domenica 18 dicembre 2011

Discriminata a nove mesi

La madre, straniera, perde il lavoro e non le rinnovano la tessera sanitaria

Ha appena nove mesi di vita. La madre l’ha vista nascere con il cuore in gola. Perché il parto è stato problematico. Fu necessario usare il forcipe per farla nascere. E quella manovra le causò un lieve emorragia. Complicanza subito superata fortunatamente. Ma che richiede un periodico controllo per garantire un decorso scevro di pericoli o preoccupazioni.
Purtroppo per lei la piccola è nata in Italia nell’anno 2011. Dove anche se hai 9 mesi di vita ti può venire negata l’assistenza sanitaria gratuita. È successo proprio a Ferrara. Ieri mattina.
La madre della bimba, di nazionalità rumena, si reca in via Cassoli per rinnovare il tesserino sanitario per lei e per la pargola. Le chiedono i documenti. Qualcosa però manca all’appello. La donna, pur avendo lavorato in regola in Italia, un anno fa è stata licenziata. Non può più garantire il sostentamento economico di sé e dei suoi famigliari. Ergo, niente residenza e niente tessera.
Lo sconforto iniziale è nulla però di fronte a quello che sta per apprendere: nemmeno sua figlia, nata in Italia, ne ha diritto.
Con lei c’era Massimo Martinelli, presidente dell’associazione di volontariato “C’è Vita… e Vita” onlus di Ferrara, cui la famiglia si era rivolta per un aiuto. “Se non fossi stato presente – racconta il volontario – non avrei creduto alle parole che erano state dette”. Martinelli chiede spiegazioni. E dal Cup viene dirottato all’Urp. Parla con un’impiegata. Poi con un’altra. Ma la risposta è sempre la stessa. Lo dice la legge 30 del 2007, che disciplina il diritto di soggiorno dei cittadini comunitari: la mancanza di un impiego e la impossibilità di provvedere economicamente a se stessi e ai propri famigliari fa venir meno il diritto di rimanere nel territorio nazionale per più di tre mesi. E senza residenza non ci può essere copertura sanitaria, prevista solo per terapie salvavita o cure indifferibili.
“Ora io non ce l’ho assolutamente con nessuno – afferma incredulo Martinelli -, ma ho alcune domande: ma questa bimba, questa piccolissima bimba di 9 mesi che non ha più nessun diritto a nessuna assistenza sanitaria come deve fare? Come mai la mamma, avendo lavorato in regola in Italia dopo un anno che ha perso il lavoro, ora perde anche l’assistenza sanitaria? Perché i politici di Roma, basta che “lavorino” una legislatura (e nemmeno per intero), e alla fine di quella hanno pensione, assistenza sanitaria e tutto quello che gli tiene dietro? I carcerati, senza nulla togliere loro, hanno l’assistenza sanitaria garantita. Non mi viene in mente una situazione in cui ci sia un essere umano che non abbia diritto all’assistenza sanitaria. La tutela dei diritti sui minori (dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989), è stata firmata anche dall’Italia (art. 24 Legge 27 maggio 1991, n. 176), ma non mi sembra che venga applicata! Non voglio credere che nel 2011 in Italia, in Europa, una bimba di soli 9 mesi abbia perso i diritti di essere visitata, seguita e curata”.

venerdì 16 dicembre 2011

"Padri separati uniti contro le donne: boom di falsi siti, è allarme". La denuncia

Fonte: affaritaliani
Venerdì, 16 dicembre 2011 - 12:06:54

Gentile redazione,
faccio seguito all'articolo "Padri separati/Tre milioni sotto la soglia della povertà" (http://affaritaliani.libero.it/cronache/padri-separati111211.html?refresh_ce).
La pur buona pellicola televisiva di Rai Uno sulla vicenda del "padre separato" non vi induca nell'errore: Caritas ospita prevalentemente "genitori separati dai figli" tra gli extracomunitari o i comunitari soli in Italia per lavoro, quelli di fatto che si sottraggono al racket dell'impiego delle manovalanze in nero, ridotti in stato di povertà. I poveri "padri" sono così effettivamente separati dalle famiglie dai molti chilometri, che li separano fisicamente dal proprio paese di origine. Gli italiani hanno una incidenza minima, a Roma sono praticamente sconosciuti, mentre a Milano ce ne solo 5 o 6 in tutto tra i documentati che frequentino le "mense della carità".
Ciò è confermato inoltre dal dato fornito dalla ricerca Istat di recentissima pubblicazione, dedicata alle "condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio", che rileva come siano le donne a subire una involuzione economica personale e familiare dalla fine di un matrimonio. Altresì dal vostro articolo è scomparso completamente il contenuto del rapporto Eurispes 2011 sulla "condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza", cioè i figli, ad integrale favore di questi padri "certamente adulti" e interessati.

La mistificazione del dato della Caritas è manifattura di un pool di associazioni e di spregiudicati studi legali, interessati ad un obiettivo differenziato solo dall'oggetto statutario molto diverso da quello apparente e che non ha nulla di sociale. Le associazioni dei cd "padri separati" chiedono benefici per se stessi, gli avvocati mirano all'introduzione di una "mediaconciliazione familiare" obbligatoria che, come l'altra ormai in vigore, avrebbe come effetto immediato di far crescere a dismisura i costi di una separazione o di un divorzio per l'introduzione di altre professionalità da retribuire.  

L'intero comparto associativo, invece, è coautore della campagna per l'introduzione della "sindrome di alienazione genitoriale", la P.A.S. (Parental Alienation Syndrome), con il ddl 957 - gemello "cattivo" del ddl 2454 citato dal vostro articolo - per la modifica della L. 54/2006 sull'affidamento condiviso, che ha la presunzione di inserire l'accertamento obbligatorio dell'esistenza di una presunta malattia psichiatrica, per altro priva di alcun avallo medico dalla comunità scientifica internazionale e non inclusa nel DMS IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, la cd bibbia della psichiatria) direttamente nel nostro ordinamento giudiziario.

E' utile ribadire che l'introduzione di un pregiudizio a carattere medico psichiatrico nel nostro ordinamento giudiziario subirebbe un primissimo stop in Aula con la pregiudiziale di costituzionalità, ma anche qualora fosse votata con la fiducia o a colpi di maggioranza perirebbe miseramente di fronte alla Suprema Corte Costituzionale alla prima occasione. La presunta malattia, infatti, è tale fornire uno strumento paramedico giudiziario per definire "alienato" il minore e quindi renderne inefficace la "deposizione in Tribunale". L'effetto dell'introduzione di una presunta malattia nel nostro ordinamento imporrebbe una riduzione immediata del Diritto del Minore, alla stregua di dichiarare inabili alla testimonianza tutti coloro affetti dalla sindrome di Down di ogni ordine e grado (e ve ne sono anche di laureati).

Non è un caso che la PAS sia stata usata con una distruttiva efficacia nei Tribunali americani solo per casi di violenza o abuso di minore nelle dispute di affidamento tra i genitori. Richard Gardner autore della teoria, psichiatra forense tossicodipendente ammalatosi di distrofia simpatica riflessa e morto suicida autoinferendosi numerose coltellate al petto e al collo con una mannaia da macellaio, ebbe dalla esperimentazione solo giudiziaria anche il ritorno di alcuni suicidi tra le vittime strappate al genitore protettivo e collocate dal giudice presso il genitore violento o abusante. Fortunatamente molti dei casi trattati da Gardner furono rivisitati durante lo scandalo e sanate situazioni di inenarrabile violenza ai danni di bambini e bambine. Coloro che negli states sono stati bambini vittime di Gardner oggi sono divenuti associazioni, che combattono strenuamente l'applicazione giudiziaria della teoria criminogena ai casi di pedofilia o di violenza familiare.

Allego le bozze del Rapporto Caritas pubblicato nel 2011 e i link per rivedere l'Indagine Istat sulle "nuove povertà" che conclama la povertà delle "Donne" giovani e con figli, nonché le relazioni redatte ai fini dell'Audizione presso la Commissione Giustizia al Senato sui due ddl scritte dall'Avv. Girolamo Andrea Coffari, presidente del Movimento per l'Infanzia, e dal Dott. Andrea Mazzeo, psichiatra e dirigente medico della Asl di Lecce.

Concludo con il ribadire mestamente che in tempi di grave crisi, quale quello verso il quale si avvia il Paese, la partecipazione mediatica ad una campagna che apre ufficialmente le ostilità tra i "generi" maschile e femminile può, a livello sociale, produrre gravi danni per la popolazione. Istat infatti rileva che il 75% dei genitori maschi non è in regola con il pagamento dell'assegno vitalizio per i figli e, considerando l'ampiezza del dato nazionale prodotto da Istat, è bene sospettare che si celi ben altro oltre alla povertà. Sussiste inoltre il rischio che da questa impietosa campagna nasca inoltre una nuova "affittopoli" di partito.
Pagine come questa che vi mostro sono esclusivo appannaggio mediatico delle organizzazioni descritte sopra e non rappresentano certo l'immagine di una Italia onesta e impegnata a risollevarsi dalla crisi, informo inoltre che i contenuti diffusi dalla pagina sono riprodotti da ben oltre 500 pagine facebook di poco differenti  e un centinaio di siti web commissionati dalle Associazioni e dagli studi legali ad una società di marketing e web hosting fiorentina, la Geobox.IT Srl, il cui titolare è sotto processo il Tribunale di Firenze per gravi maltrattamenti familiari (il reato è stato determinato per effetto di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, a disposizione se occorre).

Inoltre, cosa gravissima fin in violazione della legge e contro la deontologia professionale di avvocati e medici cui è vietata la pubblicità, tutti i professionisti legati al circuito sono di fatto "pubblicizzati" da queste pagine e con ricca esposizione di indirizzi e altri recapiti.


