a suo carico non erano stati equi.
Come si evince dal comunicato ufficiale diramato dal Comitato di sostegno internazionale a Pinar Selek e riportato dall’associazione Amargi, questo nuovo procedimento palesa una volontà persecutoria nei confronti della studiosa, un accanimento che nulla ha più di giuridico, ma ha molto del complotto politico ai fini dell’annientamento personale di una voce libera.
Fonte: http://www.universy.it/2011/02/pinar-selek-nuovamente-accusata/
giovedì 10 febbraio 2011
Assoluzione definitiva per Pinar Selek
E’ stata assolta ieri, 9 febbraio 2011, dal tribunale di Istanbul, Pinar Selek, la sociologa e attivista turca processata con l’accusa di essere l’artefice di un attentato dinamitardo al mercato della stessa Istanbul 13 anni fa.
Sospettata di terrorismo per 13 anni, Pinar Selek è stata definitivamente scagionata.
Chi è Pinar Selek?
Sociologa, scrittrice, femminista-antimilitarista e attivista per la pace, Pınar Selek è nata ad Istanbul nel 1971. Diplomata al liceo francese Notre Dame di Sion, consegue la laurea in Sociologia all’Università Mimar Sinan. Comincia ad interessarsi molto presto della marginalizzazione all’interno della società turca di transessuali, bambini di strada e prostitute, creando un Laboratorio degli Artisti della Strada che ha permesso l’integrazione di moltissimi soggetti disagiati nella società.
Dal 1996 comincia ad occuparsi di minoranze etniche, Belge Publishing pubblica la sua traduzione-selezione “Ya Basta-Artık Yeter” un lavoro dedicato ai movimenti indigeni del Messico, mentre dal 2001 la sua tesi di master, intitolata “Maschere, Cavalieri, Gacias, via Ülker: un luogo di emarginazione” viene pubblicata in più edizioni. Nello stesso 2001 fonda la Cooperativa di donne Amargi organizzando incontri a Diyarbakır, Istanbul, Batman e Konya, ne dirige ed edita l’omonima rivista. Dal 2008 è co-fondatrice della prima libreria femminista della Turchia, chiamata sempre Amargi, coordinando il gruppo di lettura scrittura “ Quali porte aprono le nostre esperienze ?”.
L’accusa di terrorismo, la persecuzione e l’assoluzione.
La sua ricerca sociologica sugli effetti del conflitto armato tra Turchia e Kurdistan e sulle relative possibilità di conciliazione nel 1998 la rende vittima di un complotto politico-giudiziario. Sospettata di essere parte del PKK, il clandestino Partito dei Lavoratori del Kurdistan, gruppo armato attivo nel sudest della Turchia, viene arrestata e torturata allo scopo di ottenere i nomi di tutti quelli che ha intervistato per il suo studio, successivamente sarà accusata di essere l’artefice dell’attentato dinamitardo del 9 luglio 1998 al Bazaar delle Spezie di Istanbul che causò 7 vittime e 127 feriti, ma durante il processo si scoprirà che la tragedia fu causata dallo scoppio accidentale di una bombola di gas e che la confessione al suo presunto complice era stata estorta con la tortura.
Pinar rimarrà comunque in carcere per due anni e mezzo.
Nel 2000 viene rilasciata e nel 2006 dopo un processo durato cinque anni viene assolta ma nonostante ciò continua a pesare su di lei l’etichetta di terrorista. Negli anni successivi si difende con la scrittura, la sua battaglia, sostenuta dal movimento femminista e dai gruppi pacifisti e antimilitaristi diventa un simbolo di giustizia, resistenza e libertà. Già nel 2004 aveva pubblicato“Barışamadık” (Non siamo riusciti a riconciliarci) un saggio sulle lotte per la pace della Turchia moderna, nel 2008 esce “Sürüne Sürüne Erkeklik” (Una vita da cani: mascolinità) uno scritto sulla virilità nel contesto del servizio militare. Nello stesso anno scrive un libro di racconti intitolato “Su Damlası” (Goccia di acqua). Innumerevoli sono le sue partecipazioni a conferenze, seminari, pubblicazioni su riviste scientifiche e di divulgazione, al centro della sua ricerca e passione sempre gli emarginati, i conflitti e la lotta contro ogni forma di violenza. Nel 2006 la Cassazione riapre il processo e chiede per Pinar l’ergastolo, ma il tribunale nel 2008 la riconosce innocente per la seconda volta. Nel 2009 il 9° Dipartimento Penale della Corte d’Appello di Istanbul riapre il caso, sempre con la stessa accusa, e Pinar si trova per la terza volta a rischiare ben 36 anni di carcere, ma l’Assemblea Penale Generale respinge l’obiezione del procuratore capo e invia la causa alla 12° Corte dei crimini aggravati di Istanbul, che in passato aveva dato l’assoluzione. Finalmente la corte d’Assise di Istanbul il 9 febbraio 2011 ”ha rifiutato di seguire il parere della Corte di Cassazione e ha mantenuto la sua decisione di assolvere la giovane donna”, queste le parole di Bayram Belen, l’avvocato della sociologa.
