lunedì 30 giugno 2008
Drogata e stuprata a Benevento "Una birra, poi 10 ore di black-out"
Ridotta in stato di incoscienza, forse con scopolamina versata nella birra.
BENEVENTO - Una ragazza di 20 anni, di Benevento, ha denunciato alla squadra mobile della Questura locale di essere rimasta vittima di violenza sessuale dopo essere stata ridotta in stato di incoscienza, probabilmente con quella che è nota come "droga dello stupro". La giovane ha raccontato agli agenti che la sera precedente era stata con un amico in piazzetta Vari in città, e che, dopo aver bevuto una birra servita in un boccale, presa in un bar dall'amico, ha iniziato a sentirsi male accusando, tra l'altro, crampi allo stomaco e conati di vomito: da quel momento ha detto di aver perso il controllo e di essere entrata in uno stato di completa incoscienza.
La ragazza si è ripresa il mattino seguente, dopo un buco di dieci ore: si è svegliata dolorante e completamente nuda nell'autovettura dell'amico con il quale era la sera prima. Alla ragazza, affidata alle cure del pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratelli, sono stati riscontrati segni conseguenti a una violenza carnale.
Sulla vicenda indaga la squadra mobile diretta dal vicequestore Giuseppe Moschella. Chiarito che la ragazza sia stata drogata, gli esami clinici dovranno stabilire il tipo di droga ma gli indizi portano a un tipo di stupefacente molto in voga in alcune discoteche romane: la scopolamina, un allucinogeno, liquido, trasparente, che fa perdere ogni inibizione e la memoria. In certi ambienti questa sostanza viene definita "la droga dello stupro".
Agli investigatori la studentessa avrebbe anche detto di avere subito violenza da parte di più persone: potrebbe essere vero oppure solo una sensazione, provocata dai ripetuti rapporti sessuali avuti con il 20enne, incensurato, beneventano ma frequentatore di "particolari ambienti romani", come vengono definiti dalla polizia. Il presunto stupratore è stato identificato ma non ancora fermato dalla polizia per essere interrogato e per fare piena luce sulla vicenda.
(28 giugno 2008)
fonte: repubblica.it
Cina, insabbiato l'omicidio-stupro proteste, bruciati edifici governativi
Il colpevole sarebbe il parente di un politico. La polizia dice che è stato un suicidio
PECHINO - Corre su internet, passando di blog in blog, la protesta che chiede giustizia per la morte di una ragazza cinese di quindici anni, stuprata e uccisa nel sud-ovest della Cina, dal parente di un politico locale. La foto del suo volto è diventata il simbolo di una rivolta che ieri ha messo a ferro e fuoco le strade della zona di Wengan, nella provincia di Guizhou e che ha portato diecimila persone in piazza. Una folla inferocita per il tentativo delle autorità di insabbiare il caso facendolo passare per un suicidio. I manifestanti indignati hanno dato alle fiamme commissariati, edifici governativi e auto della polizia. Negli scontri con le forze dell'ordine ci sono stati un morto, più di centocinquanta feriti e duecento arrestati, tra cui decine di studenti intervenuti per chiedere chiarezza sulla vicenda.
I disordini sono cominciati dopo la conclusione dell'inchiesta sulla morte della ragazza, trovata cadavere in un fiume. La sua famiglia afferma che è stata violentata prima di essere uccisa. Ma le autorità hanno tentato di archiviare il caso come suicidio. I forum locali sulla rete sostengono che l'autore della violenza e dell'omicidio è il parente di un alto dirigente politico della zona, che le autorità non hanno voluto incriminare. Sul web circolano anche immagini impressionanti delle manifestazioni, degli incidenti e degli edifici bruciati.
"I cittadini erano molto arrabbiati per l'ingiustizia perpetrata dalle autorità locali", ha detto alla Reuters Huang, un funzionario locale. "Circa 10mila persone si sono radunate e hanno dato alle fiamme l'edificio che ospita la sede locale del partito, altri edifici pubblici e una ventina di macchine della polizia", ha detto Huang. Che ha spiegato che i manifestanti hanno persino tagliato i tubi dell'acqua in dotazione ai pompieri, per impedire che spegnessero il fuoco.
Secondo l'International Center for Human Rights and Democracy, che ha base a Hong Kong, l'escalation della violenza si è verificata quando centinaia di studenti si sono radunati di fronte al locale ufficio di pubblica sicurezza per chiedere giustizia sul caso della giovane. La polizia ha usato la forza per disperdere la folla.
Prima di cercare di insabbiare il delitto, le autorità hanno tentato anche di pagare i familiari della vittima. Il funzionario ha rivelato, infatti, che la famiglia ha respinto l'offerta, a titolo di risarcimento, di una somma equivalente a 300 euro, poi diventati 3.000 euro, da parte delle autorità. I dimostranti hanno fatto una colletta il cui ricavato servirà alla famiglia per denunciare le autorità locali e sostenere le spese legali.
(29 giugno 2008)
Fonte: repubblica.it
sabato 21 giugno 2008
Onu, il Consiglio di Sicurezza: lo stupro è come arma di guerra
NEW YORK - Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna, nei termini più forti, l'uso dello stupro come arma di guerra, minacciando azioni repressive contro i responsabili delle violenze contro le donne. I Quindici, raccogliendo la proposta degli Stati Uniti, hanno approvato all'unanimità la risoluzione 1820, sponsorizzata da oltre 30 paesi tra cui l'Italia. I lavori del Consiglio sono stati presieduti dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.
Il testo, minacciando indirettamente di portare i colpevoli di fronte alla Corte penale internazionale de L'Aja (Cpi), chiede "a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro i civili, con effetto immediato".
La risoluzione, definita dall'organizzazione non governativa Human Rights Watch un "atto storico", chiede al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon di preparare un rapporto (che verrà pubblicato entro dodici mesi dall'approvazione) per individuare "i conflitti armati dove la violenza sessuale è stata usata ampiamente o sistematicamente contro i civili".
A margine delle discussioni sulla risoluzione contro gli stupri in guerra, la Rice aveva partecipato anche ad una riunione informale sulla situazione in Zimbabwe, dove è stata espressa profonda preoccupazione per il prossimo ballottaggio presidenziale del 27 giugno. "Con le sue azioni il regime del presidente Robert Mugabe ha abbandonato ogni pretesa che le elezioni del 27 giugno potranno procedere in maniera equa e libera", aveva detto il segretario di Stato Usa.
Il Belgio ha chiesto che il Consiglio di Sicurezza si riunisca sullo Zimbabwe nei prossimi giorni. Ma l'ambasciatore Usa all'Onu Zalmay Khalilzad, in qualità di presidente di turno dei Quindici, ha detto che il Consiglio è diviso sulla richiesta del dibattito.
(20 giugno 2008)
Fonte: repubblica
lunedì 16 giugno 2008
DA CAPOTRENO INSULTI RAZZISTI E SCHIAFFI A DONNA GHANESE
Il fatto è avvenuto lo scorso 14 maggio, ma è stato reso noto solo oggi dalle forze dell'ordine dopo un'attenta verifica delle dichiarazioni rilasciate dal capotreno, dalla donna e dai testimoni. La viaggiatrice aveva subito presentato denuncia alla Polfer, ma allo stesso modo il capotreno aveva imputato alla donna di avere dato in escandescenze in treno. Così gli investigatori hanno sentito vari testimoni per verificare le due versioni contrastanti. "Sporca negra", "schifosi, tornate in Africa", "Berlusconi finalmente vi rimanderà tutti a casa". Sono questi gli insulti che, secondo le testimonianze raccolte dagli agenti della Polizia Ferroviaria, il capotreno avrebbe più volte ripetuto alla cittadina ghanese. La donna, residente a Palermo, stava raggiungendo Parma per fare visita ad alcuni amici e, dopo alcuni giorni, è ritornata in Sicilia. Nella colluttazione con il capotreno la donna ha anche riportato una ferita ad una caviglia, ma non ha fatto ricorso alle cure dei medici. Sui fatti ora indaga la Procura di Reggio Emilia.