Loredana Morandi, presidente associazione Argon - Rete di artisti contro le guerre, e responsabile della comunicazione del Movimento per l'Infanzia


I link dell’associazione Argon - Rete di artisti contro le guerre

I link del Movimento per l'Infanzia

Il blog per i comunicati alla stampa:

mercoledì 14 dicembre 2011

Lettera

Oggi questa lettera ha fatto il giro dei social net. ed è stata anche ribbloggata più volte. L'ha scritta un uomo, un amico di Arguzia, la ribloggo pure io, si comincia a sentire un po' di rumore finalmente contro l'atteggiamento sessista!
Ciao, sono un uomo. Non so se ho il diritto di esprimere il mio pensiero sul tema della violenza maschile sulle donne, quindi mi limiterò a raccontarvi la mia storia e più che altro la storia delle donne che ho conosciuto. Ho 37 anni e non sono stato uno di quei fortunati che hanno trovato l’amore della loro vita da adolescenti e non si sono mai più separati. Direi che ho avuto almeno 3 storie importanti. Per importanti intendo che tra me e la donna con cui ho condiviso qualche pezzo più o meno lungo della mia vita si era creato un rapporto piuttosto intimo, un rapporto che ha permesso loro di raccontarmi cose che non avevano mai raccontato a nessuno. Delle altre che ho frequentato non so, ma loro 3, le donne che ho amato, ognuna di loro aveva una storia di violenze da raccontare, anzi da nascondere.
Una di loro era stata costretta ad un rapporto orale. Usciva con un ragazzo che le piaceva, forse non ne era innamorata, ma le piaceva. Lui la chiamava quando aveva voglia di scopare. Lei avrebbe voluto qualcosa di più, ma non aveva il coraggio di dirglielo e forse neanche pensava di meritarselo. Fatto sta che una sera, in macchina, mentre lei gli stava facendo un pompino, lui decise di tenerle le mani sulla testa, troppo forte perché a lei potesse piacere, troppo forte perché lei potesse liberarsene. Lo fece finché non le venne in bocca, procurandole il vomito e schernendola con un “che vuoi che sia, sbianca i denti”. La ragazza in questione non è più riuscita a farlo con nessuno, si sentiva una troia, non riusciva neanche più a nuotare con la testa sotto il livello dell’acqua. Dimenticavo gli attacchi di panico. E ovviamente non ha mai pensato di denunciare il fatto. Chi mai le avrebbe potuto dare ragione?
Un’altra invece aveva una lunga storia di abusi familiari. Il padre, gli amici del padre, i cugini. La costringevano anche a guardare porno con loro, a fare cose. Oggi sta meglio. Ma sulle braccia porta i segni degli anni di autolesionismo, ferite infieritesi perché il dolore fisico annientasse i ricordi, molto più dolorosi.
Un’altra ancora in un momento di debolezza si è lasciata baciare da uno dei suoi migliori amici, almeno fino a quel momento. Lei si era lasciata dopo una lunga storia, lui pure. Solo che dopo quel bacio per lei sarebbe stato abbastanza. Per lui invece no. Quando ebbe finito lei se ne torno a casa con i lividi e un senso di colpa che ancora oggi la porta a pensare di esserselo meritato, di essere lei la troia, l’ha portata a chiedermi scusa per quanto fa schifo, l’ha portata a non dire niente a nessuno certa che non sarebbe stata capita, in fondo anche lei pensava di essersela cercata, l’ha portata a continuare a frequentare il suo “amico” come se niente fosse mai successo perché non sarebbe stato socialmente accettabile dire a tutti quanto il tipo in questione facesse schifo e probabilmente non sarebbe servito ad escluderlo dalla cerchia sociale di amici in comune.
Tre donne, un ragazzo conosciuto, un padre, un migliore amico. Nessun rom o estranei di altro tipo.
Ora io non so spiegarmi come mi sento di fronte a ciò. Sono un uomo e forse neppure vi interessa saperlo, però queste donne io le ho guardate negli occhi, le ho amate, ne ho conosciuto aspetti forse nascosti ai più e sinceramente rimango sconvolto di come un altro uomo possa averle prese e usate come dei giocattoli o come delle valvole di sfogo, quando invece c’era tutto quello che ci vedevo io, non comprendo come possano averle prese trascurando tutto il resto e vedendo solo una vagina. Non so se è la parola giusta, ma mi sembra uno spreco incomprensibile, uno spreco di umanità, avere di fronte una persona con tutta la sua complessità, i suoi pensieri, il suo amore, una persona probabilmente disposta a darti molto di più e invece accontentarsi di svuotarsi i coglioni, contro la sua volontà, come un animale, e poi sentirsi anche bene.
Non so spiegarvi la rabbia che provo, che forse non è che una minima parte di quella che provate voi. Io so che ho dovuto trattenermi dall’andare a cercare le persone in questione e ucciderle. Si perché l’istinto è questo. Lo so, è un istinto da uomo, maschile. L’ho represso, prima di tutto per il rispetto che provavo per le donne che si sono fidate raccontandomi il loro segreto e in secondo luogo perché mi avrebbero trasformato in un qualcosa che non voglio essere. Ma la rabbia dentro rimane, e brucia, ed ogni volta che mi è capitato di guardarle negli occhi non sono mai riuscito a comprendere come qualcuno potesse aver fatto loro qualcosa del genere, quando io sarei andato in cielo anche solo con un bacio o una carezza.
Quello che voglio dirvi e che di uomini come me ce ne sono molti altri. So che per voi donne è una difficoltà in più riuscire a distinguere quelli di cui potete fidarvi e quelli di cui no. Io sinceramente non sono ancora riuscito a capire come le donne che ho incontrato abbiano avuto il coraggio di fidarsi di me dopo quello che era stato fatto loro, ho avuto difficoltà ad abbracciarle mentre mi raccontavano le loro storie, perché mi sentivo uomo come uomo era chi le aveva violentate.
Non ho messaggi particolari da lanciare, slogan o altro, solo dirvi che mi stupisco ogni volta della forza che avete dentro, non perché l’abbia mai sottovalutata, ma perché va al di là di ogni ragionevole immaginazione.
Un uomo.

Birmania: stupro di guerra asiatico

Fonte: il manifesto
Sumlot Roi Ja è di etnia Kachin, ha 28 anni e una bambina di 14 mesi. È stata prelevata dai soldati birmani il 28 ottobre dal suo villaggio di Hkai Bang, nel distretto di Bhamo, nel nord del Myanmar poco distante dal confine con la Cina, portata nella caserma di Mu Bum e stuprata per giorni dalle truppe, è stata poi lasciata nuda a disposizione dei soldati nuda sulla piattaforma per montare la guardia fino a quando è stata abbandonata sulla linea di confine tra i soldati governativi e la zona controllata dai ribelli del Kachin Indipendence Army (KIA). Il giorno prima del prelievo di Sumlot Roi Ja, tre ragazzine di etnia cinese nello Stato Shan, originarie del distretto di Muse, sono state stuprate e uccise dai soldati governativi. Non se ne parla molto sui giornali italiani, ma in Birmania la guerra, nel Kachin e nello Shan, ha 40 anni e ha alle spalle una lunga storia di morte e di stupri usati come arma di guerra per piegare la popolazione. Zau Raw, del Kachin Refugee Committee, ha parlato di “soldati birmani in abiti civili che derubano e assaltano ininterrottamente in Kachin dal 9 giugno del 2011”. Stupri sistematici da parte delle truppe birmane sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo Shan Women’s Action Network ha pubblicato “Licenza di stupro”, che documenta tra il ‘96 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali; nel 2007 State of Terror, della Karen Women’s Organisation, dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi. Nel 2009 Nay Pay aveva 18 anni, era incinta di 8 mesi, e Naw Wah Lah aveva 17 anni e un bambino di 6 mesi, entrambe venivano dal villaggio di Kwee Law Plo: sono state fermate, violentate e uccise dai soldati birmani. Nell’85% dei casi gli ufficiali violentano le ragazze per poi passare le vittime alle truppe per stupri di gruppo o per essere uccise, soffocate, pugnalate o bruciate, con il corpo spesso esposto come monito. Naang Hla, incinta di 7 mesi, è stata stuprata ed è rimasta sola nella giungla con diarrea e perdite di sangue: dopo 4 giorni ha partorito. Una bambina di 5 anni è stata trovata legata e semicosciente in una pozza di sangue, portata di corsa in ospedale, dove è stata ricucita per le lesioni alla vagina lacerata dallo stupro. Women’s League of Burma (WLB), un’associazione umanitaria con base in Thailandia, ha realizzato un documentario, “Garantire giustizia alle donne”, con una inchiesta su 18 casi di violenze che si sono consumate solo negli ultimi mesi su donne tra i 12 e i 50 anni, tra cui una ragazza al nono mese di gravidanza. Le superstiti a questo scempio non hanno alcun sostegno inBirmania e non possono ottenere giustizia.

di Luisa Betti
pubblicato il 17 novembre 2011

Fonte: il manifesto

lunedì 12 dicembre 2011

La minigonna di internet


Da Internazionale in inglese qui.
Laurie Penny, Independent, Gran Bretagna
Illustrazione di Chiara Dattola

Finisci per aspettartelo, se sei una giornalista donna e per giunta scrivi di politica. Finisci per aspettarti il vetriolo, gli insulti, le minacce di morte. E dopo un po’ le email, i tweet e i commenti con fantasie molto esplicite su come, dove e con quale utensile da cucina certi pseudonimi vorrebbero stuprarti smettono di farti impressione. Diventano solo una seccatura quotidiana o settimanale, qualcosa di cui parlare al telefono con le amiche, cercando sollievo in una risata forzata.
A quanto pare, un’opinione è la minigonna di internet. Averne una e mostrarla è un po’ come chiedere a una massa amorfa e quasi interamente maschile in che modo vorrebbe stuprarti, ucciderti e pisciarti addosso. Questa settimana, dopo una lunga serie di minacce particolarmente pesanti, ho deciso di rendere pubblici alcuni di quei messaggi su Twitter, e sono stata subissata di risposte. Molti non riuscivano a credere che ricevessi messaggi così pieni di odio, e molti altri hanno cominciato a raccontarmi le loro storie di molestie, intimidazioni e abusi.
Forse dovremmo ritenere consolante il fatto che, per replicare agli argomenti di una donna, non si trovi di meglio che chiamarla “brutta e grassa”. Ma è una triste consolazione, soprattutto quando ti rendi conto, come è successo a me nel corso di quest’anno, che ci sono persone pronte a spendere un sacco di tempo e fatica per punire e zittire una donna che osa essere intraprendente, schietta o semplicemente presente in uno spazio pubblico.
Nessun giornalista che meriti di essere letto si ritiene al di sopra delle critiche, e internet ha reso più facile ai lettori intervenire e dissentire. È una cosa positiva, e da tempo ho l’impressione che le lamentele di tanti famosi giornalisti per i commenti che ricevono nascano in parte dal fatto che l’improvviso diritto di replica dei loro lettori li disturba. Nel mio caso, però, le accuse di stupidità, ipocrisia, stalinismo e scarsa igiene personale – chiaro segno per ogni opinionista di sinistra che per lo meno sta dando fastidio alla gente giusta – arrivano condite da un’abbondante porzione di violenza misogina, non solo da parte dei lettori di estrema destra.
Quei commentatori che si domandano a gran voce dove siano le voci femminili forti, chiudono gli occhi di fronte al fatto che queste intimidazioni sono diventate la norma. Quasi tutte le mattine, quando apro i miei account di posta elettronica, Twitter e Facebook, sono costretta a passare in rassegna minacce di violenza, congetture pubbliche sul mio orientamento sessuale e sull’odore e le prestazioni dei miei genitali, e tentativi di smontare idee complesse e provocatorie con un unico argomento: io e i miei amici siamo così poco seducenti che tutto quello che abbiamo da dire dev’essere per forza irrilevante.
L’idea che una donna debba essere sessualmente attraente per essere presa sul serio come intellettuale non è nata con internet: è un’accusa che è stata usata per mortificare e liquidare le idee delle donne da molto prima che Mary Wollstonecraft fosse chiamata “iena in gonnella”. Con la rete, però, per alcuni maschi è più facile trasformarsi in bulli nel chiuso delle loro stanzette. Non sono solo giornaliste, blogger e attiviste a essere prese di mira. Imprenditrici, donne che frequentano siti di giochi online e studentesse che postano videodiari su YouTube sono state oggetto di campagne intimidatorie costruite apposta per cacciarle dalla rete, e organizzate da gente che, a quanto pare, pensa che le donne debbano usare le moderne tecnologie solo per mostrare il seno a pagamento.
Ho ricevuto anche minacce più dirette: alcuni uomini si sono messi alla ricerca di mie vecchie foto e hanno minacciato di pubblicarle, anche se non capisco quale rilevanza possano avere per il mio profilo professionale. A meno che qualcuno non sia convinto che un’aspirante giornalista femminista debba per forza rimanere completamente sobria, interamente vestita e assolutamente verticale per tutto il primo anno di università. Qualcuno ha anche cercato di rintracciare e molestare la mia famiglia, comprese le mie due sorelle minorenni. Dopo una serie di minacce di stupro, in cui tra l’altro si diceva che per avere criticato le politiche economiche liberiste avrei dovuto essere costretta a praticare una fellatio a un’intera fila di banchieri, sono stata informata che qualcuno stava cercando il mio indirizzo di casa. E potrei continuare.
Vorrei poter dire che nessuna di queste cose mi ha turbato. Vorrei essere una donna così forte da non farmi intimidire dalla violenza: un consiglio che di solito ti dà chi non crede che sia possibile combattere i prepotenti. A volte, parlare della forza che ci vuole solo per accendere il computer o della paura di uscire di casa mi sembra quasi un’ammissione di debolezza. E naturalmente la paura che sia in qualche modo colpa mia se non sono abbastanza forte consente agli aggressori di continuare l’aggressione. Non è più tempo di tacere.
Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off­line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans­gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.
Traduzione di Diana Corsini.
Internazionale, numero 927, 8 dicembre 2011
Laurie Penny è una giornalista britannica. Questo articolo è uscito sull’Independent con il titolo “A woman’s opinion is the mini-skirt of the internet”. Il suo ultimo libro è Penny Red: notes from the new age of dissent