Numerosi intellettuali e attivisti turchi, tra cui Yasar Kemal e Oram Phamuk, ed internazionali parlamentari europei e tedeschi, nonché dalla Fondazione Heinrich Boell e dal Centro Internazionale Curdo PEN, hanno espresso in questi anni la loro solidarietà verso Pinar Selek, la quale vive ormai in Germania dove lavora attivamente. Negli ultimi tempi attivissima è stata anche la rete, con una petizione e un appello a favore di Pinar, la quale, in una recente intervista radiofonica ha parlato dell’azione costante delle femministe e dei pacifisti turchi contro gli autoritarismi, dell’oppressione molto forte che nel suo paese di origine si esercita sulle donne e dell’altrettanto forte resistenza del Movimento femminista turco che da 25 anni è il secondo movimento più forte e dinamico dopo quello curdo, con un’attività capillare di informazione e protesta che influenza i partiti. Proprio questo militarismo l’ha resa il capro espiatorio del potere spaventato dalla rivoluzione sociale in corso che oppone resistenza alla violenza e alle discriminazioni.
Fonte: http://www.universy.it/2011/02/assoluzione-definitiva-per-pinar-selek/
NOI VOGLIAMO TUTTO
Siamo donne, uomini, femministe, sex workers, disertori del patriarcato.
Viviamo sulla nostra pelle l’assenza di diritti, la precarietà, la mancanza di prospettive.
Vogliamo futuro. Vogliamo respirare. Vogliamo poter scegliere.
Siamo tutt* egualmente consapevoli dell’esistenza di regole economiche che favoriscono i ricchi e massacrano chiunque altr@.
Siamo in vendita.
Sono in vendita le nostre braccia, le nostre vite, la nostra testa, i nostri corpi.
Chi prova ad autodeterminare la propria vita diventa oggetto di repressione. Perché a pochi piace un mondo di soggetti liberi.
Si preferisce invece una società di operai, badanti, schiave, precarie, disoccupati, lavoratrici del sesso, alla mercé del primo manager pronto a cancellare diritti, reddito, casa, lavoro.
Nelle società decadenti, quelle in cui nessuno sa proporre una alternativa, chi ha poca fantasia ottiene potere attraverso iniziative autoritarie.
Perseguitare gli stranieri per fare finta di difendere la sicurezza economica degli italiani.
Perseguitare i gay e le lesbiche per fare finta di difendere il sacro valore della famiglia.
Perseguitare le donne per fare finta di difendere la continuità della specie, per fare finta di difenderne la dignità, il corpo, la vita.
Perseguitare chiunque esprima un libero pensiero per fare finta di difendere i potenti che governano.
Le vittime vengono descritte come carnefici. I carnefici si autodescrivono in quanto vittime.
Le donne lo sanno. Accade ogni giorno. In ogni luogo in cui un uomo uccide una donna mentre i media sono attenti a definirne la nazionalità o a giustificarlo affinché non si sappia che la violenza in famiglia è la prima ragione di morte violenta per tutte le donne.
Accade negli angoli bui in cui sono costrette le sex workers. Relegate nelle periferie fredde e insicure, da ordinanze di sindaci sceriffi armati a salvaguardia del decoro e della moralità. Ed è in quegli angoli che spesso le sex workers perdono la vita, mentre i media ignorano queste morti e nei titoli pronunciano chiara la parola “prostituta” e omettono di specificare che l’assassino è un cliente.
Accade alle straniere, lavoratrici del sesso, badanti, costrette ad obbedire ad un padrone, un uomo o lo Stato, per evitare di essere rinchiuse in un C.I.E.