APERTA INCHIESTA INTERNA SU VICENDA CAPOTRENO - Sulla vicenda del capotreno denunciato dalla Polfer di Parma dopo l' aggressione e gli insulti razzisti a una viaggiatrice ghanese, il 14 maggio scorso, Trenitalia ha reso noto di avere aperto un'inchiesta interna subito dopo il fatto. "L' episodio - ha precisato - è a conoscenza dell' ufficio gestione del personale di Trenitalia in base a una segnalazione pervenuta da altro personale ferroviario in servizio sullo stesso treno. E' stata avviata un'inchiesta interna per appurare l'esatta dinamica dei fatti e dai risultati dipenderanno eventuali provvedimenti disciplinari, come prevede il contratto collettivo nazionale (si va da sanzioni pecuniarie al licenziamento)". Trenitalia ha sottolineato che "al momento non è stato ricevuto alcun atto ufficiale, come una denuncia da parte della signora o della Polfer. Ma se ci saranno nuovi elementi potranno condizionare l'esito dell'inchiesta interna".
fonte: ansa.it
sabato 14 giugno 2008
Viveva chiusa a chiave in una stanza fatiscente.
Arrestati madre 80enne, fratello e sorella Un figlio da una relazione amorosa
I familiari la segregano per 18 anni
Rintracciato in casa di uno zio il figlio della donna, 17 anni, che abitava nella stessa casa.
CASERTA - Una relazione amorosa non gradita alla famiglia, da cui nasce un bambino. Così i parenti decidono di "punirla". La protagonista, Maria Monaco, oggi 47enne, con evidenti problemi psichici, è rimasta segregata per diciotto anni. Diciotto lunghi anni prima che la trovassero i carabinieri di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), chiusa a chiave in una stanza fatiscente, in un vecchio edificio rurale. In condizioni igienico-sanitarie che i militari non hanno esitato a definire "indescrivibili". I carnefici, i suoi stessi familiari, sono stati arrestati. Si tratta della madre, Anna Rosa Golino, 80 anni, del fratello, Monaco Prisco, 45, agricoltore, e della sorella Michelina, 51, insegnante di scuola materna. Non è chiaro quanto e cosa sapesse il figlio di questa vicenda terribile. Il ragazzo, uno studente di 17 anni, frutto di quella relazione con un uomo rimasto sconosciuto, è stato rintracciato in casa di uno zio, ma viveva anche lui nella casa degli orrori.
L'hanno trovata al primo piano di quella casa colonica nel rione Sant'Andrea, lungo la strada che conduce alla statale Appia. In stato confusionale. In un degrado tale, che i carabinieri del capitano Carmine Rosciano non sono riusciti a trovare le parole per raccontarlo. Per lei l'orologio si era fermato a quel giorno di diciotto anni prima. Quando per una relazione con un uomo di cui non si è mai saputa l'identità, era rimasta incinta. Un grave peccato per le persone a lei vicine, che si tramutano nei suoi carcerieri. La imprigionano in quella stanza da cui lei non uscirà più.
Vivevano tutti lì, tutti nella stessa casa, come una vera famiglia. E quando sono entrate le forze dell'ordine, arrivate per una segnalazione anonima, a loro sembrava tutto normale. Hanno cominciato a capire la gravità della situazione solo dopo l'arresto del fratello e della sorella della donna, che si trovano ora nel carcere locale. La madre, per via dell'età, si trova agli arresti domiciliari. Le accuse vanno da sequestro di persona a maltrattamenti. I provvedimenti sono stati decisi dal sostituto procuratore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Ricci, che ha coordinato le indagini. Maria Monaco è stata portata nel reparto di psichiatria del policlinico di Napoli.
Gli interrogativi adesso avvolgono il ragazzo, uno studente di 17 anni, rintracciato in cassa di un parente a San'Andrea, che però viveva anche lui con la nonna e gli zii, e quindi era a conoscenza delle condizioni in cui viveva la madre. Nei suoi confronti non è stato emesso nessun provvedimento. Adesso gli inquirenti stanno cercando di rintracciare quel padre, rimasto sconosciuto per diciotto anni, perchè aiuti a sciogliere alcuni dei dubbi che gravano sull'intera vicenda. Il primo interrogativo che l'uomo potrebbe chiarire è se i problemi psichici della donna siano nati prima o dopo la sua prigionia.
(13 giugno 2008)
Fonte: repubblica
domenica 8 giugno 2008
Una madre coraggio nascosta dal velo
di Oriana Liso
Quando sua figlia, piangendo, le ha detto di sentirsi in colpa, di non capire se la scelta di abortire fosse quella giusta, le ha risposto: "Se vuoi tenere questo bambino non preoccuparti, ce la caveremo".
Gliel'ha detto in arabo, Maria, che gli ultimi 10 dei suoi 42 anni li ha passati a Milano, a pulire case e uffici, senza abbandonare la sua lingua né il foulard per coprire i capelli, ma cercando di dare ai suoi tre figli la consapevolezza che essere marocchini non vuol dire non poter crescere anche come italiani.
Maria e sua figlia Anna — che ovviamente hanno altri nomi, perché sono vittime da proteggere, in questa storia — sono state descritte da chi ha seguito il loro caso come due donne coraggio. "È degno di nota il valore civile della madre della persona offesa», scrive il gip Fabrizio D'Arcangelo nell'ordinanza di custodia cautelare del trentenne che ha violentato Anna, Gaetano Calicchi. Gli investigatori vanno oltre, sottolineando «il coraggio e la dignità di questa madre che in un colpo solo ha smentito i pregiudizi che spesso gravano sugli immigrati e sugli islamici".
Una mamma musulmana, rimasta sola a Milano dopo che suo marito, perso il lavoro, ha fatto ritorno in Marocco e le ha delegato educazione e sostentamento dei figli; una ragazzina di tredici anni che si sente in colpa per essersi fidata, per non aver capito che quel ragazzo — italiano, educato, presentatole da una compagna di scuola — era in realtà l'orco cattivo.
C'è molta emancipazione, in questa storia: da una cultura che di solito non dà molta voce alle donne, da una realtà di periferia come quella del Gratosoglio dove avere la pelle olivastra è già un motivo per essere guardati con sospetto, da un retaggio antico per cui una violenza e una conseguente gravidanza vanno tenute segrete, non raccontate alla polizia.
Anche dalla religione, perché Maria è una musulmana osservante e praticante, che non è diversa da quella cattolica, in tema di aborto. Invece è bastato che, a marzo, Maria si accorgesse che sua figlia non aveva avuto le mestruazioni; ha ricollegato i silenzi strani della sua bambina, certi suoi momenti di tristezza.
E ha deciso: con la figlia, è andata nel consultorio familiare di zona, ha parlato con una psicologa, ha fatto visitare la ragazzina. La confessione di quel segreto pesante, di quella mattina di violenza, è arrivata a poco a poco, perché Anna aveva bene in mente quello che Gaetano le aveva detto, dopo averla violentata: "Questo è il nostro segreto, non devi parlarne con nessuno".
È stata durissima, per una tredicenne che è fisicamente e psicologicamente poco più di una bambina — come raccontano gli investigatori — spiegare quello che le era successo. A sua madre, prima di tutto: perché Maria ha sempre tenuto molto alla sua educazione, è sempre stata attenta ai suoi voti a scuola, alle sue amicizie, alla sua crescita.