sabato 3 dicembre 2011

Signora, cosa piange? | Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”

Sull'ultimo numero di D, la Repubblica delle donne, consultabile on line qui, l'articolo "Signora, cosa piange?" di Cinzia Sciuto. Il tema è quell'obiezione di coscienza che per la vita e di coscienzioso non ha praticamente nulla.

I ginecologi non obiettori strutturati negli ospedali italiani sono circa 150, e il loro numero diminuisce costantemente. E le interruzioni di gravidanze tornano a essere un incubo. Che aggiunge dolore a dolore.


di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011

È l’alba, le prime luci del nuovo giorno iniziano a penetrare nella stanza dove Francesca nel suo letto piange in silenzio. Tra poco inizierà la procedura per l’induzione di un travaglio simile a quello di un parto. Ma Francesca non deve partorire, deve abortire. La nuova vita che porta in grembo da 23 settimane è affetta da una gravissima malformazione del cervello, la oloprosencefalia. Francesca Pieri, che all’epoca aveva 35 anni, è ricoverata già da due giorni in un grande ospedale romano ma non ha ancora iniziato la procedura di induzione, che consiste nell’introduzione nell’utero di ‘candelette’ di prostaglandina per stimolare le contrazioni del travaglio. Fino alla 12ma settimana l’interruzione di gravidanza avviene tramite raschiamento, ma dopo il feto è troppo grande ed è necessario un vero e proprio travaglio di parto.

«Il giorno del ricovero», racconta, «è servito per il disbrigo di tutte le pratiche burocratiche. Il secondo invece non ho fatto niente, ho semplicemente aspettato». Quel giorno infatti erano di turno solo medici obiettori, che si sono rifiutati di avviare la procedura di induzione. Francesca quindi ha trascorso tutto il giorno in mezzo a donne in travaglio, bambini appena nati, nonni euforici, fiori e regali, in attesa del medico non obiettore che le introducesse la prima candeletta. Era da sola, con quella vita sospesa in pancia e un profondo dolore nel cuore. Non le rimaneva altro che piangere, in silenzio. Ma anche il pianto le è stato negato: «Signora, cosa piange? Si prepari, questo sarà il giorno più lungo della sua vita». La voce è arrivata dal corridoio, proprio alle prime luci dell’alba. È l’ora del cambio turno, finalmente sta per arrivare un medico non obiettore ma il suo collega prima di andarsene ha voluto lasciare il segno. Sono passati molti anni, ma quelle parole fredde come il ghiaccio Francesca ce le ha scolpite nella testa, e non le dimenticherà mai.

E lei è stata persino «fortunata»: una volta che ha iniziato la procedura di induzione, che è durata in totale un giorno e mezzo, non ha più incontrato medici obiettori. Al contrario di Gea Ferraro, che al quarto mese di gravidanza scopre che il suo bambino è affetto da trisomia 18, una patologia talmente grave da essere definita dai medici ‘incompatibile’ con la vita. Gea, che quel figlio l’aveva tanto desiderato, decide di interrompere la gravidanza. Contatta personalmente una ginecologa non obiettrice che lavora in un altro ospedale della capitale (e che preferisce non essere citata: «Facciamo già tanta fatica a lavorare, non voglio crearmi ulteriori inimicizie tra i colleghi»). La dottoressa programma il ricovero in maniera da farlo coincidere con il proprio turno. L’induzione viene avviata, ogni 3 ore viene inserita una candeletta, ma nel frattempo c’è il cambio turno, Gea guarda l’orologio, si accorge che sono passate più di 3 ore dall’ultima somministrazione e chiede perché non le venga inserita la terza candeletta visto che il travaglio non si è ancora avviato: «Io queste cose non le faccio», si è sentita rispondere. Gea ha quindi aspettato, non ricorda neanche quanto, finché qualcuno è venuto a somministrarle la terza dose del farmaco. Il suo travaglio è durato 18 ore.

Quello dell’aborto sta diventando sempre più un percorso a ostacoli, nel quale le donne – già provate da una delle scelte più dolorose della loro vita – devono fare lo slalom tra ostacoli burocratici e medici obiettori. Obiettori che aumentano sempre di più: secondo i dati forniti dal ministero della Salute si è passati, tra i ginecologi, dal 58.7% del 2005 al 70.7 nel 2009. Ma il numero di medici realmente preposti alle interruzioni di gravidanza, soprattutto agli aborti terapeutici, è ancora più basso di quel che sembra: «Gli aborti entro la dodicesima settimana», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, un’associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, «sono fatti in day hospital, si tratta di interventi programmati, la cui durata è nota e per i quali è possibile chiamare medici ‘a gettone’». Cosa che invece non è possibile per gli aborti terapeutici, quelli oltre i 3 mesi, che, come abbiamo visto, possono essere anche molto lunghi e dunque hanno bisogno di essere seguiti da personale strutturato.

«Poiché non esiste un elenco dei medici non obiettori», continua la dott.sa Agatone, «abbiamo fatto una indagine empirica, dalla quale risulta che i ginecologi non obiettori strutturati dentro gli ospedali italiani sono circa 150 e, poiché i giovani non sembrano particolarmente sensibili a questo problema, c’è il rischio concreto che man mano che gli attuali medici non obiettori vanno in pensione non vengano sostituiti». Al Secondo Policlinico di Napoli, per esempio, dallo scorso luglio a effettuare gli aborti è rimasto solo un medico, che è anche il responsabile del Centro per le interruzioni di gravidanza dell’ospedale.
Strano destino quello dell’obiezione di coscienza, che, come scrive Chiara Lalli nel suo recente libro C’è chi dice no (Il Saggiatore), «ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi è spesso usata come un ariete per contrapporsi ai diritti individuali sanciti dalla legge».

L’obiezione di coscienza nasce infatti per opporsi a un obbligo universale che riguardava tutti i cittadini (maschi) e a cui non era possibile sottrarsi: l’obbligo di leva. Chi sollevava l’obiezione di coscienza andava incontro a pesanti conseguenze, persino penali, come raccontano alcuni obiettori della prima ora nel libro di Lalli. Il moderno obiettore, invece, non solo non paga nessuno scotto per la sua scelta, ma, al contrario, ne ottiene indubbi vantaggi, sia in termini di soddisfazione professionale che di carriera. È per questo che il numero degli obiettori è vertiginosamente salito negli ultimi anni: fare aborti non è certamente gratificante e l’obiezione di coscienza – fatti salvi coloro che la sollevano per convinzione – è un’ottima scappatoia offerta dalla legge per sottrarsi a una parte sgradevole del proprio lavoro. Una legge che però è molto chiara: l’obiezione di coscienza può essere sollevata esclusivamente in relazione al «compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza».

Non può essere legittimamente sollevata, per esempio, per rifiutarsi di somministrare un analgesico durante il travaglio abortivo oppure di fare il raschiamento dopo l’espulsione del feto, ad aborto già avvenuto, o ancora di certificare lo stato psicologico della donna. Sono invece tante le testimonianze che le donne affidano soprattutto ai forum in rete e che raccontano di travagli durati molte ore, se non giorni, senza il minimo sostegno farmacologico né psicologico. Donne che portano avanti il travaglio abortivo in stanza, affianco ad altre: Francesca ricorda che la ragazza che era in stanza con lei ha espulso il feto sul suo letto, lì affianco, da sola, mentre lei iniziava ad avere le prime contrazioni. Un’altra donna racconta su un forum: «Mi hanno indotto il parto per 12 ore per poi essere lasciata sola al momento dell’espulsione del feto. Mi hanno lasciato la mia bambina in mezzo alle gambe e in mezzo al sangue per 4 ore e nessuno si è degnato di venire a vedermi». Anche Laura Lauro, napoletana, che ha abortito alla 21ma settimana, ricorda che al momento dell’espulsione è stata lasciata sola: «Ho espulso un feto vitale, nessuno si è preoccupato di tagliare subito il cordone e portarlo via. Quando l’ho sentito che mi sfiorava le cosce ho urlato perché lo portassero via subito».

Tutto questo però ha solo in parte a che fare con l’obiezione di coscienza. Se infatti il singolo medico può rifiutarsi di praticare l’aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata – è sempre la 194 a stabilirlo – a garantire il servizio di interruzione di gravidanza e i «procedimenti abortivi devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna». Dignità che invece è troppo spesso calpestata. Un’altra donna racconta su un forum il suo calvario: dopo essersi sottoposta a vari tentativi di procreazione medicalmente assistita, rimane incinta di due gemelli. Alla ventesima settimana perde uno dei due. Dopo una decina di giorni rifà l’ecografia: «Liquido amniotico inesistente, arti inferiori oramai infilati nel canale», non c'è più niente da fare neanche per il secondo. Ma il battito c’è ancora, chissà per quanto, e quindi per procedere all’aborto terapeutico c’è bisogno del certificato dello psichiatra, ma quello in turno è obiettore e si rifiuta di firmarlo: «La sera un medico con la coscienza e l’umanità che a qualcuno ancora rimane, prende la responsabilità di togliermi dall’incubo, una pasticca, una sola basta per avere un altro travaglio».