Noi non ci riconosciamo nelle omissioni, nei moralismi, nelle bugie di chi consegna i nostri corpi autodeterminati allo Stato, alla nazione, in nome di una dignità che nessuno ci riconosce mai quando diciamo che non abbiamo patria, nazione, perché non abbiamo certezze economiche, prospettive di studio, libertà di scelta.
Noi non ci riconosciamo nella chiamata alle armi per una caccia alle streghe animata da misoginia e omertà a protezione dei veri responsabili del disastro italiano.
Non riuscirete a metterci le une contro le altre perché chi usa la guerra tra poveri in qualunque battaglia crea separazione sociale per dare credito a chi su quella separazione specula.
Vale per quelli che istigano la guerra tra stranieri e italiani.
Vale per quelle che istigano la separazione tra donne perbene e donne permale.
Scendiamo in piazza anche per dirvi questo.
Perché noi non vogliamo essere usat*.
Perché noi vogliamo di più.
Perché noi vogliamo tutto.
Femminismo a Sud
Comitato per i diritti delle prostitute
Per adesioni: femminismoasud@inventati.org oppure ombrellirossi@grrlz.net
martedì 8 febbraio 2011
Il mio 13 febbraio
lunedì 7 febbraio 2011
domenica 6 febbraio 2011
DIFFONDIAMO QUESTA LETTERA PER CHIEDERE COERENZA ALLE TESTATE CHE DIFENDONO LA DIGNITA' DELLE DONNE
Lettera per tutti quei quotidiani settimanali e mensili che sposano le battaglie delle e per le donne ma di fatto continuano a sfruttare l'immagine femminile per richimare l'attenzione del pubblico maschile.
La lettera di Giorgia Vezzoli, Francesca Sanzo, Lorenza Garbolino:
Siamo grate/i alla vostra testata per la visibilità data alla reazione di tutti noi e delle donne in particolare. Tuttavia, se davvero vogliamo che questo impegno abbia delle conseguenze reali, occorre avere il coraggio di fare delle scelte editoriali coerenti.
A parte pochissime testate, tutta la galassia mediatica - compresi i giornali femminili - non gioca quasi mai a favore delle donne. Dai contenuti alle pubblicità, alle innumerevoli incongruenze.
Se da una parte si cavalca l'indignazione delle donne facendosi paladini della loro dignità, dall'altra ci si comporta come chi la calpesta, continuando a pubblicare corpi di donne per la svendita, fotogallery inutili, video terrificanti senza informare, riflettere, analizzare. Quale sarebbe la coerenza editoriale?
Gli scandali sessuali sono anche il prodotto di una sottocultura diffusa negli ultimi anni proprio dai media, che hanno basato una parte considerevole dei contenuti usando corpi di donne.
Le conseguenze di questa sottocultura le paghiamo noi, nella nostra vita quotidiana.
ISTRUZIONI:
- Copincollate la lettera
- Pubblicatela come nota fb taggando le pagine de La Repubblica, l'Unità e delle testate che desiderate
(oppure mettetela fra i commenti dei post delle loro pagine Fb)
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Iniziativa della Campagna IO NON CI STO agli stereotipi:
http://vitadastreghe.blogspot.com/2010/05/io-non-ci-sto_10.html
(Foto dell'evento by http://www.valgraphicart.blogspot.com/)
Fonte:http://www.facebook.com/event.php?eid=165696433477984
sabato 5 febbraio 2011
DONNE CULTURE MIGRAZIONI E POTERE
Presentazione e discussione di dati di ricerca sulla condizione di donne migranti in Campania e nel bacino mediterraneo
Introduce :
Caterina Arcidiacono – Dottorato di Studi di Genere, Università Federico II
Il diritto dell'Unione Europea sull'uguaglianza fra uomo e donna
Christine Breuer Ferrari – Università di Lione
Genere e diritti nel Maghreb
Najlaa Mahboubi - Dottorato di Studi di Genere, Università Federico II
Migranti e diritti nella prospettiva della psicologia della liberazione
Garcia Manolo - Università di Sevilla
Subordinazione femminile e strategie di resistenza
Filomena Tuccillo - Dottorato di Studi di Genere, Università Federico II
Infermiere e immigrate: due realtà a confronto
Anna Bocchino – Ospedale Virgin Macarena, Sevilla
Palazzo Isveimer, Università Federico II
Via C. Cortese 9
17 febbraio 2011 ore 15.00
Fonte: http://www.news.unina.it/pdf/9875.pdf
lunedì 31 gennaio 2011
"Tratta delle bimbe", via al processo E scende in campo l'Antimafia
di RORY CAPPELLI
Le drogavano, le caricavano di peso in macchina, le portavano in Italia pagando i funzionari di frontiera, le chiudevano in appartamenti, le violentavano, le picchiavano brutalmente, a volte le usavano come merce per pagare l'affitto, altre volte le rivendevano facendole sparire in quella specie di buco nero in cui ogni anno scompaiono centinaia di donne. Oppure, controllandone ogni mossa attraverso complici prostitute e continue telefonate sui cellulari, le costringevano a vendersi per strada. Un giro particolarmente redditizio: loro, le "ragazze" erano ricercatissime dai clienti che pretendevano rapporti senza protezione e che le volevano sopra ogni altra cosa per la loro età. Poco più che bambine, 14 o 15 anni.