Alla sua come a quella del fratello maggiore, che ha sedici anni, e del più piccolo, di due anni più giovane di sua sorella. Cresciuti, mandati a scuola, educati, grazie al lavoro duro della mamma che con meno di mille euro al mese mantiene tre figli, paga l'affitto, e chissà se non deve spedire anche qualcosa a chi è rimasto a casa, in Marocco.
Ci ha messo del tempo, Anna, per raccontare alla mamma di averle mentito, di aver seguito quel ragazzo a casa, una mattina che a scuola non c'era lezione per una manifestazione, di aver creduto che davvero volesse farle conoscere sua madre e suo fratello.
Di non essere riuscita a respingere quell'attacco — che, raccontano gli operatori dei centri antiviolenza, è una delle reazioni più comuni nelle vittime: la colpa è mia che non sono riuscita ad evitarlo — e di aver poi mantenuto il segreto con tutti.
Quando i medici e gli assistenti sociali del consultorio hanno prospettato alle due donne la possibilità di sporgere denuncia — cosa che altri genitori, con figlie violentate dalla stessa persona, non hanno voluto fare — Maria non ci ha pensato di volte.
Da quel momento, per settimane, Anna è diventata tecnicamente una "parte offesa": è stata sentita dagli agenti della quarta sezione, quella che si occupa di reati contro i soggetti deboli, e anche dal pm Antonio Sangermano, che è rimasto colpito — anche lui — dalla determinazione e dal coraggio di questa mamma.
La denuncia, le indagini. E la scelta più difficile: abortire o far diventare sua figlia una mamma bambina. Maria ha lasciato la scelta ad Anna, assicurandole che l'avrebbe sostenuta in ogni caso. Anna ha scelto, poi è tornata a scuola e — quasi — alla sua vita di sempre. In più ci saranno gli incontri con lo psicologo e l'assistente sociale, che dovranno aiutarla, se è mai possibile, a dimenticare quella mattina.
fonte: repubblica
sabato 7 giugno 2008
Stupro alla minorenne immigrata il Comune sarà parte civile
di Oriana Liso
"Nessuna condiscendenza per chi commette questi reati barbari, tanto più se le vittime sono minorenni". A più di ventiquattrore dall'arresto di Gaetano Calicchio, il 30enne accusato di aver violentato e messo incinta una ragazzina marocchina di 13 anni, anche il Comune prende posizione.
Lo fa il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, annunciando: "Il Comune chiederà di costituirsi parte civile nel processo, richiesta che si andrà ad aggiungere agli altri nove casi di violenza sessuale avvenuti negli ultimi due mesi a Milano".
Aveva destato perplessità il silenzio di Palazzo Marino su una vicenda così grave, con una ragazzina stuprata a febbraio e due coetanee già violentate dallo stesso soggetto. Ieri il vicesindaco ha precisato: "Se dovessimo essere ammessi come parti civili, chiederemo ai responsabili degli stupri un risarcimento per i danni materiali e per quelli all'immagine della città, lesa da questi episodi esecrabili".
Ieri è stato anche il giorno dell'interrogatorio a San Vittore del presunto violentatore, arrestato nella sua casa di via Costantino Baroni: ma il gip Fabrizio D'Arcangelo è rimasto in carcere per pochissimo tempo, perché Calicchio si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Sulla sua abitudine a cercare le sue vittime davanti alle scuole del Gratosoglio le indagini vanno avanti. E gli investigatori della squadra mobile lanciano un appello: se altre ragazzine sono state molestate da Calicchio si facciano avanti, e i genitori non esitino a rivolgersi alla polizia.
Padre Eugenio, parroco della chiesa di Santa Maria Madre della Chiesa, spera che non si diffonda la psicosi: "È giusto parlarne, e con gli educatori dell'oratorio abbiamo deciso che affronteremo l'argomento con i giovani che vengono da noi. Spero però che la paura non crei ulteriori tensioni in un quartiere già così problematico".
Al Gratosoglio, ieri mattina, ci è andato anche Mario Borghezio, europarlamentare leghista, con tanto di megafono. "Siamo qui per esprimere solidarietà e vicinanza alla bambina e alla sua famiglia, e per dimostrare che la Lega è contro tutte le violenze, peggio ancora se compiute da un italiano che deve subire una sanzione anche più severa", ha spiegato.
Altra reazione dalle istituzioni è arrivata da Mariolina Moioli, assessore alla Famiglia, Scuola e Politiche sociali, che ha respinto le accuse di usare due pesi e due misure nei casi di stupri di italiani su straniere o di stranieri su italiane: "Il Comune lavora quotidianamente al fianco delle donne che subiscono violenza, con circa 400mila euro l'anno di risorse finanziarie, con nuovi servizi come l'accoglienza per le donne sole; in più, il sindaco Moratti, nel pacchetto sicurezza, ha chiesto l'inasprimento delle pene per chi commette il reato di stupro e ha voluto destinare parte del suo stipendio alle attività di sostegno alle donne vittime di violenza".
Donne che, secondo i dati dei centri antiviolenza della città, hanno sempre più il coraggio di denunciare. Spiega la ginecologa Alessandra Kustermann: "Dal primo gennaio abbiamo raccolto 156 casi di violenza contro gli 81 del 2004: il 54,5 per cento delle vittime sono straniere (e il 22 per cento ha meno di 13 anni), mentre gli autori delle violenze sono soprattutto italiani, la metà delle volte familiari o conoscenti. L'aumento di denunce ci fa sperare di riuscire a infrangere il silenzio della violenza".
giovedì 29 maggio 2008
Cupra, ragazza picchiata selvaggiamente
CUPRA MARITTIMA – Folle violenza in piena notte nel centro di Cupra: una giovane di nazionalità marocchina ha prima subito un tentativo di stupro, poi è stata picchiata selvaggiamente.
Autore delle violenze un connazionale della vittima, il 25 enne M.Z.
Verso le tre del mattino i vicini di casa dell'appartamento occupato dalla donna vengono svegliati da una serie di urla e grida. In quel momento sembra che nell'abitazione ci fossero la donna, l'aggressore e il fidanzato della donna, che è intervenuto per difenderla.
Momenti di caos e violenza, e la giovane scende in strada tentando una fuga disperata. Nel frattempo arrivano sul posto i Carabinieri, allertati dai vicini, e poco distante dall'isolato trovano alcuni connazionali della vittima e li conducono in caserma.
Con la testimonianza della ragazza i Carabinieri hanno individuato l'aggressore fra i tre, lo hanno arrestato e portato in carcere a Fermo. Dovrà rispondere di tentata violenza sessuale e lesioni aggravate.
Tutti i protagonisti della vicenda sono risultati clandestini e saranno espulsi dal territorio nazionale.
Fonte: sambenedettoggi.it
martedì 20 maggio 2008
Famiglia Cristiana: «In Parlamento numeri per cambiare la legge sull'aborto»
«È ora di sgretolare il mito della 194, un tabù intoccabile in un Paese dove si cambia perfino la Costituzione»
ROMA - La sua principale colpa è quella di «aver sicuramente contribuito, lo dicono i numeri, all'inverno demografico». Per questo, è arrivata l'ora «di sgretolare il mito della legge 194». Lo chiede senza mezzi termini "Famiglia Cristiana" nell'editoriale di questa settimana. «Non si riesce a trovare una strada per rivedere questa legge: un tabù intoccabile, in un Paese dove si cambia perfino la Costituzione» sostiene il settimanale cattolico .