Troppo spesso i dibattiti sull’aborto non fanno i conti con le esperienze concrete che le donne vivono sulla propria pelle. Per Francesca – che oggi ha altri due bambini ma che si sente pienamente madre anche di quella figlia mai nata – l’aborto è stato un discrimine nella sua vita, un momento che ha segnato un prima e un dopo. E non riesce proprio a capire l’accanimento dei sedicenti sostenitori della vita: «Come se io fossi per la morte! La verità è che ogni esperienza è a sé. Io stessa, pur non essendo affatto pentita della mia dolorosa scelta, non so dire cosa farei se mi dovessi trovare di nuovo nella stessa situazione. So però che la sola idea di non poter decidere mi atterrisce. È per questo che sarei disposta anche a incatenarmi perché sia garantita a ogni donna la possibilità di scegliere».

(3 dicembre 2011)

Legge 194, Rodotà: “Aboliamo l’ obiezione”


Intervista a Stefano Rodotà di Cinzia Sciuto, da "D" di Repubblica, 3 dicembre 2011
«Oggi, a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, la possibilità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe semplicemente abolita». Non usa mezzi termini Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile all’Università La Sapienza di Roma ed ex presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Professore, ma si può obbligare un medico ad agire contro la propria coscienza?«Quando la legge è stata approvata la clausola dell’obiezione di coscienza era ragionevole e giustificata: i medici avevano iniziato la loro carriera quando l’aborto era addirittura un reato ed era comprensibile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. La legge 194 ha saggiamente raggiunto un difficile equilibrio tra il diritto dei medici a non agire contro la propria coscienza e quello della donna a interrompere la gravidanza. Oggi però chi decide di fare il ginecologo sa che l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito dalla legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole prevedere una clausola per sottrarvisi».

Ma ritiene che una tale modifica sia concretamente fattibile?«Temo di no, in questi anni abbiamo assisitito a una generale stigmatizzazione delle donne che abortiscono e si sono fatti tentativi legislativi – penso alla proposta di legge regionale del Lazio di modifica dei consultori – che vanno nella direzione opposta. Ma per garantire il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza, non è necessario cambiare la legge, basta applicarla.

In che senso?«Già oggi gli ospedali non possono trincerarsi dietro la scusa di non avere medici disponibili a effettuare le interruzioni di gravidanza perché questo è un servizio che deve obbligatoriamente essere fornito, come previsto dall’articolo 9 della legge 194, e le strutture che non lo garantiscono possono essere considerate responsabili sotto il profilo civile e penale».

Può essere sufficiente ricorrere a non obiettori ‘a gettone’, come già fanno alcuni ospedali?«Ritengo di no, per due ragioni: innanzitutto perché per gli aborti terapeutici è necessario avere personale strutturato e in secondo luogo perché non devono crearsi medici di serie A che fanno tutto il resto e medici di serie B che fanno solo aborti, con il rischio di una dequalificazione professionale. Gli ospedali possono, e devono, invece fare dei bandi per l’assunzione di personale strutturato non obiettore».

Ma non si configurerebbe come un trattamento discriminatorio nei confronti degli obiettori?«No, perché si tratterebbe di adempiere a un obbligo normativo a cui gli ospedali non possono sottrarsi. E si tratta di un obbligo della massima importanza. In questione infatti non c’è solo il diritto all’interruzione di gravidanza, ma il diritto alla salute della donna, che è un diritto fondamentale della persona e che non è mera assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale. Se una donna che ha deciso di interrompere la gravidanza vive questa scelta in condizioni di malessere e di angoscia perché non sa se, quando e in che condizioni riuscirà a interromperla, c’è una evidente violazione del suo diritto alla salute, che è un diritto fondamentale della persona che non può essere subordinato a esigenze burocratiche o a mancanza di personale».

Un diritto che in Italia è sempre più difficile vedere rispettato, tanto che sono sempre di più le donne che vanno all’estero.«I due grandi obiettivi della 194 erano l’eliminazione degli aborti clandestini e il contrasto al fenomeno del turismo abortivo, che creava una sorta di ‘cittadinza censitaria’, per cui le donne che avevano i soldi salivano su su charter, andavano ad Amsterdam o a Londra e facevano l’interruzione di gravidanza senza correre il rischio di morire. Oggi purtroppo si stanno ricostruendo i meccanismi censitari e selettivi che con la 194 si volevano combattere».

(3 dicembre 2011)

venerdì 25 novembre 2011

#25N alcune delle donne uccise quest'anno sfilano in corteo nella giornata contro la violenza sulle donne

Lista di alcuni tra i nomi di donne uccise nel 2011 tratta dalla Casa delle donne di Pisa da Bollettino di Guerra e diffusa a Pisa nel corso dell'iniziativa Non una di più.
Da Fas dati raccolti con Bollettino di Guerra.


N.R., 40 anni, Cerignola (Foggia), 1 Gennaio. Il corpo della donna è stato ritrovato con un coltello nel petto. È stata uccisa dall’uomo con il quale aveva una relazione.

VINCENZINA D’AMICO, Borgo San Dalmazzo (Cuneo), 4 Gennaio. La donna è stata uccisa con dieci colpi di pistola dall’ex fidanzato. L’uomo poi ha rivolto l’arma contro sé stesso e si è suicidato.

N.R. 37 anni, Prato, 7 Gennaio. La donna è stata trovata morta all’interno di una casa. È stata colpita più volte da un’arma da taglio: il colpo mortale le sarebbe stato sferrato alla gola.

N.R., tra i 40 e 50 anni, Ancona, 8 Gennaio. La donna è stata uccisa con una serie di colpi sul viso e sulla testa. Il cadavere è stato ritrovato sotto un ponte con il volto sfigurato. Vicino al suo corpo c’erano pietre sporche di sangue

RAJMONDA ZEFI, 30 anni, Lucca, 8 Gennaio. Il cadavere della donna presenta segni sul collo. Il marito ha ucciso la moglie al culmine di una lite

N.R., tra i 30 e 40 anni, Arluno (Mi) 10 Gennaio. La donna è stata presa a pugni e poi strangolata dall’ex fidanzato. La donna era in strada agonizzante quando sono arrivati i soccorritori, chiamati da un passante, ed è morta ancora prima del trasporto in ospedale.

N.R., 46 anni, Verona, 10 Gennaio. Il cadavere della donna è stato recuperato dalle acque del fiume Adige

ANTONINA SCINTA, 72 anni, Genova,10 Gennaio. La donna è stata uccisa come in una vera e propria esecuzione mafiosa. Il marito l’ha fatta inginocchiare e poi le ha sparato alla testa.

LILIANA SAINAS, 53 anni, Quartu Sant’elena (Cagliari), 11 Gennaio. La donna è stata uccisa dall’ex marito della figlia. L’uomo, ex carabiniere, ha fatto irruzione nell’appartamento e ha sparato diversi colpi con un fucile. All’interno dell’abitazione oltre alla suocera si trovavano l’ex moglie (che è rimasta ferita) e il nuovo compagno della donna, colpito mortalmente dai proiettili

LUCIA CASENTINO, 51 anni, Catania, 17 Gennaio. La donna è stata colpita alla testa e poi soffocata con un cuscino dal suo aggressore nell’abitazione in cui lavorava come badante.

IULSA SOUSA MOREIRA, 35 anni, Monselice (Padova), 18 Gennaio. La donna è stata colpita con un fendente mortale alla gola. Sono stati trovati segni di bruciature che fanno pensare che chi l’ha colpita poi cercato di bruciarlo con liquido infiammabile, coprendolo infine con sacchetti di plastica

COSMINA EMILIA BURLAN detta Cristina, 20 anni, Borghetto Di Noceto (Parma), 25 Gennaio. La ragazza è stata aggredito all’interno del veicolo del suo aggressore. L’uomo ha stordito la donna serrandole il collo con forza, prima a mani nude, e poi una volta che la donna è svenuta, con la cintura dei pantaloni. Poi si è liberato del corpo gettandolo in un canale.

ELETTRA ROSSO, 46 anni, Salerno 26 Gennaio. Uccisa dall’ex convivente. L’uomo ha sparato alla donna a pochi passi dallo studio legale dove lavorava

MARIA LACATUS, di 71 anni, Ancona, 1 Febbraio. Donna senza fissa dimora uccisa da un romeno di 19 anni. Dopo un rapporto sessuale l’uomo la massacra con una pietra e prende i soldi della donna

ILHAM AZOUNID E RASHID PISTONE, di 32 e 2 anni, Bologna, 6 Febbraio. Uccise rispettivamente dall’ex marito e padre della piccola. La donna con la figlia erano ospitate in una casa protetta e lui aveva avuto un ordine di allontanamento dal Tribunale. L’uomo aveva chiesto un appuntamento alla donna. L’uomo ha ucciso la donna e figlia e si è suicidato.

MARIA ROSA VAGLIO, 53 anni, Riva Valdobbia (Vercelli), 7 Febbraio. Uccisa con un coltello dal marito. Il corpo della donna è stato rinvenuto nella camera da letto. Al momento dell’omicidio una dei tre figli, minorenne, era nella stanza accanto

FATIMA M., 19 anni, Dronero Nel Cuneese, Cuneo, 7 Febbraio. Donna uccisa a coltellate in casa. E’ stata trovata senza vita in una pozza di sangue dal fratello sedicenne. Indagato un uomo che aveva ospitato la donna e il fratello

ALESSIA E LIVIA SCHEPP, 4 anni, Cerignola, 11 Febbraio. Sparite nel nulla. Il padre prima di suicidarsi ha lasciato una lettera in cui scrive di avere ucciso le figlie. I corpi non sono stati trovati. Caso irrisolto

MARIA ROSA BARBERIS, 67 anni, Tronzano (Vercelli), 13 Febbraio. La donna è stata uccisa a coltellate nella sua abitazione da parte del figlio di 39 anni

JENNIFER EWAWARO, età compresa fra i 25 e i 30 anni, Palermo, 13 Febbraio. E’ stata trovata in una strada del centro storico con la gola tagliata. E’ indagato il fidanzato

N.R, 46 e 25 anni, San Lorenzo Del Vallo (Cosenza), 17 Febbraio. Madre e figlia uccise in casa da Killer che si sono introdotti nell’appartamento. C’è una connessione con la ‘Ndrangheta.

ANDREA MARCELA IORDACHE, 20 anni, Strongoli Marina (Crotone), 17 Febbraio. Uccisa con nove coltellate nella sua casa dall’ex convivente di 24 anni che voleva tornare insieme a lei

ANNA MARIA VALOBRA, 68 anni, Orvieto Scalo (Terni), 21 Febbraio. Uccisa con una martellata alla testa nella sua camera dal letto dal figlio

YARA GAMBIRASIO, 14 anni, Brembate Di Sopra (Bg), 28 Febbraio. Il corpo della ragazza, con sei coltellate al collo, schiena e polso, viene ritrovato in una zona isolata vicino ad una area industriale. Caso irrisolto

N.R., Roma, 8 Marzo. Il corpo della donna è stato ritrovato in avanzato stato di decomposizione, senza testa ne gambe. La donna è stata uccisa con delle coltellate. Poi sono avvenute le mutilazioni con la motosega e sono stati asportati gli organi interni

TAMARA SPERANDINI, 37 anni, Acquapedente (Viterbo), 10 Marzo. La donna è stata uccisa dal marito con diversi colpi di piccozza. Anche il figlio Francesco di 4 anni è stato ucciso con la stessa modalità. L’uomo ha poi afferrato un coltello, si è tagliato le vene e si è sdraiato accanto ai loro cadaveri e si è inferto il colpo di grazia, tagliandosi la gola.