È l'allucinante storia di fronte alla quale si sono trovati i carabinieri fermando alla fine dello scorso maggio una ragazza: non parlava italiano ed era terrorizzata da quello che i suoi aguzzini le avrebbero potuto fare. Negava, urlava, voleva tornare libera: dichiarava di avere 20 anni, di aver liberamente scelto di battere, di voler soltanto essere lasciata in pace. Piano piano, con l'aiuto di psicologhe e assistenti sociali, il quadro che si è delineato ha lasciato gli inquirenti senza parole. Il procuratore della Dda (Direzione distrettuale antimafia) Roberto Staffa ha fatto subito partire le indagini: e dopo un paio di mesi, in due distinte operazioni, ha fatto scattare le manette ai polsi di 7 persone - quattro sono a tutt'oggi latitanti - per tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, induzione alla prostituzione minorile e violenza sessuale. Una storia che vede coinvolti tre italiani (Pasquale Martino, Vincenzo Di Nardi e Italo Vezza), due donne romene (Mariana Mita e Simona Nicolae) e sei romeni (Valerica Draguti, Marian Tapliga, Constantin Viorel Mita, Marian Ovidiu Mita, Constantin Gutue e David Claudiu Pioara). Sono riusciti a fuggire Marian Tapliga e Constantin Gutue, tra i peggiori per crudeltà e "mente criminale", a tutt'oggi latitanti. Gli altri, e tra loro anche due donne, sono detenuti tra il carcere di Regina Coeli e quello di Rebibbia e, dopo l'udienza di questi giorni, il 7 febbraio prossimo Staffa esporrà alla corte le sue conclusioni.
Sempre la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda), si sta occupando in questi giorni, attraverso un altro membro del pool, il procuratore aggiunto Maria Monteleone, di un altro allucinante caso di violenza, riduzione in schiavitù e induzione alla prostituzione, che vede coinvolto un altro romeno, Iancu Buzdugan, e una ragazzina romena, Romina, all'epoca dei fatti minorenne e che, seguita dall'avvocato Maria Cristina Cerrato, vive oggi in residenza protetta. Buzdugan esercitava sulla ragazza "poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, mantenendola in stato di soggezione continuativa, costringendola a prostituirsi".
L'aveva portata in Italia con la promessa di sposarla. Lei è "in avanzato stato di gravidanza", 22 settimane (sei mesi). Lui la costringe a prendere pillole abortive. La bambina nasce e muore poche ore dopo la nascita. Lui la picchia, la minaccia, la costringe a servirlo "ad eseguire lavori umilianti quali lavargli i piedi". La fa mangiare "solo una volta al giorno". La costringe a prostituirsi: le detta le tariffe e condizioni: deve chiamarlo prima e dopo essersi appartata con i clienti. Alla fine la polizia la libera. E Buzdugan finisce in manette.
http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/01/29/news/emergenza_prostituzione-11796989/
martedì 25 gennaio 2011
I cosmetici ispirati al femminicidio
Ma le donne si truccano per divertimento, per gioco, per piacere, per sembrare più belle.. tutte cose vitali, come si può lontanamente fare quest'associazione assurda e credere che sia una buona mossa di marketing? Non vale neanche più il detto basta che respiri? Vive o morte delle donne si può fare qualsiasi cosa.