MAGGIORANZA TRASVERSALE - «La legge che intendeva far 'emergere' l'aborto, in pratica l'ha legalizzato - aggiunge "Famiglia Cristiana". - I politici più avveduti, già allora, si posero il problema. Giovanni Berlinguer, senatore del Pci, disse: 'Dopo un congruo periodo di applicazione, dovremmo riesaminare le esperienze pratiche, le acquisizioni scientifiche e giuridiche e assicurare da parte di tutti i gruppi parlamentari l'impegno a introdurre nella legge le modifiche necessarie'. Esattamente quello che non è stato mai fatto». «Oggi non è più sufficiente proporre una migliore applicazione senza toccare nulla dal punto di vista legislativo - si legge ancora -. Tutti ormai, se si escludono frange femministe fuori dalla storia, Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale (sempre più esigua), hanno abbandonato la vecchia formula che l'aborto è 'questione di coscienza', affare privato che non attiene alla sfera del bene comune», prosegue il settimanale, «L'aborto è un fatto di rilevanza pubblica e politica. Oggi in Parlamento ci sono i numeri per sgretolare il 'mito della 194'. Si tratta di una maggioranza trasversale che, in primo luogo, fa appello ai politici cattolici».
19 maggio 2008
venerdì 16 maggio 2008
Romena stuprata dentro al center
ROMA - Una giovane romena è stata aggredita e stuprata da un 39enne italiano, A. A., che è stato arrestato dagli agenti della mobile. La ragazza, dipendente di una cooperativa di servizi, aveva appena iniziato a fare le pulizie in un call center in zona Vescovio quando è stata aggredita alle spalle da un uomo che, minacciandola con un taglierino, l'ha costretta a subire violenza sessuale. Subito dopo la violenza, la donna ha chiesto soccorso in un bar poco distante dal call center e ha chiamato la polizia. Le indagini, immediatamente avviate dalla Squadra Mobile, hanno consentito di identificare l'aggressore che è risultato essere il convivente della responsabile della cooperativa dove lavora la giovane.
(15-05-2008)
fonte: repubblica.it
«Amo un'amica»: e la madre cerca di accoltellare la figlia
PESARO -- Non accettava che la figlia sedicenne si fosse innamorata di una ragazza di 18 anni, e, al culmine di un litigio, le ha sferrato una coltellata all'addome con un coltello da cucina, per fortuna colpendo la fibbia della cintura che la figlia indossava. Il fatto è accaduto nel circondario di Pesaro, in una famiglia come tante: padre contabile in un'azienda, madre casalinga, e tre figli studenti. La sedicenne aveva confessato ai suoi di nutrire una passione amorosa per una giovane conosciuta da poco. Padre e madre erano rimasti choccati dalla rivelazione, e avevano tentato in tutti i modi di fare in modo che la figlia troncasse la relazione. Qualche giorno fa (ma la notizia è stata resa nota solo oggi), all'ora di pranzo, l'ennesima discussione fra madre e figlia. In preda ad una sorta di raptus la donna ha afferrato una lama e si è scagliata contro la ragazza, che solo per un caso non è rimasta ferita. Il padre si trovava in un'altra stanza e a chiamare il 113 è stata la sedicenne: «Venite - ha gridato all'operatore - mia madre sta andando fuori di testa...mi vuole ammazzare». Una 'volante' è accorsa sul posto, e a conclusione delle indagini, coordinate dal dirigente della Squadra mobile Andrea Massimo Zeloni, per la madre è scattata una denuncia per tentate lesioni aggravate. Della vicenda sono stati informati sia la procura della Repubblica di Pesaro sia la procura dei minori di Ancona. La polizia ha poi spiegato che i tre figli della casalinga e dell'impiegato avevano avuto qualche problema di rapporti con i genitori, e che la loro situazione era già monitorata dai Servizi sociali. Non è la prima volta, ha ricordato Andrea Massimo Zeloni, che l'Ufficio minori della Questura di Pesaro si trova ad affrontare situazioni così delicate. Mesi addietro, sempre nel pesarese, la madre di un'adolescente si era rivolta alla polizia perché sua figlia veniva corteggiata con insistenza dalla mamma di una compagna di scuola. «Oggi - ha detto il dirigente della Mobile - quella ragazzina è felicemente fidanzata con uno studente di poco più grande».
14 maggio 2008(ultima modifica: 15 maggio 2008)
corriere.it
giovedì 15 maggio 2008
Niscemi, 14enne uccisa: tre fermi
CALTANISSETTA - Tre minorenni sono stati arrestati dai carabinieri per l'omicidio di Lorena Cultraro, la ragazza di 14 anni trovata morta martedì a Niscemi. Il provvedimento di fermo è stato disposto dai magistrati della procura dei minorenni di Catania e riguarda tre ragazzi del paese di 15, 16 e 17 anni. È stato un omicidio premeditato, organizzato in fretta e furia dai tre minorenni arrestati perchè volevano far tacere la quattordicenne Lorena Cultraro. Volevano evitare che dicesse in giro che uno di loro l'aveva messa incinta. È quanto emerge dalla ricostruzione che hanno fatto ai magistrati i tre minorenni arrestati. I ragazzi avrebbero ammesso il coinvolgimento nel delitto. Gli indagati hanno dato appuntamento a Lorena, come spesso era avvenuto in passato. L'hanno presa a bordo di un motorino e si sono allontanati verso la periferia del paese, in aperta campagna, fino ad arrivare ad un casolare abbandonato. La quattordicenne è stata fatta spogliare e insieme ai tre ragazzi ha iniziato a giocare. Poi uno di loro le ha stretto una corda attorno al collo, mentre gli altri due la tenevano ferma.
E così è stata uccisa L RITROVAMENTO - La scomparsa di Lorena, il 30 aprile scorso, inizialmente interpretata come una fuga d'amore, si è trasformata alla fine in una tragedia. I l corpo parzialmente carbonizzato della giovane è stato trovato in un pozzo. Lorena, secondo quano accertato fino a questo momento, sarebbe stata uccisa prima in un casolare e poi il corpo sarebbe stato parzialmente bruciato e gettato in un pozzo. Da una prima ispezione eseguita dal medico legale, ci sarebbero tracce di strangolamento sul corpo di Lorena. Nel capannone agricolo situato a poche decine di metri dal luogo in cui è stato trovato il corpo, gli investigatori hanno trovato molti elementi che fanno ritenere che la quattordicenne sia stata uccisa in quel luogo. I vigili del fuoco hanno recuperato il cadavere: la ragazzina aveva una fune attorcigliata alla vita e all'altra estremità della corda era stato legato un grosso masso forse per tenere il corpo affondato nell'acqua.
LA SCOMPARSA - La scomparsa di Lorena, studentessa dell'istituto commerciale di Niscemi, era stata denunciata dal padre, Giuseppe Cultraro, vigile del fuoco volontario. «Ho la morte nel cuore, non riesco a parlare: tutto questo mi sembra irreale». Sono le uniche parole che ora il padre di Lorena Cultraro riesce a pronunciare mentre viene accompagnato nella caserma dei carabinieri di Niscemi insieme con la moglie ed altri familiari. Della scomparsa si era occupata anche la trasmissione «Chi l'ha visto?». Il papà di Lorena era molto preoccupato e diceva di temere che quello della figlia non fosse un allontanamento volontario. Nell'esposto presentato ai carabinieri il genitore aveva detto che Lorena era uscita di casa per andare a far visita alla nonna ma non sarebbe mai arrivata a destinazione. Il padre della ragazzina aveva affisso la foto della figlia in tutti i negozi di Niscemi ma anche a Vittoria, dove la quattordicenne aveva alcuni amici.
L'INCHIESTA - La procura di Caltanissetta aveva aperto un'inchiesta chiedendo al gestore telefonico la trasmissione dei tabulati del cellulare per cercare di ricostruire gli ultimi contatti della ragazzina. Il telefonino era spento dal 30 aprile scorso. Dalle indagini sarebbe emerso che la vittima il giorno della sua scomparsa si sarebbe incontrata con un uomo che sarebbe passato a prenderla nei pressi della scuola, in via Bandiera. I carabinieri nei giorni scorsi avevano ascoltato tre ragazzi, amici di Lorena, che alle 15.45, del 30 aprile scorso, avevano assistito, in parte, alla telefonata ricevuta dalla studentessa. La ragazzina, secondo quanto è stato riferito ai carabinieri, avrebbe detto all'interlocutore: «Sbrigati a venirmi a prendere».