STEFANIA GARATTONI, 20 anni, Cesena, 9 Marzo. La ragazza è stata colpita più volte con un coltello dall’ex fidanzato, mentre passeggiava con un’amica, nel centro storico della città.

VALENTINA COLTELLA, 26 anni, Spigno Saturnia (Latina), 16 Marzo. La donna è stata uccisa dall’ex-fidanzato, agente della polizia provinciale. I due stavano viaggiando a bordo della macchina di Valentina. E’ proprio in macchina che hanno iniziato a discutere: lei, al culmine del litigio, è scesa dalla vettura, ma Caliman ha iniziato a spararle contro, almeno una decina di colpi. Uno, quello alla giugulare, le è stato fatale. La donna lascia una figlia di 6 anni

STELLA PARONI, 91 anni, Castelvetro Piacentino, 20 Marzo. La donna è stata uccisa da un vicino di casa dopo un tentativo di violenza sessuale. La donna è stata scaraventata dal terzo piano. Successivamente l’uomo ha caricato il cadavere completamente nudo su una carriola e con questa l’ha portato in un canale

GIUSEPPA CARUSO, 45 anni, Carpi (Modena), 22 Marzo. La donna è stata colpita dal marito con cinque coltellate, di cui quattro al petto, mentre stava preparando la colazione. Al momento del fatto era presente in casa anche la figlia della coppia, una bambina di 9 anni che stava ancora dormendo e non si è accorta di nulla; è stata svegliata dalla polizia e subito accompagnata dai nonni.

MARISA VECCHIONE di 35 anni, Terni 24 Marzo. La donna è stata uccisa dal con un colpo di fucile da caccia dal convivente di fronte alla figlia di sette anni mentre il secondo figlio della coppia, di tre anni, dormiva in un’altra stanza.

ANAMARIA FERARIU, 23 anni, Manfredonia (Foggia) 26 Marzo. Il corpo falcidiato da 5 ferite da arma da taglio all’altezza del torace è stato trovato in un terreno. La donna era una prostituta. Il caso irrisolto

CAMILLA AUCIELLO, 35 anni, Baricella (Bologna) 2 Aprile. La donna è stata uccisa dal marito appuntato dei Carabinieri. L’uomo ha colpito la donna con un martello ripetutamente alla testa e al volto. Poi ha infierito ancora con un paio di forbici al torace e all’addome. Ha preso la figlia di 2 anni che dormiva in casa, l’ha portata da familiari e si è costituito.

MANUELA CORRADINO, 46 anni, Venaria (Torino), 3 Aprile. La donna è stata uccisa dall’ex partner guardia giurata. Quando la donna è uscita dal lavoro l’uomo l’ha chiamata “Marina, Marina”, si è messo una parrucca e quando lei si è girata le ha scaricato il caricatore con 8 colpi addosso. La donna, vedova, lascia i due figli di 17 e 21 anni.

EUFEMIA ROSSI, 56 anni, Latisana (Venezia) 3 Aprile. Il cadavere della donna è stato ritrovato sull’argine di un fiume. Aveva colpi in testa e il viso tumefatto. Per l’omicidio è sospettato il convivente.

LIDIA ROSA GHIGLIONE, 91 anni, Genova, 3 Aprile. La donna è stata uccisa dal marito 89enne. L’uomo ha aggredito la moglie in camera da letto e ha tentato di
ucciderla strangolandola con una corda. Non riuscendoci l’ha colpita con una mazzetta da muratore. L’uomo ha quindi ucciso anche il cane e si è poi impiccato con la corda ad una trave in cucina.

WU SHUFEN, 49 anni, Napoli, 4 Aprile. Il corpo della donna è stato ritrovato nel proprio appartamento dalla sorella. La donna presentava numerose ferite da taglio.

GUESH WOLDMICHEL GEBREIWHOT, 24 anni, Mariano Di Pellegrino Parmense, 9 Aprile. E’ stata uccisa a colpi di pistola dal fidanzato che ha sotterrato il cadavere in un terreno.

ENEDINA ARIAS, 56 anni, Cervinara (Avellino), 14 Aprile. E’ stata trovata morta in camera da letto dal figlio 18enne. Il marito l’ha soffocata con un cuscino e poi si è tolto la vita. si è impiccato collegando a due sbarre di ferro un cavo.

GIULIANA DRUSIN, di 67 anni, UDINE, 15 APRILE. Uccisa dal marito con 3 d’arma da fuoco durante un litigio avvenuto in cucina.

LAURA GIANNARINI, 44 anni, San Gemignano Di Moriano (Lucca), 18 Aprile. La donna è stata uccisa dal fidanzato 40enne con 5 colpi d’arma da fuoco in una piazza vicino a casa sua

A. G., N.R.,Cosenza, 20 Aprile. Uccisa dal fratello. L’uomo era uscito di notte in preda ad una crisi e ha investito volontariamente la sorella. Una prima volta in retromarcia e successivamente ancora due volte con altre manovre

CARMELA REA, detta Melania, di 29 anni Colle San Marco (Ascoli Piceno), 20 Aprile. Il corpo è stato ritrovato dopo qualche giorno dalla scomparsa con segni evidenti di morte violenta. Per l’omicidio è indagato il marito Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell’Esercito in servizio presso il 235° Reggimento Piceno

ALESSANDRA CAMBONI, di 32 anni, Gavirate (Varese), 25 Aprile. La donna è stata uccisa con un coltello dal padre. Anche il fratello Federico, di 34 anni, è rimasto gravemente ferito. L’uomo si era separato dalla moglie e i due figli erano andati da lui per il pranzo di Pasqua.

CIBELE MARIA JOHNSON DE ASSIS, di 50 anni, Crevalcore (Modena) uccisa dal suo compagno italiano all’interno della sua abitazione. L’uomo si è suicidato e prima di spararsi l’assassino ha inviato un drammatico sms ad un amico “L’ho uccisa e adesso mi tolgo la vita”.

LAKBIRA EL HAYJ, di 40 anni, Canosa Di Puglia, 1 Maggio. La donna è stata uccisa sulla soglia della sua abitazione con cinque colpi di pistola sparati a bruciapelo dal suo compagno italiano di 49 anni. L’uomo aveva già ucciso nel 1990 la moglie e per questo omicidio aveva scontato nel manicomio giudiziario di Aversa, in provincia di Caserta, i dieci anni inflittigli con la misura di sicurezza.

DESIRÉ ZUMIA di 34 anni , Prato 6 Maggio. Uccisa dal marito a coltellate nella loro abitazione. L’uomo si è poi tolto la vita. Al piano superiore la figlia della coppia di 4 anni che ha aperto la porta a soccorritori e carabinieri.

TERESA ANNA URBANIEK, di 48 anni, Panaro Vignola (Modena), 7 Maggio. Uccisa con dieci coltellate. Il corpo è stato vicino al greto di un fiume. La donna era seminuda e nascosta da un telo in avanzato stato di decomposizione in mezzo a fitti cespugli. Il suo compagno italiano aveva denunciato la scomparsa il 28 aprile

N.R., 65 anni, Finale Ligure (Savona), 17 Maggio. Donna uccisa a colpi di accetta in un campeggio da un uomo, un giardiniere, che lavorava nella struttura di accoglienza. La vittima è la suocera del proprietario del campeggio.

CONCETTA LA FARCIOLA, di 85 anni, Ortona 21 Maggio. L’anziana, costretta per motivi di salute a
letto, è stata sgozzata nella sua abitazione da un cittadino romeno.

N.R, Milano 26 Maggio. Seviziata e uccisa nel box delle torture . Il corpo è stato trovato bocconi, con i polsi e le caviglie legati dietro alla schiena con fili elettrici e poi con un’altra fune. La donna presenta segni di strangolamento. Indagato un muratore di 44 anni, proprietario del box, separato e con due figli che vive con la mamma a Sesto San Giovanni.

N.R., Pavona (Rm) 28 Maggio Uccisa dal marito, guardia giurata, che le ha sparato al volto.

N.R., Trevenzuolo (Verona) 30 Maggio La donna è morta per strangolamento nella propria abitazione. Ad ucciderla il marito, 69enne, che poi si è impiccato nel cortile di casa.

N.R. di 70 anni, Manfredonia (Fg) 3 Giugno. Uccisa dal marito di 78 anni presso la loro abitazione. L’uomo ha strangolato la donna con una sciarpa e poi si è ucciso con un coltello.

ALINA., di 54 anni, Avellino 6 Giugno. Il corpo è stato ritrovato in un bosco. L’unico indagato è il suo datore di lavoro con il quale aveva una relazione sentimentale.

N.R. di 85 anni, Roma 14 Giugno. Accoltellata ed uccisa dal nipote nella sua abitazione. Il giovane ha anche aggredito la sorella che si è salvata.

N.R, Cesano Romano (Rm) 16 Giugno. Uccisa a coltellate in casa dal marito che poi avrebbe rivolto l’arma verso di sé per suicidarsi. Il figlio 13enne trova al piano inferiore della abitazione la madre morta e il padre agonizzante e chiama il 112

LAURA D’ARGENIO, di 75 anni, Roma 7 Giugno. Uccisa dal fidanzato 23enne della nipote. Il corpo della donna è stato trovato nella vasca da bagno, piena di acqua e sangue, del proprio appartamento con vari tagli e un filo al collo. Il ragazzo ha tentato di sciogliere il corpo nell’acido.

BARBARA CUPPINI, di 36 anni, Modena 20 Giungo. Uccisa con dieci coltellate nell’abitazione del suo assassino e collega ingegnere elettronico della Ferrari a Maranello.

N.R, di 62 anni, Savona 22 Giugno. Uccisa a casa dal marito che le ha sparato con un fucile da caccia e con la stessa arma si e’ poi tolto la vita.

ILARIA PALLUMIERI di 21 anni, Milano, 24 Giugno. Uccisa in casa dall’ex fidanzato che prima aveva ammazzato a coltellate per strada il fratello di lei. La ragazza è stata soffocata dopo che l’ex fidanzato l’ ha legata e stuprata.

FATIMA CHBANI di 33 anni, Padova, 27 Giugno. Accoltellata ed uccisa dal marito nella propria abitazione. Nell’appartamento c’era anche la figlia di 6 anni

ELENA MARTELLI di 27 anni, Verona, 28 Giugno. La donna è stata uccisa da marito che successivamente si è tolto la vita. I corpi sono stati trovati nella casa coniugale : lei in salotto su un divano, colpita alla tempia, lui in camera da letto

ROSA COLOSSO di 86 anni, Collegno, (To), 30 Giugno. La donna uccisa dal marito era malata di Alzheimer. Il pensionato di 85 anni ha ucciso la donna e, dopo avere dato fuoco alla casa, si è sparato.