Quest'estate però il fatto non ha suscitato grande clamore in realtà, oggi quindi, cercando di calvalcare l'onda d'informazione seguita al femminicidio di Susana Chavez cercano forse di riaccendere la polemica per ottenere una spremutina di attenzione, forse anche in vista del carnevale?
Questo qui il link alla notizia.
Edit
Dei post di luglio di Fas sull'argomento qui e qui
Contro lo stupro correttivo
Nell'immaginario maschile quant'è arrapante una scena lesbo?
In Sudafrica le lesbiche vengono legate, picchiate, torturate e stuprate per ore.
Firma la petizione mondiale per fermare quasta ignobile pratica.
Il teatro di Emma Dante dal palcoscenico ai libri alla fotografia
In occasione delle rappresentazioni al Teatro San Ferdinando
del nuovo spettacolo di Emma Dante, La trilogia degli occhiali dal 25 gennaio al 6 febbraio
verranno presentati libri e pubblicazioni sul teatro della regista palermitana
Partono giovedì 27 gennaio gli appuntamenti e incontri dedicati alla regista palermitana Emma Dante promossi in occasione del debutto nazionale al Teatro San Ferdinando dello spettacolo La trilogia degli occhiali, in scena dal 25 gennaio al 6 febbraio. Appuntamenti che lo Stabile di Napoli ha voluto promuovere – d’intesa con le case editrici e in collaborazione con le librerie coinvolte – per offrire al pubblico una più ampia conoscenza del lavoro artistico e della produzione teatrale di una grande protagonista della scena italiana.
Il programma prevede:
Giovedì 27 gennaio alle 18.30 al Teatro San Ferdinando, la presentazione del volume edito da Infinito, Il teatro di Emma Dante, fotografie di Giuseppe Distefano, testi di Emma Dante e Rodolfo Di Giammarco.
L’incontro è condotto da Stefano De Stefano.
Martedì 1 febbraio alle 17.00 al Teatro San Ferdinando, la presentazione del libro edito da Liguori, Anticorpi a cura di Luisa Cavaliere. Intervengono Rosella Postorino, Emma Giammattei, Adriana Maestro. L’incontro è condotto da Marina Rippa.
Venerdì 4 febbraio alle 18.00 alla Fnac di via Luca Giordano, la presentazione del volume edito da Rizzoli de La trilogia degli occhiali.
Sabato 5 febbraio alle 17.30 alla Libreria delle Donne evaluna in piazza Bellini, la presentazione del libro Intervista a Emma Dante di Titti De Simone, Navarra Editore.
A tutti gli appuntamenti, oltre a quella degli autori, è prevista la presenza della regista e della compagnia.
teatro stabile di napoli
teatro san ferdinando
piazza eduardo de filippo 20 napoli
biglietteria: 081.291878
mail: info@teatrostabilenapoli.it - www.teatrostabilenapoli.it
orario spettacoli: feriali ore 21.00; mercoledì e domenica ore 18.00; lunedì riposo.
Fonte: comunicato stampa
Immagine: operadisc.com
lunedì 24 gennaio 2011
Prostituta uccisa nel parmense: omicida è un cliente abituale
L’uomo che l’ha uccisa, secondo le prime indagini, è un cinquantenne di Parola di Fontanellato, altro paese della zona, che nel tardo pomeriggio è stato portato in Questura, fermato dalla Squadra mobile e interrogato dal pubblico ministero Roberta Licci. A dare l’allarme sulla scomparsa della ragazza era stata, sempre a fine mattina, una sua collega che non l’aveva vista tornare dopo essere alita sull’ultima auto ieri notte.
Sulla base delle informazioni della giovane e dopo il ritrovamento del cadavere, la polizia è andata a prendere il presunto assassino che vive con la madre. A quanto si è saputo, l’uomo era un cliente abituale della romena e anche questo è stato riferito dall’amica della vittima, permettendo alla Squadra mobile indagini-lampo. L’uomo ha fatto prima parziali ammissioni e poi ha condotto gli investigatori nel luogo in cui è stato trovato il cadavere, avallando di fatto le accuse.