13 maggio 2008(ultima modifica: 14 maggio 2008)
Fonte:corriere
martedì 13 maggio 2008
Duemila euro per un aborto clandestino
NAPOLI – Duemila euro per un aborto. E’ la denuncia shock, riportata sul quotidiano «Il Mattino», di un coraggioso ginecologo napoletano, che solleva il sipario su un’oscura realtà di aborti clandestini operati da strutture private napoletane. Il professionista, di cui restano celate le generalità, avrebbe riferito al comando provinciale dei carabinieri, dove si sarebbe recato dopo lunghe riflessioni e titubanze, i nomi di almeno cinque suoi colleghi, basandosi sulle «confidenze» che quest’ultimi gli avrebbero rivelato, su alcune interruzioni illegali di gravidanza, «ma solo per fare un favore a qualcuno». Di qui le indagini. Nel mirino quattro centri privati, su cui gli inquirenti avrebbero concentrato le indagini, ambulatori nei quali si praticherebbero aborti in violazione alla legge 194, che prevede l’interruzione entro e non oltre il novantesimo giorno di gestazione.
Fonte: corriere del mezzogiorno
giovedì 1 maggio 2008
PROCREAZIONE, SI CAMBIA: IN GAZZETTA NUOVE LINEE GUIDA
ELIMINATO NO DIAGNOSI PREIMPIANTO
Le nuove linee guida alle legge sulla procreazione medicalmente assistita eliminano il divieto alla diagnosi preimpianto degli embrioni, mantenendo però il divieto a qualsiasi diagnosi a fini eugenetici così come previsto dalla stessa legge. Lo ha spiegato lo stesso ministro della Salute Livia Turco in una nota dove annuncia i contenuti del provvedimento. "Abbiamo dato una risposta - ha detto Turco - a quanti, operatori e cittadini, richiedevano chiarezza sulla possibilità di effettuare diagnosi preimpianto, chiarendo che le linee guida, in quanto tali, non possono prevedere divieti che non siano già contemplati nella legge stessa. Per questo, il nuovo testo delle linee guida non contempla più la limitazione alla sola diagnosi osservazionale, mantenendo comunque il divieto di qualsiasi diagnosi a fini eugenetici così come previsto dall'articolo 13 della legge 40. E ciò in coerenza con l'evoluzione dell'ordinamento, testimoniata da diversi pronunciamenti della Magistratura, sia ordinaria che amministrativa, ed in particolare quello del Tar del Lazio che ha annullato la parte delle precedenti linee guida in cui si limitano le indagini sullo stato di salute dell'embrione a quelle di tipo osservazionale".
LA LEGGE 40 E COSA CAMBIA CON LE LINEE GUIDA
Sono sostanzialmente due le novità introdotte dalle nuove linee guida, rispetto alle precedenti fino ad oggi in vigore e risalenti al luglio 2004, per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, prevista per le coppie definite infertili: il sì alla possibilità di effettuare la diagnosi preimpianto sull'embrione da impiantare in utero (prima vietata, eccetto la diagnosi preimpianto di solo tipo 'osservazionale') e la possibilità di ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), anche per le coppie in cui l'uomo sia portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili, e in particolare del virus HIV e di quelli delle Epatiti B e C, riconoscendo che tali condizioni siano assimilabili ai casi di infertilità per i quali è concesso il ricorso alla fecondazione assistita. Queste, in sintesi, le norme previste dalla legge, approvata definitivamente dalla Camera il 10 febbraio 2004:
- ACCESSO ALLE TECNICHE DI PROCREAZIONE ASSISTITA: è consentita per risolvere problemi di sterilità o infertilità e solo se non ci sono altri metodi terapeutici efficaci; sterilità e infertilità devono essere documentate e certificate dal medico (le nuove linee guida permettono l'accesso anche alle coppie in cui l'uomo è affetto da malattie virali sessualmente trasmissibili).
- NO ALL'ETEROLOGA: il testo vieta il ricorso alla fecondazione eterologa, cioé con seme di persona estranea alla coppia.
- CHI POTRA' RICORRERE ALLE TECNICHE DI PROCREAZIONE: saranno le coppie formate da persone maggiorenni di sesso diverso, sposate o conviventi, in età potenzialmente fertile ed entrambe viventi. No, insomma, ai single, alle mamme-nonne e alla fecondazione post mortem.
- TUTELA DEL NATO E DEL NASCITURO: la legge assicura il diritto a nascere del concepito. I bambini che nascono dall'applicazione di queste tecniche sono figli legittimi della coppia o acquisiscono lo status di figli riconosciuti della madre o della coppia stessa.
- CONSENSO INFORMATO: la coppia deve essere accuratamente e costantemente informata sulle tecniche e sulle varie fasi della loro applicazione. Una volta che l' ovulo è fecondato deve essere impiantato entro sette giorni e non è possibile alcun ripensamento.
- EMBRIONI E SPERIMENTAZIONE: sono vietate la sperimentazione sugli embrioni e la clonazione umana. Ricerca clinica e sperimentazione sull' embrione sono ammesse solo se finalizzate alla tutela della sua salute e del suo sviluppo. E' vietata anche qualsiasi tecnica che possa predeterminare o alterare il patrimonio genetico dell'embrione.
- PRODUZIONE EMBRIONI: è possibile produrre non più di tre embrioni per volta, ovvero il numero necessario ad un unico e contemporaneo impianto.
- ADOTTABILITA' DEGLI EMBRIONI: è prevista l' adottabilità degli embrioni congelati di cui non si conoscano i genitori biologici o dei quali non sia stato chiesto l' impianto da almeno tre anni.
- CRIOCONSERVAZIONE: è consentita solo quando il trasferimento nell' utero degli embrioni non risulti possibile per gravi e documentati problemi di salute della donna che non erano prevedibili. Gli embrioni possono rimanere congelati fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile.
- SI' DIAGNOSI PREIMPIANTO: le precedenti linee guida limitavano invece le indagini sullo stato di salute dell'embrione a quelle di solo tipo "osservazionale".
fonte: ansa.it
domenica 16 marzo 2008
Drogata a una cena di lavoro e poi stuprata
LENTATE - Simpatico, brillante, una battuta dopo l'altra e smancerie a non finire, da grande seduttore. E lei, appena diciottenne, impiegata, molto carina, era rimasta colpita dal fascino e dai modi spigliati di quell'agente immobiliare di 34 anni, auto sportiva, abbronzato e vestito all'ultima moda, con il quale era stata a cena insieme con i colleghi di lavoro. Così, quando lui le ha offerto da bere, lei ha accettato senza sapere che quell'uomo di cui cominciava a fidarsi aveva aggiunto nel cocktail un potente sonnifero.
Una leggerezza che la ragazza ha pagato a caro prezzo, come quella di accettare un passaggio a casa. Perché, quando il farmaco ha cominciato a fare effetto, l'uomo ha raggiunto una strada sterrata a Lentate sul Seveso e in un boschetto l'ha violentata. Il giorno dopo la diciottenne ha denunciato l'agente immobiliare e ieri il giovane è stato arrestato dai carabinieri di Desio per violenza sessuale aggravata dall'uso di sostanze psicotiche. I due si erano conosciuti qualche mese fa. L'agente collaborava con la società nella quale la diciottenne lavora. Di fronte alle insistenti richieste di uscire insieme, la ragazza alla fine aveva accettato ad andare a cena con l'agente immobiliare e tutti i colleghi d'ufficio, a Senago.