ANNA GRECO di 55 anni e TERESA GRECO di 37 anni, San Vincenzo La Costa(Cs), 29 Giugno. Alle donne, madre e figlia che si trovavano insieme a Franco Cariati rispettivamente marito della prima e padre della seconda nella propria abitazione, sono stati sparati colpi da arma da fuoco da parte del padre del marito di Teresa. L’uomo non voleva che Teresa si separasse dal figlio. Morti i consuoceri e gravemente ferita Teresa.

ANNA RECCIA di 65 anni è stata uccisa dall’autoblindo dei carabinieri in Val di SusaNon un normale incidente stradale visto che la pensionata è stata letteralmente schiacciata da questo pesantissimo mezzo corazzato che stava viaggiando verso Chiomonte, per il cambio turno, dopo l’operazione che ha portato allo sgombero dei NO Tav alla Maddalena
Palmi (Reggio Calabria) 2 luglio una donna di 24 anni GIOVANNA AGRESTA è stata uccisa dal padre che l’ha accoltellata.

Vittoria (Rg). 5 luglio, SALVATRICE GUASTELLA 79 anni è trovata carbonizzata, il medico legale: “e’ stata uccisa”

Udine, 7 luglio donna di 40 anni è uccisa dal marito a colpi di accetta.

Oristano, 8 luglio donna di 39 anni uccisa dal marito a coltellate.

Alessandria 10 luglio FADMAASSOUR, è stata trovata morta nella sua casa uccisa dal marito.

Ferrara 12 luglio donna di uccisa dal marito mentre erano in vacanza.

Alessandria, 17 luglio FRANCESCA BERETTA è uccisa a botte dal figlio che aveva problemi psichici.

Legnano Milano 22 luglio, ANNUNZIATA ROMEO di 65 anni è stata massacrata dal figlio.Proprio una settimana prima il figlio era stato oggetto di un provvedimento di allontanamento.

Salerno 24 luglio, una donna di 35 anni originaria della Romania è stata uccisa dal marito a martellate .l’uomo ha ucciso anche il figlio.Salva la primogenita della coppia, una ragazza di 15 anni che non era in casa in quel momento.

Termini Imerese, Palermo,26 luglio MARGHERITA CAROLLO di 51 anni moglie di operaio licenziato dalla Fiat viene uccisa dal marito che ferisce Anche figlia e poi si suicida.

Orvieto 01 Agosto ROSA SEQUINO E’ deceduta per le ustioni provocate dall’incendio provocato dal marito che ha cosparso di benzina la donna perchè questa voleva lasciarlo.

Palermo, 4 Agosto anziana donna di 78 anni muore dopo le ustioni provocate dal figlio che le da fuoco dopo averla cosparsa di benzina .la donna era ricoverata in casa di riposo.

6 agosto, Torino una donna di 46 anni Mariella GiliVinardi è stata uccisa dal marito che ha esploso un colpo d’arma da fuoco.

17 agosto a Milano una donna di 78 anni è stata trovata sgozzata con arma biancata in casa sua. Il colpevole è il nipote

18 agosto,Avellino,ELISA AFFINITO, Una donna di 40 anni è stata uccisa con un colpo di pistola al petto dal marito... L’omicidio è avvenuto nel cortile di casa.il marito ha atteso che Elisa tornasse dal lavoro,le è andato incontro quasi volesse aiutarla a liberarsi delle buste di plastica con la frutta che le era stata regalata dall’azienda agricola dove lavorava come bracciante. Ha esploso un colpo con la pistola che ha poi portato con sé nella fuga.

Agosto, Bolzano, donna di 48 anni è uccisa dal marito con fucile da caccia e poi si suicida.

26 agosto una donna polacca di 41 anni. È stata uccisa dal suo compagno a Celano, un comune in provincia dell’Aquila. L’uomo ha ucciso la compagna colpendola più volte al collo e all’addome con un’arma da taglio, un coltello o forse un’ascia, ancora non rinvenuta. Dopo l’omicidio l’uomo è andato in un casolare vicino, di sua proprietà, e si è impiccato.

27 Agosto LUISA DANETTI 52 anni Casalpusterlengo, Lodi. Il marito Dopo averle gridato qualcosa È andato in cucina, ha preso un coltello e ha raggiunto la moglie uccidendola a coltellate poi si è suicidato.

29 agosto Valeria Mariani, 27 anni,Desio, Milano è stata uccisa dall’ex fidanzato che poi si uccide Il ragazzo la mattina presto è arrivato in auto sotto casa della sua ex fidanzata e ha atteso che lei uscisse di casa, come ogni giorno, per andare al lavoro. Almeno sei i colpi esplosi.

23 agosto scorso WenAlgin, una donna cinese di trent’anni, sarta, è stata ritrovata morta all’interno di una ditta di confezioni nella cosiddetta Chinatown di Prato. Era distesa a terra, sul petto una profonda ferita da arma da taglio. sarebbe stato un uomo cinese di 40 anni ad infliggere, sul petto della donna, le forbiciate omicide.

4 settembre ADDOLORATA PALMISANI, 45 anni, a Bari è stata uccisa dal marito a colpi d’ascia era in corso la separazione giudiziaria.. L’uomo, rintracciato poco dopo, ha confessato nella caserma dei carabinieri di essere l’autore dell’omicidio. . L’arma del delitto è stata ritrovata tra gli attrezzi da lavoro dell’uomo

5 settembre BEATRICE MANTOVANIERA ancora agonizzante quando è stata ritrovata nell’auto di famiglia dai carabinieri a Reggio Emilia. E’ morta poche ore dopo in ospedale.le ha sparato il marito che poi si suicida.

6 settembre LINDITA PJETRI 37 anni è stata uccisa dall’ ex marito che poi si suicida, abitavano a Besana Brianza , Monza . L’uomo ha soffocato la donna con un cuscino, prima di impiccarsi al soffitto.

N.R madre di 69 anni uccisa dal figlio, Alessandro,di 32 anni, affetto da gravi problemi psichici. La donna è stata violentemente picchiata e colpita alla testa con una bilancia da cucina.

ADRIANA FESTA, argentina di 30 anni, uccisa a colpi di pistola in seguito a una discussione dal convivente Emilio Tolmino,56 anni, a Cosenza l’8 settembre scorso.

ELENA PARA, accoltellata dal marito, Franco Manzato (48 anni) a Santa Maria Di Sala (Venezia); lascia una figlia di 14 anni.
L’uomo nel 2000 aveva già tentato di uccidere la sua prima moglie.

TIZIANA RUPENA, triestina di anni 48, accoltellata più volte dal convivente Giulio Sinisig, di 47 anni; secondo la ricostruzione degli inquirenti alla base del gesto un raptus d’ ira o gelosia.

GALYNA DOTSYAK, moldava di 56 anni, uccisa a bastonate lo scorso 5 Giugno nei pressi di monte Terminio dall’amante R. G. per motivi passionali e di gelosia.

MARIATERESA DI GIANBERARDINO, casalinga di 55 anni accoltellata dal figlio, Valentino Di Nunzio (27 anni ) a Manopello (Pescara).

N.R donna italiana di circa 30 anni uccisa a coltellate in casa sua nella zona nord di Cinisello Balsamo dal convivente per motivi passionali.

B.N., di anni 52, massacrata di botte dal compagno ubriaco a Roma il 20 settembre. La donna, prima di morire, accompagnata all’ospedale, aveva raccontato di essere caduta.

SIMONETTA MOISÉ, 56 anni, paraplegica da più di 25 anni, è stata uccisa con un colpo di pistola alla testa dal marito Pietro Amighetti, 63 anni a Sala Baganza (Parma).

GAETANA DAMA, 39 anni, assassinata a Cesana dal compagno Luca Della Valle, 48 anni. Il corpo della donna è stato trovato dentro un’auto, con segni di strangolamento sul collo.
L’uomo accusato 20 anni prima di aver ucciso la moglie in quella occasione era stato assolto dalla Cassazione.

LUCIA SCARPA, settantenne, uccisa nella propria abitazione in via Romolo Gessi, Milano dal vicino per la restituzione della cifra irrisoria di 20 euro.

EMILIA CUPONE di anni 50 investita l’8 ottobre scorso a Roggiano Gravina (Cosenza) da Gianluca Bevilacqua

CLAUDIA ORNESI e la figlia, rispettivamente di 42 e 2 anni, sono state uccise a Crema il 21 Luglio scorso da Maurizio Jori, marito e padre delle vittime. Madre e figlia sono state trovare in casa asfissiate con. il gas

NEILA BUREKAITE, lituana di 24 anni accoltellata del convivente Matteo Pepe di 43 anni a Vasto

SANTINA PERIN di 85 anni uccisa a Treviso dal figlio Gabriele Frattini di 53 anni con un fucile da caccia, sconosciuto il movente

MARIA ROSA PERRONE, 51 anni, accoltellata violentemente a Teramo dall’ex marito, William Adamo di 59 anni, davanti al figlio autistico, di 20 anni.

ROMINA ACERBIS, anni 29, strozzata a Bergamo dal marito Maurizio Ciccarelli dopo una l’ennesima lite: la giovane voleva un figlio; sconosciuto il movente

MIRELLA LA PALOMBARA, 43 anni, assassinata dal marito Nicola Desiati, che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe scaricato l’intero caricatore della sua pistola, una calibro 9, contro la moglie. La donna, di Vasto Marina, è stata ritrovata riversa sul divano in una pozza di sangue.

L.G.B di 67 anni uccisa il 29 ottobre a Caltagirone (Catania) dal marito,G.B. che al culmine di una lite l’ha ferita mortalmente.

EVELINA CLONETTI, 74 anni, è morta a Genova per mano del marito, Fausto Voltolina, 77 anni, con una coltellata alla gola. Non è chiaro il movente

CARLINA DE TOMI, 65 anni, accoltellata nel Veronese dal convivente Nardinio Biscuola.L’uomo ha detto ai carabinieri che la donna lo assillava ogni giorno con le medicine da prendere.

ZOHRA AINOUSSI, immigrata nordafricana di 44 anni proveniente dal Marocco, trovata sulle scale della sua abitazione a Sanremo dal fratello in una pozza di sangue: era stata massacrata da una decina di coltellate lungo la schiena e l’addome. Caso irrisolto.

RITA FRISINA di Reggio Calabria uccisa dal fratello, Giovanni Frisina a coltellate, il giorno 14 novembre. La donna e’ morta immediatamente in seguito alle ferite riportate.

MARIANNA RICCIARDI, donna di 36 anni uccisa nella sua abitazione a Samarate (Varese), da Domenico Cascino, collega e amante. La donna è stata colpita più volte al viso con una scacchiera di vetro e marmo e con una sedia

N.R donna marocchina, 39enne con 2 figli, uccisa a martellate dal marito a Sorvolo, nella Bassa Emilia: voleva la separazione.