Sul cadavere, da un primo esame, non ci sono segni di arma da fuoco o da taglio, e dunque a causare la morte potrebbe essere stata la violenza dei colpi, oppure uno strangolamento cui fanno pensare i lividi riscontrati sul collo. Il motivo dell’omicidio potrebbe essere stato un diverbio sulla prestazione sessuale o, secondo altre voci, la pretesa dell’uomo di avere con quella ragazza, tanto piu’ giovane di lui, un rapporto stabile.
24 gennaio 2011 | 22:51
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/prostituta-uccisa-nel-parmense-omicida-e-cliente-abituale-723451/
mercoledì 12 gennaio 2011
I propositi degli uomini disertori del patriarcato
1. Per troppo tempo, molti di noi hanno trascurato la salute fisica, mentale e spirituale. Prendiamoci cura di noi stessi, senza demandare la responsabilità della nostra cura ad altre/i.
2. Prendiamoci la responsabilità di mantenere e preservare le nostre relazioni sociali. Inviare biglietti di auguri, acquistare i regali per i nipoti, ricordare i compleanni, o anche solo organizzare cene per stare in compagnia, sono attività che ci mantengono vivi ed in relazione con altre/i. Smettiamola di lasciare ad altre/i la gestione della nostra rete sociale! Ricordiamo in prima persona a chi ci sta vicino che teniamo alle loro parole e alla loro presenza.
3. Ascoltiamo le donne, senza interrompere, senza smentire immediatamente, senza criticare o deridere solo perché sono donne. Ascoltare, comprendere, rispondere in modo pertinente sull’argomento e non in base al genere dell’interlocutrice/ore. E tenendo la bocca chiusa abbastanza a lungo, potremmo imparare qualcosa!
4. Facciamo attenzione, nelle nostre attività e/o discussioni, a quanto diamo peso alle opinioni, alla parola ed alla presenza di altre soggettività. La mancata partecipazione di donne, trans e persone di diverse provenienze e/o vissuti ci vincola al paradigma patriarcale, eteronormativo (*) e razzista.
5. Impariamo anche i gesti e le attività che lasciamo fare sempre e solo alle donne. Fare il bucato in modo corretto, ad esempio. Tu ed io sappiamo come fare il bucato. E’ facile quanto cambiare l’olio tenendo in mano una birra, riparare lo scarico, o agganciare un nuovo televisore al plasma. E’ l’ora di smettere di fingere d’essere ignoranti. Capiremo molto di più di noi stessi e guadagneremo strumenti e possibilità di comprensione reciproca.
6. Eliminiamo le parole misogine e sessiste dal nostro vocabolario – e dal nostro dialogo interiore pure. Quando una donna fa qualcosa che non ci piace, non la chiamiamo “troia” – nemmeno nella nostra testa! E’ un’atteggiamento mentale stupido e funzionale alla violenza. Evitiamo la complicità silenziosa con altri esprimendo chiaramente dissenso quando ascoltiamo linguaggi e/o assistiamo ad atteggiamenti misogini e omo/transfobici.
7. Dobbiamo sempre essere forniti di profilattico e metterlo prima che lei sia costretta a chiedercelo. Basta indossarlo. E’ un atto di rispetto e responsabilità che dobbiamo a noi stessi e a chiunque faccia sesso con noi.
8. Evitiamo qualsiasi attività sessuale che oggettivizza, sfrutta, ferisce o umilia le donne. Evitiamola, anche perché è umiliante e degradante anche per noi,
9. Scegliamo di avere rapporti sessuali esclusivamente con persone che siamo certi siano consapevoli e consenzienti. Ciò significa che non siano ubriache, confuse, o impaurite. Che non siano state manipolate o la situazione non sia frutto di un atto di bullismo, molestia e/o pressione psicologica o abuso di potere.
10. Risolviamo eventuali conflitti in modo non violento, senza abusi, senza ritorsioni o vendette e senza coinvolgere chi non c’entra – soprattutto se si tratta delle figlie e dei figli.
11. Troviamo un altro uomo da amare, in qualunque modo. Amico, padre, collega: proviamo a sentire, anche per scherzo, anche in una battuta, il rumore della parola “amore” detta a un altro uomo. Facciamola uscire fuori e vediamo che effetto fa. Mettiamoci alla prova, in questa come in altre situazioni.
12. Lavoriamo per eliminare la nostra omofobia e/o transofobia. L’eteronormatività (*) distrugge la nostra connessione con tutti gli altri esseri umani. E ci impedisce di amare. Dobbiamo essere in grado di amarci profondamente. Come uomini siamo capaci di dare e ricevere tanto amore – e non solo dalle donne. Informiamoci, leggiamo, parliamo, conosciamo altre esperienze. Ne guadagneremo sicuramente in qualcosa.