Ma la presenza di più persone non ha però fermato il piano dell'agente immobiliare. «Dai, un ultimo bicchiere e poi andiamo a dormire» le ha detto a fine serata. E lei ha accettato. Senza che se ne accorgesse, l'uomo è riuscito a versare nel bicchiere della sua vittima il Ghb, un anestetizzante incolore, inodore e insapore che viene utilizzato dai giovani per sballare in discoteca. Quando si è accorto che la giovane non avrebbe potuto reagire l'agente si è diretto verso Lentate sul Seveso, ha fermato l'auto in un stradina appartata, l'ha obbligata a scendere dall'auto, l'ha scaraventata e terra e l'ha violentata. Poi è scappato.
A soccorrere la diciottenne sono stati i suoi colleghi di lavoro, insospettiti perché dopo un'ora non era ancora tornata a casa, dove si erano dati appuntamento. Preoccupati, l'hanno chiamata al cellulare e lei con un filo di voce è riuscita appena a trovare la forza di dire dove si trovava.
Diego Colombo
Marco Mologni
05 marzo 2008
Fonte: corriere.it
lunedì 25 febbraio 2008
FRANCIA/ STUPRO E TORTURE: 10 ANNI AL CALCIATORE NIGERIANO OKPARA
Roma, 23 feb. (Apcom) - Il calciatore nigeriano Godwin Okpara è stato condannato a 10 anni di carcere per stupro, tortura e riduzione in schiavitù della figlia adottiva. Una corte francese ha condannato a 15 anni di prigione anche la moglie Linda. Gli abusi contestati risalgono al periodo in cui l'ex difensore del Paris St. Germain e dello Strasburgo risiedeva a Chatou, a ovest di Parigi.
Stando a quanto riportato dalla Bbc, Okpara, 35 anni, ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con la figlia adottiva in una sola occasione, nel 2005, affermando di essere stato istigato. La ragazza era allora tredicenne. La vittima ha quindi raccontato gli abusi subiti dalla moglie Linda, che aveva scoperto il rapporto tra i due. La ragazza non veniva mandata a scuola ed era costretta a fare i lavori di casa.
venerdì 22 febbraio 2008
La manager Usa che rischia la vita per un caffè in Arabia
Da Starbucks col collega: arrestata
Ci risiamo: iper-conservatori sauditi (sempre più forti) contro riformatori (ogni giorno più deboli). Ma anche Riad contro Gedda. Ovvero: la dura regione del Najd, terra di Islam wahhabita e codici beduini, contro il dolce e (relativamente) liberale Hijàz, da sempre cosmopolita per commerci e pellegrinaggi. In mezzo — come spesso avviene — una donna, che vive barricata in casa da giorni e ora teme perfino per la propria vita. Yara (il cognome è meglio non diffonderlo), 37 anni, partner di una società finanziaria, madre di tre figli, doppia nazionalità americana (nata in Libia da genitori giordani, è cresciuta in Utah) e saudita (come il marito, di Gedda appunto, dove vive la famiglia). Che il 4 febbraio è stata incarcerata a Riad per khulwa, promiscuità: insieme a un collega siriano era stata «sorpresa » in pieno giorno (ma loro certo non si nascondevano) in un moderno e trendy caffè Starbucks della capitale. Seduti a parlare di lavoro nel «settore famiglie », dove ristoranti e caffè relegano le donne e i gruppi misti, legali se composti da consanguinei o coniugati.
Yara, abituata agli Stati Uniti prima e a Gedda poi, non ci ha pensato molto ad entrare con il collega in quel caffè al pian terreno del loro ufficio, dov’era saltata l’elettricità e non poteva usare il laptop. Portava la regolare abaiya (il soprabitone nero) e lo hijab (il velo in testa). Non aveva intenzioni trasgressive. Ma una telefonata anonima alla «Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio», leggi la polizia religiosa o mutawwa (come è chiamata con un certo disprezzo nel Regno), ha dato il via all’ennesimo dramma saudita. Un uomo con barba e tunica corta (segni di «ascetismo»), che non ha voluto identificarsi, ha intimato al siriano di uscire (poi è stato arrestato), a Yara di firmare l’ammissione del suo peccato-reato. Rifiutatasi (la donna non sa leggere l’arabo, tra l’altro), è stata trascinata in un taxi, privata di borsa e cellulare (per impedirle di avvisare il marito), consegnata alla centrale mutawwa (e non alla polizia normale come avrebbe dovuto per legge).
Ha dovuto subire la filippica di uno shaikh («finirai bruciata all’inferno»), firmare la confessione. Con l’impronta digitale, come si addice alle donne secondo i mutawwa. Che non contenti l’hanno spedita al carcere di Malaz: spogliata, perquisita, maltrattata, trattenuta per sei ore e liberata solo per l’intervento del marito Hatim, precipitatosi a Riad per salvarla. «Una storia terribile, uno dei tanti abusi commessi dalla polizia religiosa che è protetta dall’alto e spadroneggia soprattutto a Riad», dice al Corriere Khalid Al Maeena, direttore del quotidiano Arab News di Gedda, l’unico che sta seguendo il caso di Yara giorno per giorno, con relativa libertà di critica anche perché in inglese. I quotidiani arabi ne hanno parlato meno, è vero. Ma questo non ha evitato una denuncia della Commissione contro gli editorialisti Abdullah Al Alami di Al Watan e Abdullah Abou Alsamh di Okaz: il primo per aver definito il caso di Yara un «rapimento»; il secondo per aver messo in dubbio l’interpretazione di khulwa data dai mutawwa.
Dopo le critiche di media, organismi per i diritti umani, Onu e molti intellettuali, la Commissione è infatti passata al contrattacco. Due giorni fa ha smentito la ricostruzione dei fatti pubblicata da Arab News con le parole della protagonista. «È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme è haram, proibito, per donne e uomini non parenti», ha ribadito la polizia «morale», che conta 10 mila effettivi uomini e donne, è guidata da una sorta di ministro e fa capo al Re. E che è stata recentemente implicata in due omicidi, nonché in una serie di casi al di fuori di ogni rispetto dei diritti umani (una povera donna analfabeta, ad esempio, è stata condannata a morte per «stregoneria»). Yara, intanto, ha deciso di tacere. Giura che non rimetterà più piede a Riad. Pensa di tornarsene in America. «Temiamo per le nostre vite, e ulteriori persecuzioni — dice il marito —. Adesso molti sauditi sono furiosi e usano la storia di Yara per dire "basta con questa gente, con i mutawwa". Ma che abbiano ragione o no, noi non vogliamo trovarci nel mezzo».
Cecilia Zecchinelli
21 febbraio 2008(ultima modifica: 22 febbraio 2008)
Fonte: Corriere.it
Uccide la moglie in mezzo alla strada. Arrestato imprenditore campano
I rapporti tra i due deteriorati da tempo. L'uomo è stato arrestato
Uccide la moglie in mezzo alla strada
Arrestato imprenditore campano
Il luogo del delitto
NAPOLI - Uxoricidio in una strada di Gricignano d'Aversa, un comune del Casertano. Angelo Di Ronza, un imprenditore edile di 36 anni, ha ucciso con sei colpi di arma da fuoco la moglie, la trentenne Mariarosa Nugnes. Il fatto è avvenuto poco dopo le 14 in via Enrico Fermi, alla presenza di numerosi testimoni. L'uomo, che era fuggito a bordo di un fuoristrada, è stato rintracciato e fermato dai carabinieri di Aversa circa mezz'ora dopo. Ha confessato il delitto ed è stato accusato di omicidio premeditato.
Secondo i militari Di Ronza ha teso un vero e proprio agguato alla moglie affrontandola e sparandole con la pistola. I rapporti tra i due coniugi si erano da tempo deteriorati al punto che erano prossimi alla separazione pur vivendo ancora assieme. Le testimonianze raccolte indicano marito e moglie come provenienti da un ambiente familiare 'normale'.