AUSTUGA ALVELO 50enne di origine sudamericana, accoltellata mortalmente con 2 colpi al cure a Bologna, via Primodì, dal compagno L.C di 45 anni.

GIULIANA MASSEI, 79, Castiglioncello (Livorno) Uccisa con arma da fuoco dal figlio che dopo si è suicidato.

Bollettino di Guerra


Bollettino di guerra è il blog che archivia i dati sui femminicidi italiani

Bulletin
of war is the blog on 
Italian femicides.

Boletín de guerra” es el blog que almacena datos sobre feminicidios en Italia.
Desde diciembre de 2010 hasta hoy (25 de noviembre de 2011) en Italia los hombres han matado a 129 mujeres ¡Basta!

mercoledì 9 novembre 2011

Fuori gli obiettori dalle nostre vite!

Comunicato dell’assemblea plenaria del Feminist Blog Camp contro gli attacchi regionali all’autodeterminazione delle donne.
Siamo donne, ragazze, studentesse, precarie, disoccupate, provenienti da differenti città, appartenenti a collettivi di genere e percorsi di autodeterminazione. Da tempo siamo impegnate nelle nostre regioni a contrastare quelle politiche sociosanitarie che minano, seppur in modi differenti, l’autodeterminazione delle donne in tema di scelta di maternità; in particolare l’introduzione del volontariato pro vita nei consultori e la privatizzazione dei servizi sanitari che si accompagnano a quella capillare diffusione dell’obiezione di coscienza come vero e proprio dispositivo per normare le nostre condotte e sessualità. Il Feminist Blog Camp è stata per noi occasione di incontro e condivisione. Un incontro dal quale non abbiamo potuto che trarre conferma all’idea che questi attacchi siano assolutamente trasversali e che le singole regioni rappresentino il laboratorio di un disegno più ampio, volto a generalizzare questo modello sociosanitario in tutta Italia.
La nostra risposta politica dunque non può che essere unitaria, intersecando i singoli percorsi di lotta regionali: quelli relativi alle normative sui consultori, all’iter della pillola RU486 e quello dell’interruzione volontaria di gravidanza, contro l’introduzione del movimento per la vita nei consultori, al quale ribadiamo che non daremo alcuno spazio. Intendiamo dunque coordinarci su due livelli, uno informativo rispetto alle condizioni delle singole regioni, l’altro volto a individuare una linea comune di contrasto verso quanto sta accadendo.
Vogliamo perciò costruire delle tappe di confluenza delle rispettive lotte nei nostri luoghi di battaglia, nelle scuole, nelle università, nei consultori, per dare vita ad una rete, nella speranza che il percorso intrapreso conduca ad un momento di confronto e lotta unitario.
Nessuno spazio al movimento per la vita in ospedali, consultori e scuole!
Fuori gli obiettori dalle nostre vite!

Assemblea plenaria Feminist Blog Camp
Laboratorio Sguardi sui Generis - Torino
Le Ribellule - Roma
Mujeres Libres - Bologna
Consultoria Autogestita - Milano
Assemblea Le De’Genere - Terni
Femminismo a Sud
xxd - rivista di varia donnità
Vengoprima! - Venezia
Frequenze di genere - Bologna
Femminile Plurale
Un altro genere di comunicazione
Collettivo LeGrif – Pisa
Comitato Donne 13 Febbraio – Pisa
women.it/Orlando

venerdì 28 ottobre 2011

Bruce Willis sarà ancora papà a 56 anni

L'attore americano, risposatosi da due anni con una donna molto più giovane di lui, diventa ancora padre all'età di 56 anni. Siamo tutt* felici per lui? Non sento le voci critiche, critiche è un eufemismo, che hanno tuonato contro Gianna Nannini. Titoli di giornale? Nessuno, nessuno che obietti con frasi come "Non ha le forze un uomo di 56 anni per stare dietro ad un bambino","Quando il figlio avrà venti anni lui sarà morto", "Mette al mondo un orfano", "E un egoista". Nei commenti leggo invece che "(...)a quella età un uomo si sente gratificato in quanto dimostra al mondo di essere ancora giovane e di poter procreare, quindi di poter ancora competere con un maschio più giovane. Del resto si è scelto anche una donna più giovane di lui."
Se Gianna Nannini vuole sentirsi giovane, potente, di poter competere con donne più giovani è schifosa, se lo fa Bruce Willis niente di male, non è egoista e non è tardi per lui.

Il sessismo interiorizzato

Anche nelle migliori intenzioni, quando il sessismo è interiorizzato, il prodotto finale deprime - il soggetto attivo nello spazio pubblico e privato finisce con l'essere sempre e solo "maschile singolare".
Lo dimostra questo spot di cui parla la semiologa Giovanna Cosenza, che voleva essere contro l'omofobia ma finisce con l'essere androcentrico.


Il problema di rappresentazione è duplice, perchè investe anche l'omossessualità femminile.
Quindi si mettono da parte le donne come voci autorevoli, cioè detentrici di saperi specializzati, competenze, relegandole al ruolo di figuranti, e si nega nel contempo la possibilità di una sessualità diversa da quella etero per le donne, rappresentando solo maschi potenzialmente omosessuali.

giovedì 27 ottobre 2011

Feminist Blog Camp I


Inizia domani 28 ottobre, prosegue il 29 e si conclude il 30, il primo Feminist Blog Camp all'Askatasuna (Torino).
Una tre giorni, autogestita e autofinanziata, in cui convergono saperi, esperienze e pratiche femministe e disertorie, un momento d'incontro e confronto aperto a tutte quelle persone che dell'antisessismo e dell'antiautoritarsmo hanno fatto la loro lotta.


I percorsi saranno molteplici ma il centro dell'incontro è la rete come luogo di lotta e resistenza.

Introduzione al feminist blog camp


Il programma del feminist blog camp

Workshop al Feminist Blog Camp

La neonatologa Maria Gabriella Gatti: "Il feto, un'esistenza senza sogni"

Left
Simona Maggiorelli

Nuovi studi convalidano la tesi che i movimenti oculari del feto non sono segno di attività onirica. Intervista alla neonatologa Maria Gabriella Gatti. «In utero la stimolazione vibro-acustica induce solo movimenti riflessi». «I pattern Rem e Nrem sono specifici della specie. Nell’uomo sono diversi rispetto agli animali»

Uno studio pubblicato su Child Development sostiene che i ricordi prenderebbero «forma prima della nascita»: un’ipotesi che, così come è stata rilanciata nei giorni scorsi da Repubblica, sembra fatta apposta per dare man forte alle crociate antiabortiste di Buttiglione e alle smanie di un premier in cerca di maquillage d’immagine oltretevere. Per capirne di più sul piano della scienza abbiamo chiesto un commento alla neonatologa dell’Azienda ospedaliera universitaria di Siena, Maria Gabriella Gatti. «Innanzitutto – spiega – è necessario un chiarimento terminologico: da una parte abbiamo il “ricordo” e dall’altro il problema di come il ricordo o, più esattamente, la memoria prende forma. Bisogna tenere presente che per ricordo si intende la possibilità di rievocazione di fatti coscienti. Ora attribuire al feto una coscienza è impossibile in base non solo alle osservazioni cliniche ma anche alle ultime acquisizioni della neuroscienze. In utero i processi neurologici sono prevalentemente sottocorticali mentre la coscienza implica una vita mentale, l’interazione e il collegamento funzionale fra numerose aree corticali e sottocorticali. Quindi non si può usare la parola “ricordo” per la situazione intrauterina, perché il ricordo rimanda inevitabilmente alla coscienza. Va precisato anche che la memoria umana cosciente o non cosciente è un’attività psichica complessa che non si limita a fenomeni neurobiologici o processi che intervengono a livello di riflessi semplici, come l’abituazione, presenti anche negli organismi più elementari. Questi automatismi avvengono senza la presenza di una qualunque forma di pensiero».

Nell’articolo si legge anche che «già a 7 mesi un cucciolo d’uomo riesce a ricordare quali “suoni” provenienti da fuori sono da temere e quali no». Come è possibile se la pancia della madre lo isola e lo protegge?
La stimolazione vibroacustica del feto evoca movimenti riflessi e accelerazioni del battito cardiaco. Le pareti uterine proteggono dal mondo esterno ma alcuni suoni a bassa frequenza raggiungono ugualmente il feto e vengono trasmessi attraverso le vibrazioni ossee. I suoni inducono una reattività riflessa di tipo biologico che sottostà al fenomeno dell’abituazione, a cui accennavamo, il cui scopo primario nel feto non è la memorizzazione ma la difesa di un sistema nervoso immaturo dal punto di vista morfologico e funzionale.
I ricercatori olandesi che hanno firmato lo studio di Child development parlano di memoria a breve termine nel feto. Di che si tratta?
Le ricerche degli olandesi riguardano specificamente il fenomeno dell’abituazione: usare però tout court abituazione come sinonimo di memoria potrebbe essere semplicistico. Mi sembra che, tra le righe, il neuroscienziato Pergiorgio Strata, intervistato da Elena Dusi su Repubblica suggerisca proprio questo riferendosi all’estrema complessità del sistema della memoria. L’abituazione è la progressiva diminuzione della risposta a uno stimolo ripetuto fino alla sua scomparsa , dovuta alla perdita dell’efficacia funzionale delle sinapsi. Si tratta di un processo sottocorticale difensivo nei confronti di un eccesso di stimoli, presente nel feto nell’ultimo trimestre di gravidanza e nel neonato nei primissimi mesi di vita. La risposta del feto a uno stimolo è un riflesso sia che si fletta una gamba sia che si evochi un allargamento e una chiusura degli arti come succede nel riflesso di Moro che è una modalità di risposta arcaica senza alcun contenuto emozionale: nell’abituazione c’è una modificazione della biochimica delle sinapsi, tale da inibire la risposta a breve o a lungo termine. Il feto non ha comunque alcuna capacità di localizzare o distinguere uno stimolo da un altro. Varie specie di stimoli possono indurre risposte olistiche e non specifiche. La memoria come processo dinamico, che si avvale di circuiti e reti neuronali di enorme complessità e continuamente variabili, non può identificarsi, come scrive il premio Nobel Gerard Edelmann, con l’abituazione cioè con la variazione della forza sinaptica.La memoria è un processo di ricreazione psichica che ha inizio a partire dalla nascita quando si hanno reazioni a stimoli specifici e percezioni.
Continuando nella disamina: «Ai primi stimoli il piccolo risponde sempre contraendosi spaventato», si legge ancora su Repubblica. Poi sorriderebbe addirittura. Prima della nascita dire che il feto ha reazioni emotive o percezione del dolore è fare disinformazione scientifica?
L’ambiente intrauterino del feto è del tutto diverso da quello in cui si viene a trovare il neonato. L’insieme delle risposte inibitorie è una chiave strategica per la sopravvivenza del feto. Infatti, in condizioni di stress, i movimenti fetali cessano, diminuisce il voltaggio dell’elettroencefalogramma (Eeg). La funzione cerebrocorticale del feto fino alla maturità si sviluppa in un ambiente che è fisiologicamente inibitorio. Il feto per tutta la gravidanza non raggiunge mai lo stato di veglia neanche come reazione alla diminuzione di ossigeno nel sangue, stimolazioni sonore intense o a interventi di microchirurgia. Il feto non può avere la percezione del dolore per la presenza di neurormoni o sostanze che contribuiscono a inibire l’attività cerebrale già limitata dalla bassa concetrazione di ossigeno nel sangue per le caratteristiche dell’emoglobina fetale. L’adenosina, il pregnanolone, la prostaglandina D2 prodotti dal cervello fetale e dalla placenta nell’ultimo trimestre di gravidanza sono dei potenti neuroinibitori. Anche l’ossitocina, un ormone che stimola le contrazioni uterine durante il travaglio, potenzia l’effetto inibitorio dei neurotrasmettitori. Nel canale del parto gli stimoli pressori di notevole intensità non producono modificazioni del tracciato elettroencefalografico. Dopo la nascita, registrazioni elettroencefalografiche indicano un intenso flusso di nuove stimolazioni sensoriali. Viene meno l’effetto degli ormoni placentari che in utero inibiscono l’attività neurale.
Mesi fa, sempre su Repubblica, c’era un pezzo dal titolo “Così si sogna nella pancia della mamma”. «Alcuni scienziati dell’università di Jena – riportava – sono riusciti a fare un Eeg a un feto di pecora, così è stata registrata un’attività cerebrale che, benché immatura, comprende cicli di sonno e fasi oniriche». Che ne pensa?
Alla ventottesima settimana di gestazione i sistemi sensoriali periferici si connettono al sistema nervoso centrale. Ciò corrisponde a un tracciato elettrico denominato convenzionalmente Rem, espressione in utero della sinaptogenesi. Dopo poco compare l’altro pattern elettroencefalografico detto Nrem in cui prevalgono processi inibitori. Nel feto non si può parlare né di sonno, né di sogno, né di veglia, né di capacità percettiva. Si rischia di dare un significato psichico a fenomeni come le fasi Rem o non Rem che nel feto umano sono solo processi biologici finalizzati alla maturazione e alla differenziazione morfologica e funzionale. I pattern Rem e Nrem sono specie specifici, nell’uomo sono diversi rispetto agli altri primati e differenti da individuo a individuo: la pecora non ha niente a che vedere con l’essere umano.
In conclusione?
La gravidanza è una fase di sviluppo e di maturazione biologica: solo alla nascita dalla biologia prende forma la realtà psichica, il pensiero che è specificamente umano. Dalla ventiquattresima settimana c’è una possibilità di sopravvivenza del feto per una maturazione cerebrale e degli organi di senso tale da consentire una reattività specifica agli stimoli esterni.