13. Informiamoci sul femminismo. Ci sono tante storie e correnti femministe quanti movimenti letterari e avanguardie artistiche. E’ una storia enormemente complessa sulla quale è doveroso saperne di più, soprattutto perché interessa noi, che eravamo siamo e saremo lì, insieme a chi ha una sua storia che pochi conoscono. Di nuovo e ancora: conosceremo in tal modo molto di più anche noi stessi.
—>>>(*): Per eteronormato, eteronormativo, eteronorma si intendono tutte quelle regole/norme comportamentali/psicologiche/linguistiche etc che si basano sull’idea che l’unica sessualità possibile e/o obbligatoria sia quella etero.
Fonte: Femminismo a sud
Se qualcuno "ruba un bacio" a te?
Quello che segue è un articolo tratto da Leggo.it e condiviso su facebook dal vero gruppo No alla violenza sulle donne sottoforma di nota.
Proprio a commento della nota si è sviluppata una discussione sul fatto riportato, che riassumendo è: una donna ha denunciato un uomo per violenza sessuale dopo che questo, mentre lei gli serviva un caffè, l'ha afferrata per la testa e le ha infilato la lingua in bocca, nell'intento di baciarla. Sconvolta dall'accaduto e per evitare d'incontrare ancora il suo aggressore, la donna si è licenziata dal posto di lavoro.
Dopo tre anni e mezzo l'uomo è stato condannato ad un risarcimento di 2.500 euro e 1 anno e 2 mesi di reclusione.
Il principio è molto semplice: un bacio è un atto sessuato - sessuale. Baciare qualcuno insinuando la propria lingua nella sua bocca, senza aver ricevuto un chiaro segno di consensualità - cioè senza che dall'altra parte ci sia la volontà - è un'aggressione, tenere per la testa questa persona mentre la si aggredisce è una violenza. Questa è certamente una violenza sessuale, non solo lo stupro genitale è violenza sessuale, ma lo sono tutti gli atti sessuali compiuti su qualcuno che non è consenziente o non può esprimere consenso (Legge 15 febbraio 1996 n. 66 Norme contro la violenza sessuale).
E' ovvio che questa violenza sessuale o sessuata non è come uno stupro genitale, infatti la condanna per quest'uomo non è stata di otto anni o più, ma di un anno e due mesi, che a qualcuno sembrano troppi perchè nel sentire comune, anche di molte donne, il fatto che un uomo "ci provi con ogni mezzo", e così viene percepito questo fatto da alcune persone che commentano la nota, è normale, infatti provarci con qualcuno è normale, ma nei fatti se qualcuno mi tenesse per la testa e mi facesse subire un'intromissione della sua lurida lingua nella mia bocca anch'io lo denuncerei, perchè questo non è un romantico "bacio rubato" (definizione giornalistica) è, a tutti gli effetti, una violenza, sembra non essere chiaro che quella donna stava facendo il suo lavoro e un tipo ha deciso che lei, non importa se d'accordo o no, doveva levargli una voglia e l'è zompata addosso. Allo stesso modo in cui ti mettono la mano nel fondoschiena in pullman e ti toccano casualmente il seno al supermercato, tu stai per i fatti tuoi ma loro ti considerano a disposizione per il semplice fatto che sei femmina e te lo devi tenere.
Questa mentalità poi mi viene confermata da un commento successivo in cui un ragazzo dice: "Ma quale mentalità maschilista e misogina. Si tratta solo di dare un peso alle cose. Per questo caso basterebbe solo un semplice SCUSA e un mazzo di rose da parte di lui alla ragazza per ovviare alla questione. Altro che reclusione. RIpeto, io vedo questa faccenda una cosa esagerata".
Un mazzo di rose? Mi ricorda qualcosa.. ah si! il matrimonio riparatore in uso da qualche parte come scusante dopo uno stupro, beh un mazzo di rose sembra un corrispettivo adeguato ad un bacio rubato, come un matrimonio ad uno stupro.
Successivamente il ragazzo dice d'aver fatto "una specie di battuta".. ma per pensare che basti chiedere scusa, significa che non c'è percezione dell'abuso.