Di Ronza, che era tornato a lavorare con la sua impresa nell'agro aversano dopo un periodo passato in provincia di Venezia, non aveva il porto d'armi e solo di recente aveva acquistato l'arma del delitto, una calibro 9 parabellum. Ha sparato alla moglie da distanza ravvicinata, raggiungendola alla schiena, agli avambracci e alle gambe.
(21 febbraio 2008)
Fonte:repubblica.it
giovedì 21 febbraio 2008
Sacrario erotico
di Lea Melandri
“L’identificazione non con il bambino (persona distinta dalla madre) ma con il feto (parte indifferenziata della madre) è alla base degli interventi ‘per la vita’ del papa, un’identificazione che cancella la vita della madre spostandola dalla persona reale a quella virtuale: è la vita del feto, parte nobile della madre, a decretare la vita o la morte di lei…la donna muore e il figlio è la sua rinascita, la sua resurrezione”.
La contrapposizione violenta fra vita della madre e vita del feto da parte della Chiesa cattolica - scrive Luisa Accati nel suo libro Il mostro e la bella (Raffaello Cortina Editore 1998)- cresce dalla fine del ‘500, dal Concilio di Trento a oggi, dal momento in cui avviene “il passaggio all’autorità ecclesiastica, cioè a un gruppo per norma costituito da uomini e solo da uomini celibi, del controllo sulle donne, per quanto riguarda sia il matrimonio sia la morale sessuale”.
Con la vittoria dei figli sui padri, la Vergine Madre diventa il simbolo del divieto di incesto per gli uomini: “Vergine Madre significa che la madre rimane sempre vergine per il figlio, cioè sempre inaccessibile sessualmente. Il simbolico in tanto è politicamente efficace in quanto converte la difficoltà degli uomini a separarsi dalla madre in una contraddizione della identità delle donne: fa di un problema degli uomini un compito delle donne”.
La coppia madre-figlio, su cui si può ipotizzare si siano costruite le figure della dualità -femminile/maschile, biologia/storia, corpo/mente, ecc.-, nonostante i cambiamenti che ha subito nel corso del tempo e ad opera di culture diverse, conserva i segni di un amore che si è configurato fin dall’origine indisgiungibile da un atto di guerra: il ‘desiderio primordiale’ del figlio di tornare a fondersi col corpo della madre si è convertito storicamente nel dominio dei padri, nell’imposizione di un modello unico di sessualità, penetrativo e generativo, impugnato come un’arma in difesa dell’identità maschile.
Il luogo da cui si origina la vita è diventato teatro della più feroce e più duratura legge di sopravvivenza -morte tua, vita mia-, anche se non sempre la nascita del figlio ha comportato la morte fisica della madre, ma quella morte di sé che è il sacrificio del proprio desiderio, dei propri interessi, della propria esistenza come persona.
L’onnipotenza attribuita alla madre, come corpo che genera da sé e che può riprendersi in ogni momento la parte che si è da lei separata, ha il suo corrispettivo in quella del figlio che, capovolte le parti, torna da adulto a celebrare la ‘vittoria sul trauma della nascita’, occupando una terra che considera propria, carne della sua carne.
La fecondazione diventa allora il traguardo essenziale della sessualità maschile, prova visibile del potere generativo dell’uomo e conferma della sua potenza virile. Se i contadini del mio paese –come di tutti i paesi del mondo- si vantavano al bar di aver messo incinta le loro mogli, Sàndor Ferenczi, uno dei più interessanti allievi di Freud, nel saggio Thalassa (1924), introduce suggestivi scenari marini per attribuire al coito la certezza dell’uscita da pericolose acque materne:
“Quando l’unione più intima tra due esseri umani di sesso diverso si è realizzata grazie alla costruzione di un ponte fatto di baci, abbracci e penetrazione del pene, allora si combatte la lotta finale e decisiva fra il desiderio di donare e di conservare la secrezione genitale…Allorché, con l’eiaculazione la lotta finisce, la secrezione si separa dal corpo dell’uomo, ma in modo tale che questa secrezione si trova messa la riparo in un luogo sicuro e appropriato, all’interno del corpo femminile. Tuttavia, questa sollecitudine ci induce a supporre che vi sia anche un processo di identificazione tra la secrezione e l’Io: in tal senso il coito potrebbe fin d’ora implicare un triplice processo identificatorio: identificazione dell’intero organismo con l’organo genitale, identificazione con il partner e identificazione con la secrezione genitale…tutta questa evoluzione, comprendente quindi anche il coito, non può avere altro scopo se non un tentativo dell’Io di tornare all’interno del corpo materno, situazione nella quale la frattura così dolorosa tra l’Io e il mondo ancora non esisteva…Nell’atto sessuale non si tratta semplicemente di deporre in luogo sicuro il prodotto della secrezione, ma anche dell’instaurarsi di uno stretto rapporto tra questo atto e la fecondazione.”
Abituati come ormai siamo, dalle tecnologie riproduttive, a parlare di spermatozoi e ovociti, gameti e embrioni, come fossero persone, la “favola filogenetica” di Ferenczi, che vede nel “membro virile” un “piccolo Io in formato ridotto”, spinto dalla nostalgia a tornare alla sua dimora originaria, e a riattraversarla per essere sicuro della propria nascita, non può che fare tenerezza. Rispetto all’ “immacolata concezione” del culto cattolico di Maria e all’ “immacolata fecondazione” dei laboratori scientifici, dove il desiderio e la sessualità scompaiono persino dalla memoria, il corpo a corpo tra l’uomo e la donna qui è ancora al centro della nascita, prima di sparire dietro l’abbraccio fusionale, desiderato e temuto, della madre e del figlio. Non sfugge a Ferenczi l’aspetto “cruento” del coito: la lotta di due avversari che tentano di “forzare l’accesso al corpo dell’altro”, le armi che garantiscono il privilegio maschile, le compensazioni dietro cui la donna nasconde la sua sconfitta.
“Noi supponiamo che sia la regressione ipnotica alla situazione intrauterina a stordire la femmina al momento della conquista, e che la riproduzione fantasmatica di questa situazione ottimale le fornisca una compensazione per essere costretta a subire l’atto sessuale che, in sé, è per lei fonte di pena”. Difficile trovare una definizione più realistica della vicenda che ancora oggi unisce e contrappone un sesso all’altro -“una grandiosa lotta il cui esito doveva decidere su quale dei due dovessero ricadere le cure e le sofferenze della maternità, nonché il ruolo passivo della genialità”-, e delle sue conseguenze psicologiche -“la donna possiede una saggezza e una bontà innate superiori a quelle dell’uomo, in compenso l’uomo deve contenere la propria brutalità sviluppando maggiormente l’intelligenza e il super-Io morale”.
La campagna contro l’aborto e il fronte opposto, schierato alla difesa delle leggi che in vari Paesi del mondo ne garantiscono la praticabilità, hanno quasi sempre in comune, oltre al rituale ossessivo della ripetizione, la tendenza a farne una “questione femminile”, sia che la vedano come colpa, dramma, o autodeterminazione, libertà di scelta della donna. Gli uomini, nella veste di accusanti o di difensori solidali, possono parlarne con la distanza di chi non è parte in causa, con la premura o la violenza di chi sa di avere a che fare con la ‘risorsa’ più preziosa per la continuità della specie.
Mi stupisco sempre, dopo oltre trenta anni di femminismo, che si possa parlare di gravidanze, desiderate o indesiderate, senza risalire a quell’antecedente che è la sessualità. Eppure sono tante le ragioni che spingono verso questa ‘cesura’, a partire dalla forza con cui il movimento delle donne ha attaccato l’identificazione della donna con la madre, per arrivare all’effetto di cancellazione operato dalle tecnologie riproduttive, al lento spostamento della nascita fuori dal corpo della donna, fuori da corpi pensanti e desideranti, sedimento di storie individuali e collettive.