lunedì 24 ottobre 2011

GIUSTIZIA PER FIORINDA

Presidio
presso il Tribunale di Napoli al Centro Direzionale
Ingresso Piazza Cenni
26 Ottobre 2011 ore 9.00

Il 26 Ottobre prossimo sarà giudicato in appello l’assassino di Fiorinda Di Marino. Dobbiamo essere tutte davanti al Tribunale per testimoniare ancora una volta “per ogni donna ammazzata e offesa siamo tutte parte lesa”.

Il 23 luglio del 2009, Fiorinda Di Marino venne uccisa a colpi d’ascia da un uomo col quale aveva avuto una relazione. Un uomo che era uscito dal carcere dopo aver scontato una breve condanna perché sette anni prima si era reso responsabile di un tentato omicidio ai danni della ex moglie, sopravvissuta alla violenza solo perchè fortunosamente nessuna coltellata aveva colpito punti vitali.
Fiorinda aveva 35 anni, insegnava in una scuola materna dei Camaldoli ed era madre di un bambino di nove anni avuto dal marito dal quale era separata. Una donna, a detta di tutti coloro che la conoscevano, dolce, generosa, sempre pronta al sorriso e disposta al perdono. È stata proprio questa sua attitudine a concedere una seconda opportunità a chiunque avesse sbagliato e la sua tenace convinzione, comune a tante donne, che l’amore può riuscire a cambiare qualunque uomo a farle sottovalutare il rischio a cui si esponeva nell’intraprendere una relazione con un uomo con trascorsi così allarmanti.
Aveva, però. presto capito il suo errore e dopo una violenta aggressione aveva denunciato il suo convivente per lesioni gravissime. Ma come purtroppo sempre più spesso accade, la denuncia non era servita a far accettare all’uomo che la storia era finita e che lei voleva riprendersi la sua vita e voltare pagina. Non glielo ha consentito. La vita di Fiorinda è stata spezzata e insieme alla sua sono state irrimediabilmente lacerate le esistenze di coloro che l’amavano.

Renato Valboa, il suo assassino, è stato condannato in prima istanza a sedici anni, una pena irrisoria per un delitto così efferato e commesso recidivamente.
Oltretutto, se si considera che questo tipo di criminali tiene di solito una condotta ineccepibile in carcere, è presumibile che Valboa fra pochi anni sarà di nuovo in libertà grazie ai benefici di un cospicuo sconto della pena.

Ebbene è ora di dire basta a tutti coloro che nei tribunali, nei commissariati, negli ospedali, nelle case, nella società sono disposti a comprendere e giustificare i delitti commessi dagli uomini verso le donne.
Dobbiamo gridare con forza la nostra rabbia e il nostro diritto ad avere una giustizia degna di questo nome che salvaguardi le donne e che affermi il principio che nulla mai può giustificare il fatto che un uomo si arroghi il diritto di decidere della vita di una donna, ritenendola una cosa di sua proprietà.
Vogliamo giustizia per Fiorinda Di Marino e per tutte le donne che quotidianamente vengono maltrattate stuprate o uccise da uomini violenti, immaturi, codardi, che fanno scontare alle donne la loro incapacità di stare al mondo.

Arcidonna Napoli Onlus

Aderiscono : UDI di Napoli, Cooperativa Dedalus, Cooperativa EVA, Self, , Onda Rosa, DonneSUDonne, Associazione Salute Donna, Le Cassandre, Cora Onlus, Associazione Maddalena, Spazio Aspasia, Casa di Accoglienza per donne maltrattate” Fiorinda”, Arcilesbica, Sportello LIlith, Ass. “ Eleonora PImentel”, Camera delle donne, Linea Rosa, Spazio Donna di Caserta, Federazione Nazionale dei Centri Antiviolenza “D.i.Re. Donne in Rete contro la violenza”, Le Onde di Palermo, Differenza Donna di Roma, Elena Coccia, Simona Marino, Laura Capobianco, Simona Molisso, Nelide Milano, Maria Rosaria Ferre, Luisa Festa, Luisa Menniti, Maria De Marco, Lia Cacciottoli, Floriana Formicola, Maria Giustino Irace

Fonte: facebook

Conosci Laiga?

Laiga è la Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l'applicazione della legge 194/78.
Laiga ha a cuore la difesa delle donne che usufruiscono della legge 194 con particolare riguardo per le donne che chiedono l’aborto terapeutico. Consultate il sito e per ricevere maggiori informazioni non esitare a contattare telefonicamente o per email l'associazione.
Laiga ha come scopo la tutela dei fondamentali diritti degli operatori e delle donne che usufruiscono della legge 194/78
In particolare gli obiettivi di questa associazione sono molteplici:
  • la difesa della legge 194;
  • la difesa degli operatori legge 194;
  • la difesa delle donne che usufruiscono legge 194 con particolare riguardo per le donne che chiedono l’aborto terapeutico;
  • creare una mappa dei luoghi in Italia dove sia possibile sottoporsi ad aborto terapeutico;
  • creare una mappa degli operatori al fine di consultarci, scambiarci notizie e sostenerci;
  • sorveglianza sulle "pari opportunità" in ambito lavorativo tra personale non obiettore e obiettore con denuncia lì ove vi sia discriminazione;
  • sorveglianza affinché la legge 194 venga attuata in tutte le ASL come previsto dalla legge e denuncia ove ciò non accada;
  • ottenere un aumento dei giorni di ferie e della retribuzione a favore degli operatori legge 194 poiché sopportano un carico psicologico maggiore rispetto agli obiettori.
Centri qui

Contatti
info@laiga.it
Cell:349.6489134 - 338.7553490
http://www.laiga.it

Vedi anche: Tu conosci l'AIED?

lunedì 10 ottobre 2011

Seminario interattivo “Le Connessioni Libere”

Seminario interattivo “Le Connessioni Libere”
Psicologia, cultura e società: il caso Pas
Venerdì 21 ottobre, ore 10.00, Auditorium In-Campus, Via Mezzocannone, Napoli
A causa dell'inagibilità dell'auditorium del plesso polifunzionale "In-Campus",
l'EVENTO SI TERRA' in Aula Iacono, dipartimento Teomesus (ex Scienze Relazionali), Via Porta di Massa 1, scala B II Piano
per il resto, l'organizzazione resterà invariata.

Quali sono le responsabilità della psicologia in quanto disciplina e degli psicologi in quanto professionisti, nell’ambito dei movimenti culturali e della vita quotidiana?
In una società in cui una diagnosi psicologica può essere discriminante fra assoluzione e condanna, fra libertà e reclusione, fra giustizia e violenza, accettazione e discriminazione, è di fondamentale importanza che si mantenga vivo e acceso il dibattito critico su teoria e prassi della nostra professionalità. Un dibattito che si connetta necessariamente con quelle realtà scientifiche e sociali coinvolte, affinchè lo sguardo d’insieme possa essere complesso e plurale.
Prendiamo ad esempio il caso della sindrome di alienazione genitoriale (o Pas, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome), costrutto diagnostico proposto da Richard A. Gardner nel 1985 che da allora ha generato forti controversie (che coinvolgono la società a vari livelli dall’APA all’OMS e l’ONU) riguardo la sua validità scientifica (attualmente non figura nel DSM IV-III) e riguardo le sue applicazioni in campo giuridico (in Italia con la legge sull’affido condiviso) e i suoi effetti concreti nella vita di coloro che si imbattono in questa sindrome.
L’associazione Psicologi in Contatto, pertanto, vuole indire una tavola rotonda aperta sul tema della Pas, con lo scopo di avviare un percorso di indagine e riflessione critica su un tema che vede i professionisti della psicologia come attori profondamente implicati nella società.
Programma:
Ore 10.00 inizio lavori: introduzione a cura della Dott.ssa Roberta Fiore
A seguire, interventi dei relatori invitati:
Avvocata Elena Coccia
Prof.ssa. Adele Nunziante Cesaro
Prof.ssa Fortuna Procentese
Dott.ssa Gabriella Ferrari Bravo
Dott.ssa Silvana Lucariello
Dott.ssa Elisabetta Riccardi
Relazione di Viviana Esposito sul libro “Pas presunta Sindrome di Alienazione Genitoriale – Uno strumento che perpetua il maltrattamento e la violenza” di Sonia Vaccaro e Consuelo Barea.
Ore 13.00 conclusioni

in colaborazione con:
psicologi.contatto[chiocciola]gmail.com
http://femminismo-a-sud.noblogs.org
www.lekassandre.it
www.sportellolilith.it

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