RUBÒ UN BACIO ALLA BARISTA: CONDANNATO PER ABUSI
Un bacio rubato è violenza sessuale. Lo ha stabilito il tribunale di Cremona che oggi ha condannato a un anno e otto mesi di reclusione un uomo di 34 anni, che nel giugno di quattro anni fa, in un locale pubblico, afferrò per la testa la barista di 23 anni che gli serviva al banco un caffè e la baciò sulle labbra. Un «bacio alla francese» e non «a stampo», come aveva detto, in fase di denuncia, la vittima, che a causa dello choc subito, qualche mese dopo si era licenziata per non incontrare più il molestatore. Il presidente del collegio Ivano Marco Brigantini, con i giudici Andrea Milesi e Francesco Sora, ha riconosciuto all'imputato, Angjelin M., albanese, l'attenuante della minore gravità del fatto e lo ha inoltre condannato a risarcire danni per 2.500 euro alla vittima che «nel dicembre successivo all'episodio si licenziò per evitare di incontrare quell'uomo al bar. »La mia assistita ancora oggi vive in uno stato di terrore, ha paura e, a livello emozionale, sono ancora in corso sofferenze traumatichè, ha evidenziato l'avvocato di parte civile Stefania Maccalli. Il pm Francesco Messina aveva chiesto per l'imputato un anno e un mese di reclusione. I fatti risalgono al 3 giugno del 2007. Angjelin aveva bevuto troppo quella notte e quando entrò nel bar, il suo stato di alterazione era visibile. Domandò ancora da bere, ma incassò un rifiuto. Optò per un caffè e quando la barista gli mise la tazzina davanti, lui con fare repentino le afferrò il volto con le mani e con la forza la baciò. Intervenne il titolare del locale, strattonando l'aggressore. Nella sentenza ci si è rifatti al precedente, in Veneto, di un uomo che nel tentativo di riconquistare la ex, le strappò un bacio. Nel 2007, la Terza sezione penale della Cassazione confermò la condanna a 1 anno e 1 mese di reclusione. E c'è il caso (accaduto a Genova), di un assistente capo della polizia che strappò il bacio a un collega sull'auto di servizio. Nel 2006, la Cassazione rigettò il ricorso dell'imputato, condannato in via definitiva a 1 anno e 2 mesi di reclusione. In entrambi i casi, i giudici della Terza sezione penale avevano osservato che nella nozione di «atti sessuali si devono includere non solo gli atti che coinvolgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente» e che tra gli atti «suscettibili di integrare il delitto di violenza sessuale, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorchè l'atto, per la sua rapidità e insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo»
"Mamma era una vittima Papà la picchiava"
"Una volta ho visto mia mamma con un occhio nero e mi sono preoccupata. Le ho chiesto se fosse stato papà ma lei ha negato. Mi ha detto no, papà è bravo. Sono caduta dalle scale". Parla Maria Pina Trabona, la figlia a cui Carlo Trabona ha telefonato per confidarle di aver fatto una strage: "Ho fatto quello che dovevo fare da tanto tempo. Ho ucciso la mamma perché mi tradiva". Aveva già sparato sette colpi quando telefonò alla figlia Carlo Trabona, e non solo contro la moglie Antonina Scinta. Aveva ucciso il presunto rivale in amore, Loreto Cavarretta, vicino di casa, e suo fratello Angelo. L'ultimo colpo, l'ottavo, Carlo l'ha tenuto per sé: un colpo alla tempia destra.
I maltrattamenti alla moglie non sono stati isolati. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'escalation delle aggressioni domestiche fu lunga e sempre più violenta.
Questa mattina le due figlie del muratore omicida, Maria Pina e Caterina, sono andate a parlare con il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati per chiedere quando sarà liberato l'appartamento di via Piacenza sigillato ieri dagli agenti dopo la strage.
Il magistrato ha dato l'incarico al medico legale Marco Canepa per l'autopsia sui quattro corpi che sarà effettuata domani e non oggi come era stato detto in precedenza.
Intanto gli agenti della squadra mobile hanno identificato il proprietario della pistola con cui Trabona ha sparato ieri mattina, un revolver calibro 38 rubato nel 1979 e ricomparso improvvisamente ieri mattina.
Fonte: http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/01/10/news/mamma_era_una_vittima_pap_la_picchiava-11046510/