La ‘naturalizzazione’ del rapporto tra i sessi affiora oggi vistosamente sulla scena pubblica come riduzionismo biologico, e trova al suo fianco l’alleato di sempre: la religione. Ma, insieme al fondamento ideologico di un dominio divenuto ‘senso comune’, struttura portante e indiscussa di tutte le civiltà costruite dall’uomo, si va facendo strada anche la consapevolezza della centralità che ha avuto finora la coppia madre-figlio nello sviluppo della storia umana.
Non è un caso che sia una “religione del Figlio”, la Chiesa cattolica romana memore del Concilio di Trento, a reagire con particolare virulenza alla rottura di un ‘ordine naturale e divino’ fondato sul sacrifico materno, oggi incrinato dalla secolarizzazione dei costumi e, soprattutto, dall’affermarsi di una soggettività femminile meno vincolata al destino che le è stato imposto. Nel progressivo eclissarsi delle due figure genitoriali, sempre meno necessarie nella fase iniziale del processo riproduttivo, e della madre stessa per il progredire delle tecniche di rianimazione di feti prematuri, è il prete ad assumere su di sé la figure della madre e del figlio nascituro, a farsi paladino di una idea di ‘Vita’ che ha perso ogni consistenza corporea e sessuale.
L’ “immaginario sacro cristiano” - come nota Luisa Accati- non ammette l’Eros, anzi rappresenta la fertilità come una madre casta”, ma la mariologia è “carica di fantasmi incestuosi”, che oggi, per arginare il ‘libertinismo’ sessuale delle donne, trascolorano nella fredda, necrofila sacralizzazione di feti e embrioni. Nell’affannosa corsa per portare il figlio in salvo dal risorto ‘potere di vita e di morte’ delle madri, la schiera degli ecclesiastici si è sorprendentemente arricchita di “atei devoti”, di “comunisti creaturali”, di politici ‘realisticamente’ decisi a cercare consenso a qualunque costo.
Spirito di crociata e pragmatismo cinico contribuiscono a spingere il sacro verso le sue più arcaiche parentele con la magia, il sensazionalismo, l’orrido e lo stupefacente, che la televisione ha oggi il potere di amplificare, contaminare e diffondere a dismisura. Ne abbiamo avuto un saggio nella diretta di Porta a Porta su Lourdes, altre manifestazioni si annunciano con l’esposizione di reliquie di santi e con la riesumazione del cadavere di Padre Pio. L’ambiguità del sacro -“lordura e santità”, “puro e impuro”- è oggi più che mai scoperta, mentre sembra scomparire la materia prima del “perturbante”: il corpo femminile, la sua fantasmatica onnipotenza generativa e sessuale.
Per ritrovarla, basta scostarsi dal circo mediatico che occupa la scena pubblica e scavare nei luoghi che ancora conservano traccia di un sentire profondo, lucido nella sua visionarietà, veritiero nella sua spudoratezza, trasgressivo e, al medesimo tempo, quasi banale nella sua fedeltà a ‘sensi’ comuni.
In una insolita ‘scrittura di esperienza’ -Arnaldo Bressan, Esercizi laterali di piacere (edizioni del leone 1993)- il legame tra sessualità e fecondazione svela l’immaginario che lo sorregge, il desiderio incestuoso che impronta la vita sessuale adulta, piegando la relazione tra uomini e donne verso quel primo corpo a corpo che formano insieme la madre e il figlio.
“Solo nell’eventualità o nel rischio dell’impregnanza il piacere è obbligato alla propria profondità, intensità e luce…La capisco. Infine, rischia lei sola: il ventre ‘occupato’ per nove mesi, il, parto, le conseguenze. Ma soltanto se considera la gravidanza un peso, dolore il parto e la maternità una schiavitù: se non esce dal banale e dal kitsch e non li sente come passaggi di piacere simili a quelli che dall’alba la conducono, fatalmente, al mezzogiorno di sé.”
“Lo si chiami neotenia, simbiosi, istinto, bisogno, amore materno, piacere: lei riepiloga in esso l’evoluzione e la storia, nostra e di ogni altra specie; e soltanto in questo senso di onnipotenza si svela l’irrefrenabile mistero per cui sulla Terra, ogni anno, centinaia di milioni di donne partoriscono dove le condizioni per farlo sono più proibitive; e che da noi ci siano donne che letteralmente impazziscono pur di avere un figlio.”
“Partorire, sì. Ma allattare, Francisca: inturgidirsi, ergersi, penetrare!...sentirsi venir meno di languore nel salire ed eiacularsi del suo latte: denso e lento, o chiaro e sottile, seme amoroso tra verginali labbra cieche e fameliche, contro una gola che esige da lei -con unghie convulse e schiumose gengive- il solo rapporto incestuoso e omosessuale considerato naturale, consentito da tutti e glorificato da millenni (anche se le Madonne che allattano, sicuramente per il loro aspetto troppo conturbante, sono assai meno frequenti di quelle in stato di frigida quiete rispetto al Bambino).”
La “carne più bramata”, quella di cui ogni essere umano conserva memoria e “privati simboli corporei”, è la stessa che incontra nella sua vita sessuale adulta, cristallizzata nel ruolo che le ha assegnato un ‘ordine’ senza tempo: genere, entità collettiva senza volto, “centro” di quella “vasta cattedrale” che è l’infanzia -per usare una suggestiva immagine di Virginia Woolf-, ma anche linea continua di una dipendenza filiale che finisce quasi sempre solo con la morte.
Combattere solo con le armi della razionalità la feroce, impietosa misoginia che anima la “crociata” dei “figli celibi” e dei loro adepti, non servirà a molto, se non si comincia a scalfire l’immaginario con cui raccoglie consenso, ma soprattutto se non si mette in discussione il dominio che l’uomo gli ha costruito sopra.
questo articolo è apparso nell'inserto domenicale di Liberazione del 17 febbraio 2008
con il titolo Il segreto dei feticisti: concupiscono la madre
A Imola una donna uccide la figlia handicappata e poi tenta il suicidio
Ha lasciato un biglietto, dove ha scritto che non ce la faceva più a sopportare
dispiaceri e una vita di sofferenze, chiedendo di essere seppellita con lei. Un gesto di dolore estremo si legge in quel messaggio lasciato da Rosa Turrini, la donna di 49 anni che ha ucciso a coltellate e colpi di mattarello la figlia Micaela Lelli, di 23 anni, sofferente di un grave handicap psichico. Dopo l'omicidio la donna ha tentato di uccidersi, tagliandosi le vene nella loro casa di Sassoleone, nell'appennino imolese.
Le disperate parole della madre omicida sono state riconosciute nella grafia dall'altra figlia, la primogenita, dopo la scoperta del padre. La coppia gestisce un agriturismo a Sassoleone, frazione di Casalfiumanese e l'uomo, non vedendo arrivare la coniuge, è tornato a casa, trovando la figlia morta sul pavimento della camera da letto e la moglie sdraiata sul letto con un braccio squarciato da diversi colpi di un coltello da pane.
Secondo quanto si è potuto capire dagli amici di famiglia e dalla stessa sorella della donna, si tratta di un epilogo imprevedibile di una storia nota di sofferenza. Nota perché le condizioni della giovane erano molto gravi e visibili,
imprevedibile perché Rosa Turrini "viveva per la figlia, viveva per lei, era la sua ragione di vita". Ma in quel biglietto una madre distrutta avrebbe scritto che proprio non ce la faceva più: "Basta con questa vita di sofferenze". E ha posto fine a quella di Micaela, tentando di stroncare anche la propria.
Fonte: rainews24.it